Aaron Swartz e l’Eremo di Camaldoli: quando il genio digitale incontra la quiete del Casentino in Toscana

Fabri in stile realistico-fumettistico: seduto a una scrivania con laptop, taccuino e penna stilografica in un eremo affacciato sul bosco, nel contesto dell’articolo su aaron swartz e open access. Ai image generata da fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

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Questo articolo è un omaggio alla figura di Aaron Swartz, innovatore visionario e sostenitore del web libero. Il Guerrilla Open Access Manifesto, che ancora oggi scalda il cuore di noi tech savvy nerds, nacque durante un soggiorno in un eremo italiano. Al di là del luogo esatto, resta però una suggestione difficile da ignorare: spazi appartati come l’Eremo di Camaldoli, immersi nel bosco e quasi sottratti perfino al segnale telefonico, creano una forma rara di distanza dal rumore.

Non necessariamente producono idee geniali. Ma possono restituire quella condizione oggi quasi introvabile in cui il pensiero non deve rispondere subito a una notifica, a una ricerca, a una pagina da aprire. Per chi vive dentro il web, uscire davvero dal web può diventare, paradossalmente, uno dei modi migliori per tornarci con qualcosa di nuovo.

“Era un genio inquieto, Aaron. Uno di quelli che non si accontentano di creare tecnologia, ma vogliono usarla per cambiare il mondo.”

Il suo lavoro, il suo coraggio, le sue idee, hanno fatto breccia in tante persone come me, quando eravamo giovani leoni attivi nella cosiddetta sharing economy. Le persone come lui ci ricordano che la verità è fatta per essere condivisa e che l’informazione è sacra. Ogni volta che penso ad Aaron, si rafforza la mia voglia di vivere e di fare tutto il possibile per continuare a lavorare per un mondo dove ci sia più onestà.


Una precisazione sull’Eremo di Aaron Swartz

Dopo la pubblicazione di questo articolo, un lettore mi ha cortesemente segnalato che il Guerrilla Open Access Manifesto potrebbe non essere stato scritto all’Eremo di Camaldoli, come raccontato nelle righe che seguono, bensì all’Eremo dei Frati Bianchi di Cupramontana, nelle Marche. Lo ringrazio: la segnalazione meritava una verifica e, soprattutto, di essere resa visibile anche qui.

Il Manifesto originale, datato luglio 2008, reca in calce soltanto l’indicazione “Eremo, Italy”, senza precisare quale eremo. Esistono però fonti che permettono oggi di ricostruire meglio quei giorni. In particolare eIFL – Electronic Information for Libraries, l’organizzazione con la quale Aaron partecipò a un ritiro insieme a Quinn Norton, ricorda esplicitamente che quell’incontro si svolse all’Eremo dei Frati Bianchi di Cupramontana e che fu proprio durante quel soggiorno che Aaron scrisse il Manifesto. La stessa ricostruzione compare anche in un articolo di Tom’s Hardware Italia.

Altre fonti italiane hanno invece indicato negli anni l’Eremo di Camaldoli come luogo della stesura. Ed esiste anche un piccolo frammento di memoria personale che per me continua ad avere un suo valore: durante un mio soggiorno a Camaldoli chiesi direttamente a uno dei monaci se ricordasse il passaggio, nell’estate del 2008, di quel giovane nerd americano. Mi confermò che un ragazzo corrispondente a quella descrizione era stato ospite dell’Eremo per alcuni giorni.

È possibile che nel suo viaggio italiano Aaron abbia frequentato entrambi i luoghi. È possibile che col tempo due memorie si siano sovrapposte. La documentazione oggi disponibile consiglia comunque di attribuire a Cupramontana la redazione del Guerrilla Open Access Manifesto e di lasciare Camaldoli sullo sfondo di una storia personale e documentaria più difficile da ricostruire in ogni dettaglio.

Ma c’è anche un motivo per cui ho scelto di non riscrivere retroattivamente l’articolo che trovate qui sotto.

Camaldoli e l’Eremo dei Frati Bianchi condividono una lontana genealogia eremitica camaldolese e, soprattutto, appartengono allo stesso paesaggio mentale fatto di silenzio, isolamento, studio e distanza dal rumore. Stabilire a quale campanile spetti definitivamente Aaron Swartz sarebbe una disputa curiosa, forse perfino divertente, ma avrebbe poco a che fare con ciò che Aaron ci ha lasciato.

Il punto non è conquistare Aaron per Camaldoli, per Cupramontana, per la Toscana o per le Marche. Il punto è quello che un ragazzo di ventidue anni scrisse, in un eremo italiano, sulla libertà della conoscenza.

Per questo lascio sotto il testo nella sua forma originaria, con la sua quota dichiarata di memoria, racconto e immaginazione. Non per trasformare una suggestione in un fatto storico, ma per conservare quella piccola magia che permette, qualche volta, di sentirsi vicini a una persona che non abbiamo conosciuto: attraverso un luogo, un silenzio e un’idea.

Fonti e letture: i già citati eIFL, Tribute to Aaron Swartz; Pino Bruno, Libertà in rete, la lezione italiana di Aaron Swartz, Tom’s Hardware Italia; Guerilla Open Access Manifesto, La Rivista di Engramma; gli articoli dedicati ad Aaron Swartz e Camaldoli pubblicati da Eticamente e Aubrey McFato.


Il punto d’incontro tra la fervida mente di un tech savvy nerd e la pace dell’Eremo di Camaldoli

Ti sei mai chiesto dove vanno i geni ribelli quando hanno bisogno di silenzio? Aaron Swartz, uno dei più brillanti innovatori digitali della nostra era, passò anche dall’Italia, tra eremi, boschi e luoghi appartati. E allora viene naturale pensare all’Eremo di Camaldoli, nascosto nel Casentino: uno di quei posti in cui il rumore si allontana abbastanza da lasciare spazio alle idee.

Pensa a un hacker, programmatore e attivista che trova ispirazione in un luogo antico e spirituale, lontano dal rumore digitale che lui stesso aveva contribuito a creare. La sua storia è un intreccio affascinante di tecnologia e spiritualità, di ribellione e riflessione.

Il “good guy” che voleva liberare la conoscenza

Aaron Swartz non era un tipo qualunque. A soli 14 anni contribuì alla creazione del protocollo RSS (Really Simple Syndication), un protocollo che ancora oggi viene utilizzato per raggruppare le fonti di notizie al livello mondiale. A 19 fondò nientemeno che Reddit, e a 24 scaricò milioni di articoli accademici dal database JSTOR, convinto che la conoscenza dovesse essere libera e accessibile a tutti. La sua visione era semplice quanto rivoluzionaria: internet doveva essere uno strumento di liberazione, non di controllo.

Era un genio inquieto, Aaron. Uno di quelli che non si accontentano di creare tecnologia, ma vogliono usarla per cambiare il mondo. La sua battaglia contro le restrizioni dell’informazione lo portò a sfidare potenti istituzioni e, alla fine, a pagare un prezzo troppo alto. Ma prima che la sua vita prendesse quella tragica piega nel 2013, Aaron trovò un momento di pace e ispirazione in un luogo inaspettato: un eremo italiano.

Tra i boschi del Casentino: l’eremo come rifugio creativo

Immagina un monastero antico, circondato da abeti e boschi fitti, dove il silenzio è interrotto solo dal vento e dai rumori del bosco. Da qualche parte in un luogo così, in un eremo italiano, Aaron Swartz trovò il tempo e la distanza necessari per mettere in ordine alcune delle sue riflessioni più radicali sul futuro di Internet.

Fu proprio Camaldoli? Potrebbe essere. È difficile non pensarlo, conoscendo il luogo e sapendo quanto bene quella geografia di boschi, isolamento e raccoglimento si accordi con il tono del suo Guerrilla Open Access Manifesto. Ma sarebbe sbagliato trasformare una suggestione in una certezza.

Di sicuro c’è soltanto quella firma in calce: “Eremo”. Senza altro.

Non sappiamo nemmeno se Swartz arrivò in quel luogo con l’intenzione precisa di scrivere il Manifesto oppure se le parole presero forma proprio lì, quasi come conseguenza naturale del silenzio e della distanza. In fondo, è forse un dettaglio meno importante di quanto sembri.

Resta però una piccola traccia personale che continua a farmi pensare. Quando anch’io trascorsi alcuni giorni all’Eremo di Camaldoli, in un ritiro insieme spirituale e personale, chiesi direttamente a uno dei monaci se ricordasse un giovane americano passato da lì nell’estate del 2008. Mi parlò di un ragazzo che poteva corrispondere a quella descrizione.

Non basta per trasformare Camaldoli in una certezza storica. Basta, però, per lasciare aperta una porta.

Non è difficile capire perché un luogo come questo continui a sembrarci plausibile. C’è qualcosa di magico nel Casentino, quella porzione di Toscana che sembra esistere in una dimensione parallela, dove il tempo scorre più lentamente. I monaci benedettini che abitano l’eremo dal 1012 hanno una lunga tradizione di accoglienza verso pensatori e filosofi in cerca di quiete. E Aaron, con la sua mente sempre in movimento, trovò forse qui lo spazio per rallentare e distillare le sue idee rivoluzionarie.

Le sue ‘tesi di Camaldoli’, come ci piace chiamarle tra appassionati di tecnologia, acquistano, se accostate idealmente a un luogo simile, una profondità quasi spirituale, come se la saggezza millenaria del luogo avesse in qualche modo influenzato la sua visione del futuro digitale.

“All’eremo, Aaron non trovò solo un rifugio, ma un paradosso perfetto: un luogo antico dove immaginare il futuro, un santuario di silenzio dove dare voce alle sue idee più dirompenti.”

L’eredità di un ribelle gentile

Ogni volta che visito l’Eremo di Camaldoli, non posso fare a meno di pensare ad Aaron. Mi piace immaginarlo seduto sotto un abete, con il suo laptop aperto, mentre scrive codice che avrebbe cambiato il mondo. La sua breve vita è stata come una fiamma intensa: ha illuminato possibilità che molti non riuscivano nemmeno a intravedere, ha sfidato sistemi consolidati e ha pagato un prezzo terribile per la sua audacia.

La storia di Aaron Swartz e del suo passaggio in un eremo ci ricorda che l’innovazione più profonda nasce spesso dall’incontro tra mondi apparentemente distanti. Tra le antiche mura di pietra di un monastero toscano, un giovane genio americano trovò lo spazio per immaginare un internet più libero e giusto. E anche se Aaron non è più con noi, le sue idee continuano a vivere, a ispirare, a provocare cambiamenti.

Forse è questo il vero miracolo di Camaldoli: la capacità di connettere passato e futuro, silenzio e rivoluzione, spiritualità e tecnologia. Un luogo dove anche i più irrequieti innovatori possono trovare un momento di pace per distillare il caos creativo delle loro menti in qualcosa di duraturo e significativo.

Chi era Aaron Swartz

Aaron Swartz è stato un programmatore, scrittore, attivista politico e attivista per la libera informazione secondo varie fonti online. È noto soprattutto per il suo contributo ad aver fondato Reddit (piattaforma che, tra l’altro, sta vivendo una “seconda giovinezza”), ma fu anche l’artefice della Creative Commons, di Open Library e per il suo manifesto, il Guerrilla Open Access Manifesto, che scrisse nel 2008, mentre si trovava in un eremo. Combatté per l’accesso libero e gratuito alle informazioni e ai dati, sostenendo un Internet aperto e non limitato da barriere economiche o legali. Morì suicida nel 2013, all’età di 26 anni, dopo essere stato accusato di frode informatica per aver scaricato illegalmente articoli accademici da un sistema JSTOR. 

Swartz (1986–2013) è stato un genio precoce, programmatore, scrittore e attivista statunitense, rimasto celebre per il suo impegno a favore dell’accesso aperto alla conoscenza e per la difesa dei diritti digitali, contribuendo a modellare la cultura del web libero e collaborativo.

Quando era poco più che un bambino, il suo acume per l’informatica era già evidente. Cresciuto in un tranquillo sobborgo di Chicago, un ambiente che gli offriva poche distrazioni, ma molta libertà di esplorare la sua passione, già durante l’adolescenza ebbe la fortuna di incontrare menti brillanti come Tim Berners-Lee, il padre del World Wide Web, e Lawrence Lessig, un gigante del diritto della tecnologia. Con loro, collaborò strettamente, occupandosi non solo dello sviluppo di nuove architetture informatiche ma anche delle licenze d’uso destinate a rivoluzionare il panorama digitale globale.

Questo giovane talento, mentre molti dei suoi coetanei scorgevano nella Silicon Valley un miraggio di ricchezze e successo, scelse un percorso decisamente inusuale. Con un coraggioso cambiamento di prospettiva, rivolse la sua intelligenza e la sua energia verso l’attivismo politico e tecnologico. Non cercava guadagni facili, il suo obiettivo era molto più nobile: si batteva per il libero accesso all’informazione, la sicurezza delle comunicazioni digitali, l’anonimato online, e voleva “liberare” i contenuti culturali e informativi dalle barriere imposte dalle grandi banche dati. Lottava per un mondo digitale senza confini, dove la cultura potesse fluire liberamente e gratuitamente.

Tuttavia, la sua lotta lo portò sotto la luce dei riflettori del governo degli Stati Uniti. La sua determinazione nel voler infrangere quelle che considerava barriere ingiuste gli inimicò il potente sistema giudiziario americano, che piano piano lo sopraffece con la sua implacabile pressione. Nonostante la sua fine tragica, avvenuta ormai più di dieci anni fa, il suo lascito continua a vivere. Ancora oggi, le sue idee, la sua passione, e il suo impegno per una società più equa e informata risuonano profondamente tra utenti, hacker e cittadini del mondo digitale, ispirando una nuova generazione a continuare la sua missione di apertura e libertà.

Aaron Swartz era un giovane prodigio, un vero e proprio genio la cui brillantezza risplendeva già dall’infanzia. Fin da piccolo, dimostrò una sete insaziabile di conoscenza, divorando ogni libro che riusciva a trovare. Crescendo, durante la sua adolescenza, ha saputo trasformare questa passione in azioni concrete, rivoluzionando il mondo di Internet con il suo ingegno e le sue innovative intuizioni. Swartz non si fermò mai al solo progresso tecnologico. Egli credette fermamente nel potere dell’informazione e nella possibilità di adoperarla per migliorare il mondo, abbracciando con convinzione l’idea che ogni persona avesse il diritto di sapere.

Tuttavia, la sua vita prese una tragica piega troppo presto. Alla giovane età di ventisei anni, il suo cammino terminò drammaticamente quando fu trovato impiccato in un appartamento di Brooklyn l’11 gennaio 2013. La sua morte lasciò un alone di mistero e una domanda persistente su cosa davvero avvenne, dato che molti dettagli rimangono ancora avvolti nell’incertezza.

La battaglia di Swartz per la trasparenza era ben nota, e questo gli attirò l’attenzione indesiderata delle autorità. Le sue azioni lo misero sotto i riflettori dell’FBI, che decise di punirlo severamente per le sue convinzioni; punizioni che sarebbero state esemplari per molti. Nel 2011, Swartz venne arrestato mentre tentava di ottenere e diffondere gratuitamente documenti accademici dal prestigioso Massachusetts Institute of Technology. Quello che iniziò come un atto di libertà informativa si trasformò rapidamente in un incubo fatto di tribunali, con l’ombra minacciosa di una condanna fino a 50 anni di carcere e risarcimenti da capogiro, pari a 4 milioni di dollari. Il governo americano si impegnò in una guerra giudiziaria implacabile contro di lui, rendendo la vita di Swartz un inferno legale di cui, ancora oggi, non si parla abbastanza. La sua storia è un monito su come le idee rivoluzionarie possano portare ad esiti drammatici in un mondo non ancora pronto per tanta apertura.

Perché Aaron Swartz è ancora oggi importante

Aaron Swartz è diventato un simbolo dell’open access e della cultura libera in rete: il suo “Guerrilla Open Access Manifesto” ispira tuttora attivisti, ricercatori e cittadini digitali. Ha combattuto contro le barriere all’informazione scientifica (celebre il caso JSTOR, in cui rischiò fino a 35 anni di carcere per aver scaricato milioni di documenti accademici con l’intento di renderli pubblici). La sua tragica scomparsa l’11 gennaio 2013 ha lasciato una forte eredità, da cui sono nate riflessioni e movimenti in difesa della libertà digitale, della giustizia sociale e della trasparenza. La sua figura è ancora oggi punto di riferimento per chi lotta per internet come bene comune.

L’esperienza della scrittura, la passione per le tesi e il soggiorno in un eremo, per ritrovare la pace

Aaron Swartz era innamorato dei libri e della scrittura, vedeva nella condivisione della conoscenza una missione di vita. Nonostante il suo rapporto conflittuale con l’ambiente accademico tradizionale — aveva frequentato Stanford solo un anno e si era spesso mostrato critico nei confronti dell’autorità e del conformismo universitario — portò avanti una visione profondamente alternativa del sapere scientifico.

Un’anima libera tra antiche mura millenarie ed alberi secolari

Mentre il sole tramonta sulle abetaie di Camaldoli, penso spesso ad Aaron e mi piace immaginare che un luogo simile possa avergli restituito, almeno per qualche giorno, quella distanza dal rumore di cui aveva bisogno. Tra mura come queste e nel silenzio di un eremo italiano presero forma parole che ancora oggi ci scuotono e ci interrogano.

Aaron amava i libri con una passione viscerale. Li divorava, li assorbiva, li trasformava in azione. La sua visione della conoscenza era semplice e rivoluzionaria: il sapere appartiene a tutti, non a pochi privilegiati. Mentre le “accademie patinate” costruivano muri attorno al sapere scientifico, lui sognava ponti e porte aperte.

Nella quiete dell’eremo dove scrisse il Manifesto, Aaron trovò un paradosso perfetto: un luogo antico dove immaginare il futuro. E viene spontaneo pensare alla lunga storia monastica della conservazione del sapere, quasi in dialogo involontario con quel ragazzo armato di codice e connessioni.

Oggi, quando visito l’Eremo di Camaldoli e cammino sotto quegli stessi alberi, sento quasi la presenza di Aaron. Un sussurro tra le foglie, un’eco di possibilità. E mi chiedo cosa avrebbe potuto realizzare se fosse ancora qui, cosa avrebbe potuto scrivere, quali muri avrebbe potuto abbattere.

Ma forse la domanda più importante è un’altra: cosa possiamo fare noi, ora e oggi, per onorare la sua memoria? La risposta è semplice e difficile allo stesso tempo: continuare a lottare per un internet libero, per una conoscenza accessibile, per un mondo dove le idee possano circolare senza catene.

Aaron Swartz è morto a 26 anni, ma la sua visione vive. E continuerà a vivere finché ci saranno persone disposte a guardare oltre l’orizzonte, a sfidare lo status quo, a credere che un altro mondo è possibile. Proprio come fece lui, in quei giorni di quiete sotto le abetaie di un eremo italiano.

Link al Guerrilla Open Access Manifesto

Un commento al Manifesto


Quando i computer avevano un carattere

Quattro storie di floppy, sistemi operativi, file compressi e libertà digitale.

Il mio manifesto personale: che cosa vuol dire essere una personalità INFP-T e come questo plasma la mia vita

Mockup visuale di fabri in stile realistico-fumettistico: seduto alla scrivania, scrive su un quaderno mentre il vetro riflette diversi strati del suo volto, nel contesto dell’articolo sulla personalità infp-t. Ai image generata da fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

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Hai mai avuto la sensazione che un test di personalità ti abbia letto dentro come un libro aperto? È successo a me quando ho scoperto di essere un INFP-T secondo il modello proposto dal sito 16Personalities, che riprende le quattro dimensioni tipologiche del Myers-Briggs e aggiunge la variante identitaria “T”, Turbulent. Non sono un grande fan delle etichette, ma devo ammettere che questa classificazione ha illuminato molti angoli bui della mia esistenza. In questo articolo, voglio condividere come questa consapevolezza ha influenzato il mio modo di vedere il mondo, di lavorare e di relazionarmi con gli altri. Una sorta di manifesto personale, se vogliamo.

La mente di un mediatore: sensibilità e creatività come superpotere

Essere un INFP significa essere etichettato come “il mediatore” – un tipo di personalità che rappresenta solo il 4% della popolazione. Siamo quelli che vedono possibilità dove altri vedono problemi, quelli che sentono le emozioni altrui come fossero le proprie. A volte è un dono, altre volte una maledizione. Quando lavoro a un progetto creativo, questa sensibilità mi permette di cogliere sfumature che altri potrebbero ignorare. La mia mente funziona come un caleidoscopio: prende frammenti di idee, emozioni e immagini e li trasforma in qualcosa di nuovo. Non è un processo lineare, anzi, è caotico e imprevedibile. Ma è proprio questo caos a generare le idee migliori. La creatività, per me, non è un hobby ma una necessità vitale, come respirare.

L’introversione in un mondo di estroversi: la sfida quotidiana

Sai quella sensazione quando sei a una festa e dopo un paio d’ore senti il bisogno fisico di scappare? Ecco, benvenuto nel mondo degli introversi. L’essere INFP significa che la mia energia si ricarica nella solitudine, non nella folla. In un mondo che celebra chi parla più forte e chi occupa più spazio, essere introverso è spesso visto come una debolezza. Ma ho imparato che la mia introversione è in realtà una forza nascosta. Mi permette di ascoltare davvero, di osservare i dettagli, di riflettere profondamente prima di agire. Certo, ci sono giorni in cui vorrei essere più spavaldo, più immediato nelle relazioni sociali. Ma poi mi ricordo che la mia capacità di connettermi profondamente con poche persone vale più di mille conversazioni superficiali. E quando lavoro come freelance, questa caratteristica diventa un vantaggio: la solitudine non mi spaventa, anzi, è il mio ambiente naturale di lavoro.

La maledizione del perfezionismo: quando il “buono” non è mai abbastanza

La “T” in INFP-T sta per “turbulent”, turbolento. E qui arriva il bello, o meglio, il complicato. Essere turbolento significa vivere in uno stato di costante insoddisfazione, di ricerca della perfezione. Un progetto è sempre migliorabile, un articolo potrebbe essere scritto meglio, una foto potrebbe avere una luce migliore. Questo perfezionismo è il mio più grande alleato e il mio peggiore nemico. Mi spinge a dare il massimo, ma allo stesso tempo mi impedisce spesso di considerare “finito” un lavoro. Quante volte ho passato ore a modificare dettagli che nessuno avrebbe notato? Quante notti insonni ho passato a rimuginare su una frase, un’immagine, un’idea? Il perfezionismo è una trappola seducente: ti fa credere che esista la perfezione e che tu possa raggiungerla. Ma la verità è che la perfezione è un orizzonte che si allontana man mano che ti avvicini.

Vivere secondo i propri Valori: la bussola interiore

Una delle caratteristiche più profonde degli INFP è la forte connessione con i propri Valori. Non si tratta di moralismo o di rigidità, ma di una bussola interiore che guida le scelte di vita. Per me, questo significa rifiutare lavori o collaborazioni che vanno contro i miei principi, anche quando economicamente sarebbero vantaggiosi. Significa difendere cause in cui credo, anche quando non sono popolari. E soprattutto, significa cercare autenticità in ogni aspetto della vita. Non è sempre facile. In un mondo che spesso premia il compromesso e la flessibilità morale, rimanere fedeli ai propri valori può sembrare ingenuo o idealista. Ma alla fine della giornata, poter guardare il proprio riflesso nello specchio senza vergogna è il vero successo. E questo vale più di qualsiasi riconoscimento esterno.

Accettarsi per quello che si è: un manifesto personale

Dopo anni passati a cercare di adattarmi a un mondo che sembra premiare caratteristiche opposte alle mie, ho finalmente capito che la vera forza sta nell’accettazione. Non si tratta di rassegnazione, ma di riconoscere che la mia sensibilità, la mia introversione, il mio idealismo non sono difetti da correggere, ma qualità da valorizzare. Questo non significa ignorare le aree di miglioramento o smettere di crescere. Significa piuttosto crescere nella direzione giusta, quella che rispetta la mia natura profonda. Se sei anche tu un INFP, o un qualsiasi altro tipo di personalità che si sente “fuori posto” nel mondo, ricorda che non c’è niente di sbagliato in te. Il mondo ha bisogno di tutti i tipi di menti, di cuori, di anime. Ha bisogno della tua unicità, proprio come ha bisogno della mia. E questo, alla fine, è il mio manifesto personale: essere autenticamente me stesso, con tutte le luci e le ombre che questo comporta.


Marzo, il mese in cui il tempo perde la bussola

Fabri alla scrivania confuso dai fusi orari internazionali con orologi di new york, londra e tokyo sullo sfondo. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Ogni anno succede la stessa cosa: per qualche settimana gli orari tra Europa e Stati Uniti cambiano senza avvisare nessuno. Marzo e ottobre diventano così i mesi in cui il tempo perde la bussola e le call su Zoom iniziano misteriosamente all’ora sbagliata.