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La Prima Guerra Mondiale, i documenti di Caporetto e la memoria storica digitale
La Prima Guerra Mondiale, con il suo carico di tragedie e trasformazioni epocali, continua a essere un argomento di studio e riflessione per storici, appassionati e curiosi. Tra gli eventi più emblematici di quel conflitto, la Battaglia di Caporetto occupa un posto di rilievo, non solo per il suo impatto militare, ma anche per le conseguenze politiche e sociali che ne derivarono. Faccio solo un esempio: solo pochi anni dopo la fine della Grande Guerra, sale al potere il Fascismo, che per ovvie ragioni di bieca propaganda glorificatoria, tenderà a rimuovere la storia, le cause e l’analisi della disfatta di Caporetto, per concentrarsi solo sulla glorificazione di Vittorio Veneto e della Vittoria finale (tra l’altro, come noto, la battaglia di Vittorio Veneto fu quasi una “passerella”, perché come noto, la vera vittoria fu quella sancita dalla Battaglia del Solstizio del 1918).
Una dozzina di anni fa, con gli strumenti online “dell’epoca” (perché ovviamente sappiamo tutti che 10-15 anni in termini di progresso online equivalgono a un’era geologica!), lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano ha compiuto un passo significativo verso la divulgazione storica, rendendo disponibili online i documenti ufficiali relativi alle operazioni militari di tutta la Grande Guerra e quindi anche della battaglia di Caporetto, inclusa la relazione della commissione d’inchiesta del 1919, istituita per indagare sulle cause della disfatta. Un’iniziativa che, almeno sulla carta, sembra incarnare un’idea di trasparenza e accessibilità culturale. Ma, come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli.
La condivisione digitale: un’operazione a metà
I documenti, ospitati sulla piattaforma Issuu.com, e facilmente ricercabili su Google, sono consultabili gratuitamente, ma con una limitazione che lascia l’amaro in bocca: non è possibile scaricarli. Sì, avete capito bene. Nonostante si tratti di file in formato PDF, questi possono essere visualizzati esclusivamente a schermo, senza alcuna opzione per il download.
Ora, immaginate di trovarvi di fronte a centinaia di pagine di relazioni, mappe, rapporti e analisi. Documenti che, per loro stessa natura, richiedono tempo, attenzione e, perché no, una certa comodità per essere studiati e compresi. E invece no: siete costretti a scorrere le pagine su uno schermo, con il rischio di affaticare gli occhi e perdere il filo del discorso.
Questa scelta, francamente, sembra un compromesso mal riuscito tra l’intenzione di condividere e la paura di perdere il controllo sui contenuti. Un paradosso, passatemi il termine, “all’italiana” che, in un’epoca in cui la digitalizzazione dovrebbe abbattere le barriere all’accesso alla conoscenza, suona quasi come una beffa.
Un’occasione mancata per la divulgazione storica
Non fraintendetemi: l’iniziativa dello Stato Maggiore dell’Esercito è lodevole. Rendere pubblici documenti di tale rilevanza storica è un atto di grande valore, che merita di essere riconosciuto. Tuttavia, la mancanza di una funzione di download rappresenta un limite significativo, che rischia di vanificare in parte gli sforzi compiuti.
La storia, per essere compresa e tramandata, ha bisogno di strumenti che ne facilitino l’accesso e lo studio. E se è vero che viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci permette di abbattere muri e confini, allora perché non sfruttarla appieno? Perché non consentire a studiosi, appassionati e semplici cittadini di scaricare quei documenti, magari per leggerli con calma, stamparli o analizzarli con gli strumenti che preferiscono?
Meglio di niente, ma non basta
In definitiva, questa operazione di condivisione digitale rappresenta un passo avanti, ma con il freno a mano tirato. È come se ci fosse stata la volontà di aprire una porta, ma senza permettere a nessuno di attraversarla completamente.
Eppure, la storia merita di essere raccontata e studiata senza ostacoli inutili. Speriamo che, in futuro, il Ministero della Difesa decida di completare questa opera di divulgazione, rendendo i documenti scaricabili e pienamente accessibili. Perché la memoria storica non è solo un dovere istituzionale, ma un patrimonio collettivo che appartiene a tutti noi.