Perché siamo stanchi di referendum che non cambiano nulla

Sai quella sensazione di déjà vu quando ti ritrovi davanti all’ennesima scheda referendaria? Quella vocina dentro di te che sussurra: “a che serve tutto questo?”, mentre ti avvii verso il seggio. Non sei solo. L’astensionismo ai referendum in Italia ha raggiunto livelli record, e non è solo pigrizia civica. C’è qualcosa di più profondo: una stanchezza collettiva verso uno strumento che sembra sempre più inefficace nel produrre cambiamenti concreti.

Parliamoci chiaro: siamo stanchi di andare a votare a ogni piè sospinto per cancellare leggi di politici che non riescono a mettersi d’accordo tra loro, di qualunque colore politico siano.

Il paradosso della democrazia diretta all’italiana

Il referendum dovrebbe essere lo strumento principe della democrazia diretta, quel momento in cui il popolo prende in mano le redini e dice la sua, scavalcando i palazzi del potere. Almeno in teoria. Nella pratica, quello che vediamo è un meccanismo sempre più svuotato di significato.

Prendiamo i recenti referendum su lavoro e cittadinanza. Quanta gente sapeva esattamente cosa stesse votando? E quanti hanno preferito andare al mare piuttosto che al seggio? Non è un caso che il quorum sembri ormai un miraggio lontano. L’ultima volta che un referendum ha raggiunto il quorum era il 2011, con quello sull’acqua pubblica. Da allora, una serie infinita di flop. Tra l’altro quel voto referendario è stato in seguito completamente disatteso dalla politica stessa, perché tutti noi ci ritroviamo al livello locale con enti gestore delle “acque pubbliche”, che sono compartecipati dai privati che badano solo al profitto e fare poca manutenzione.

E non è solo colpa dei cittadini disinteressati. È che dopo decenni di referendum che non hanno prodotto cambiamenti tangibili nella vita quotidiana, la gente si chiede legittimamente: “Ma a che serve?”. Quando vedi che anche dopo un’eventuale vittoria, la classe politica trova il modo di aggirare la volontà popolare con leggi fotocopia o interpretazioni creative, perché dovresti continuare a crederci? E poi il giorno dopo hanno vinto tutti. Quelli che hanno portato 12 milioni di votanti alle urne e quelli che hanno fatto di tutto per far fallire la tornata elettorale.

La fatica di votare per nulla

C’è un aspetto ancora più frustrante in questa storia: il tempo e le energie che sprechiamo. Ogni referendum mobilita migliaia di persone, tra scrutatori, presidenti di seggio, forze dell’ordine. Cittadini che dedicano il loro weekend a un esercizio di democrazia che spesso si rivela sterile.

Mi è capitato di fare lo scrutatore qualche anno fa. Ricordo gli sguardi sconsolati dei miei compagni di seggio mentre contavamo schede per un referendum che sapevamo già non avrebbe raggiunto il quorum. Una sensazione di inutilità che si respirava nell’aria.

E poi ci sono le campagne referendarie, sempre più fiacche e sempre meno capaci di appassionare. Quando è stata l’ultima volta che hai visto un dibattito acceso su un quesito referendario? Quando è stata l’ultima volta che hai sentito qualcuno dire “non vedo l’ora di andare a votare per questo referendum”?

La verità è che siamo stanchi di essere chiamati a esprimerci su questioni che poi vengono sistematicamente ignorate o aggirate. Siamo stanchi di una democrazia diretta che di diretto ha ben poco, dove il nostro voto sembra più un esercizio di stile che un reale strumento di cambiamento.

90 milioni di domande senza risposta

Sai quanto costa organizzare un referendum nazionale? Circa 90 milioni di euro. Novanta-milioni. Una cifra che fa girare la testa se pensi a come potrebbe essere utilizzata diversamente.

Pensa a quante scuole potrebbero essere ristrutturate, a quanti ospedali potrebbero assumere personale, a quanti progetti sociali potrebbero essere finanziati con quella somma. Invece, la spendiamo per consultazioni che spesso non raggiungono nemmeno il quorum.

L’istituto referendario va riformato, è evidente.

Ma qui caschiamo in un loop kafkiano: per riformare lo strumento referendario servirebbe una classe politica disposta a mettersi d’accordo… proprio quella stessa classe politica che non riesce a mettersi d’accordo su nulla, motivo per cui ricorriamo ai referendum in primo luogo!

È un cane che si morde la coda. E nel frattempo, noi cittadini continuiamo a disertare le urne, non per disinteresse, ma per una stanchezza che ha radici profonde nella disillusione. Perché continuare a partecipare a un gioco le cui regole sembrano fatte apposta per non farti vincere mai?

Forse è il caso di chiederci se questo strumento abbia ancora senso così com’è, o se non sia il momento di ripensarlo completamente. Nel frattempo, la prossima volta che sentirete parlare di un referendum, non stupitevi se la gente risponderà con un’alzata di spalle e un “tanto non cambia niente”.