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“La telefonata privata diventa podcast non richiesto, la confidenza diventa conferenza, il sussurro si tramuta in bando pubblico. È la magia dell’amplificazione: pigiamo un tasto e il nostro ego entra in modalità surround.”
Manuale minimo di sopravvivenza agli urlatori da treno
Finalmente ho il tempo di leggere un bel libro…
Sali sul treno. Ti aspetta un viaggetto di due ore per andare a trovare un amico sulla costa adriatica e, per una volta, sei stato previdente: nello zaino hai infilato quel bel libro sui viaggi in Scandinavia, trovato in un mercatino dell’usato con le pagine un po’ ingiallite e quell’odore di carta che promette già avventure. Ti immagini immerso nel silenzio ovattato dei fiordi, lontano dal mondo, cullato dal rollio dei binari.
Poi, però, arriva l’incubo sonoro. Non appena il convoglio prende velocità, parte il festival del rumore non richiesto: l’urlatore seriale al telefono che snocciola la cronaca della sua vita con tanto di dettagli sanitari e familiari, il genio dei video su TikTok che trasforma il vagone in una discoteca abusiva e l’immancabile visualizzatore di video su YouTube, capace di scandire i minuti come un metronomo di maleducazione.
A quel punto ti chiedi: davvero ho comprato un biglietto del treno o un posto in prima fila al teatro dell’assurdo di Ionesco? È in quel momento che realizzi che il vero problema non è il viaggio in sé, ma la compagnia indesiderata: una folla armata di smartphone e priva di senso civico, che considera il silenzio un optional da disattivare a piacimento.
Cronache dal vagone: catalogo delle nefandezze
Ogni viaggio sui mezzi pubblici è un safari sonoro. Non servono le cuffie da naturalista, basta sedersi e osservare. O meglio: ascoltare l’involontario concerto.
C’è l’urlatore in viva voce, specializzato in drammi sentimentali o in trattative d’affari che nessuno vorrebbe conoscere. La sua voce si propaga da un capo all’altro del vagone, come se il treno fosse una sala plenaria convocata apposta per lui.
Poi arriva il cinefilo da TikTok, quello che decide di condividere il suo feed come se fosse una proiezione gratuita. Nessun auricolare, solo audio sgraziato e gracchiante, che rimbalza sulle pareti come un boomerang.
Non manca il collezionista di notifiche, con il telefono che esplode a intervalli regolari: pling, tac-tac, buzz. Ogni messaggio è una sirena da cantiere che annuncia, con fastidiosa insistenza, la sua irrilevanza.
La verità è che il vagone non è più un luogo di transito, ma un palcoscenico involontario dove ognuno recita la propria parte, convinto di avere diritto a un pubblico pagante. Spoiler: il pubblico siamo noi, e non abbiamo chiesto di esserlo.
La maleducazione come sport nazionale
In Italia abbiamo un talento innato: riusciamo a trasformare qualunque cosa in un campionato all’aria aperta. Il calcio? Troppo banale. La pallavolo? Roba da spiaggia. La vera disciplina che unisce il Paese da Nord a Sud è la maleducazione acustica. Non servono arbitri né sponsor: basta salire su un treno o un autobus e il torneo è già cominciato.
Ogni passeggero diventa un atleta, ciascuno con la propria specialità. C’è il centometrista del volume: parte piano, come in sordina, e poi aumenta progressivamente, fino a battere il record mondiale del decibel. C’è il lanciatore di risate: scaglia sghignazzi improvvisi contro i finestrini, senza che nessuno glieli avesse richiesti. E naturalmente il maratoneta del monologo telefonico, capace di raccontare la stessa lite con la suocera dall’inizio a Bologna fino alla fine a Bari, senza mai bere un sorso d’acqua.
E guai a lamentarsi: verresti subito accusato di lesa maestà. Perché in fondo, nel nostro Paese, il silenzio non è un diritto, è un’anomalia da guardare con sospetto. Un viaggiatore silenzioso desta inquietudine: “Ma perché tace? Avrà qualcosa da nascondere? Sarà un tipo strano, magari legge pure libri!”.
Così, mentre il vagone si trasforma in palasport dell’assurdo, ti rendi conto che l’educazione non è stata sconfitta: è stata semplicemente retrocessa in serie Z, a giocare da sola in qualche stazione deserta, lontana dal clamore.
Smartphone, il megafono dell’ego
Lo smartphone è nato per semplificare la vita e infatti l’ha semplificata così tanto che ora raccontiamo la vita di tutti a tutti, in viva voce. La telefonata privata diventa podcast non richiesto, la confidenza diventa conferenza, il sussurro si tramuta in bando pubblico. È la magia dell’amplificazione: pigiamo un tasto e il nostro ego entra in modalità surround.
Poi c’è la nota vocale: durata 2:17, contenuto 0:03. Il resto sono sospiri, “ehm”, “aspetta che scendo”, “no dico, scusami”, con un cameo del motore del bus che ruggisce nel ruolo di controcanto. E il bello è che nessuno ascolta con le cuffie: la privacy è un concetto superato, come il VHS. Oggi vige il PPP, Pubblica Per Principio: se non disturbi almeno un vagone, stai comunicando male.
Le notifiche fanno da coro greco: pling, trrr, plop, ciascuna portatrice di una verità universale tipo “meme del giorno” o “offerta imperdibile sul detersivo”. Nel frattempo la tastiera tattile recita il suo tac-tac impostato su “ruspa”, così nessuno potrà ignorare l’importanza del messaggio: “ok”. Il volume? Sempre su “epopea”. Perché sussurrare un “arrivo tardi” quando puoi trasformarlo in psicodramma in dodici stories.
E quando, gentile ma deciso, azzardi: “Scusi, potrebbe abbassare un po’?”, ecco l’argomento definitivo: “È solo un attimo.” Che, come sanno i fisici, non dura mai meno di quattro fermate. Del resto non è colpa loro: è lo smartphone che urla per contratto; noi siamo solo gli altoparlanti umani di una modernità che non contempla il silenzio come bene comune.
Piccolo galateo tascabile per smartphone in pubblico
Un tempo il galateo serviva a distinguere i nobili dai popolani; oggi potrebbe bastare a distinguere gli umani civili dai selvaggi col telefono in mano. Ecco alcune regole elementari, che nessuno seguirà mai, ma che vale la pena ripetere come un rosario:
- Telefonate brevi e di servizio: “Arrivo alle otto”, “Compra il pane”, “Ci vediamo lì”, “Butta la pasta, sto arrivando!”. Stop. Se la tua conversazione richiede il lessico di Immanuel Kant o la durata della Divina Commedia, rimandala a casa.
- Mai vivavoce: a meno che tu non stia comunicando con la NASA per deviare un asteroide, nessuno vuole partecipare alla tua conference call.
- Volume sotto controllo: il treno non è una discoteca sperimentale. Se il tuo smartphone gracchia, abbassa.
- Video solo con cuffie: YouTube e TikTok non sono servizi pubblici essenziali. Guardali pure, ma senza costringerci a sentire la sigla remixata per 47 fermate.
- Nota vocale privata, non collettiva: se devi registrare un poema in endecasillabi, fallo in silenzio. Nessuno ha chiesto di essere spettatore di quel capolavoro.
Ecco fatto: poche regole, semplici come l’alfabeto. Eppure la loro osservanza trasformerebbe il vagone da inferno sociale a limbo sopportabile.
Un oggetto minuscolo, una rivoluzione silenziosa
Quando tutto sembra perduto, quando il vagone vibra come un’arena del rumore e tu sogni di emigrare in un eremo tibetano, ecco che arriva l’antidoto tascabile: i tappi per le orecchie.
Piccoli, economici, quasi ridicoli nella loro semplicità, eppure capaci di restituirti una parvenza di quiete interiore. Non eliminano il caos — quello continuerà a imperversare, urlato, gracchiato e plingato in tutte le sue varianti — ma lo smorzano. È come se trasformassero il concerto forzato in un sottofondo distante, un po’ fastidioso, ma non più insopportabile.
Non è una soluzione definitiva: non risolvono la maleducazione, non educano i maleducati, non trasformano l’autobus in una biblioteca ambulante. Però ti offrono un margine di respiro, una sorta di “modalità aereo” applicata alla vita reale. Un modo gentile per dire al mondo: “grazie, ma preferisco non ascoltare”.
E nel loro silenzio discreto i tappi contengono un insegnamento: che a volte non puoi cambiare l’ambiente, ma puoi cambiare il filtro con cui lo vivi. Una piccola rivoluzione passiva, certo, ma dalle conseguenze enormi.
Ode ai tappi per le orecchie
Oh, tappi, piccoli cilindri di schiuma poliuretanica o silicone, umili come il pane raffermo, eppure gloriosi come un’armatura medievale. Voi non fate proclami, non pretendete attenzione, non vi accendete con fastidiose notifiche: vi limitate a silenziare il mondo con la delicatezza di chi chiude una finestra quando tira vento.
Grazie a voi, il monologo infinito dell’urlatore seriale diventa un bisbiglìo remoto, la playlist trap del vicino un gracidìo lontano, le notifiche un sussurro quasi marino. Con un gesto semplice — arrotolare, inserire, lasciar espandere — ecco che si attiva la magia dell’isolamento selettivo: il caos resta fuori, tu resti dentro, salvo.
Non siete una cura definitiva: non potete guarire la maleducazione, non potete insegnare l’arte del rispetto. Ma siete la nostra ultima linea di difesa, il talismano discreto di chi vuole sopravvivere in questa giungla urbana senza urlare a sua volta.
Vi porto ovunque: nello zaino, nella tasca della giacca, persino nel comodino. Siete diventati l’ombrello sonoro che mi protegge dalla pioggia incessante del frastuono sociale. E quando, al sicuro dietro di voi, riesco a leggere una pagina, chiudere gli occhi o semplicemente respirare senza odio, vi dedico in silenzio la mia gratitudine.
Ode ai tappi per le orecchie: accessorio imprescindibile, simbolo di resistenza, compagni di viaggio di chi crede che il silenzio non sia un lusso, ma un diritto.