La battaglia di Caporetto, cronaca giorno per giorno (24–30 ottobre 1917): cronaca, luoghi e reparti in campo

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Cronaca della battaglia di Caporetto

24 ottobre 1917: inizia l’offensiva tedesca e austro-ungarica

Nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1917, alle ore 2, scatta l’attacco delle truppe austro-ungariche, che iniziano a bombardare pesantemente le linee italiane tra Plezzo e Tolmino, una curva ideale che si estende per circa 25 km e che comprende il paesino di Caporetto (Karfreit in tedesco, oggi Kobarid in sloveno), fino all’altopiano della Bainsizza, dove poi ci saranno i combattimenti più aspri.

Il bombardamento dura solamente qualche ora, ma è devastante e distrugge le trincee italiane, usando anche i gas contro le postazioni d’artiglieria italiane, poi con esplosivo ad alto potenziale sulle prime linee. Durante le prime quattro ore di bombardamento viene giù il finimondo, dalle 6 alle 8 del mattino, il bombardamento continua, ma meno intenso, perché le truppe tedesche e austro-ungariche sono già penetrate nelle linee italiane e le bombe rischierebbero di colpire i loro soldati. È l’inizio della dodicesima battaglia dell’Isonzo, più nota come battaglia di Caporetto o disfatta di Caporetto, se si pone l’accento sulle conseguenze.

Alle ore 7 la XIVa armata austro-tedesca sferra l’attacco. Da Plezzo, dopo che il gas fosgene ha eliminato i 600 italiani che presidiavano il fondovalle, due divisioni austriache di punta scendono seguendo il corso dell’Isonzo e superano abbastanza facilmente una resistenza non coordinata. L’Alpenkorps tedesco attacca dalla zona di Tolmino, preceduto dal battaglione di montagna Württemberg, il battaglione di un giovanissimo Erwin Rommel.

È l’inizio della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo, più tristemente famosa come la Battaglia di Caporetto. È la più grande disfatta della Storia Militare Italiana ed una delle più immani tragedie che piaga il nostro paese.

È da inizio settembre che lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-Ungarico sta pianificando un’azione per contrattaccare il Regio Esercito Italiano, che nell’Undicesima Battaglia dell’Isonzo si era conquistato l’altopiano della Bainsizza in una sanguinosa battaglia alla quale partecipò anche mio bisnonno, fante del 229° Reggimento della Brigata Campobasso.

Cadorna e lo Stato Maggiore di Udine sanno che un attacco ci sarà, ma nessuno se lo aspetta proveniente da Caporetto e tutte le segnalazioni che arrivano in questo senso vengono considerate semplicemente dei depistaggi del nemico.

Tutti sanno che a fine ottobre ci sarà un attacco. Anche Cadorna. Ma Cadorna minimizza. Non è l’unico. Esistono già le intercettazioni telefoniche sul campo di battaglia ed anche alcuni disertori austriaci, catturati dai nostri soldati sui limiti delle trincee, confermano che sono in atto preparativi possenti per sferrare un attacco con l’aiuto dell’esercito tedesco. Un disertore romeno, catturato alcuni giorni prima dell’attacco, racconta dettagliatamente i movimenti di truppe, gli spostamenti e tutto quello che sta accadendo nella parte di fronte austro-ungarico, ma non viene creduto.

Il generale tedesco von Hindenburg (quello che nel gennaio del 1933 consegnerà la Germania in mano ad Adolf Hitler, in qualità di Presidente della Repubblica di Weimar!) ha schierato 6 divisioni (circa 120 mila uomini) e 5000 cannoni per dare una mano all’alleato austro-ungarico, stremato, coi soldati letteralmente alla fame.

I tedeschi sono “smart”, hanno un corpo fatto di ufficiali addestrati a saper prendere le iniziative in autonomia, anche in mancanza di collegamenti delle comunicazioni telefoniche coi comandi. Tra essi un giovanissimo tenente Erwin Rommel, che racconterà poi quei giorni in un libro di memorie dedicato proprio a Caporetto.

Le truppe italiane si ritrovano sguarnite, perché i battaglioni avanzati tedeschi, tra i quali il Württemberg di Rommel, riescono alla perfezione a tagliare le linee del telegrafo e il comando italiano di Udine non riesce più ad impartire gli ordini e viceversa i comandi sulle prime linee non riescono a chiedere aiuto.

Il Regio Esercito non emana nessun regolamento per la battaglia difensiva, non prepara il necessario servizio di collegamento fra il Comando Supremo e le Armate, non predispone né cura di far predisporre la difesa in profondità, divenuta norma dell’esercito tedesco, con intere divisioni destinate al contrattacco dal fondo. È vero che la difesa italiana prevede una prima linea, una seconda linea e una retrovia, ma praticamente le seconde e terze linee sono impreparate e sguarnite, con soldati appena inviati a combattere in forma di rincalzo. In pratica, sfondata la prima linea, i tedeschi trovano delle praterie. Né si pensa a orientare i comandi su eventuali misure di ripiegamento. È entrato nella storia militare il fatto che le linee telefoniche italiane non erano schermate coi tubi di piombo, come facevano i tedeschi e, in parte anche gli austro-ungarici, per cui bastava una qualsiasi granata per tranciare i cavi. Cosa che puntualmente avvenne, tagliando anche la catena di comando, con reparti rimasti completamente isolati e senza ordini provenienti dall’alto. Una disfatta annunciata, anche perché gli italiani erano stati addestrati a combattere una guerra di attacco e non una guerra difensiva.

Curiosamente il generale Cadorna il 24 ottobre scrive un comunicato molto fiducioso e confidente nei propri mezzi.

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L’offensiva di Caporetto da parte degli Imperi Centrali è un capolavoro di tattica. Le incursioni delle piccole unità, soprattutto tedesche, sparigliano le carte a un esercito, come quello nostro, che è abituato ad “aspettare” il nemico asserragliato nelle trincee (come era peraltro consueto a quei tempi).

I tedeschi introducono un nuovo modo di fare la guerra, con rapidi inserimenti tra le maglie del nemico, per poi prendere alle spalle i soldati in trincea che rimangono letteralmente basiti. Ci sono racconti di ufficiali italiani che ci dicono che un momento sentono gli spari provenire da davanti e dopo un’ora da dietro con i tedeschi che li prendono prigionieri.

Nel frattempo, un sapiente lavoro di taglio delle linee telefoniche da campo fa sì che il Regio Esercito resti senza ordini, ove il credo impartito a questi tenenti e capitani italiani di 20 anni, appena usciti dai corsi di un mese (li chiamavano i “corsi di corsa”, cit. prof. Alessandro Barbero), era quello di non prendere mai iniziative di testa propria, ma di aspettare gli ordini provenienti dal Comando Generale.

È il prologo della disfatta. Ufficiali senza ordini, linee telefoniche tagliate, soldati accerchiati e presi prigionieri a intere compagnie.

Intorno a metà giornata del 25 ottobre ormai è chiaro che le truppe italiane non possono più resistere, a parte alcuni sparuti gruppi di eroi (che tra l’altro poi saranno anche infangati dal Capo Supremo della Forze Armate, gen. Luigi Cadorna, che dà la colpa alla IVa Armata, comandata dal gen. Capello, della rotta e incolpa i soldati).

Già il 26 ottobre la disfatta è ben chiara a tutti, la ritirata ormai è inevitabile.

La disfatta di Caporetto costerà agli italiani 11.600 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.

Ancora oggi, a distanza di quasi 110 anni, il dibattito storico è controverso sulle effettive responsabilità di Capello, Cadorna, Badoglio, l’unico che ne uscì salvo in termini politici. Ce lo ritroveremo anni dopo, di nuovo protagonista in negativo dopo la caduta del fascismo avvenuta il 25 luglio 1943.

25 ottobre 1917 – Seconda giornata della battaglia di Caporetto

La catena di comando: disposizioni, smentite e rallentamenti

  • Il generale Capello (che è ancora malato e soffre di nefrite) informa Cadorna che l’intera linea italiana alla sinistra dell’Isonzo è caduta in mano alle forze austro-tedesche. In mattinata Cadorna telegrafa a Roma:

«Alcuni reparti del IV corpo abbandonarono posizioni importantissime senza difenderle».

  • Sul fronte dell’Isonzo i combattimenti continuano, ma alla sera la XIV armata austro-tedesca ha il controllo del triangolo isontino (che ha come vertici Plezzo, Saga e, passando per Caporetto, Tolmino) e della catena montuosa che domina la pianura e dalla stretta di Saga minaccia l’alto Tagliamento.

Va comunque precisato che non esiste alcuna documentazione o testimonianza che uno o più reparti si arrendessero per tradimento o perché rifiutassero di combattere: crollarono perché sopraffatti dall’efficacia degli attacchi o sorpresi su posizioni infelici, per la mancanza di ordini e il collasso di tutta l’organizzazione difensiva.

  • Nuovo telegramma di Cadorna al governo in serata:

«Circa dieci reggimenti arresisi in massa senza combattere. Vedo delinearsi un disastro, contro il quale combatterò fino all’ultimo».

Il comandante supremo ordina la ritirata generale, poi ci ripensa e ordina la resistenza a oltranza sulla linea Monte Maggiore-Korada.

  • Alle ore 18 circa il generale Luigi Capello lascia il comando della IIa armata per il riacutizzarsi della nefrite. Gli succede il generale Luca Montuori.
  • Dopo un’animata discussione parlamentare, il governo Boselli è messo in minoranza: 314 i voti contrari, 96 i favorevoli. Il 26 le dimissioni del gabinetto.
  • Nel frattempo, Rommel ed il suo gruppo di soldati del battaglione Württenberg proseguono l’avanzata sul Kolovrat arrivando con facilità fino ai pressi del Monte Matajur, la cima più alta delle Valli del Natisone. Il giorno 25 un’altra azione di aggiramento permette di catturare migliaia di soldati italiani, arresisi senza combattere. Dal 24, in due soli giorni, hanno percorso ben 18 chilometri, scorazzando a piacimento all’interno delle linee italiane e catturando 150 ufficiali, 9 mila soldati e perdendo appena 39 uomini.

26 ottobre 1917 – Terzo giorno della battaglia di Caporetto

Cinque minuti dopo la mezzanotte del 26, Cadorna emette un nuovo proclama per incitare le truppe a resistere su una nuova linea, imperniata sul Montemaggiore ed estesa fino al Korada e a Salcano, nei pressi di Gorizia. Tentativo destinato al fallimento, considerata l’improvvisazione con la quale si cerca di coprire con truppe questa linea, lo stato d’animo delle truppe impegnate e l’estrema vicinanza del nemico incalzante. Gli Austro-Germanici delle punte avanzate, una volta raggiunta la testata delle valli, che fanno capo a Cividale, iniziano la marcia per raggiungere la pianura friulana. Nella valle del Natisone avanzano la 12a Divisione Slesiana e una parte della 26a Württemberg della riserva. L’Alpenkorps segue la valle del Rieca, la 200a Divisione e l’altra parte della 26a Württemberg le valli della Cosizza e dell’Erbezzo. L’altra divisione di riserva, la 5a Brandenburg, assieme alla 1a Divisione Austriaca scende per la valle dello Judrio. Gli Austriaci delle punte avanzate avanzano nelle valli Uccea e Resia verso Tolmezzo, l’alta valle del Tagliamento e la Carnia. Seguono la valle del Cornappo per raggiungere Tarcento e San Daniele.

Alle 11,40 cade il Matajur e alle 18,30 anche il Montemaggiore, considerato dal Comando Supremo perno fondamentale della linea di estrema resistenza.

A un giorno e mezzo dall’inizio della Battaglia, il gen. Cadorna cerca di nascondere la verità al Paese con dei bollettini ottimistici, ma ormai è chiaro: l’azione compiuta tra Plezzo e Tolmino da parte degli austro-germanici ha portato ad una disfatta del fronte italiano. Gli stessi vertici, nonostante le palesi mancanze ed errori, si gettano in una “corsa convulsa a scrollarsi di dosso ogni responsabilità della disfatta […] e mantenere così intatti il prestigio e l’onorabilità” (Ernesto Ragionieri, “Lo Stato Liberale”, in “Storia d’Italia Vol. 11”, Einaudi, Torino, 2005, p. 2034). La colpa, secondo loro, è del disfattismo imperante all’interno del Regno e dall’influenza avuta dalla Rivoluzione Russa sulle truppe.

Il 26 ottobre 1917 la situazione sul Carso in seguito all’attacco di Caporetto, diretto alle valli del Natisone è drammatica.

Lo sfondamento delle incursioni tedesche è ormai cosa fatta, mentre si sta organizzando per sgomberare il Comando Supremo di Udine, per trasferirsi a Treviso (27 ottobre).

Che questo paese non abbia ancora imparato a fare i conti con il proprio passato è ormai cosa certa. Lo possiamo dire a ritroso nel tempo per tutti i “fenomeni” storici italiani. Lo sfondamento di Caporetto avviene proprio al “confine” tra le competenze di due Armate del Regio Esercito, questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del reparto del generale Badoglio (XXVII° Corpo d’Armata) e quello del generale Cavaciocchi (IV° Corpo d’Armata). Incredibile a dirsi, ma ci furono i soliti “palleggiamenti” all’italiana, tipo, “dovevi entrare in azione tu e non io”.

Tra le cause accertate dello sfondamento, è la mancata risposta delle artiglierie italiane ai bombardamenti tedeschi e austriaci, iniziati alle ore 2 del 24 ottobre e protrattisi fino alle ore 6 dello stesso giorno. Badoglio inizia a rispondere con l’artiglieria a partire dalle ore 6, ma alle ore 8 i collegamenti telefonici erano già saltati, le condizioni meteo non permettevano i segnali luminosi e il Regio Esercito dovette limitarsi a trasmettere gli ordini via staffetta.

Come ho già scritto, Badoglio ce lo ritroveremo comandante in capo all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. In qualsiasi paese normale sarebbe finito davanti alla corte marziale nel 1919.

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27 ottobre 1917 – Quarto giorno della battaglia di Caporetto

Termina la battaglia difensiva di Caporetto e inizia la Ritirata

Il 27 ottobre 1917 il comandante supremo del Regio Esercito, generale Cadorna, sta già sgombrando il Comando Supremo di Udine, per trasferirsi nel nuovo quartier generale che sarà allestito a Treviso. Il suo comunicato alla Nazione di quel giorno è abbastanza eloquente e non credo che abbia bisogno di commenti, non solo perché nasconde alla Nazione la verità, ma perché inizia a covare quelli che saranno i comunicati dei giorni successivi, quelli celeberrimi in cui accusa le truppe di ammutinamento, tradimento, i suoi generali di inettitudine e la stampa, la politica nazionale di complotti atti ad aizzare le rivolte comuniste all’interno dell’esercito.

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Nel frattempo, sul campo di battaglia la ritirata avviene in forma del tutto sbandata, con battaglioni e reggimenti completamente spaccati, con soldati sparsi singolarmente che si perdono e chiedono di riunirsi ai loro reparti, si aggregano per la ritirata ad altri, attraversando strade e mulattiere ricolme di materiale bellico abbandonato, cavalli morti, mezzi e cannoni dati alle fiamme, per far sì che non cadano in mano al nemico.

Cadorna, appresa la caduta del Montemaggiore, ritiene impossibile ogni ulteriore resistenza e tra le 2,30 e le 3,30 del 27 ordina la ritirata di tutte le truppe schierate sul fronte orientale cioè Seconda Armata, Terza Armata e Gruppo Carnia: un milione e mezzo di Italiani tallonati da un milione di Austro-Ungarici si dirigono verso il Tagliamento, ma la ritirata si concluderà soltanto dietro il Piave.

Le truppe del generale von Below occupano Cividale e raggiungono il fiume Torre (affluente dell’Isonzo), incalzando così gli italiani. La ritirata della IIa armata è caotica, complicata dal fatto che Cadorna, ritenendola in uno stato di disgregazione tale da considerarla persa, favorisce nei passaggi sui ponti sul Tagliamento le truppe della Terza Armata del Duca d’Aosta di Savoia.

Verso mezzogiorno le truppe del generale von Berrer entrano in Cividale e nel pomeriggio il Comando Supremo italiano lascia Udine per Padova (con segreteria a Treviso). Nella notte non c’è più al di là dell’Isonzo nessun reparto della Seconda Armata. La Terza Armata del Duca d’Aosta di Savoia, che ha iniziato il ripiegamento dal Carso in serata, al mattino del 28 alle 10.30 sarà tutta sulla destra dell’Isonzo, mentre i Germanici occupano Udine.

Il caos della ritirata da Caporetto attraverso la piana friulana è una Storia Italiana

La battaglia di Caporetto è contraddistinta da due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. L’Isonzo è il fiume che segna l’inizio della ritirata, il Tagliamento è quello che sancisce la salvezza ritrovata e l’attestamento su posizioni difensive, che daranno la ripartenza al nostro Esercito per la riscossa di un anno esatto dopo (non a caso, la Battaglia della Vittoria inizierà esattamente il 24 ottobre 1918, cioè un anno esatto dopo l’inizio della Battaglia di Caporetto).

Nella ritirata al di qua dell’Isonzo, prima di raggiungere la salvezza, oltrepassando i ponti sul Tagliamento, molti reparti troveranno i tedeschi che li hanno preceduti, dovendo quindi, per salvarsi, affrontare scontri a fuoco incredibili (su tutti la Battaglia di Mortegliano e la Battaglia di Pozzuolo del Friuli), come appunto lo scontro di Villacaccia di Lestizza, in cui mio bisnonno fu catturato prigioniero il 30 ottobre 1917.

A questo si aggiunge l’intasamento delle vie di comunicazione provocato dai civili sfollati che anche loro scappano dalla furia omicida del nemico, che penetrando al di qua dell’Isonzo compie razzie e i consueti stupri che fanno parte di ogni guerra che si rispetti (ovviamente lo dico sarcasticamente).

28 ottobre 1917 – Quinta giornata della battaglia di Caporetto

Le truppe del generale Von Below occupano Udine, Gradisca e Cormòns. Palmanova è in fiamme.

Il nuovo bollettino firmato da Cadorna è quello passato tristemente alla Storia:

“La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia”

Domenica 28 ottobre 1917 il quadro è già piuttosto chiaro. Da allora fino al 7 novembre 1917, giorno in cui tradizionalmente si pone fine alla battaglia di Caporetto, la questione è di come gestire la ritirata di truppe e popolazione civile. Spesso sulle strade camminano fianco a fianco civili e militari in rotta. Ci sono però dei reparti che ancora continuano a combattere.

Atti eroici si susseguono anche nel corso della ritirata, come il massacro della cavalleria durante la battaglia di Pozzuolo del Friuli, il massacro della brigata Roma, che fu infangata (ce ne parla Barbero nel suo libro) e invece resiste strenuamente.

29 ottobre 1917 – Sesto giorno della battaglia di Caporetto

L’Italia ha un nuovo governo, che evidentemente è dovuto alla presa di coscienza della disfatta di Caporetto. Vittorio Emanuele Orlando, agli Interni nell’esecutivo precedente, è il Presidente del Consiglio. Orlando ha posto al Re come condizione per la sua accettazione la testa di Cadorna e ha scelto come ministro della Guerra il Generale Vittorio Alfieri, ostile al comandante supremo.

La motivazione è la comprovata impossibilità di una collaborazione con il generalissimo (Cadorna), oltre agli attacchi che quest’ultimo aveva rivolto alla politica, non abbastanza dura di Orlando, come ministro degli Interni nel governo Boselli. Agli Esteri resta Sonnino, Orlando mantiene gli Interni ad interim, Bissolati viene confermato ministro senza portafogli. Alle Finanze un uomo nuovo, politicamente ambizioso, riformista, il professore di Scienza delle finanze Francesco Saverio Nitti.

Nel frattempo, continua l’avanzata della fanteria austro-tedesca, che vuole arrivare al Tagliamento prima che gli italiani facciano saltare i ponti. La sera le prime truppe sono al Tagliamento, una decina di chilometri a nord di Codroipo. Con il fiume in piena (piove tantissimo in quei giorni), impossibile da guadare, scendono lungo la riva sinistra. La missione (dal punto di vista del nemico) ha pieno successo.

Ancora un comunicato

Il comunicato del 29 ottobre 1917, nella sua asciuttezza, riassume certamente lo stato di disorientamento del Comandante in Capo del Regio Esercito. Nel comunicato del giorno prima aveva alluso, nemmeno troppo velatamente, al tradimento di alcuni reparti, il giorno 29 dichiara che le truppe incaricate adempiono al loro dovere. Quello che non ci dice questo scarno comunicato è tutto ciò che c’è dietro, con reggimenti sconquassati, divisi, separati, con soldati che chiedono dove sono i loro commilitoni, ufficiali che si sono persi il loro reparto, cannoni abbandonati, cavalli morti. E poi il fango (ci furono piogge torrenziali in quei giorni), la scarsità di cibo e la conseguente mancanza di forze per le truppe, la stanchezza di soldati che non dormivano da giorni e che erano costretti a riposare per pochissime ore all’addiaccio nel fango e sotto la pioggia battente. Ciò è ampiamente documentato in tutti i diari di coloro che presero parte alla ritirata al di qua del Tagliamento (per chi riuscì a mettersi in salvo). Tutti gli altri, tra cui appunto il reggimento di mio bisnonno, si trovarono di fronte all’ultima sorpresa: cercando di raggiungere il Tagliamento si trovarono di fronte i reparti degli eserciti tedesco ed austro-ungarico che erano arrivati prima di loro in quelle zone, per cui ci furono accaniti combattimenti. Il più importante di questi combattimenti prende il nome di Battaglia di Pozzuolo del Friuli (con l’eroica resistenza della Brigata Bergamo), ma a margine di questo grosso scontro ci furono anche la Battaglia di Mortegliano (con oltre mille morti) e lo scontro di Villacaccia di Lestizza, in cui mio bisnonno fu catturato prigioniero. A Villacaccia di Lestizza i tedeschi piazzano una mitragliatrice sul campanile della chiesa del borgo e falciano tutto quello che gli passa davanti.

Paolo Gaspari, lo storico-editore friulano che da anni indaga su Caporetto e dintorni, ha scritto pagine definitive sull’argomento e ha sottratto all’oblio storie di generosi ufficiali e soldati che seppero opporre valida resistenza all’avanzante esercito austro-tedesco, riscattando l’onore italiano. Nella sconfitta di Caporetto, questo è storicamente accertato, non ci furono né viltà, né tradimenti della truppa, ma inettitudine, impreparazione, superficialità dei vertici militari, sottovalutazione del nemico e stupore da parte della truppa.

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30 ottobre 1917 – settimo giorno della battaglia di Caporetto

Il dado è tratto.

Ore 13. Gli italiani fanno saltare il ponte di Codroipo, prima che gli austro-tedeschi raggiungano il paese. Ma interi corpi e masse d’artiglierie italiane sono ancora sulla destra del Tagliamento.

Nella rotta di Caporetto i giorni più drammatici furono quelli tra l’Isonzo e il Tagliamento, in cui si ebbero quasi tutte le perdite.

Una fiumana di centinaia di migliaia di soldati disarmati e pronti a inneggiare alla pace, frammisti alle colonne di profughi con i poveri averi caricati su carrette. Spesso le due colonne di militari e civili procedono a capo chino una su un lato della strada e l’altra sull’altro lato, senza nemmeno guardarsi. Nessuno parla. Si ode solo il rumore dei carri, dei pochi cavalli rimasti e degli scarponi dei soldati calcare le strade infangate (perché nei giorni della disfatta piove tanto, proprio come in questi giorni).

Caporetto per l’Italia, significa, in cifre approssimative, 280.000 prigionieri, 350.000 militari sbandati, 40.000 soldati tra morti e feriti, 400.000 civili in fuga.

Furono abbandonati o persi nella ritirata 3.150 pezzi d’artiglieria (due terzi dei grossi calibri esistenti, metà dei medi, due quinti dei pezzi leggeri), 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici e quantità enormi di munizioni, viveri, rifornimenti di ogni tipo.

Tutto il territorio a destra del Tagliamento è già in mano agli austro-tedeschi. Gli italiani conservano solo le teste di ponte di Latisana e Ragogna, a difesa dei ponti di Pinzano e Cornino.

Dopo la disfatta, arriva anche la beffa per gli ultimi reggimenti in grado di combattere. Durante la ritirata, alcuni reparti italiani arrivano in località che già sono state occupate dal nemico, pertanto nella sorpresa generale, questi reparti, che pensavano di essere ormai “al sicuro” dietro le linee amiche, sono costretti a combattere. È così che mio bisnonno materno Cesare viene catturato dopo un ultimo combattimento. Probabilmente sfinito, il suo reggimento di appartenenza (il 229° della Brigata Campobasso) arriva in piena notte del 30, attorno alla una, nella frazione di Villacaccia (oggi Comune di Lestizza, nei pressi di Codroipo – Udine) si trova a combattere e ad essere sopraffatto insieme a tutto il piccolo contingente (ricordo che dopo la riforma dell’estate del 1917 un reggimento dell’Esercito Italiano era composto da 1800 uomini, o meglio, di quello che rimaneva di quei 1800 uomini).

Saranno tutti presi prigionieri, poche ore prima che gli italiani facciano saltare il ponte di Codroipo. La Brigata Campobasso sarà “sciolta” a fine novembre, perché quasi tutti i suoi appartenenti sono morti o sono stati catturati prigionieri.

Il comunicato alla nazione del 30 ottobre 1917

Il comunicato ufficiale alla Nazione del 30 ottobre fa cascare le braccia. Se un qualsiasi lettore si sintonizzasse su tutti questi comunicati giornalieri, leggendoli uno per uno, allora, forse, potrebbero avere anche un suo senso. Ma se una qualsiasi persona (e non c’è bisogno di essere uno storico!) li legge in sequenza, allora, come minimo, c’è qualcosa che non quadra, perché ora si parla di una ritirata che nei giorni precedenti non era nemmeno stata menzionata.

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Villacaccia di Lestizza, la fine della brigata Campobasso

Il 30 ottobre 1917 mio bisnonno viene catturato prigioniero a Villacaccia di Lestizza, intorno a mezzogiorno dopo uno scontro a fuoco in cui le due Brigate Verona e Campobasso, ormai decimate da una settimana di battaglia, si trovano a combattere contro le truppe austro-tedesche asserragliate sulle cime dei campanili e delle case del villaggio. Finiranno tutti prigionieri in Austria-Ungheria. Mio bisnonno finirà a Sigmundsherberg. Non ne ho traccia certa, ma un commilitone del 229°, catturato il 30 ottobre 1917 dopo questo scontro a Villacaccia e di cui ho ritrovato il diario personale all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), racconta di essere stato internato in quel campo e per analogia, ritengo che sia accaduta la stessa cosa a mio bisnonno.

La brigata Verona e la brigata Campobasso unite da un Destino comune

Sulla Verona e la Campobasso, sarebbe bello aprire una bella parentesi, perché sono due Brigate che praticamente in tutte le cronache si racconta che furono sempre legate tra loro, fin dall’undicesima battaglia dell’Isonzo. Quando riposava una, l’altra andava in prima linea. Il Destino di queste due Brigate è tragico: dopo la Battaglia di Caporetto saranno sciolte entrambe, perché ormai ridotte a poche centinaia di uomini (dai quattromila uomini ciascuna dai quali erano formate, ne rimasero circa, sto andando a memoria, 400 uomini per ciascuna, per un totale di circa 700-800 soldati da 8 mila che erano, tutto il resto furono o uccisi o fatti prigionieri).

Ribadisco che l’ultima cosa che voglio fare è glorificare la figura di mio bisnonno, antieroe per eccellenza che non parlò mai della sua esperienza. Non ne fece semplicemente mai parola. La verità è che questi uomini furono gettati nella mischia da una masnada di delinquenti (tutti i loro comandanti) che alle accademie militari avevano studiato le strategie di battaglia di Napoleone, quando ormai gli armamenti avevano avuto un’accelerazione tecnologica che li aveva surclassati, al livello di strategie adottate.

In più la catena di comando era composta da tutta una serie di tenentucci e capitanetti di 20 anni, figli della borghesia altolocata italiana, appena usciti dai corsi di un mese per farli andare a comandare plotoni e compagnie di centinaia di poveri loro coetanei mandati a morire nelle “ondate” di attacchi all’arma bianca in trincea.

Purtroppo, e lo dico appunto con rammarico, andando nei Musei della Grande Guerra sparsi per l’Italia del nord (l’estate scorsa sono andato a vedere quello di Asiago) si vedono solo i cimeli e le lettere e le insegne di questi ufficiali che si sono pavoneggiati di onorificenze. Anche i diari di guerra sono in gran parte stati scritti da ufficiali, che quindi hanno dato una lettura in gran parte parziale (ad es. gli ufficiali non facevano la fame).

A Pieve Santo Stefano (AR) l’Archivio Diaristico Nazionale: uno scrigno di Valore inestimabile

All’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) si trovano anche diari di soldati, anche se sono numericamente inferiori. E se vi venisse la voglia, come è venuta a me, di indagare sui propri antenati, allora vi posso anche dare qualche dritta e informazione su come consultare l’Archivio e su come avere notizie su come richiedere i Fogli Complementari presso gli Archivi di Stato Provinciali. È lì che ho ritrovato un paio di diari di tenenti che, riusciti a tornare vivi dopo la prigionia, hanno raccontato la storia del 229° reggimento della brigata Campobasso, a cui è intitolata una strada nella città di Gorizia.

Glossario della battaglia di Caporetto trilingue (IT/SL/DE)

Aree e centri

  1. CaporettoKobarid; Karfreit
  2. PlezzoBovec; Flitsch
  3. TolminoTolmin; Tolmein
  4. GoriziaGorica; Görz
  5. SalcanoSolkan
  6. Cividale del FriuliČedad; Cividale
  7. Udine(stor. ted. Weiden im Friaul; uso militare austro-ungarico sporadico)
  8. Codroipo(DE non d’uso; top. ufficiale IT)
  9. Villacaccia di Lestizza(DE non d’uso; top. ufficiale IT)
  10. San Daniele del Friuli(DE non d’uso; top. ufficiale IT)
  11. Tarcento(DE non d’uso; top. ufficiale IT)

Rilievi e linee

12. Matajur (Montemaggiore)Matajur
13. Monte Maggiore (Prealpi Giulie)(distinto dal Matajur/Montemaggiore)
14. Kolovrat / ColovratKolovrat
15. KoradaGora Korada
16. Bainsizza (altopiano)Banjšice / Banjška planota; Bainsizza-Hochebene
17. Monte NeroKrn
18. Mrzli (Monte Mrzli)Mrzli vrh (spesso chiamato dalla truppa anche Mersli o Mirsli)

Fiumi, valli, forre

19. IsonzoSoča
20. NatisoneNadiža / Nediža
21. JudrioIdrija
22. Tagliamento(SL: Tagliament; DE: Tagliamento – esonimo non usuale, si usa l’italiano)
23. UcceaUčja
24. ResiaRezija
25. Rieca (forra/torrente)Reka — affluente dell’Alberone/Aborna
26. AlberoneAborna
27. CosizzaKozca
28. ErbezzoArbeč
29. Breginj/BergognaBreginj (area tra Kobarid e val Natisone)

Unità e comandi

30. XIV Armata (ted.: 14. Armee) — formazione austro-tedesca d’attacco
31. Alpenkorps — corpo da montagna tedesco
32. Battaglione Württemberg — reparto d’élite dell’Alpenkorps
33. 12ª Divisione Slesiana — (ted. Schlesische)
34. 26ª Divisione Württemberg — (ted. 26. Württembergische Division)
35. 5ª (Brandenburg) — (ted. 5. Infanterie-Division, provenienza brandeburghese)
36. 1ª Divisione austriaca — (k.u.k. 1. Infanterietruppendivision)
37. 200ª Divisione — (ted. 200. Infanterie-Division, impieghi sul fronte isontino)
38. Comando Supremo — Gen. Luigi Cadorna
39. IV Corpo d’Armata — Gen. Giovanni Cavaciocchi
40. XXVII Corpo d’Armata — Gen. Pietro Badoglio

Nota: ho incluso solo esonimi tedeschi realmente d’uso o storicamente attestati; su centri minori senza tradizione germanofona manteniamo l’italiano (e lo sloveno quando pertinente).

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