20 Settembre 2025: La Giornata Nazionale IMI, dedicata agli Internati Militari Italiani

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20 settembre 2025, la prima volta della Giornata Nazionale IMI

Ci sono date che, come pietre miliari, scandiscono il ritmo della memoria collettiva. Il 20 settembre, per molti, evoca la Breccia di Porta Pia, quel momento cruciale che segnò la fine del potere temporale dei papi e l’unificazione italiana. Ma da quest’anno e per tutti gli anni, il 20 settembre assume e assumerà un nuovo significato, più intimo e doloroso, ma anche profondamente giusto: è la Giornata Nazionale IMI degli Internati Militari Italiani (ANEI), istituita nel gennaio 2025 per rendere omaggio a quegli uomini che, con un semplice “no”, cambiarono il corso della loro vita e della storia.


Un “No” che vale una vita: il sacrificio degli IMI

Gli Internati Militari Italiani (IMI) furono soldati e ufficiali italiani catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. A loro fu offerta una scelta: tornare in Italia e combattere al fianco della Repubblica Sociale Italiana, o rifiutare e affrontare la deportazione nei lager nazisti. La maggior parte di loro scelse la seconda opzione, un “no” che li condannò a mesi e anni di prigionia, fame, lavoro forzato e umiliazioni.

Tra questi uomini c’era anche mio nonno materno, un semplice sottufficiale Sergente Maggiore di Artiglieria che, come tanti altri, fu tradotto nei campi di concentramento e di lavoro del Terzo Reich. La sua storia, che aleggiava in famiglia, raccontata più da mia madre che non da lui stesso, mi ricorda di quando ero bambino, ed è una delle tante che oggi trovano finalmente spazio in questa giornata di commemorazione.


La cattura e l’odissea di un soldato italiano

Era il 9 settembre del 1943, ad Atene. Mio nonno, come centinaia di migliaia di altri soldati italiani, fu catturato dai nazisti con l’inganno: deporre le armi senza combattere, e in cambio la promessa di un rapido ritorno a casa in Italia. Quella promessa si trasformò in un’odissea, un viaggio verso l’inferno dei lager. Non solo una prigionia fisica, ma una prigionia dell’anima, un’esperienza che lo segnò profondamente, ma che lui scelse di custodire nel silenzio. Non c’erano racconti epici, né lacrime pubbliche. Solo un uomo che portava dentro di sé il peso di una storia che non voleva condividere.


La cattura e lo smarrimento, poi la tradotta nei treni piombati, sui carri bestiame

La tradotta dei militari italiani deportati nei campi nazisti avvenne nei famigerati “treni piombati” composti da carri merci bestiame, seguendo la terribile e tristemente famigerata regola ferroviaria: “12 cavalli / 80 uomini”.

Il viaggio nei treni piombati

I militari catturati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venivano caricati su vagoni bestiame chiusi e sigillati, solitamente destinati al trasporto di 12 cavalli, ma nei quali venivano stipate fino a 80 persone. Questa proporzione deriva da una regola ferroviaria europea per il trasporto del bestiame, adottata dai nazisti per la deportazione umana; lo spazio ristretto e le feritoie sigillate rendevano impossibile stare distesi e difficile muoversi, con i liquidi organici dei rinchiusi e le feci che infestavano il viaggio.

Le condizioni di viaggio durante la tradotta

Il viaggio verso i lager durava spesso vari giorni, in condizioni disumane: nei vagoni chiusi, privi di acqua e servizi igienici, i prigionieri soffrivano fame, sete, il caldo soffocante o il gelo improvviso secondo la stagione. La sovrappopolazione costringeva spesso a turni in piedi e chinati, alternandosi per poter stare seduti, mentre i bisogni fisiologici erano fatti su rifiuti improvvisati ed esposti. I tentativi di fuga erano puniti anche con la morte, e non mancavano decessi durante la tradotta a causa di malattie, stenti e asfissia.

La memoria della regola 12 cavalli/80 uomini

“La regola 12 cavalli / 80 uomini” è diventata un simbolo per gli Internati Militari Italiani: nei loro diari e testimonianze si legge la drammatica realtà di quei viaggi, dove lo spazio minimo previsto per gli animali diventava la misura della dignità negata all’uomo. La tradotta nei carri bestiame rappresenta ancora oggi l’inizio dell’inferno della deportazione, uno dei momenti più traumatici della loro esperienza.


L’arrivo al campo di Biała Podlaska

Il campo di Biała Podlaska

Il campo di Biała Podlaska, noto anche come Stalag 366/Z, era un campo di prigionia situato nell’attuale Polonia orientale, a circa 150 chilometri da Varsavia, utilizzato principalmente durante la Seconda Guerra Mondiale per gli Internati Militari Italiani (IMI) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Qui vennero deportati i militari che avevano rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di collaborare con i tedeschi. Il campo era tristemente noto per le durissime condizioni di vita, il sovraffollamento, la mancanza di risorse e per le epidemie di tifo che decimarono i prigionieri, molti dei quali erano sopravvissuti solo grazie ad atti di solidarietà e all’aiuto locale.

Descrizione e condizioni del campo

  • Il campo si trovava fuori dall’abitato di Biała Podlaska, circondato da robusti reticolati di filo spinato e torrette di guardia, sorvegliato da sentinelle con l’ordine di sparare ai prigionieri che cercavano di avvicinarsi al confine del campo.
  • Le baracche, in cui dormivano gli internati, erano sovraffollate e spesso infestate da parassiti. I pagliericci erano ridotti a polverosi giacigli, focolai di pidocchi e cimici.
  • Il campo venne temporaneamente chiuso dalla Croce Rossa Internazionale perché dichiarato inabitabile a causa delle epidemie di tifo che avevano causato la morte di migliaia di prigionieri russi, i cui cadaveri avevano inquinato le falde acquifere, rendendo anche l’acqua potabile pericolosa.
  • La fame era diffusa, e molte testimonianze raccontano di prigionieri italiani, spesso ufficiali, ridotti allo stremo delle forze e alla sopravvivenza grazie a piccoli atti di umanità, come la condivisione furtiva di pane da parte dei civili locali.

Rilevanza storica e testimonianze

  • Nel campo transitarono circa 1.500 ufficiali e sottufficiali italiani, di cui pochissimi ressero fisicamente e psicologicamente alle condizioni estreme.
  • Numerosi internati italiani rimasero segnati per tutta la vita dalle condizioni disumane e dal trauma dell’internamento.
  • Biała Podlaska veniva talvolta gestito in collegamento con altri campi come quello di Dęblin, sia come luogo di transito che di detenzione prolungata.

Codifica, localizzazione e sigle del campo di Biała Podlaska

  • Il campo è noto prevalentemente come Stalag 366/Z secondo la letteratura e le banche dati storiche.
  • Il campo di Biała Podlaska appare anche nei registri delle Commissioni d’inchiesta sui crimini nazifascisti italiani come località di internamento tra l’ottobre 1943 e il marzo 1944.

Arrivo e sistemazione

La prima fase della prigionia prevedeva la spoliazione di ogni oggetto personale, la marcia obbligata fino al lager, la schedatura e la sistemazione nelle baracche sovraffollate e fatiscenti. I prigionieri italiani venivano sottoposti a disinfestazione, spesso privata di efficacia contro epidemie e parassiti. Le condizioni igieniche erano tragiche, specie dopo che il campo era stato dichiarato temporaneamente inabitabile dalla Croce Rossa Internazionale per la presenza di epidemie che avevano già sterminato migliaia di prigionieri russi; le falde acquifere erano contaminate dai cadaveri sepolti.

Scelte politiche e divisione

Nel campo avvenne un episodio particolarmente rilevante dal punto di vista storico: su circa 2.600 internati italiani, poco meno di 150 decisero di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana (circa il 7%, tra cui mio nonno), nonostante le pressioni subite dai fascisti e dalle SS. Ciò significa che la stragrande maggioranza degli ufficiali decise di aderire alla RSI o per convinzione o perché sperava di darsi alla macchia e aderire alla Resistenza una volta rientrato in Italia. Un’altra possibile spiegazione sta nel fatto che i quadri ufficiali (e, in minima parte, i sottufficiali) rappresentavano una élite più “inquadrata” dal regime fascista in tempo di pace. Chi rifiutò fu condannato a una prigionia ancora più dura e spesso venne trasferito in Germania, come appunto mio nonno materno, o in altri lager. Questo dà ancora più valore alla scelta di mio nonno, che comunque io ricordo sempre essere stato un uomo sobrio, ma integerrimo dentro. I prigionieri che aderirono alla RSI videro immediatamente migliorare le loro condizioni di alimentazione ed ebbero la certezza di poter tornare a casa, anche se a servire il decadente “regime fantoccio” fascista.

Memoria e ricordo

  • Diverse testimonianze di sopravvissuti, fotografie e documenti storici sono oggi reperibili in archivi storici e memoriali italiani, spesso consultate dai familiari degli internati per ricostruire le vicende di chi vi subì la detenzione.
  • Il campo è ricordato come luogo di sofferenza estrema, ma anche di resistenza psicologica e morale tra gli ufficiali e i soldati italiani che vi passarono.

Biała Podlaska Stalag 366Z rimane uno dei simboli della tragica esperienza degli Internati Militari Italiani nella Seconda guerra mondiale, riflettendo la complessità e la durezza della prigionia tedesca in Europa orientale.


Norimberga: il lager e l’ombra delle adunate

Dopo il primo passaggio nel campo di concentramento di Biała Podlaska (campo 366Z), in Polonia, e il rifiuto all’adesione alla Repubblica di Salò, mio nonno fu trasferito a Norimberga, con un altro viaggio simile e paragonabile al precedente, nell’Oflag 73, un campo tristemente famoso. Norimberga, città simbolo del potere nazista, era già stata teatro delle imponenti adunate immortalate nei film di Leni Riefenstahl. Proprio il luogo di quelle adunate, divenne negli anni di guerra il luogo dove fu costruito il campo di concentramento destinato ad “ospitare” gli IMI. Quei luoghi, che avevano ospitato la propaganda trionfale del regime, divennero il palcoscenico di una tragedia silenziosa: la prigionia dei soldati italiani, sia quelli di truppa, che i sottufficiali e ufficiali.

L’Oflag 73 per sottufficiali e ufficiali e lo Stalag XIIID per i militari di truppa (stranamente, nella nomenclatura nazista, i campi degli ufficiali e sottufficiali venivano denominati col numero arabo, mentre quelli destinati alla truppa erano denominati col numero romano), erano campi di prigionia costruiti proprio in quei luoghi carichi di simbolismo. Mio nonno vi rimase per mesi, prima di essere trasferito in un campo di lavoro ad Auerbach, di cui ho cercato tracce senza mai riuscire a ricostruire completamente la sua esperienza. Lavorava, probabilmente, in una miniera o in un sito di estrazione di pietre, ma i dettagli si perdono nella nebbia della memoria e della documentazione frammentaria.

La storia del campo di Norimberga Oflag 73 e Stalag XIIID

Il campo di concentramento nazista di Norimberga fu sede sia dello Stalag XIII D, destinato principalmente a sottufficiali e truppe, sia dell’Oflag 73, dedicato agli ufficiali; in entrambi furono imprigionati migliaia di Internati Militari Italiani (IMI) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Storia dello Stalag XIII D

Lo Stalag XIII D venne istituito a Norimberga nel settembre 1939, inizialmente come campo di internamento per civili, ma già dai primi mesi ospitò prigionieri di guerra provenienti dalla campagna di Polonia, Francia e successivamente Sovietici durante l’Operazione Barbarossa. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio italiano, arrivarono i primi italiani catturati perché non aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, né accettarono di continuare a combattere a fianco dei nazisti. Questi internati furono privati dello status di prigionieri di guerra e delle tutele della Convenzione di Ginevra, venendo impiegati come forza lavoro e sottoposti a condizioni durissime, spesso mortali. Il campo subì anche pesanti bombardamenti alleati e, nell’aprile 1945, fu liberato dalle truppe americane.

Oflag 73: il campo per gli ufficiali e i sottufficiali, tra cui mio nonno

Nel novembre 1944, una sezione dello Stalag XIII D fu trasformata in Oflag 73 per ufficiali di varie nazionalità, tra cui molti italiani evacuati dai campi dell’est e aviatori alleati. Gli ufficiali e sottufficiali internati nell’Oflag 73 vennero privati di dignità militare e sottoposti a lavori forzati; molti provenivano da altri lager dispersi in Germania e Polonia, tra cui appunto il già ricordato campo di Biała Podlaska. Le condizioni di vita erano spesso drammatiche, con scarsità di cibo, abusi, malattie e lavori estenuanti. Molti IMI morirono per malattie, fame, freddo o violenza, mentre chi sopravvisse rimase segnato per sempre.


Il destino degli Internati Militari Italiani

Dopo l’armistizio, quasi 650.000 militari italiani vennero deportati nei lager tedeschi, subendo marce forzate, trasporti in condizioni disumane e privazione di diritti internazionali. Agli ufficiali era riservato l’Oflag mentre sottufficiali e truppe venivano destinati agli Stalag, dove convivevano con prigionieri di altre nazionalità e venivano impiegati nei lavori più pesanti. L’esperienza degli IMI fu a lungo ignorata anche nel dopoguerra, ma il loro rifiuto di collaborare con i nazisti rappresenta una forma di resistenza dimenticata, che adesso, con questa legge che ha istituito la Giornata Nazionale IMI, trova una degna risposta, non solo ai familiari, come me, ma anche alla Memoria Nazionale Condivisa (almeno lo si spera!).


La medaglia d’onore: un riconoscimento tardivo ma necessario

Nel 2019, prima che la pandemia ci travolgesse e ci facesse perdere il senso del tempo, io e mia sorella abbiamo ricevuto la Medaglia d’Onore per mio nonno. Un riconoscimento che, seppur tardivo, ha portato un po’ di luce su una vicenda che per troppo tempo è rimasta ai margini della narrazione storica. Gli IMI, infatti, non furono considerati prigionieri di guerra, ma “internati”, una definizione di escamotage che li privò delle tutele previste dalle convenzioni internazionali. Tra le ulteriori privazioni, essi non potevano nemmeno ricevere i pacchi della Croce Rossa o dai parenti, proprio in virtù di questo status giuridico che li considerava non dei prigionieri, bensì dei traditori (secondo i nazisti). Solo dopo decenni, la loro scelta di resistenza morale ha trovato il giusto tributo.


Mio nonno, il silenzio e la memoria: un ricordo intimo

Il silenzio di mio nonno e la sua odissea nei lager nazisti

Ci sono silenzi che pesano più di mille parole, che si insinuano nelle pieghe della memoria e diventano parte integrante della nostra identità. Mio nonno era uno di quei silenzi. Un uomo sobrio, riservato, che non ha mai ostentato, né esternato le cicatrici invisibili della sua prigionia nei lager nazisti. Un uomo che, pur avendo vissuto l’orrore, ha scelto di non farne un vessillo, di non partecipare a manifestazioni pubbliche, come quelle del Primo Maggio, che lui considerava, nel suo intimo, delle “carnevalate”. Non lo ha mai detto apertamente, ma io l’ho capito. L’ho capito osservandolo, ascoltando il suo silenzio, e scavando nel suo passato.


Se vuoi scoprire il Destino dei tuoi nonni: l’Archivio Diaristico Nazionale

Presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) è possibile leggere alcuni diari depositati da ex prigionieri, che, rientrati dopo la guerra sani e salvi, ovviamente a piedi, decisero di scrivere le loro memorie e di depositarle presso questo Archivio Storico di rilevanza storica Nazionale. Ebbene, io mi sono andato a leggere alcuni di questi diari, inclusi quelli sulla disfatta di Caporetto, che sarà oggetto di altri miei post qui nel blog, perché vi fu coinvolto mio bisnonno sempre materno (il suocero di mio nonno Mario). Alla fine c’è tutto, basta solo avere la perseveranza di andarsi a leggere le testimonianze: i racconti dei commilitoni, sempre sottufficiali, quindi pari grado di mio nonno, che spiegano come fu il viaggio, la detenzione e il lavoro nelle fabbriche naziste.


La memoria e il discorso di Mattarella

Oggi, 20 settembre 2025, nella prima giornata dedicata agli IMI (Internati Militari Italiani), ho ascoltato il discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E mi sono commosso. Ho pensato a mio nonno, morto nel febbraio del 1985, a 69 anni, troppo giovane per il tempo che avrebbe meritato. Ero già un ragazzo quando se n’è andato e i ricordi di lui sono ancora vividi, nitidi. Mi chiedo cosa avrebbe provato ascoltando le parole del nostro Presidente. Probabilmente si sarebbe commosso anche lui, in silenzio. Perché il silenzio, per lui, era una forma di rispetto, di dignità, di memoria.


Un ricordo che vive nel silenzio

Questo post non vuole essere un’analisi storica, né un manifesto politico. È un ricordo intimo, personale. È il tentativo di dare voce a quel silenzio che mio nonno ha scelto come compagno di vita. Un silenzio che, a distanza di 40 anni dalla sua morte, continua a parlare. Parla di resilienza, di dignità, di una generazione che ha vissuto l’indicibile e ha scelto di non farne spettacolo. Parla di mio nonno, e di tutti quei soldati italiani che, come lui, hanno attraversato l’inferno e sono tornati, portando con sé il peso di una memoria che non si può cancellare.


Una legge giusta, un compromesso necessario

La Giornata Nazionale degli Internati Militari Italiani è stata istituita con una legge approvata a gennaio 2025, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’armistizio. Come ogni legge, è frutto di compromessi e discussioni, ma il suo valore simbolico è innegabile. Finalmente, dopo 80 anni, si rende giustizia a quegli uomini che, con il loro rifiuto, hanno incarnato il senso più alto della dignità e della libertà.

Si può sempre dire un sì o un no - piazzale antistante il museo anei a padova
Si può sempre dire un sì o un no – Piazzale antistante il Museo ANEI a Padova

Ricordare per non dimenticare

Per me, il 20 settembre non sarà più solo la Breccia di Porta Pia. Sarà anche il giorno in cui ricorderò mio nonno e tutti gli IMI, uomini che hanno scelto di dire “no” al compromesso, pagando un prezzo altissimo. Sarà il giorno in cui celebrerò la memoria di chi ha resistito, non con le armi, ma con la forza della propria coscienza.

E allora, viva il 20 settembre, che da oggi non è solo Storia, ma anche Memoria. Non solo familiare, ma Nazionale.

Comune di firenze, manifestazione 25 aprile 2021, anei firenze
Comune di Firenze, manifestazione 25 aprile, ANEI Firenze