La battaglia di Caporetto, cronaca giorno per giorno (24–30 ottobre 1917): cronaca, luoghi e reparti in campo

Assalto alla baionetta di truppe tedesche contro una postazione italiana nascosta in una grotta sul carso (kras; karst); difensori colti di sorpresa tra sacchi di sabbia e travi di legno. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

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Cronaca della battaglia di Caporetto

24 ottobre 1917: inizia l’offensiva tedesca e austro-ungarica

Nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1917, alle ore 2, scatta l’attacco delle truppe austro-ungariche, che iniziano a bombardare pesantemente le linee italiane tra Plezzo e Tolmino, una curva ideale che si estende per circa 25 km e che comprende il paesino di Caporetto (Karfreit in tedesco, oggi Kobarid in sloveno), fino all’altopiano della Bainsizza, dove poi ci saranno i combattimenti più aspri.

Il bombardamento dura solamente qualche ora, ma è devastante e distrugge le trincee italiane, usando anche i gas contro le postazioni d’artiglieria italiane, poi con esplosivo ad alto potenziale sulle prime linee. Durante le prime quattro ore di bombardamento viene giù il finimondo, dalle 6 alle 8 del mattino, il bombardamento continua, ma meno intenso, perché le truppe tedesche e austro-ungariche sono già penetrate nelle linee italiane e le bombe rischierebbero di colpire i loro soldati. È l’inizio della dodicesima battaglia dell’Isonzo, più nota come battaglia di Caporetto o disfatta di Caporetto, se si pone l’accento sulle conseguenze.

Alle ore 7 la XIVa armata austro-tedesca sferra l’attacco. Da Plezzo, dopo che il gas fosgene ha eliminato i 600 italiani che presidiavano il fondovalle, due divisioni austriache di punta scendono seguendo il corso dell’Isonzo e superano abbastanza facilmente una resistenza non coordinata. L’Alpenkorps tedesco attacca dalla zona di Tolmino, preceduto dal battaglione di montagna Württemberg, il battaglione di un giovanissimo Erwin Rommel.

È l’inizio della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo, più tristemente famosa come la Battaglia di Caporetto. È la più grande disfatta della Storia Militare Italiana ed una delle più immani tragedie che piaga il nostro paese.

È da inizio settembre che lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-Ungarico sta pianificando un’azione per contrattaccare il Regio Esercito Italiano, che nell’Undicesima Battaglia dell’Isonzo si era conquistato l’altopiano della Bainsizza in una sanguinosa battaglia alla quale partecipò anche mio bisnonno, fante del 229° Reggimento della Brigata Campobasso.

Cadorna e lo Stato Maggiore di Udine sanno che un attacco ci sarà, ma nessuno se lo aspetta proveniente da Caporetto e tutte le segnalazioni che arrivano in questo senso vengono considerate semplicemente dei depistaggi del nemico.

Tutti sanno che a fine ottobre ci sarà un attacco. Anche Cadorna. Ma Cadorna minimizza. Non è l’unico. Esistono già le intercettazioni telefoniche sul campo di battaglia ed anche alcuni disertori austriaci, catturati dai nostri soldati sui limiti delle trincee, confermano che sono in atto preparativi possenti per sferrare un attacco con l’aiuto dell’esercito tedesco. Un disertore romeno, catturato alcuni giorni prima dell’attacco, racconta dettagliatamente i movimenti di truppe, gli spostamenti e tutto quello che sta accadendo nella parte di fronte austro-ungarico, ma non viene creduto.

Il generale tedesco von Hindenburg (quello che nel gennaio del 1933 consegnerà la Germania in mano ad Adolf Hitler, in qualità di Presidente della Repubblica di Weimar!) ha schierato 6 divisioni (circa 120 mila uomini) e 5000 cannoni per dare una mano all’alleato austro-ungarico, stremato, coi soldati letteralmente alla fame.

I tedeschi sono “smart”, hanno un corpo fatto di ufficiali addestrati a saper prendere le iniziative in autonomia, anche in mancanza di collegamenti delle comunicazioni telefoniche coi comandi. Tra essi un giovanissimo tenente Erwin Rommel, che racconterà poi quei giorni in un libro di memorie dedicato proprio a Caporetto.

Le truppe italiane si ritrovano sguarnite, perché i battaglioni avanzati tedeschi, tra i quali il Württemberg di Rommel, riescono alla perfezione a tagliare le linee del telegrafo e il comando italiano di Udine non riesce più ad impartire gli ordini e viceversa i comandi sulle prime linee non riescono a chiedere aiuto.

Il Regio Esercito non emana nessun regolamento per la battaglia difensiva, non prepara il necessario servizio di collegamento fra il Comando Supremo e le Armate, non predispone né cura di far predisporre la difesa in profondità, divenuta norma dell’esercito tedesco, con intere divisioni destinate al contrattacco dal fondo. È vero che la difesa italiana prevede una prima linea, una seconda linea e una retrovia, ma praticamente le seconde e terze linee sono impreparate e sguarnite, con soldati appena inviati a combattere in forma di rincalzo. In pratica, sfondata la prima linea, i tedeschi trovano delle praterie. Né si pensa a orientare i comandi su eventuali misure di ripiegamento. È entrato nella storia militare il fatto che le linee telefoniche italiane non erano schermate coi tubi di piombo, come facevano i tedeschi e, in parte anche gli austro-ungarici, per cui bastava una qualsiasi granata per tranciare i cavi. Cosa che puntualmente avvenne, tagliando anche la catena di comando, con reparti rimasti completamente isolati e senza ordini provenienti dall’alto. Una disfatta annunciata, anche perché gli italiani erano stati addestrati a combattere una guerra di attacco e non una guerra difensiva.

Curiosamente il generale Cadorna il 24 ottobre scrive un comunicato molto fiducioso e confidente nei propri mezzi.

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L’offensiva di Caporetto da parte degli Imperi Centrali è un capolavoro di tattica. Le incursioni delle piccole unità, soprattutto tedesche, sparigliano le carte a un esercito, come quello nostro, che è abituato ad “aspettare” il nemico asserragliato nelle trincee (come era peraltro consueto a quei tempi).

I tedeschi introducono un nuovo modo di fare la guerra, con rapidi inserimenti tra le maglie del nemico, per poi prendere alle spalle i soldati in trincea che rimangono letteralmente basiti. Ci sono racconti di ufficiali italiani che ci dicono che un momento sentono gli spari provenire da davanti e dopo un’ora da dietro con i tedeschi che li prendono prigionieri.

Nel frattempo, un sapiente lavoro di taglio delle linee telefoniche da campo fa sì che il Regio Esercito resti senza ordini, ove il credo impartito a questi tenenti e capitani italiani di 20 anni, appena usciti dai corsi di un mese (li chiamavano i “corsi di corsa”, cit. prof. Alessandro Barbero), era quello di non prendere mai iniziative di testa propria, ma di aspettare gli ordini provenienti dal Comando Generale.

È il prologo della disfatta. Ufficiali senza ordini, linee telefoniche tagliate, soldati accerchiati e presi prigionieri a intere compagnie.

Intorno a metà giornata del 25 ottobre ormai è chiaro che le truppe italiane non possono più resistere, a parte alcuni sparuti gruppi di eroi (che tra l’altro poi saranno anche infangati dal Capo Supremo della Forze Armate, gen. Luigi Cadorna, che dà la colpa alla IVa Armata, comandata dal gen. Capello, della rotta e incolpa i soldati).

Già il 26 ottobre la disfatta è ben chiara a tutti, la ritirata ormai è inevitabile.

La disfatta di Caporetto costerà agli italiani 11.600 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.

Ancora oggi, a distanza di quasi 110 anni, il dibattito storico è controverso sulle effettive responsabilità di Capello, Cadorna, Badoglio, l’unico che ne uscì salvo in termini politici. Ce lo ritroveremo anni dopo, di nuovo protagonista in negativo dopo la caduta del fascismo avvenuta il 25 luglio 1943.

25 ottobre 1917 – Seconda giornata della battaglia di Caporetto

La catena di comando: disposizioni, smentite e rallentamenti

  • Il generale Capello (che è ancora malato e soffre di nefrite) informa Cadorna che l’intera linea italiana alla sinistra dell’Isonzo è caduta in mano alle forze austro-tedesche. In mattinata Cadorna telegrafa a Roma:

«Alcuni reparti del IV corpo abbandonarono posizioni importantissime senza difenderle».

  • Sul fronte dell’Isonzo i combattimenti continuano, ma alla sera la XIV armata austro-tedesca ha il controllo del triangolo isontino (che ha come vertici Plezzo, Saga e, passando per Caporetto, Tolmino) e della catena montuosa che domina la pianura e dalla stretta di Saga minaccia l’alto Tagliamento.

Va comunque precisato che non esiste alcuna documentazione o testimonianza che uno o più reparti si arrendessero per tradimento o perché rifiutassero di combattere: crollarono perché sopraffatti dall’efficacia degli attacchi o sorpresi su posizioni infelici, per la mancanza di ordini e il collasso di tutta l’organizzazione difensiva.

  • Nuovo telegramma di Cadorna al governo in serata:

«Circa dieci reggimenti arresisi in massa senza combattere. Vedo delinearsi un disastro, contro il quale combatterò fino all’ultimo».

Il comandante supremo ordina la ritirata generale, poi ci ripensa e ordina la resistenza a oltranza sulla linea Monte Maggiore-Korada.

  • Alle ore 18 circa il generale Luigi Capello lascia il comando della IIa armata per il riacutizzarsi della nefrite. Gli succede il generale Luca Montuori.
  • Dopo un’animata discussione parlamentare, il governo Boselli è messo in minoranza: 314 i voti contrari, 96 i favorevoli. Il 26 le dimissioni del gabinetto.
  • Nel frattempo, Rommel ed il suo gruppo di soldati del battaglione Württenberg proseguono l’avanzata sul Kolovrat arrivando con facilità fino ai pressi del Monte Matajur, la cima più alta delle Valli del Natisone. Il giorno 25 un’altra azione di aggiramento permette di catturare migliaia di soldati italiani, arresisi senza combattere. Dal 24, in due soli giorni, hanno percorso ben 18 chilometri, scorazzando a piacimento all’interno delle linee italiane e catturando 150 ufficiali, 9 mila soldati e perdendo appena 39 uomini.

26 ottobre 1917 – Terzo giorno della battaglia di Caporetto

Cinque minuti dopo la mezzanotte del 26, Cadorna emette un nuovo proclama per incitare le truppe a resistere su una nuova linea, imperniata sul Montemaggiore ed estesa fino al Korada e a Salcano, nei pressi di Gorizia. Tentativo destinato al fallimento, considerata l’improvvisazione con la quale si cerca di coprire con truppe questa linea, lo stato d’animo delle truppe impegnate e l’estrema vicinanza del nemico incalzante. Gli Austro-Germanici delle punte avanzate, una volta raggiunta la testata delle valli, che fanno capo a Cividale, iniziano la marcia per raggiungere la pianura friulana. Nella valle del Natisone avanzano la 12a Divisione Slesiana e una parte della 26a Württemberg della riserva. L’Alpenkorps segue la valle del Rieca, la 200a Divisione e l’altra parte della 26a Württemberg le valli della Cosizza e dell’Erbezzo. L’altra divisione di riserva, la 5a Brandenburg, assieme alla 1a Divisione Austriaca scende per la valle dello Judrio. Gli Austriaci delle punte avanzate avanzano nelle valli Uccea e Resia verso Tolmezzo, l’alta valle del Tagliamento e la Carnia. Seguono la valle del Cornappo per raggiungere Tarcento e San Daniele.

Alle 11,40 cade il Matajur e alle 18,30 anche il Montemaggiore, considerato dal Comando Supremo perno fondamentale della linea di estrema resistenza.

A un giorno e mezzo dall’inizio della Battaglia, il gen. Cadorna cerca di nascondere la verità al Paese con dei bollettini ottimistici, ma ormai è chiaro: l’azione compiuta tra Plezzo e Tolmino da parte degli austro-germanici ha portato ad una disfatta del fronte italiano. Gli stessi vertici, nonostante le palesi mancanze ed errori, si gettano in una “corsa convulsa a scrollarsi di dosso ogni responsabilità della disfatta […] e mantenere così intatti il prestigio e l’onorabilità” (Ernesto Ragionieri, “Lo Stato Liberale”, in “Storia d’Italia Vol. 11”, Einaudi, Torino, 2005, p. 2034). La colpa, secondo loro, è del disfattismo imperante all’interno del Regno e dall’influenza avuta dalla Rivoluzione Russa sulle truppe.

Il 26 ottobre 1917 la situazione sul Carso in seguito all’attacco di Caporetto, diretto alle valli del Natisone è drammatica.

Lo sfondamento delle incursioni tedesche è ormai cosa fatta, mentre si sta organizzando per sgomberare il Comando Supremo di Udine, per trasferirsi a Treviso (27 ottobre).

Che questo paese non abbia ancora imparato a fare i conti con il proprio passato è ormai cosa certa. Lo possiamo dire a ritroso nel tempo per tutti i “fenomeni” storici italiani. Lo sfondamento di Caporetto avviene proprio al “confine” tra le competenze di due Armate del Regio Esercito, questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del reparto del generale Badoglio (XXVII° Corpo d’Armata) e quello del generale Cavaciocchi (IV° Corpo d’Armata). Incredibile a dirsi, ma ci furono i soliti “palleggiamenti” all’italiana, tipo, “dovevi entrare in azione tu e non io”.

Tra le cause accertate dello sfondamento, è la mancata risposta delle artiglierie italiane ai bombardamenti tedeschi e austriaci, iniziati alle ore 2 del 24 ottobre e protrattisi fino alle ore 6 dello stesso giorno. Badoglio inizia a rispondere con l’artiglieria a partire dalle ore 6, ma alle ore 8 i collegamenti telefonici erano già saltati, le condizioni meteo non permettevano i segnali luminosi e il Regio Esercito dovette limitarsi a trasmettere gli ordini via staffetta.

Come ho già scritto, Badoglio ce lo ritroveremo comandante in capo all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. In qualsiasi paese normale sarebbe finito davanti alla corte marziale nel 1919.

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27 ottobre 1917 – Quarto giorno della battaglia di Caporetto

Termina la battaglia difensiva di Caporetto e inizia la Ritirata

Il 27 ottobre 1917 il comandante supremo del Regio Esercito, generale Cadorna, sta già sgombrando il Comando Supremo di Udine, per trasferirsi nel nuovo quartier generale che sarà allestito a Treviso. Il suo comunicato alla Nazione di quel giorno è abbastanza eloquente e non credo che abbia bisogno di commenti, non solo perché nasconde alla Nazione la verità, ma perché inizia a covare quelli che saranno i comunicati dei giorni successivi, quelli celeberrimi in cui accusa le truppe di ammutinamento, tradimento, i suoi generali di inettitudine e la stampa, la politica nazionale di complotti atti ad aizzare le rivolte comuniste all’interno dell’esercito.

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Nel frattempo, sul campo di battaglia la ritirata avviene in forma del tutto sbandata, con battaglioni e reggimenti completamente spaccati, con soldati sparsi singolarmente che si perdono e chiedono di riunirsi ai loro reparti, si aggregano per la ritirata ad altri, attraversando strade e mulattiere ricolme di materiale bellico abbandonato, cavalli morti, mezzi e cannoni dati alle fiamme, per far sì che non cadano in mano al nemico.

Cadorna, appresa la caduta del Montemaggiore, ritiene impossibile ogni ulteriore resistenza e tra le 2,30 e le 3,30 del 27 ordina la ritirata di tutte le truppe schierate sul fronte orientale cioè Seconda Armata, Terza Armata e Gruppo Carnia: un milione e mezzo di Italiani tallonati da un milione di Austro-Ungarici si dirigono verso il Tagliamento, ma la ritirata si concluderà soltanto dietro il Piave.

Le truppe del generale von Below occupano Cividale e raggiungono il fiume Torre (affluente dell’Isonzo), incalzando così gli italiani. La ritirata della IIa armata è caotica, complicata dal fatto che Cadorna, ritenendola in uno stato di disgregazione tale da considerarla persa, favorisce nei passaggi sui ponti sul Tagliamento le truppe della Terza Armata del Duca d’Aosta di Savoia.

Verso mezzogiorno le truppe del generale von Berrer entrano in Cividale e nel pomeriggio il Comando Supremo italiano lascia Udine per Padova (con segreteria a Treviso). Nella notte non c’è più al di là dell’Isonzo nessun reparto della Seconda Armata. La Terza Armata del Duca d’Aosta di Savoia, che ha iniziato il ripiegamento dal Carso in serata, al mattino del 28 alle 10.30 sarà tutta sulla destra dell’Isonzo, mentre i Germanici occupano Udine.

Il caos della ritirata da Caporetto attraverso la piana friulana è una Storia Italiana

La battaglia di Caporetto è contraddistinta da due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. L’Isonzo è il fiume che segna l’inizio della ritirata, il Tagliamento è quello che sancisce la salvezza ritrovata e l’attestamento su posizioni difensive, che daranno la ripartenza al nostro Esercito per la riscossa di un anno esatto dopo (non a caso, la Battaglia della Vittoria inizierà esattamente il 24 ottobre 1918, cioè un anno esatto dopo l’inizio della Battaglia di Caporetto).

Nella ritirata al di qua dell’Isonzo, prima di raggiungere la salvezza, oltrepassando i ponti sul Tagliamento, molti reparti troveranno i tedeschi che li hanno preceduti, dovendo quindi, per salvarsi, affrontare scontri a fuoco incredibili (su tutti la Battaglia di Mortegliano e la Battaglia di Pozzuolo del Friuli), come appunto lo scontro di Villacaccia di Lestizza, in cui mio bisnonno fu catturato prigioniero il 30 ottobre 1917.

A questo si aggiunge l’intasamento delle vie di comunicazione provocato dai civili sfollati che anche loro scappano dalla furia omicida del nemico, che penetrando al di qua dell’Isonzo compie razzie e i consueti stupri che fanno parte di ogni guerra che si rispetti (ovviamente lo dico sarcasticamente).

28 ottobre 1917 – Quinta giornata della battaglia di Caporetto

Le truppe del generale Von Below occupano Udine, Gradisca e Cormòns. Palmanova è in fiamme.

Il nuovo bollettino firmato da Cadorna è quello passato tristemente alla Storia:

“La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia”

Domenica 28 ottobre 1917 il quadro è già piuttosto chiaro. Da allora fino al 7 novembre 1917, giorno in cui tradizionalmente si pone fine alla battaglia di Caporetto, la questione è di come gestire la ritirata di truppe e popolazione civile. Spesso sulle strade camminano fianco a fianco civili e militari in rotta. Ci sono però dei reparti che ancora continuano a combattere.

Atti eroici si susseguono anche nel corso della ritirata, come il massacro della cavalleria durante la battaglia di Pozzuolo del Friuli, il massacro della brigata Roma, che fu infangata (ce ne parla Barbero nel suo libro) e invece resiste strenuamente.

29 ottobre 1917 – Sesto giorno della battaglia di Caporetto

L’Italia ha un nuovo governo, che evidentemente è dovuto alla presa di coscienza della disfatta di Caporetto. Vittorio Emanuele Orlando, agli Interni nell’esecutivo precedente, è il Presidente del Consiglio. Orlando ha posto al Re come condizione per la sua accettazione la testa di Cadorna e ha scelto come ministro della Guerra il Generale Vittorio Alfieri, ostile al comandante supremo.

La motivazione è la comprovata impossibilità di una collaborazione con il generalissimo (Cadorna), oltre agli attacchi che quest’ultimo aveva rivolto alla politica, non abbastanza dura di Orlando, come ministro degli Interni nel governo Boselli. Agli Esteri resta Sonnino, Orlando mantiene gli Interni ad interim, Bissolati viene confermato ministro senza portafogli. Alle Finanze un uomo nuovo, politicamente ambizioso, riformista, il professore di Scienza delle finanze Francesco Saverio Nitti.

Nel frattempo, continua l’avanzata della fanteria austro-tedesca, che vuole arrivare al Tagliamento prima che gli italiani facciano saltare i ponti. La sera le prime truppe sono al Tagliamento, una decina di chilometri a nord di Codroipo. Con il fiume in piena (piove tantissimo in quei giorni), impossibile da guadare, scendono lungo la riva sinistra. La missione (dal punto di vista del nemico) ha pieno successo.

Ancora un comunicato

Il comunicato del 29 ottobre 1917, nella sua asciuttezza, riassume certamente lo stato di disorientamento del Comandante in Capo del Regio Esercito. Nel comunicato del giorno prima aveva alluso, nemmeno troppo velatamente, al tradimento di alcuni reparti, il giorno 29 dichiara che le truppe incaricate adempiono al loro dovere. Quello che non ci dice questo scarno comunicato è tutto ciò che c’è dietro, con reggimenti sconquassati, divisi, separati, con soldati che chiedono dove sono i loro commilitoni, ufficiali che si sono persi il loro reparto, cannoni abbandonati, cavalli morti. E poi il fango (ci furono piogge torrenziali in quei giorni), la scarsità di cibo e la conseguente mancanza di forze per le truppe, la stanchezza di soldati che non dormivano da giorni e che erano costretti a riposare per pochissime ore all’addiaccio nel fango e sotto la pioggia battente. Ciò è ampiamente documentato in tutti i diari di coloro che presero parte alla ritirata al di qua del Tagliamento (per chi riuscì a mettersi in salvo). Tutti gli altri, tra cui appunto il reggimento di mio bisnonno, si trovarono di fronte all’ultima sorpresa: cercando di raggiungere il Tagliamento si trovarono di fronte i reparti degli eserciti tedesco ed austro-ungarico che erano arrivati prima di loro in quelle zone, per cui ci furono accaniti combattimenti. Il più importante di questi combattimenti prende il nome di Battaglia di Pozzuolo del Friuli (con l’eroica resistenza della Brigata Bergamo), ma a margine di questo grosso scontro ci furono anche la Battaglia di Mortegliano (con oltre mille morti) e lo scontro di Villacaccia di Lestizza, in cui mio bisnonno fu catturato prigioniero. A Villacaccia di Lestizza i tedeschi piazzano una mitragliatrice sul campanile della chiesa del borgo e falciano tutto quello che gli passa davanti.

Paolo Gaspari, lo storico-editore friulano che da anni indaga su Caporetto e dintorni, ha scritto pagine definitive sull’argomento e ha sottratto all’oblio storie di generosi ufficiali e soldati che seppero opporre valida resistenza all’avanzante esercito austro-tedesco, riscattando l’onore italiano. Nella sconfitta di Caporetto, questo è storicamente accertato, non ci furono né viltà, né tradimenti della truppa, ma inettitudine, impreparazione, superficialità dei vertici militari, sottovalutazione del nemico e stupore da parte della truppa.

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30 ottobre 1917 – settimo giorno della battaglia di Caporetto

Il dado è tratto.

Ore 13. Gli italiani fanno saltare il ponte di Codroipo, prima che gli austro-tedeschi raggiungano il paese. Ma interi corpi e masse d’artiglierie italiane sono ancora sulla destra del Tagliamento.

Nella rotta di Caporetto i giorni più drammatici furono quelli tra l’Isonzo e il Tagliamento, in cui si ebbero quasi tutte le perdite.

Una fiumana di centinaia di migliaia di soldati disarmati e pronti a inneggiare alla pace, frammisti alle colonne di profughi con i poveri averi caricati su carrette. Spesso le due colonne di militari e civili procedono a capo chino una su un lato della strada e l’altra sull’altro lato, senza nemmeno guardarsi. Nessuno parla. Si ode solo il rumore dei carri, dei pochi cavalli rimasti e degli scarponi dei soldati calcare le strade infangate (perché nei giorni della disfatta piove tanto, proprio come in questi giorni).

Caporetto per l’Italia, significa, in cifre approssimative, 280.000 prigionieri, 350.000 militari sbandati, 40.000 soldati tra morti e feriti, 400.000 civili in fuga.

Furono abbandonati o persi nella ritirata 3.150 pezzi d’artiglieria (due terzi dei grossi calibri esistenti, metà dei medi, due quinti dei pezzi leggeri), 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici e quantità enormi di munizioni, viveri, rifornimenti di ogni tipo.

Tutto il territorio a destra del Tagliamento è già in mano agli austro-tedeschi. Gli italiani conservano solo le teste di ponte di Latisana e Ragogna, a difesa dei ponti di Pinzano e Cornino.

Dopo la disfatta, arriva anche la beffa per gli ultimi reggimenti in grado di combattere. Durante la ritirata, alcuni reparti italiani arrivano in località che già sono state occupate dal nemico, pertanto nella sorpresa generale, questi reparti, che pensavano di essere ormai “al sicuro” dietro le linee amiche, sono costretti a combattere. È così che mio bisnonno materno Cesare viene catturato dopo un ultimo combattimento. Probabilmente sfinito, il suo reggimento di appartenenza (il 229° della Brigata Campobasso) arriva in piena notte del 30, attorno alla una, nella frazione di Villacaccia (oggi Comune di Lestizza, nei pressi di Codroipo – Udine) si trova a combattere e ad essere sopraffatto insieme a tutto il piccolo contingente (ricordo che dopo la riforma dell’estate del 1917 un reggimento dell’Esercito Italiano era composto da 1800 uomini, o meglio, di quello che rimaneva di quei 1800 uomini).

Saranno tutti presi prigionieri, poche ore prima che gli italiani facciano saltare il ponte di Codroipo. La Brigata Campobasso sarà “sciolta” a fine novembre, perché quasi tutti i suoi appartenenti sono morti o sono stati catturati prigionieri.

Il comunicato alla nazione del 30 ottobre 1917

Il comunicato ufficiale alla Nazione del 30 ottobre fa cascare le braccia. Se un qualsiasi lettore si sintonizzasse su tutti questi comunicati giornalieri, leggendoli uno per uno, allora, forse, potrebbero avere anche un suo senso. Ma se una qualsiasi persona (e non c’è bisogno di essere uno storico!) li legge in sequenza, allora, come minimo, c’è qualcosa che non quadra, perché ora si parla di una ritirata che nei giorni precedenti non era nemmeno stata menzionata.

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Villacaccia di Lestizza, la fine della brigata Campobasso

Il 30 ottobre 1917 mio bisnonno viene catturato prigioniero a Villacaccia di Lestizza, intorno a mezzogiorno dopo uno scontro a fuoco in cui le due Brigate Verona e Campobasso, ormai decimate da una settimana di battaglia, si trovano a combattere contro le truppe austro-tedesche asserragliate sulle cime dei campanili e delle case del villaggio. Finiranno tutti prigionieri in Austria-Ungheria. Mio bisnonno finirà a Sigmundsherberg. Non ne ho traccia certa, ma un commilitone del 229°, catturato il 30 ottobre 1917 dopo questo scontro a Villacaccia e di cui ho ritrovato il diario personale all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), racconta di essere stato internato in quel campo e per analogia, ritengo che sia accaduta la stessa cosa a mio bisnonno.

La brigata Verona e la brigata Campobasso unite da un Destino comune

Sulla Verona e la Campobasso, sarebbe bello aprire una bella parentesi, perché sono due Brigate che praticamente in tutte le cronache si racconta che furono sempre legate tra loro, fin dall’undicesima battaglia dell’Isonzo. Quando riposava una, l’altra andava in prima linea. Il Destino di queste due Brigate è tragico: dopo la Battaglia di Caporetto saranno sciolte entrambe, perché ormai ridotte a poche centinaia di uomini (dai quattromila uomini ciascuna dai quali erano formate, ne rimasero circa, sto andando a memoria, 400 uomini per ciascuna, per un totale di circa 700-800 soldati da 8 mila che erano, tutto il resto furono o uccisi o fatti prigionieri).

Ribadisco che l’ultima cosa che voglio fare è glorificare la figura di mio bisnonno, antieroe per eccellenza che non parlò mai della sua esperienza. Non ne fece semplicemente mai parola. La verità è che questi uomini furono gettati nella mischia da una masnada di delinquenti (tutti i loro comandanti) che alle accademie militari avevano studiato le strategie di battaglia di Napoleone, quando ormai gli armamenti avevano avuto un’accelerazione tecnologica che li aveva surclassati, al livello di strategie adottate.

In più la catena di comando era composta da tutta una serie di tenentucci e capitanetti di 20 anni, figli della borghesia altolocata italiana, appena usciti dai corsi di un mese per farli andare a comandare plotoni e compagnie di centinaia di poveri loro coetanei mandati a morire nelle “ondate” di attacchi all’arma bianca in trincea.

Purtroppo, e lo dico appunto con rammarico, andando nei Musei della Grande Guerra sparsi per l’Italia del nord (l’estate scorsa sono andato a vedere quello di Asiago) si vedono solo i cimeli e le lettere e le insegne di questi ufficiali che si sono pavoneggiati di onorificenze. Anche i diari di guerra sono in gran parte stati scritti da ufficiali, che quindi hanno dato una lettura in gran parte parziale (ad es. gli ufficiali non facevano la fame).

A Pieve Santo Stefano (AR) l’Archivio Diaristico Nazionale: uno scrigno di Valore inestimabile

All’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) si trovano anche diari di soldati, anche se sono numericamente inferiori. E se vi venisse la voglia, come è venuta a me, di indagare sui propri antenati, allora vi posso anche dare qualche dritta e informazione su come consultare l’Archivio e su come avere notizie su come richiedere i Fogli Complementari presso gli Archivi di Stato Provinciali. È lì che ho ritrovato un paio di diari di tenenti che, riusciti a tornare vivi dopo la prigionia, hanno raccontato la storia del 229° reggimento della brigata Campobasso, a cui è intitolata una strada nella città di Gorizia.

Glossario della battaglia di Caporetto trilingue (IT/SL/DE)

Aree e centri

  1. CaporettoKobarid; Karfreit
  2. PlezzoBovec; Flitsch
  3. TolminoTolmin; Tolmein
  4. GoriziaGorica; Görz
  5. SalcanoSolkan
  6. Cividale del FriuliČedad; Cividale
  7. Udine(stor. ted. Weiden im Friaul; uso militare austro-ungarico sporadico)
  8. Codroipo(DE non d’uso; top. ufficiale IT)
  9. Villacaccia di Lestizza(DE non d’uso; top. ufficiale IT)
  10. San Daniele del Friuli(DE non d’uso; top. ufficiale IT)
  11. Tarcento(DE non d’uso; top. ufficiale IT)

Rilievi e linee

12. Matajur (Montemaggiore)Matajur
13. Monte Maggiore (Prealpi Giulie)(distinto dal Matajur/Montemaggiore)
14. Kolovrat / ColovratKolovrat
15. KoradaGora Korada
16. Bainsizza (altopiano)Banjšice / Banjška planota; Bainsizza-Hochebene
17. Monte NeroKrn
18. Mrzli (Monte Mrzli)Mrzli vrh (spesso chiamato dalla truppa anche Mersli o Mirsli)

Fiumi, valli, forre

19. IsonzoSoča
20. NatisoneNadiža / Nediža
21. JudrioIdrija
22. Tagliamento(SL: Tagliament; DE: Tagliamento – esonimo non usuale, si usa l’italiano)
23. UcceaUčja
24. ResiaRezija
25. Rieca (forra/torrente)Reka — affluente dell’Alberone/Aborna
26. AlberoneAborna
27. CosizzaKozca
28. ErbezzoArbeč
29. Breginj/BergognaBreginj (area tra Kobarid e val Natisone)

Unità e comandi

30. XIV Armata (ted.: 14. Armee) — formazione austro-tedesca d’attacco
31. Alpenkorps — corpo da montagna tedesco
32. Battaglione Württemberg — reparto d’élite dell’Alpenkorps
33. 12ª Divisione Slesiana — (ted. Schlesische)
34. 26ª Divisione Württemberg — (ted. 26. Württembergische Division)
35. 5ª (Brandenburg) — (ted. 5. Infanterie-Division, provenienza brandeburghese)
36. 1ª Divisione austriaca — (k.u.k. 1. Infanterietruppendivision)
37. 200ª Divisione — (ted. 200. Infanterie-Division, impieghi sul fronte isontino)
38. Comando Supremo — Gen. Luigi Cadorna
39. IV Corpo d’Armata — Gen. Giovanni Cavaciocchi
40. XXVII Corpo d’Armata — Gen. Pietro Badoglio

Nota: ho incluso solo esonimi tedeschi realmente d’uso o storicamente attestati; su centri minori senza tradizione germanofona manteniamo l’italiano (e lo sloveno quando pertinente).

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La battaglia di Caporetto e gli eroi dimenticati: una riflessione necessaria

Trincea italiana sul fronte isontino con montagne verdastre e cime lievemente innevate; fanti in grigio-verde avanzano lungo il camminamento. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

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Un’introduzione doverosa per ristabilire l’equilibrio storico

La storia, si sa, è scritta dai vincitori. Ma quando si parla di sconfitte, come nel caso della celeberrima battaglia di Caporetto, la narrazione tende a concentrarsi su figure altisonanti, su alti ufficiali e su coloro che, in un modo o nell’altro, hanno trovato un posto d’onore nei libri di storia. Tuttavia, c’è un aspetto che spesso rimane in ombra, un’angolazione che merita di essere esplorata con maggiore attenzione: quella degli eroi silenziosi, i soldati semplici, coloro che hanno vissuto l’orrore delle trincee sulla propria pelle.

Recentemente, durante una visita al Museo della Prima Guerra Mondiale di Asiago, ho avuto modo di riflettere su questo tema. Sebbene il museo sia dedicato principalmente alle battaglie combattute sull’altopiano di Asiago e non direttamente alla Battaglia di Caporetto, l’esperienza mi ha offerto uno spunto per analizzare il modo in cui la memoria storica viene costruita e celebrata.

La narrazione museale: tra onorificenze e realtà sul campo

Visitando il museo, mi sono reso conto di un aspetto che, a mio avviso, merita di essere sottolineato. Molti dei cimeli esposti – uniformi, medaglie, lettere – appartengono a ufficiali di alto rango o a figure che, per un motivo o per l’altro, hanno ricevuto onorificenze. Nulla di male in questo, sia chiaro. Tuttavia, è impossibile non notare come questa narrazione tenda a privilegiare una visione parziale della guerra, una visione che, per quanto legittima, rischia di oscurare la realtà vissuta dalla truppa.

Gli ufficiali, per quanto coraggiosi e strategicamente fondamentali, vivevano in condizioni ben diverse rispetto ai soldati semplici. Mangiavano meglio, dormivano meglio, e, in molti casi, erano più distanti dal fango, dal freddo e dalla morte che caratterizzavano la vita in trincea. Questo non significa sminuire il loro ruolo, ma è importante ricordare che la guerra, quella vera, quella che si combatte metro dopo metro, è stata vissuta in modo ben diverso da chi stava in prima linea.

Gli eroi delle trincee: una memoria da riscoprire

Ecco, dunque, il punto centrale di questa riflessione: chi sono i veri eroi della Battaglia di Caporetto? Non solo i generali, non solo i comandanti, ma anche – e forse soprattutto – quei giovani uomini che, spesso senza un’adeguata preparazione, si sono trovati a fronteggiare l’orrore della guerra. Uomini che hanno vissuto giorni e notti in trincee fangose, sotto il fuoco nemico, con il costante timore di non vedere l’alba successiva.

Questi soldati, i cui nomi sono spesso dimenticati, meritano di essere ricordati. Meritano che la loro storia venga raccontata, non solo attraverso i numeri e le statistiche, ma anche attraverso le emozioni, le paure e i sacrifici che hanno caratterizzato la loro esperienza. Perché, in fondo, la storia non è fatta solo di grandi strategie e di decisioni politiche, ma anche – e forse soprattutto – di vite umane.

Un invito alla riflessione

Con questo post, il mio intento non è certo quello di riscrivere la storia, ma di offrire uno spunto di riflessione. La memoria storica è un mosaico complesso, fatto di tante tessere diverse. E se vogliamo davvero comprendere il passato, dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre le narrazioni ufficiali, di scavare più a fondo, di dare voce a chi, troppo spesso, è rimasto in silenzio.

La battaglia di Caporetto, con tutto il suo carico di tragedia e di eroismo, ci offre l’opportunità di farlo. Di ricordare non solo i grandi nomi, ma anche – e soprattutto – i volti anonimi di coloro che hanno combattuto e sofferto in prima linea. Perché, in fondo, sono loro i veri eroi.

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20 Settembre 2025: La Giornata Nazionale IMI, dedicata agli Internati Militari Italiani

Dichiarazione obbligatoria di adesione alla rsi che veniva ripetutamente mostrata ai prigionieri internati militari italiani nel corso della loro prigionia nei campi di concentramento nazisti

Tempo di lettura: 16 minuti


20 settembre 2025, la prima volta della Giornata Nazionale IMI

Ci sono date che, come pietre miliari, scandiscono il ritmo della memoria collettiva. Il 20 settembre, per molti, evoca la Breccia di Porta Pia, quel momento cruciale che segnò la fine del potere temporale dei papi e l’unificazione italiana. Ma da quest’anno e per tutti gli anni, il 20 settembre assume e assumerà un nuovo significato, più intimo e doloroso, ma anche profondamente giusto: è la Giornata Nazionale IMI degli Internati Militari Italiani (ANEI), istituita nel gennaio 2025 per rendere omaggio a quegli uomini che, con un semplice “no”, cambiarono il corso della loro vita e della storia.


Un “No” che vale una vita: il sacrificio degli IMI

Gli Internati Militari Italiani (IMI) furono soldati e ufficiali italiani catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. A loro fu offerta una scelta: tornare in Italia e combattere al fianco della Repubblica Sociale Italiana, o rifiutare e affrontare la deportazione nei lager nazisti. La maggior parte di loro scelse la seconda opzione, un “no” che li condannò a mesi e anni di prigionia, fame, lavoro forzato e umiliazioni.

Tra questi uomini c’era anche mio nonno materno, un semplice sottufficiale Sergente Maggiore di Artiglieria che, come tanti altri, fu tradotto nei campi di concentramento e di lavoro del Terzo Reich. La sua storia, che aleggiava in famiglia, raccontata più da mia madre che non da lui stesso, mi ricorda di quando ero bambino, ed è una delle tante che oggi trovano finalmente spazio in questa giornata di commemorazione.


La cattura e l’odissea di un soldato italiano

Era il 9 settembre del 1943, ad Atene. Mio nonno, come centinaia di migliaia di altri soldati italiani, fu catturato dai nazisti con l’inganno: deporre le armi senza combattere, e in cambio la promessa di un rapido ritorno a casa in Italia. Quella promessa si trasformò in un’odissea, un viaggio verso l’inferno dei lager. Non solo una prigionia fisica, ma una prigionia dell’anima, un’esperienza che lo segnò profondamente, ma che lui scelse di custodire nel silenzio. Non c’erano racconti epici, né lacrime pubbliche. Solo un uomo che portava dentro di sé il peso di una storia che non voleva condividere.


La cattura e lo smarrimento, poi la tradotta nei treni piombati, sui carri bestiame

La tradotta dei militari italiani deportati nei campi nazisti avvenne nei famigerati “treni piombati” composti da carri merci bestiame, seguendo la terribile e tristemente famigerata regola ferroviaria: “12 cavalli / 80 uomini”.

Il viaggio nei treni piombati

I militari catturati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venivano caricati su vagoni bestiame chiusi e sigillati, solitamente destinati al trasporto di 12 cavalli, ma nei quali venivano stipate fino a 80 persone. Questa proporzione deriva da una regola ferroviaria europea per il trasporto del bestiame, adottata dai nazisti per la deportazione umana; lo spazio ristretto e le feritoie sigillate rendevano impossibile stare distesi e difficile muoversi, con i liquidi organici dei rinchiusi e le feci che infestavano il viaggio.

Le condizioni di viaggio durante la tradotta

Il viaggio verso i lager durava spesso vari giorni, in condizioni disumane: nei vagoni chiusi, privi di acqua e servizi igienici, i prigionieri soffrivano fame, sete, il caldo soffocante o il gelo improvviso secondo la stagione. La sovrappopolazione costringeva spesso a turni in piedi e chinati, alternandosi per poter stare seduti, mentre i bisogni fisiologici erano fatti su rifiuti improvvisati ed esposti. I tentativi di fuga erano puniti anche con la morte, e non mancavano decessi durante la tradotta a causa di malattie, stenti e asfissia.

La memoria della regola 12 cavalli/80 uomini

“La regola 12 cavalli / 80 uomini” è diventata un simbolo per gli Internati Militari Italiani: nei loro diari e testimonianze si legge la drammatica realtà di quei viaggi, dove lo spazio minimo previsto per gli animali diventava la misura della dignità negata all’uomo. La tradotta nei carri bestiame rappresenta ancora oggi l’inizio dell’inferno della deportazione, uno dei momenti più traumatici della loro esperienza.


L’arrivo al campo di Biała Podlaska

Il campo di Biała Podlaska

Il campo di Biała Podlaska, noto anche come Stalag 366/Z, era un campo di prigionia situato nell’attuale Polonia orientale, a circa 150 chilometri da Varsavia, utilizzato principalmente durante la Seconda Guerra Mondiale per gli Internati Militari Italiani (IMI) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Qui vennero deportati i militari che avevano rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di collaborare con i tedeschi. Il campo era tristemente noto per le durissime condizioni di vita, il sovraffollamento, la mancanza di risorse e per le epidemie di tifo che decimarono i prigionieri, molti dei quali erano sopravvissuti solo grazie ad atti di solidarietà e all’aiuto locale.

Descrizione e condizioni del campo

  • Il campo si trovava fuori dall’abitato di Biała Podlaska, circondato da robusti reticolati di filo spinato e torrette di guardia, sorvegliato da sentinelle con l’ordine di sparare ai prigionieri che cercavano di avvicinarsi al confine del campo.
  • Le baracche, in cui dormivano gli internati, erano sovraffollate e spesso infestate da parassiti. I pagliericci erano ridotti a polverosi giacigli, focolai di pidocchi e cimici.
  • Il campo venne temporaneamente chiuso dalla Croce Rossa Internazionale perché dichiarato inabitabile a causa delle epidemie di tifo che avevano causato la morte di migliaia di prigionieri russi, i cui cadaveri avevano inquinato le falde acquifere, rendendo anche l’acqua potabile pericolosa.
  • La fame era diffusa, e molte testimonianze raccontano di prigionieri italiani, spesso ufficiali, ridotti allo stremo delle forze e alla sopravvivenza grazie a piccoli atti di umanità, come la condivisione furtiva di pane da parte dei civili locali.

Rilevanza storica e testimonianze

  • Nel campo transitarono circa 1.500 ufficiali e sottufficiali italiani, di cui pochissimi ressero fisicamente e psicologicamente alle condizioni estreme.
  • Numerosi internati italiani rimasero segnati per tutta la vita dalle condizioni disumane e dal trauma dell’internamento.
  • Biała Podlaska veniva talvolta gestito in collegamento con altri campi come quello di Dęblin, sia come luogo di transito che di detenzione prolungata.

Codifica, localizzazione e sigle del campo di Biała Podlaska

  • Il campo è noto prevalentemente come Stalag 366/Z secondo la letteratura e le banche dati storiche.
  • Il campo di Biała Podlaska appare anche nei registri delle Commissioni d’inchiesta sui crimini nazifascisti italiani come località di internamento tra l’ottobre 1943 e il marzo 1944.

Arrivo e sistemazione

La prima fase della prigionia prevedeva la spoliazione di ogni oggetto personale, la marcia obbligata fino al lager, la schedatura e la sistemazione nelle baracche sovraffollate e fatiscenti. I prigionieri italiani venivano sottoposti a disinfestazione, spesso privata di efficacia contro epidemie e parassiti. Le condizioni igieniche erano tragiche, specie dopo che il campo era stato dichiarato temporaneamente inabitabile dalla Croce Rossa Internazionale per la presenza di epidemie che avevano già sterminato migliaia di prigionieri russi; le falde acquifere erano contaminate dai cadaveri sepolti.

Scelte politiche e divisione

Nel campo avvenne un episodio particolarmente rilevante dal punto di vista storico: su circa 2.600 internati italiani, poco meno di 150 decisero di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana (circa il 7%, tra cui mio nonno), nonostante le pressioni subite dai fascisti e dalle SS. Ciò significa che la stragrande maggioranza degli ufficiali decise di aderire alla RSI o per convinzione o perché sperava di darsi alla macchia e aderire alla Resistenza una volta rientrato in Italia. Un’altra possibile spiegazione sta nel fatto che i quadri ufficiali (e, in minima parte, i sottufficiali) rappresentavano una élite più “inquadrata” dal regime fascista in tempo di pace. Chi rifiutò fu condannato a una prigionia ancora più dura e spesso venne trasferito in Germania, come appunto mio nonno materno, o in altri lager. Questo dà ancora più valore alla scelta di mio nonno, che comunque io ricordo sempre essere stato un uomo sobrio, ma integerrimo dentro. I prigionieri che aderirono alla RSI videro immediatamente migliorare le loro condizioni di alimentazione ed ebbero la certezza di poter tornare a casa, anche se a servire il decadente “regime fantoccio” fascista.

Memoria e ricordo

  • Diverse testimonianze di sopravvissuti, fotografie e documenti storici sono oggi reperibili in archivi storici e memoriali italiani, spesso consultate dai familiari degli internati per ricostruire le vicende di chi vi subì la detenzione.
  • Il campo è ricordato come luogo di sofferenza estrema, ma anche di resistenza psicologica e morale tra gli ufficiali e i soldati italiani che vi passarono.

Biała Podlaska Stalag 366Z rimane uno dei simboli della tragica esperienza degli Internati Militari Italiani nella Seconda guerra mondiale, riflettendo la complessità e la durezza della prigionia tedesca in Europa orientale.


Norimberga: il lager e l’ombra delle adunate

Dopo il primo passaggio nel campo di concentramento di Biała Podlaska (campo 366Z), in Polonia, e il rifiuto all’adesione alla Repubblica di Salò, mio nonno fu trasferito a Norimberga, con un altro viaggio simile e paragonabile al precedente, nell’Oflag 73, un campo tristemente famoso. Norimberga, città simbolo del potere nazista, era già stata teatro delle imponenti adunate immortalate nei film di Leni Riefenstahl. Proprio il luogo di quelle adunate, divenne negli anni di guerra il luogo dove fu costruito il campo di concentramento destinato ad “ospitare” gli IMI. Quei luoghi, che avevano ospitato la propaganda trionfale del regime, divennero il palcoscenico di una tragedia silenziosa: la prigionia dei soldati italiani, sia quelli di truppa, che i sottufficiali e ufficiali.

L’Oflag 73 per sottufficiali e ufficiali e lo Stalag XIIID per i militari di truppa (stranamente, nella nomenclatura nazista, i campi degli ufficiali e sottufficiali venivano denominati col numero arabo, mentre quelli destinati alla truppa erano denominati col numero romano), erano campi di prigionia costruiti proprio in quei luoghi carichi di simbolismo. Mio nonno vi rimase per mesi, prima di essere trasferito in un campo di lavoro ad Auerbach, di cui ho cercato tracce senza mai riuscire a ricostruire completamente la sua esperienza. Lavorava, probabilmente, in una miniera o in un sito di estrazione di pietre, ma i dettagli si perdono nella nebbia della memoria e della documentazione frammentaria.

La storia del campo di Norimberga Oflag 73 e Stalag XIIID

Il campo di concentramento nazista di Norimberga fu sede sia dello Stalag XIII D, destinato principalmente a sottufficiali e truppe, sia dell’Oflag 73, dedicato agli ufficiali; in entrambi furono imprigionati migliaia di Internati Militari Italiani (IMI) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Storia dello Stalag XIII D

Lo Stalag XIII D venne istituito a Norimberga nel settembre 1939, inizialmente come campo di internamento per civili, ma già dai primi mesi ospitò prigionieri di guerra provenienti dalla campagna di Polonia, Francia e successivamente Sovietici durante l’Operazione Barbarossa. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio italiano, arrivarono i primi italiani catturati perché non aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, né accettarono di continuare a combattere a fianco dei nazisti. Questi internati furono privati dello status di prigionieri di guerra e delle tutele della Convenzione di Ginevra, venendo impiegati come forza lavoro e sottoposti a condizioni durissime, spesso mortali. Il campo subì anche pesanti bombardamenti alleati e, nell’aprile 1945, fu liberato dalle truppe americane.

Oflag 73: il campo per gli ufficiali e i sottufficiali, tra cui mio nonno

Nel novembre 1944, una sezione dello Stalag XIII D fu trasformata in Oflag 73 per ufficiali di varie nazionalità, tra cui molti italiani evacuati dai campi dell’est e aviatori alleati. Gli ufficiali e sottufficiali internati nell’Oflag 73 vennero privati di dignità militare e sottoposti a lavori forzati; molti provenivano da altri lager dispersi in Germania e Polonia, tra cui appunto il già ricordato campo di Biała Podlaska. Le condizioni di vita erano spesso drammatiche, con scarsità di cibo, abusi, malattie e lavori estenuanti. Molti IMI morirono per malattie, fame, freddo o violenza, mentre chi sopravvisse rimase segnato per sempre.


Il destino degli Internati Militari Italiani

Dopo l’armistizio, quasi 650.000 militari italiani vennero deportati nei lager tedeschi, subendo marce forzate, trasporti in condizioni disumane e privazione di diritti internazionali. Agli ufficiali era riservato l’Oflag mentre sottufficiali e truppe venivano destinati agli Stalag, dove convivevano con prigionieri di altre nazionalità e venivano impiegati nei lavori più pesanti. L’esperienza degli IMI fu a lungo ignorata anche nel dopoguerra, ma il loro rifiuto di collaborare con i nazisti rappresenta una forma di resistenza dimenticata, che adesso, con questa legge che ha istituito la Giornata Nazionale IMI, trova una degna risposta, non solo ai familiari, come me, ma anche alla Memoria Nazionale Condivisa (almeno lo si spera!).


La medaglia d’onore: un riconoscimento tardivo ma necessario

Nel 2019, prima che la pandemia ci travolgesse e ci facesse perdere il senso del tempo, io e mia sorella abbiamo ricevuto la Medaglia d’Onore per mio nonno. Un riconoscimento che, seppur tardivo, ha portato un po’ di luce su una vicenda che per troppo tempo è rimasta ai margini della narrazione storica. Gli IMI, infatti, non furono considerati prigionieri di guerra, ma “internati”, una definizione di escamotage che li privò delle tutele previste dalle convenzioni internazionali. Tra le ulteriori privazioni, essi non potevano nemmeno ricevere i pacchi della Croce Rossa o dai parenti, proprio in virtù di questo status giuridico che li considerava non dei prigionieri, bensì dei traditori (secondo i nazisti). Solo dopo decenni, la loro scelta di resistenza morale ha trovato il giusto tributo.


Mio nonno, il silenzio e la memoria: un ricordo intimo

Il silenzio di mio nonno e la sua odissea nei lager nazisti

Ci sono silenzi che pesano più di mille parole, che si insinuano nelle pieghe della memoria e diventano parte integrante della nostra identità. Mio nonno era uno di quei silenzi. Un uomo sobrio, riservato, che non ha mai ostentato, né esternato le cicatrici invisibili della sua prigionia nei lager nazisti. Un uomo che, pur avendo vissuto l’orrore, ha scelto di non farne un vessillo, di non partecipare a manifestazioni pubbliche, come quelle del Primo Maggio, che lui considerava, nel suo intimo, delle “carnevalate”. Non lo ha mai detto apertamente, ma io l’ho capito. L’ho capito osservandolo, ascoltando il suo silenzio, e scavando nel suo passato.


Se vuoi scoprire il Destino dei tuoi nonni: l’Archivio Diaristico Nazionale

Presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) è possibile leggere alcuni diari depositati da ex prigionieri, che, rientrati dopo la guerra sani e salvi, ovviamente a piedi, decisero di scrivere le loro memorie e di depositarle presso questo Archivio Storico di rilevanza storica Nazionale. Ebbene, io mi sono andato a leggere alcuni di questi diari, inclusi quelli sulla disfatta di Caporetto, che sarà oggetto di altri miei post qui nel blog, perché vi fu coinvolto mio bisnonno sempre materno (il suocero di mio nonno Mario). Alla fine c’è tutto, basta solo avere la perseveranza di andarsi a leggere le testimonianze: i racconti dei commilitoni, sempre sottufficiali, quindi pari grado di mio nonno, che spiegano come fu il viaggio, la detenzione e il lavoro nelle fabbriche naziste.


La memoria e il discorso di Mattarella

Oggi, 20 settembre 2025, nella prima giornata dedicata agli IMI (Internati Militari Italiani), ho ascoltato il discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E mi sono commosso. Ho pensato a mio nonno, morto nel febbraio del 1985, a 69 anni, troppo giovane per il tempo che avrebbe meritato. Ero già un ragazzo quando se n’è andato e i ricordi di lui sono ancora vividi, nitidi. Mi chiedo cosa avrebbe provato ascoltando le parole del nostro Presidente. Probabilmente si sarebbe commosso anche lui, in silenzio. Perché il silenzio, per lui, era una forma di rispetto, di dignità, di memoria.


Un ricordo che vive nel silenzio

Questo post non vuole essere un’analisi storica, né un manifesto politico. È un ricordo intimo, personale. È il tentativo di dare voce a quel silenzio che mio nonno ha scelto come compagno di vita. Un silenzio che, a distanza di 40 anni dalla sua morte, continua a parlare. Parla di resilienza, di dignità, di una generazione che ha vissuto l’indicibile e ha scelto di non farne spettacolo. Parla di mio nonno, e di tutti quei soldati italiani che, come lui, hanno attraversato l’inferno e sono tornati, portando con sé il peso di una memoria che non si può cancellare.


Una legge giusta, un compromesso necessario

La Giornata Nazionale degli Internati Militari Italiani è stata istituita con una legge approvata a gennaio 2025, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’armistizio. Come ogni legge, è frutto di compromessi e discussioni, ma il suo valore simbolico è innegabile. Finalmente, dopo 80 anni, si rende giustizia a quegli uomini che, con il loro rifiuto, hanno incarnato il senso più alto della dignità e della libertà.

Si può sempre dire un sì o un no - piazzale antistante il museo anei a padova
Si può sempre dire un sì o un no – Piazzale antistante il Museo ANEI a Padova

Ricordare per non dimenticare

Per me, il 20 settembre non sarà più solo la Breccia di Porta Pia. Sarà anche il giorno in cui ricorderò mio nonno e tutti gli IMI, uomini che hanno scelto di dire “no” al compromesso, pagando un prezzo altissimo. Sarà il giorno in cui celebrerò la memoria di chi ha resistito, non con le armi, ma con la forza della propria coscienza.

E allora, viva il 20 settembre, che da oggi non è solo Storia, ma anche Memoria. Non solo familiare, ma Nazionale.

Comune di firenze, manifestazione 25 aprile 2021, anei firenze
Comune di Firenze, manifestazione 25 aprile, ANEI Firenze

Il triangolo delle potenze toscane, Siena, Firenze e Pisa: echi di guerre antiche, lotte medievali e moderne

Le torri di san gimignano, immagine elaborata da ai a cura di fabrizio gabrielli

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La geometria del potere nelle lotte medievali toscane

Nel cuore pulsante della Toscana medievale, tra colline ondulate e borghi fortificati, si consumò una delle più emblematiche manifestazioni della dialettica del potere che la storia italiana abbia mai conosciuto. Le contese tra Firenze, Siena e Pisa non furono mere scaramucce territoriali, bensì l’espressione tangibile di un conflitto ideologico che trascendeva i confini geografici per abbracciare una dimensione universale.

La dicotomia tra Guelfi e Ghibellini rappresentò, in essenza, la cristallizzazione locale di una tensione che attraversava l’intero continente europeo. Da un lato, i sostenitori del Papato, fautori di un’autorità spirituale che si estendeva fino agli affari temporali; dall’altro, i difensori dell’Impero, propugnatori di un potere secolare che aspirava a una legittimazione quasi sacrale. Questa contrapposizione, lungi dall’essere una mera questione di fedeltà dinastiche, incarnava una profonda riflessione sulla natura stessa dell’autorità e sulla sua legittimazione.

Le città toscane divennero così il palcoscenico di un dramma più ampio, in cui ogni torre, ogni palazzo comunale, ogni pietra delle mura difensive raccontava una storia di appartenenze ideologiche e di ambizioni politiche. L’architettura stessa delle città si fece manifesto di questa lotta: i palazzi dei Guelfi con le loro merlature a coda di rondine si ergevano in sfida alle torri ghibelline dai merli squadrati, in un dialogo silenzioso ma eloquente che ancora oggi possiamo leggere nelle pietre antiche.

La retorica del conflitto: giustificazioni antiche e moderne

Ciò che rende particolarmente illuminante lo studio di questo periodo è la sofisticata architettura retorica che sosteneva entrambe le fazioni. I Guelfi si presentavano come difensori della libertà comunale contro le ingerenze imperiali, mentre i Ghibellini si ergevano a paladini dell’ordine universale contro i particolarismi locali, le piccole zizzanie tra gruppi locali e soprattutto contro le ingerenze papali. Entrambi, tuttavia, celavano dietro queste nobili dichiarazioni d’intenti interessi economici e ambizioni di egemonia territoriale.

Non è forse questa stessa dinamica che ritroviamo, con inquietante precisione, nei conflitti contemporanei? In Ucraina, la retorica della sicurezza nazionale e della “denazificazione” da un lato si contrappone alla narrazione della difesa della sovranità e dei valori democratici dall’altro. In Palestina, la dialettica della sicurezza esistenziale di Israele si scontra con le rivendicazioni di autodeterminazione del popolo palestinese. In entrambi i casi, come nelle lotte medievali toscane, le narrazioni ufficiali fungono da velo per interessi geopolitici ed economici più complessi e meno nobili.

La strumentalizzazione ideologica che caratterizzava le dispute tra Guelfi e Ghibellini trova un’eco disturbante nella polarizzazione del discorso pubblico contemporaneo riguardo ai conflitti attuali. Come nel Medioevo toscano, anche oggi assistiamo alla costruzione di narrazioni manichee che riducono realtà complesse a semplicistiche contrapposizioni tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra civiltà e barbarie.

I territori come scacchiere: dalla Toscana medievale ai teatri bellici contemporanei

Le città toscane, con i loro contadi, divennero pedine in un gioco più grande di loro. Firenze, Siena e Pisa si trovarono spesso a combattere guerre che, in ultima analisi, servivano interessi esterni alle loro mura. La battaglia di Montaperti del 1260, con il suo tragico bilancio di sangue, non fu solo uno scontro tra Siena e Firenze, ma un episodio della grande partita geopolitica che si giocava tra Papato e Impero.

Analogamente, i territori dell’Ucraina orientale e della Striscia di Gaza sono divenuti, loro malgrado, laboratori di sperimentazione geopolitica in cui si misurano potenze regionali e globali. La popolazione civile, tanto nel Medioevo toscano quanto nelle zone di conflitto contemporanee, si trova a pagare il prezzo più alto di decisioni prese in lontane stanze del potere.

La territorializzazione del conflitto ideologico che caratterizzava la Toscana medievale trova un parallelo inquietante nella trasformazione di regioni come il Donbass o Gaza in simboli di più ampie contese. Come le città toscane divenivano emblemi della fedeltà guelfa o ghibellina, così oggi questi territori vengono investiti di significati che trascendono la loro realtà geografica e umana.

L’insegnamento della ciclicità storica: una lezione inascoltata

Qual è, dunque, l’insegnamento che possiamo trarre da questo parallelismo tra le lotte medievali toscane e i conflitti contemporanei? La prima, fondamentale lezione riguarda la natura ciclica della storia e la persistenza di determinate dinamiche di potere attraverso i secoli.

“Nonostante il progresso tecnologico e l’evoluzione delle istituzioni politiche, le logiche che sottendono i conflitti sembrano ripetersi con inquietante regolarità.”

Le guerre toscane del Medioevo ci insegnano che dietro le narrazioni ideologiche si celano sempre interessi materiali e ambizioni di potere. La retorica guelfa e ghibellina, con la sua pretesa universalistica, serviva spesso a mascherare obiettivi molto più prosaici: il controllo delle vie commerciali, l’accesso alle risorse, l’egemonia regionale. Non è forse questa stessa dinamica che osserviamo nei conflitti contemporanei, dove le dichiarazioni ufficiali celano spesso interessi legati alle risorse energetiche, alle rotte commerciali, alle sfere d’influenza?

Un altro insegnamento cruciale riguarda il costo umano dei conflitti ideologici. Le cronache medievali ci hanno tramandato resoconti strazianti delle sofferenze inflitte alle popolazioni civili durante le guerre tra Guelfi e Ghibellini: città saccheggiate, raccolti distrutti, famiglie disperse. Questi echi di sofferenza trovano una tragica risonanza nelle immagini che ci giungono da Mariupol o da Gaza, a testimonianza di come la violenza bellica continui a colpire principalmente gli innocenti.

Forse la lezione più importante che possiamo trarre da questo parallelismo storico è la consapevolezza della futilità ultima dei conflitti ideologici. La Toscana medievale, dopo decenni di guerre fratricide, trovò infine una sintesi che trascendeva la dicotomia guelfo-ghibellina, aprendo la strada a uno dei periodi più fecondi della storia culturale europea: il Rinascimento. Questo ci suggerisce che solo il superamento delle contrapposizioni ideologiche rigide può condurre a una vera fioritura della civiltà umana.

Verso una nuova consapevolezza: il ruolo dell’intellettuale contemporaneo

Di fronte a questi parallelismi inquietanti, quale dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale contemporaneo? Come i grandi pensatori del Rinascimento seppero elevarsi al di sopra delle dispute medievali per abbracciare una visione più universale dell’umanità, così oggi siamo chiamati a sviluppare una coscienza critica che sappia decostruire le narrazioni semplicistiche che alimentano i conflitti.

L’intellettuale ha il dovere di svelare le strutture profonde che sottendono le manifestazioni superficiali dei conflitti, di mostrare come dietro le contrapposizioni apparentemente irriducibili si celino spesso interessi convergenti e logiche di potere simili. Come Dante Alighieri che, pur essendo di parte guelfa, seppe criticare con eguale fermezza gli eccessi di entrambe le fazioni, così oggi abbiamo bisogno di voci che sappiano elevarsi al di sopra della polarizzazione del dibattito pubblico.

La lezione più preziosa che ci giunge dalle lotte medievali toscane è forse proprio questa: la necessità di una visione dialettica della storia che sappia riconoscere la complessità delle forze in gioco e rifiuti le semplificazioni ideologiche. Solo attraverso questa consapevolezza critica possiamo sperare di interrompere la ciclicità apparentemente inesorabile dei conflitti e aprire la strada a una nuova sintesi che, come il Rinascimento fece con il Medioevo, sappia trascendere le contraddizioni del presente.

In ultima analisi, lo studio delle lotte tra Guelfi e Ghibellini nella Toscana medievale ci offre non solo una chiave di lettura per comprendere i conflitti contemporanei, ma anche uno strumento per immaginare il loro possibile superamento. È questa, forse, la più preziosa eredità che ci giunge da quelle remote contese: la speranza che, come allora, anche dalle ceneri delle guerre attuali possa nascere una nuova fioritura della civiltà umana.

Sul sentiero di Corradino di Svevia: alla scoperta dei luoghi della battaglia di Tagliacozzo

Campo di battaglia medievale, immagine generata da ai a cura di fabrizio gabrielli

Tempo di lettura: 8 minuti

Quando la storia si nasconde tra le colline

Ci sono luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, dove il silenzio delle colline nasconde echi di antiche battaglie. I Piani Palentini, nella Marsica, sono uno di questi: qui, il 23 agosto 1268, si consumò uno degli scontri più drammatici del Medioevo italiano, la battaglia erroneamente chiamata “di Tagliacozzo” ma che, come vedremo, sarebbe più corretto definire “di Albe“.

Questi dolci pendii hanno fatto da scenario all’ultimo, disperato tentativo del giovane Corradino di Svevia di riconquistare il Regno di Sicilia, strappato alla sua famiglia da Carlo d’Angiò. Questi campi conservano ancora le tracce di quella storia, per chi sa dove cercare e ha la sensibilità per ascoltare.

L’ultimo erede diretto degli Hohenstaufen

La storia inizia lontano, nel 1266, quando Manfredi di Svevia, figlio illegittimo del grande imperatore Federico II, viene sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento da Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Il Regno di Sicilia passa così nelle mani degli Angioini, che spostano la capitale da Palermo a Napoli e cambiano nome al regno che diventerà da allora il Regno di Napoli.

Ma c’è ancora un erede legittimo: il giovanissimo Corradino, nato il 25 marzo 1252, nipote di Federico II e ultimo rappresentante della dinastia sveva. Nel 1268, appena sedicenne, decide, stimolato dal consesso dei principi tedeschi, di scendere in Italia per riprendersi il trono che considera suo di diritto.

Dopo aver costituito ad Augusta un esercito di circa 5.000 uomini, Corradino attraversa il Brennero e il 24 luglio arriva a Roma, accolto da Enrico di Castiglia, cugino ma nemico di Carlo d’Angiò. Da qui, il 18 agosto, parte alla volta dell’Abruzzo seguendo la Via Tiburtina-Valeria.

Gli spostamenti degli eserciti: una danza mortale

Arrivato a Carsoli la sera del 19 agosto, Corradino compie una scelta strategica fondamentale: invece di proseguire lungo la Tiburtina-Valeria verso Tagliacozzo, devia a sinistra e, percorrendo la Valle del fiume Turano, raggiunge Castel di Tora. Da qui valica le montagne nella zona di Varco Sabino, nel Cicolano, per discendere nella Valle del fiume Salto.

Questa deviazione, probabilmente dettata dal timore di incontrare l’esercito francese in condizioni di svantaggio tattico durante la salita al passo di Monte Bove, lo porta infine ai Piani Palentini la sera del 22 agosto. Qui pone l’accampamento alle falde del Monte Carce, a pochi chilometri da quello di Carlo d’Angiò, che si trova più in alto, tra gli attuali abitati di Forme e Albe.

La notte prima della battaglia, Corradino soggiorna nel magnifico Palazzo di Corradino a Scurcola Marsicana, un edificio che ancora oggi conserva il fascino e la solennità di quei momenti storici. Questa dimora, ora proprietà privata di lusso e parte del circuito dell’Associazione Dimore Storiche Italiane, viene occasionalmente aperta al pubblico, offrendo ai visitatori la possibilità di respirare l’atmosfera dell’ultima notte di pace del giovane sovrano.

Nel frattempo, Carlo d’Angiò non è stato a guardare. Arrivato dalla Puglia nella zona dell’attuale Cappelle dei Marsi il 4 agosto, ha avuto tutto il tempo di studiare il terreno e scegliere la posizione migliore per lo scontro. La sera del 20 agosto si reca a L’Aquila per assicurarsi che la città non lo attacchi alle spalle e sia di fede guelfa, cosa che si rivela essere a posto, per poi tornare ai Piani Palentini il 22 agosto.

Lo stratagemma che cambia la storia d’Europa

I soldati prima della battaglia, immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli
I soldati prima della battaglia, immagine generata da AI, a cura di Fabrizio Gabrielli

La mattina del 23 agosto 1268, i due eserciti si scontrano vicino a un “ponte di legno” sul torrente Riale (oggi non più esistente, perché prosciugato, e non sul fiume Salto, come erroneamente ritenuto per secoli). La scoperta del fiume è riportata in fondo all’articolo con la fonte storica del prof. Hende e le sue ricerche del 1968. L’esercito svevo è numericamente superiore, ma le sorti della battaglia vengono decise da un abile stratagemma ideato dall’anziano cavaliere Aléard de Valéry (chiamato da Dante, nella Divina Commedia, “il vecchio Alardo”), consigliere militare di Carlo d’Angiò.

Il piano è semplice, ma a suo modo geniale: far vestire un cavaliere fidato, Henri de Cousances, con l’armatura e le insegne di Carlo, e tenere nascosta una parte consistente della cavalleria francese per farla intervenire al momento opportuno.

Nella prima fase della battaglia, l’esercito svevo ha la meglio sui francesi, uccidendo il sosia di Carlo e credendo di aver vinto lo scontro. I 300 cavalieri guidati da Enrico di Castiglia si abbandonano al saccheggio dell’accampamento nemico. È in questo momento che gli 800 cavalieri francesi tenuti in riserva, probabilmente nascosti nella zona dell’attuale Alba Fucens, attaccano i cavalieri svevi ormai dispersi e non più in formazione.

Corradino riesce a fuggire e si ritira a Roma, ma non viene ben accolto. Parte quindi per Torre Astura per imbarcarsi verso Pisa, ma viene tradito per aver detto chi è e le sue intenzioni a un barcaiolo che lo trasporta da una riva all’altra del fiume Arno, Giovanni Frangipane, che lo consegna a Carlo d’Angiò. Il 29 novembre 1268, nella piazza del Mercato di Napoli, il giovane erede svevo viene decapitato, segnando la fine della dinastia degli Hohenstaufen in Italia.

Sui passi di Corradino di Svevia: un viaggio nel tempo

Oggi, percorrere i luoghi di questa battaglia significa compiere un viaggio nel tempo, alla scoperta di paesaggi ancora miracolosamente intatti. Il fascino di questi itinerari sta proprio nella loro autenticità, nel fatto che non siano stati “musealizzati” o eccessivamente modificati per il turismo di massa.

Il sentiero di Corradino e il Monte San Nicola

Un itinerario particolarmente suggestivo parte da Scurcola Marsicana e segue il percorso che Corradino, insieme ai maggiorenti e collaboratori del suo esercito svevo compì la mattina della battaglia, per sorvegliarne l’andamento. Salendo sul Monte San Nicola (1.105 m), si può godere di una vista panoramica sui Piani Palentini e immaginare lo schieramento degli eserciti.

Il sentiero è ben tracciato e richiede circa un’ora di cammino, partendo dalla Rocca degli Orsini (attualmente in restauro) a Scurcola Marsicana. Non lontano dal sentiero, a circa 1 km sulla sinistra, guardando dall’alto del sentiero verso la Rocca Orsini, si incontrano i resti dell’Abbazia di Santa Maria della Vittoria, proprio sulla curva della ben visibile SP5, abbazia fatta costruire da Carlo d’Angiò tra il 1274 e il 1282 come ringraziamento per la vittoria, e affidata ai Certosini.

Il Colle San Pietro e Alba Fucens

Un altro punto di osservazione privilegiato è il Colle San Pietro, dove sorge l’omonima chiesa costruita sui resti del tempio di Apollo di Alba Fucens. Da qui, Carlo d’Angiò seguì le fasi della battaglia, e da qui partì la carica decisiva della cavalleria francese tenuta in riserva.

Visitare Alba Fucens, antica colonia romana fondata nel 303 a.C., aggiunge un ulteriore strato di storia a questo viaggio. Le sue mura megalitiche, il teatro e il foro sono testimonianze di un passato ancora più remoto rispetto agli eventi del 1268.

La poesia della storia

Dante Alighieri, nei versi 17-18 del canto XXVIII dell’Inferno, immortala questa battaglia con le parole:

“e là da Tagliacozzo
dove senz’armi vinse il vecchio Alardo.”

Il sommo poeta, pur essendo di parte guelfa, non nasconde il suo giudizio negativo sullo stratagemma utilizzato dai francesi, considerandolo poco “cavalleresco” e ai limiti del disonore.

Camminare oggi sui sentieri di Corradino significa anche riflettere su queste parole, su come la storia venga scritta dai vincitori ma la poesia possa restituire dignità ai vinti.

Un tesoro da scoprire

La bellezza di questi luoghi sta anche nella loro relativa “invisibilità” ai grandi flussi turistici. Il silenzio che avvolge i Piani Palentini permette di ascoltare meglio gli echi della storia, senza le distrazioni del turismo di massa.

Per chi desidera visitare questi luoghi, il consiglio è di partire la mattina presto, munirsi di scarpe comode, acqua e una buona mappa (o GPS), e lasciarsi guidare dai sentieri che attraversano questi campi di battaglia.

Non dimenticate di verificare in anticipo le aperture del Palazzo di Corradino a Scurcola Marsicana: le rare occasioni in cui questa dimora storica apre le sue porte al pubblico sono momenti preziosi per gli appassionati di storia medievale.

La battaglia di Tagliacozzo – o meglio, dei Piani Palentini – attende ancora di essere riscoperta da chi ama la storia non solo sui libri, ma anche attraverso i passi lenti di un’escursione nei luoghi dove essa si è svolta. E forse, nel silenzio di queste colline, si può ancora sentire l’eco lontano di quel drammatico 23 agosto 1268.


Bibliografia:

Tovarish, Gorbaciov, Do Svidanija

Mikhail gorbaciov, ritratto ufficiale

È morto Mikhail Sergeevich Gorbaciov, storico segretario generale del PCUS e riformatore dell’Unione Sovietica, fautore della Perestrojka e della Glasnost’, storici concetti che sono entrati anche nel Vocabolario Treccani.

perestròjka s. f. [voce russa, comp. di pere, indicante mutamento, e stroit′ «costruire»; propr. «ricostruzione, riorganizzazione»]. – Termine adottato nella politica interna sovietica e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare l’insieme di riforme politico-economiche (ricambio nei vertici di partito, adozione di nuovi sistemi di rappresentanza ed elettorali, moderato liberismo economico, riconoscimento delle opposizioni interne, ecc.) che caratterizzarono l’azione di Michail S. Gorbačëv a cominciare dal marzo 1985, quando venne a occupare la carica di segretario del Partito Comunista sovietico. A perestrojka era solitamente associato il termine glasnost (v. la voce), spesso tradotto in ital. con trasparenza.

glàsnost s. f. [voce russa, glasnost; propr. «comunicazione, informazione»]. – Termine adottato nella politica interna sovietica negli anni Ottanta del sec. 20° e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare la pubblicizzazione delle notizie politiche, economiche, culturali tramite i mezzi d’informazione (v. perestrojka). La comune, ma non esatta, traduzione con trasparenza è dovuta all’assonanza con l’ingl. glass, ted. Glas, fr. glace, che significano «vetro».

Gorbaciov è stato tanto amato e stimato all’estero, quanto inviso ai russi, durante l’era del suo mandato. La sua perestrojka e la sua glasnost’ furono una ventata di freschezza e rinascita per le libere idee dei russi: nacquero news magazine, giornali e riviste che spuntavano dal nulla come funghi. Fu un periodo bello per tutti coloro che lo hanno vissuto dal vivo e dal di dentro (e io ci sono stato in Russia quando c’era Gorbaciov). Non con i titoloni “sparati” di Repubblica, che all’epoca, in piena era Scalfari, gridava alla libertà a ogni piè sospinto, ma con chi, come me, da studente universitario all’Università Lomonosov di Mosca, ha potuto vedere i capannelli all’uscita delle stazioni della metropolitana di Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo), con improvvisati comizi da strapaese, dove si discuteva di tutto, dal prezzo delle patate alla possibile efficentazione del lavoro sovietico nelle campagne. Insomma, io c’ero. C’ero nel 1989, la prima volta che andai in Unione Sovietica, come ospite di una famiglia di amici, e poi quando tornai successivamente come studente alla Lomonosov nel 1994 per tutto un semestre invernale. Ma quella è ancora un’altra storia, perché già c’era al potere El’tsyn, il quale aveva già cambiato parecchie cose e già l’Unione Sovietica non esisteva più, almeno come moloch statutario di un passato comunista.

Ma la perestrojka (lett. ristrutturazione) di Gorbaciov mise in luce tutte le contraddizioni del cambiamento, nonché fece già intuire i successivi accaparramenti e speculazioni dell’era successiva, quella di El’tsyn. E con la ristrutturazione che avviò Gorbaciov, i negozi erano vuoti (io li ho visti e non parlo per sentito dire): scaffali lunghi dieci metri con tre pezzi di qualcosa, gettati lì, senza la minima normativa igienica. Cosa che nemmeno nella precedente era Brezhnev si era mai vista. Tant’è vero che molti russi rimpiansero per anni l’era Brezhnev.

Mi si passi il paragone, un po’ tirato per i capelli, ma Gorbaciov è stato per la Russia quello che è stato per noi italiani, Mario Monti. Stimatissimo all’estero e quasi odiato dagli italiani, che fu costretto a mettere in ginocchio a causa del vicino fallimento e delle politiche restrittive europee.

Nessuno, tra i russi, rimpianse la dipartita di Gorbaciov, quando ci fu il colpo di stato nel 1991 e quando arrivò appunto El’tsyn.

A me Gorbaciov ha fatto sempre tanta tenerezza, soprattutto quando uscì di scena, massacrato dai media russi e dall’opinione pubblica. Quando ci fu il golpe, tutti lo videro scendere dalla scaletta dell’aereo, di ritorno dalla Crimea (pensate ai corsi e ai ricorsi della Storia!!!), dov’era in vacanza con la moglie Raissa Gorbaciova. Stanco, prostrato, umiliato, defenestrato senza la minima parvenza di gratitudine, additato poi, anche oggi da Putin, come un traditore della Patria.

Nemmeno lui, e lo ha detto più volte successivamente, si sarebbe mai potuto aspettare del cambiamento a cui aveva dato vita. Gli sfuggì tutto di mano, forse in un modo che nemmeno lui aveva previsto e auspicato. Vuoi o non vuoi, la sua rivoluzione senza sangue è stata però lo stesso una cosa epocale, che quantomeno sarà studiata nei libri di storia della Russia, quando tornerà ad essere un paese democratico.

Oggi la Russia ha celebrato le esequie di un grande uomo del Novecento, quasi in silenzio, vergognandosi del suo passaggio terreno nella Storia del paese. Il che la dice lunga sul livello di democrazia di quel paese, oggi.