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Un’indagine lunga tre anni, tra archivi, diari e ricordi familiari
Ci sono storie che si annidano tra le pieghe del tempo, come polvere dimenticata su un vecchio spartito, e che aspettano solo di essere riportate alla luce. La mia ricerca sulla battaglia di Caporetto è una di queste storie. Un viaggio iniziato nel 2017, in occasione del centenario di quell’evento che ha segnato in modo indelebile la storia d’Italia e, in un certo senso, anche la mia vita personale e che voglio condividere con voi.
Tutto è cominciato con un documento: il foglio complementare di mio bisnonno materno, un pezzo di carta ingiallito che mi ha rivelato la sua presenza in quel teatro di guerra. Da lì, come un archeologo che scava tra le rovine del passato, ho iniziato a ricostruire i frammenti di una vicenda che non appartiene solo alla mia famiglia, ma a un’intera generazione di uomini travolti dalla furia della Grande Guerra.
L’Archivio Diaristico Nazionale: un tesoro di voci dimenticate
La mia ricerca mi ha portato a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, dove si trova l’Archivio Diaristico Nazionale. Un luogo che, per chi come me è affascinato dalle storie personali e dalla memoria collettiva, rappresenta una sorta di santuario. Qui, tra scaffali colmi di diari, lettere e memorie, ho trovato le testimonianze di alcuni commilitoni di mio bisnonno, uomini che, come lui, facevano parte del 229° Reggimento della Brigata Campobasso.
Leggere quelle pagine è stato come ascoltare una sinfonia di voci che si intrecciano (mi sembravano le voci del pensiero di un film di Wim Wenders, “Il cielo sopra Berlino”), ognuna con il proprio timbro, ognuna con il proprio dolore. Ho trascorso ore, giorni, immerso in quelle storie, cercando di dare un volto e un’anima a nomi che altrimenti sarebbero rimasti solo inchiostro su carta.
Dalla memoria personale al racconto collettivo
Inizialmente, i risultati di questa ricerca li avevo condivisi solo su Facebook, in una serie di post destinati a un pubblico ristretto, i cosiddetti “amici”. Ma col tempo, mi sono reso conto che un lavoro così approfondito non meritava di rimanere confinato in un angolo di quella piattaforma, spesso dominata da contenuti di dubbia qualità.
Così, con la riattivazione del mio blog personale, fabri.news, ho deciso di dare a questa ricerca lo spazio che merita. Non più frammenti sparsi, ma un unico post articolato, dettagliato, arricchito dalle fonti che ho consultato e da nuove riflessioni maturate nel corso degli anni.
Un lavoro di cesello: tra memoria e rigore storico
La stesura di questo articolo non è stata un’impresa da poco. Solo per assemblare i vari pezzi di quanto avevo scritto negli anni su Facebook e dare loro una forma coerente ho impiegato circa 8-10 ore. In più, per pubblicare nel blog questa serie di 5 articoli ho impiegato una domenica intera, quindi altrettante 8 ore. E questo senza contare il tempo dedicato, negli anni, alla raccolta delle informazioni, alle visite agli archivi, alla lettura dei diari e alla commemorazione annuale della battaglia, ogni 24 ottobre.
Ma ne è valsa la pena. Perché raccontare la storia della battaglia di Caporetto non significa solo parlare di una sconfitta militare. Significa dare voce a chi non l’ha mai avuta, restituire dignità a chi è stato inghiottito dall’oblio, e, in un certo senso, riconciliarsi con il passato.
Le fonti: un omaggio alla memoria
In fondo a questo articolo troverete un elenco delle principali fonti che ho utilizzato per la mia ricerca. Non si tratta solo di libri e documenti ufficiali, ma anche di quelle voci dimenticate che ho avuto il privilegio di ascoltare tra le mura dell’Archivio Diaristico Nazionale. Perché, come diceva Primo Levi,
“chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”.
E io, nel mio piccolo, voglio fare la mia parte per ricordare.
Mio bisnonno alla battaglia di Caporetto, con il 229° reggimento della brigata Campobasso
Questo è il Foglio Complementare di mio bisnonno da parte della famiglia di mia mamma (ecco perché era una grande donna, ma non solo per questo, ovvio).
Fante della Brigata Campobasso 229° Reggimento.
Come si legge nella terzultima riga:
“Tale prigioniero di guerra (Caporetto), 30 ottobre 1917”.
Quando ho letto questa riga, sapendo che mio bisnonno, dai racconti di mia madre, aveva sempre lavorato come calzolaio, mi è sembrato di cambiare la scena di un film. E in effetti è proprio così.
Mio bisnonno, col 229° reggimento, si ritrova proprio sulla Bainsizza il 24 ottobre, ed è soggetto ad un veemente attacco da parte delle truppe austro-ungariche.
Viene catturato il 30 ottobre 1917 a Villacaccia di Lestizza, nei pressi di Codroipo, durante la ritirata di Caporetto e tradotto in un campo di prigionia in Austria-Ungheria, Sigmundsherberg, che oggi non esiste più, inteso come luogo della Memoria e dove è rimasta solo un’edicola con una Madonna. Da questo campo mio bisnonno riesce a tornare vivo a casa.
Nel corso della sua vita, a detta di mia madre, non parlerà mai della sua epopea e i giudizi si risolveranno sempre in sparute battute, in momenti particolari, come ad es. durante i pranzi dei giorni di festa, magari dopo aver bevuto un bicchiere in più! Parlerà sempre bene del popolo germanico e male degli austro-ungarici.
Mio bisnonno resistette 6 giorni e 6 notti, quando la rotta dell’esercito fu ben chiara già dopo due giorni. Ovviamente gli fu data la Croce di Ferro, anche se poi non contava quasi nulla (la davano a tutti coloro che furono in trincea per almeno un anno, senza distinzione di atti eroici). Infatti finì in un cassetto di un comò prima a casa del figlio (e della nuora), poi a casa della mia famiglia, custodito da mia mamma, arrotolato, in buone condizioni. Oggi l’ho fatto incorniciare in una cornice di radica, dopo che un sapiente artigiano, il carissimo Francesco, è riuscito a “stirarlo” e a renderlo quasi allo stato della perfezione.
Se controllate bene il Foglio Complementare riportato sopra, si vede che nel 1915 usufruì di una licenza per un periodo prolungato e questo perché gli nacque una figlia, Lina, mia nonna materna, che appunto nacque in quei giorni.
Nel 1916 è nella Brigata Puglie, col 71° reggimento, ma qui tralasceremo il racconto di quel periodo, anche se ho scoperto che era nella zona del Pasubio. Ho ritenuto di concentrare gli sforzi della mia ricerca nella battaglia di Caporetto, sia per il grande fascino storico che ha, nel capire i meccanismi della disfatta, sia perché appunto lega un Destino familiare e personale in maniera diretta al Destino Nazionale.
La disfatta di Caporetto è uno specchio dell’Italia e degli italiani. Per fortuna è solo “uno” specchio, il che significa che ce ne sono altri, ad es. lo specchio di Vittorio Veneto e della riscossa e del fatto che gli italiani non solo non sono vigliacchi, men che meno in guerra, anche se i nostri bisnonni e i nostri nonni sono sempre stati mandati a combattere la guerra degli straccioni per colpa dei tronfi politici che ci hanno governato.
Ma la disfatta di Caporetto è uno specchio importante dell’Italia.
Non voglio arrivare a dichiarare come Curzio Malaparte “Viva Caporetto” (dal titolo di un suo libercolo pubblicato per scuotere le coscienze del Primo Dopoguerra), perché Malaparte fu sempre volutamente provocatorio, sebbene lui scrivesse questo libro con intento positivo, come a dire che
“c’era voluta Caporetto affinché gli italiani si sentissero vogliosi di riscatto”.
[n.d.r., queste non sono parole di Malaparte, è una mia sintesi che si basa sul “succo finale” del libriccino].
Sono tutti temi che sono molto attuali anche oggi, compresa la Spagnola, la cui seconda “ondata” fu ben più devastante della prima. Si potrebbero fare dei parallelismi col Covid, ma mi fermo prima ancora di cominciare, altrimenti andiamo fuori tema.
Battaglia di Caporetto – 229° Reggimento della Brigata Campobasso
Il 229° reggimento della Brigata Campobasso, in cui militava mio bisnonno, si trova, semisbandato a cercare di trovare la strada per passare il Tagliamento. Comandato dal generale Gaetano Polver, che fuggirà a cavallo col suo attendente personale, abbandonando i suoi uomini (come riporta Paolo Gaspari nel libro “La battaglia dei generali”), il 29 ottobre 1917, il 229°, insieme al 230° (Brigata Campobasso) e i due reggimenti della Brigata Verona, si trovano a proteggere la celeberrima Brigata Sassari, che deve essere protetta a tutti i costi, come brigata d’élite. Pertanto, le due brigate Verona e Campobasso saranno le ultime di tutto l’esercito italiano a passare il Tagliamento, prima che gli italiani facciano saltare tutti i ponti sul fiume.
Nel corso delle mie ricerche, piuttosto che andare a cercare i documenti negli Archivi dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, dove purtroppo, troppo spesso, si trovano comunicati ufficiali pieni di arzigogoli, mi sono andato a cercare i documenti all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), dove ho trovato, consultato e letto con profonda commozione i diari privati di coloro che furono in quei giorni di Caporetto negli stessi reparti di mio bisnonno.
Per questa ragione, sono riuscito a creare una mappa di Google con tutti gli spostamenti della Campobasso dal 24 al 30 ottobre, giorno in cui mio bisnonno, nel corso di uno scontro a fuoco nei pressi del villaggio di Villacaccia di Lestizza viene preso prigioniero dai tedeschi, con il generale Polver già in fuga che ha passato il Tagliamento il giorno prima.
Mio bisnonno finirà recluso prigioniero nel campo di internamento di Sigmundsherberg (oggi non più esistente, nei pressi di Linz, là c’è solo un piccolo monumento che ne ricorda l’esistenza, qui il link e sotto vi posto la mappa, dove resterà per un anno, per poi rientrare a guerra finita, stremato e consunto dalla fame e dagli stenti. Anche questo fatto che finì a Sigmundsherberg sono venuto a scoprirlo poiché ho trovato il diario di un commilitone del 229° che fu catturato come lui il 30 ottobre 1917.
Le vicende di Caporetto, come sappiamo bene, saranno sempre ritenute una disfatta anche dallo Stato Maggiore dell’Esercito, che tutt’oggi fa fatica a riconoscere le responsabilità di Cadorna, nonostante poi la politica lo silurasse per fargli subentrare il generale Armando Diaz, che ci porterà alla Vittoria.
Negli ultimi anni della sua vita mio bisnonno parlerà sempre bene dei tedeschi e della Germania, nonostante sia stato catturato da loro quel tragico 30 ottobre.
Mio bisnonno morirà nel 1965. Sulla sua tomba ho fatto rifare la lapide in marmo bianco di Carrara con la scritta che riabilita questi soldati: “Eroe di Caporetto”. Non vigliacchi e codardi, che scapparono, come insinuato da Cadorna, ma veri e propri eroi che tentarono di salvare il salvabile.
Dove combatté il 229° Reggimento della Brigata Campobasso?
Ho creato una Mappa su Google con tutti i luoghi dove sono certo che stazionò, riposò in seconda linea e combatté il 229° Reggimento (e anche il 230°, l’altro Reggimento che componeva la Brigata Campobasso) da luglio 2017 fino alla disfatta di Caporetto e alla cattura di mio bisnonno materno.
All’interno di ogni singolo segnaposto, ho riassunto in qualche riga che cosa accadde durante lo stazionamento in quella località. Ad es. ho anche segnato i tempi e i luoghi “di riposo” in seconda linea, quando e dove, cioè i Reggimenti venivano trasferiti per riposarsi e venivano sostituiti da altri (storici sono gli avvicendamenti reciproci e reiterati con la Brigata Forlì).
Ci sono dei “buchi” temporali nella cronologia che sono riuscito a stilare. Ad es. dall’8 settembre al 24 ottobre sono riuscito a “raccogliere” informazioni sui luoghi di battaglia, perché in un paio di documenti di altri soldati e ufficiali, disponibili in rete in formato pdf, si parla di questi combattimenti del Reggimento, ma senza specificarne le date.
Come ho scritto nel precedente post, la cattura avvenne, ormai con la pressoché totale certezza, nella località di Villacaccia, frazione del Comune di Lestizza, Udine nelle ore centrali del 30 ottobre 1917, quando il suo reparto arrivò e trovò questo villaggio già occupato dagli austro-tedeschi.
A prescindere da quello che può essere il significato personale, familiare e parentale (io non ho mai conosciuto mio bisnonno), desidero sottolineare che questa ricerca vorrebbe solo essere uno stimolo a sapere qualcosa di più sui nostri avi.
Mio bisnonno non fu un eroe. Fu un povero disgraziato, mandato allo sbaraglio, come milioni di altri uomini italiani.
Tutta la documentazione su dove si trovarono a combattere i reparti, battaglioni, reggimenti e Brigate sono in parte reperibili online e in parte reperibili presso Centri di Documentazione del Ministero della Difesa. Se desiderate avere info su come procedere per ricercare dove combatterono i vostri avi, in fondo ho inserito una mini FAQ su come fare a ritrovare il Destino della vostra famiglia.
Fonti storiche
La mia fonte principale per questi scritti è stata il libro di Mario Silvestri, “Caporetto”. Ma ho tratto tante storie incredibili dal libro di memorie del generale Enrico Caviglia, “La dodicesima battaglia” (Caporetto), lucida analisi non intrisa di epopea cadorniana e falsità storiche. Il libro di Caviglia penso che sia il migliore approccio per avvicinarsi alla disfatta di Caporetto.
Non va dimenticato il monumentale libro Caporetto del prof. Alessandro Barbero. È un libro divulgativo eccezionale, ma per capire meglio, bisogna leggere Caviglia.
Altra fonte di ispirazione è Emilio Faldella, con tutti i suoi scritti sulla battaglia.
E non posso dimenticare Paolo Gaspari, storico friulano, scrittore ed editore, che è riuscito a entrare scandagliando gli archivi locali del Friuli, facendo un’opera incredibile di dettaglio. È grazie a Gaspari che ho appreso dei dettagli di Villacaccia e di tutti gli spostamenti finali della Campobasso (incrociando anche i dati coi racconti di Caviglia e degli altri).
Come ho ricostruito le vicende di mio bisnonno a Caporetto a partire dal Foglio Complementare
1) Comincia a controllare i documenti a casa
Raccogli foto, lettere, libretti militari e soprattutto Fogli matricolari e Fogli complementari. Annota a matita ogni dettaglio: numeri di matricola, reparti (es. 229°–230° Brigata Campobasso), luoghi e date. Ogni riga è una pista.
Nel mio caso, quando è morta mia mamma nel 2013, ho ritrovato in fondo a un cassetto arrotolato male, ma in buone condizioni, l’attestato di riconoscimento della Croce di Ferro, che veniva data a tutti i soldati che avevano almeno 12 mesi in prima linea (anche senza essersi distinti in particolari atti di eroismo, per quanto ovviamente è già un atto profondamente eroico resistere 12 mesi in prima linea).
2) Fai una ricerca negli archivi pubblici
- Archivi di Stato provinciali: custodiscono i Fogli matricolari (per anno di nascita e provincia). Porta un documento, richiedi il registro del circondario giusto.
- Croce Rossa Internazionale – prigionieri di guerra: schedari per i campi (es. Sigmundsherberg). Nel mio caso la ricerca non ha dato esito.
- Archivio Diaristico Nazionale (Pieve Santo Stefano): confronto con memorie coeve per contesto umano e appartenenza agli stessi reparti del tuo parente/congiunto.
- Albi d’oro e ruoli matricolari: verifiche su caduti, feriti, decorazioni. Nel mio caso, rivolgendomi allo Stato Maggiore dell’Esercito, non ho ottenuto particolari informazioni.
3) Mappare i luoghi
Costruisci una mappa (anche con My Maps) con tutte le tappe, basandoti sulle cronache e i diari che sei riuscito a trovare presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR): Bainsizza, Tagliamento, Villacaccia di Lestizza. Visualizzare la sequenza aiuta a capire tempi e distanze.
4) Decifrare reparti e sigle
Traduce le sigle: brigata/reggimento/battaglione/compagnia. Verifica gli ordini di battaglia nei giorni indicati e sovrapponi il movimento del reparto con gli eventi della 24–30 ottobre 1917.
5) Verifiche incrociate e rigore
Confronta sempre almeno due fonti per ogni informazione. Se c’è un vuoto (es. un giorno senza notizie), cerca nelle memorie di reparti contigui o nelle cronache locali. Segna ciò che è certo e ciò che è probabile. Ad es., durante la ritirata di Caporetto, la brigata Verona e la brigata Campobasso fanno grosso modo lo stesso percorso e sono legate a doppio filo. Se trovi un diario riportato da un membro della brigata Verona è assai probabile che il percorso della ritirata sia stato distanziato di soli pochi chilometri.
Tip: se trovi «Villacaccia di Lestizza» o «Sigmundsherberg» nel tuo Foglio, segna subito data e reparto. Sono parole-chiave che ti permettono di risalire a blocchi operativi precisi e a testimonianze disponibili.
Mini FAQ per chi inizia a fare ricerche sui propri antenati che combatterono nella Grande Guerra (Prima Guerra Mondiale)
Dove trovo il Foglio matricolare o complementare?
Quasi sempre negli Archivi di Stato della provincia di nascita. Cerca per classe di leva e numero di registro. Costo dell’operazione: pochi euro di spese amministrative. Se ci vai di persona, ancora meno.
Non capisco la grafia o le sigle
Trascrivi a mano, poi confronta con glossari online o dizionari militari d’epoca. Le ricorrenze aiutano a sciogliere i dubbi. Oggi possiamo provare anche con la AI, ma va sempre presa con le molle.
Come collego un luogo alla mappa attuale?
Usa il nome storico e quello moderno (Caporetto/Kobarid, Plezzo/Bovec, Tolmino/Tolmin). Controlla altitudini e crinali per capire le direttrici di marcia.