AI o IA? Due lettere, due lingue e una piccola questione di identità

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Ci sono questioni linguistiche che sembrano insignificanti, almeno finché non ci si ritrova a scegliere da che parte stare. Una di queste riguarda appena due lettere: si dice AI o IA?

In italiano, intelligenza artificiale si abbrevia naturalmente in IA. In inglese, Artificial Intelligence diventa AI. Fin qui, nulla di particolarmente complicato. Basta invertire le lettere e il problema sembrerebbe risolto.

Eppure, ogni volta che scrivo un articolo, intervengo in una discussione su LinkedIn o mi confronto con qualcuno che lavora nel settore tecnologico, quella piccola inversione torna a farsi notare.

Personalmente, preferisco utilizzare AI anche quando scrivo in italiano. Non perché consideri la nostra lingua inadatta a descrivere la tecnologia, né perché ritenga l’inglese una sorta di lasciapassare per la modernità. Semplicemente, da anni mi muovo in un ambiente professionale nel quale terminologia, documentazione e strumenti attraversano continuamente i confini linguistici.

È una questione di abitudine, certo. Ma non soltanto.

D’altra parte, chi utilizza IA in un testo italiano non commette alcun errore. Anzi, segue una convenzione linguistica perfettamente legittima.

Allora perché questa scelta apparentemente banale continua a sembrarmi interessante?

Forse perché le abbreviazioni non sono soltanto scorciatoie della lingua. Sono convenzioni condivise, dipendono dal contesto e qualche volta finiscono per raccontare qualcosa delle comunità che le utilizzano.

E quando bastano due lettere invertite per cambiare lingua, disciplina e significato, vale la pena soffermarsi un momento.

Due sigle corrette, non sempre intercambiabili

In italiano, IA è la sigla che deriva naturalmente da intelligenza artificiale. In inglese, AI nasce da Artificial Intelligence. Due abbreviazioni costruite secondo l’ordine delle parole nelle rispettive lingue. Nessuna delle due è sbagliata, ma non sono necessariamente intercambiabili in ogni contesto.

Anche la Treccani, nell’Enciclopedia della Matematica, registra entrambe le forme, IA e AI, mentre altre sue voci utilizzano prevalentemente la sigla italiana.

La questione, tuttavia, non si esaurisce nella legittimità delle due abbreviazioni.

In un intervento pubblicato dall’Accademia della Crusca, il linguista Guido Vetere ha espresso una preferenza per IA, richiamando l’opportunità di utilizzare la forma coerente con la lingua italiana. Una posizione comprensibile: perché adottare una sigla inglese quando ne esiste già una italiana perfettamente funzionale?

Il punto è che una convenzione linguistica e una convenzione professionale non sempre coincidono.

Nella documentazione tecnica, nei software, negli ambienti di sviluppo e nelle conversazioni tra professionisti di Paesi diversi, AI costituisce un riferimento immediatamente riconoscibile. In un testo divulgativo destinato esclusivamente a lettori italiani, invece, IA può risultare altrettanto naturale e persino preferibile.

Non si tratta di stabilire quale lingua debba prevalere. Si tratta di considerare destinatario, contesto e coerenza terminologica.

Del resto, una sigla non possiede un significato autonomo e immutabile. Lo acquista all’interno di una comunità che la utilizza e lo conserva finché quella comunità continua a riconoscerlo.

E qualche volta, attraversando il confine tra una lingua e l’altra, le stesse due lettere finiscono per indicare qualcosa di completamente diverso.

Accademia della Crusca — Guido Vetere
Il nome (improprio) della cosa: quella artificiale non è intelligenza
Un intervento pubblicato il 21 settembre 2025, che discute il nome intelligenza artificiale e sostiene esplicitamente l’impiego di IA anziché AI in italiano.

Quando IA non significa intelligenza artificiale

C’è però un’altra piccola complicazione. Nel lessico tecnico anglofono, IA è anche l’abbreviazione di Information Architecture, ovvero architettura dell’informazione. Una disciplina che esisteva ben prima che l’intelligenza artificiale diventasse argomento quotidiano di conversazione.

La Information Architecture si occupa di organizzare, strutturare e classificare le informazioni per renderle comprensibili e facilmente reperibili. È alla base della progettazione di siti web, sistemi di navigazione, tassonomie e ambienti digitali complessi. Chi lavora nella SEO, nella progettazione dei contenuti o nella UX ne incontra continuamente i principi, anche senza chiamarli necessariamente con il loro nome.

Per chi proviene da questo mondo, dunque, la sigla IA possiede già un significato professionale ben preciso. E quando in una conversazione internazionale compare quella stessa abbreviazione, il contesto diventa indispensabile per capire di che cosa si stia parlando.

C’è anche un’interessante vicinanza tra le due discipline. L’architettura dell’informazione organizza contenuti e relazioni per facilitarne la comprensione e il recupero. I sistemi di AI, soprattutto quando devono interrogare basi di conoscenza e recuperare informazioni pertinenti, possono beneficiare proprio di queste strutture.

Non sono la stessa cosa, naturalmente. Ma condividono un problema fondamentale: dare ordine alle informazioni affinché possano acquistare significato.

Curioso, allora, che due discipline così vicine debbano anche contendersi, almeno in qualche contesto linguistico, le medesime due lettere.

I francesi, gli ordinateur e le parole che viaggiano

Il rapporto tra lingua e tecnologia non è mai stato particolarmente tranquillo. Ogni innovazione porta con sé parole nuove, spesso nate altrove, che le lingue nazionali devono decidere se adottare, tradurre o reinventare.

I francesi, da questo punto di vista, hanno una storia interessante. Nel 1955, quando IBM France cercava un equivalente francese dell’inglese computer, si rivolse al latinista Jacques Perret, professore alla Sorbona. Fu lui a proporre ordinateur, recuperando un termine legato all’idea di mettere ordine, organizzare, disporre le cose secondo una struttura.

La parola funzionò così bene da entrare stabilmente nel vocabolario francese. E non nacque semplicemente da una crociata contro gli anglicismi, ma da una precisa esigenza terminologica e commerciale.

Il risultato è notevole: mentre buona parte del mondo parla di computer, i francesi utilizzano tranquillamente i loro ordinateurs. E nessuno, per questo, ha smesso di capirsi.

Anche con l’intelligenza artificiale le lingue hanno seguito percorsi differenti. In Francia e in Spagna prevale la sigla IA, rispettivamente da intelligence artificielle e inteligencia artificial. In Germania si utilizza KI, da Künstliche Intelligenz. L’inglese conserva naturalmente AI.

Non siamo quindi davanti a un’unica abbreviazione internazionale, ma a convenzioni linguistiche diverse che convivono nello stesso ecosistema tecnologico.

Ed è probabilmente giusto così. Le lingue non sono semplici contenitori nei quali versare termini inglesi. Possiedono strutture, abitudini e una memoria culturale che contribuiscono a determinare il modo in cui le nuove parole vengono accolte.

D’altra parte, quando la comunicazione attraversa continuamente i confini nazionali, una terminologia condivisa può rendere più semplice il confronto. È una necessità pratica, non necessariamente una resa linguistica.

Tra la difesa a oltranza del proprio vocabolario e l’adozione automatica di qualsiasi espressione inglese, per fortuna, esiste ancora una discreta quantità di spazio abitabile.

Perché continuo a scrivere AI

E allora, dopo tutte queste considerazioni, perché continuo a utilizzare AI anche quando scrivo in italiano?

La risposta più semplice è che mi viene naturale. Ma dietro questa abitudine c’è una storia professionale fatta di lingue, documentazione tecnica e terminologie che raramente rispettano i confini nazionali.

Per molti anni ho lavorato nella documentazione tecnica per aziende multinazionali tedesche, un’esperienza che ho raccontato anche nella storia di Pistakkio® e nella quale la precisione terminologica non era un esercizio accademico, ma una necessità quotidiana.

Tradurre un termine non significava semplicemente sostituire una parola con un’altra. Bisognava considerare il contesto, il destinatario, le convenzioni del settore e, soprattutto, evitare ambiguità.

È una sensibilità che mi sono portato dietro anche nel lavoro con la SEO, i sistemi informativi e, più recentemente, con l’intelligenza artificiale.

Oggi leggo documentazione prevalentemente in inglese, utilizzo strumenti che adottano la sigla AI e mi confronto con professionisti che condividono quel vocabolario. Passare continuamente da AI a IA a seconda della lingua del testo mi sembra, nel mio caso, una complicazione poco utile.

È una questione di continuità terminologica, non di superiorità linguistica.

Naturalmente, questo non significa che l’italiano debba rinunciare alle proprie abbreviazioni. Né penso che utilizzare termini inglesi renda automaticamente più competenti. Anzi, in certi ambienti professionali l’inglese viene esibito con una generosità che supera abbondantemente le necessità comunicative.

La mia è una scelta consapevole, maturata dentro un percorso culturale e professionale. Scrivo AI perché è la sigla nella quale riconosco più immediatamente il concetto, non perché ritenga sbagliato scrivere IA.

E se una parola, o in questo caso una sigla, serve prima di tutto a comunicare, sarebbe piuttosto curioso trasformarla in una questione di appartenenza.

Chiosa: le parole non hanno bisogno del passaporto

Probabilmente, con il tempo, IA diventerà la sigla più naturale per chi parla e scrive in italiano. E non ci sarebbe nulla di strano. Le lingue seguono le abitudini di chi le utilizza, non le preferenze di chi vorrebbe disciplinarle.

Mia sorella, per esempio, continuerà probabilmente a dire IA. Non perché abbia riflettuto sulla terminologia italiana o sulle convenzioni internazionali, ma perché per lei è semplicemente il modo più immediato di abbreviare intelligenza artificiale.

Io continuerò a scrivere AI. Per abitudine, per coerenza con il mio lavoro e forse anche per quella deformazione professionale che porta certi nerd a interrogarsi su due lettere quando il resto del mondo ha già cambiato argomento.

E va benissimo così.

In fondo, la lingua non ha bisogno che siamo tutti d’accordo, ma che riusciamo a comprenderci. Le parole cambiano, le abbreviazioni viaggiano e i significati si adattano ai contesti nei quali vengono utilizzati.

A volte, per capirsi, basta soltanto invertire due lettere.


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