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C’è un momento preciso, nella vita di chi lavora nel digitale, in cui accade qualcosa di curioso.
Non smetti di parlare italiano.
Ma non inizi nemmeno davvero a parlare inglese.
Succede una cosa intermedia.
Una zona grigia, linguistica e mentale, dove le parole non sono più quello che erano, ma funzionano lo stesso.
È il linguaggio del coworking.
Delle call che iniziano puntuali e finiscono “quando si chiude”.
Delle chat che scorrono veloci, dove nessuno ha il tempo, né la voglia, di fermarsi a cercare la forma perfetta.
È lì che nasce tutto.
“I have to stack.”
“It doesn’t go.”
“We align after.”
Frasi che, fuori contesto, farebbero sobbalzare anche il più indulgente dei madrelingua britannici.
E che dentro una call tra SEO, developer e marketer, invece, scorrono lisce come l’olio buono.
Non sono corrette.
Non sono eleganti.
Non sono nemmeno, a voler essere pignoli, inglese.
Eppure funzionano.
Funzionano perché non servono a parlare bene.
Servono a capirsi in fretta.
E in certi ambienti, credimi, è molto più importante.
Quando l’inglese diventa un sentimento, non una lingua
Sai quando capisci che qualcosa sta andando storto… ma allo stesso tempo perfettamente nel verso giusto?
A me è successo anni fa, in aeroporto.
Fila al desk.
Situazione già tesa di suo: volo in overbooking, gente che sbuffa, valigie che sembrano pesare il doppio solo per nervosismo.
Accanto a me, un signore italiano, distinto, giacca buona, probabilmente uno che nella vita “se la cava”, a un certo punto perde completamente la bussola linguistica.
E parte.
“But I have the prenotation!”
(“I have a booking for this flight” sarebbe stato sufficiente.)
Con quella parola detta così, piena, convinta.
Come se bastasse pronunciarla bene per renderla vera.
La ragazza al desk lo guarda.
Non capisce. O forse capisce fin troppo bene.
Lui insiste.
“I have the prenotation! You see?
Prenotation!”
Ora, tecnicamente, quella parola non esiste.
Ma emotivamente… è perfetta.
Dentro “prenotation” c’era tutto:
- la rabbia
- la frustrazione
- la convinzione di avere ragione
- e quel disperato tentativo di farsi capire a tutti i costi
E qui arriva il punto.
Quell’uomo non stava parlando inglese.
Stava parlando una lingua nuova.
Una lingua ibrida, spontanea, quasi poetica nella sua goffaggine.
Un misto tra italiano, inglese e panico.
Una lingua che noi, nel nostro piccolo, parliamo tutti i giorni.
Solo che lo facciamo meglio.
O almeno, crediamo di farlo meglio.
Perché la verità è che tra:
“I have the prenotation”
e
“Let’s align on this and then we move forward”
…la distanza non è così grande come pensiamo.
Cambia il contesto.
Cambia il tono.
Ma il meccanismo è lo stesso.
Stiamo costruendo frasi che funzionano, anche quando non sono corrette.
E, diciamolo, a volte le costruiamo così… anche per divertirci un po’.
Perché in fondo, in quel momento lì, tra un gate e una valigia,
quel signore non stava solo litigando con una compagnia aerea.
Stava inventando, senza saperlo, una lingua nuova.
E noi siamo già lì dentro.
E se ci pensi bene, questa cosa non vale solo per l’inglese.
Vale un po’ per tutte le lingue che ci passano accanto, senza mai fermarsi davvero.
Lo spagnolo, per esempio.
Chi è cresciuto negli anni ’90 se lo ricorda bene.
Basta tirare in ballo Il Ciclone e succede qualcosa di curioso: sorridi ancora prima di sapere perché.
Levante, il protagonista interpretato da Leonardo Pieraccioni, che era anche l’autore e regista di quel film, aveva trovato la soluzione definitiva.
Per parlare spagnolo, bastava aggiungere una “S” in fondo alle parole.
Una roba tipo:
“Yo vados a la casas, con mis amigos, tranquillos.”
E la famosa:
“Vo a dare il ramados!”
detta da Ceccherini con l’irroratore a tracolla che cigolava 😄
E il bello è che, per qualche secondo… funzionava davvero.
Non perché fosse corretto.
Ma perché era credibile abbastanza.
Era un altro tipo di “prenotation”, diciamo.
Una lingua inventata sul momento, costruita per:
- cavarsela
- fare scena
- oppure semplicemente evitare il silenzio imbarazzante
E anche lì, sotto la superficie della gag, c’era qualcosa di molto vero.
Quella stessa spinta che ti porta a parlare anche quando non sei sicuro.
A riempire i vuoti.
A costruire un ponte, anche se traballante.
Perché il punto, alla fine, non è mai la grammatica.
È il bisogno quasi fisico di entrare in relazione.
E allora sì, aggiungi una “S”.
Oppure ti inventi una “prenotation”.
E in qualche modo… vai avanti.
Il cervello pigro (ma geniale) del lavoratore digitale
A questo punto la domanda viene da sola.
Perché lo facciamo?
Perché, anche quando conosciamo la forma corretta, scegliamo deliberatamente quella… un po’ storta, un po’ improvvisata, un po’ nostra?
La risposta, in realtà, è meno romantica di quanto sembri.
Il cervello è pigro.
Ma attenzione: non è una pigrizia stupida.
È una pigrizia estremamente efficiente.
È la stessa logica per cui:
- abbrevia le parole nei messaggi
- salta le vocali quando scrivi veloce
- capisce una frase anche se è grammaticalmente imperfetta
Il cervello non cerca la perfezione.
Cerca il minor sforzo per ottenere il risultato.
E nel nostro caso, il risultato è uno solo:
👉 capirsi in fretta
La grammatica come optional (quando il tempo stringe)
Dentro una call, nessuno ha davvero tempo di “pensare in inglese”.
Non fai questo passaggio:
italiano → traduzione mentale → controllo grammaticale → output corretto
Fai direttamente:
concetto → frase → via
E se la frase suona così:
“We align after”
…non importa che sia imperfetta.
Importa che:
- tutti capiscano
- nessuno si fermi
- la conversazione continui
La grammatica diventa un lusso.
Quasi un dettaglio estetico.
Il principio più importante (e meno dichiarato)
C’è una regola non scritta che governa tutto questo.
Non la trovi nei manuali di business English.
Non la insegnano nei corsi.
Ma funziona sempre.
👉 Se tutti capiscono, allora è giusto.
È brutale, ma è così.
“I have to stack”
“It doesn’t go”
“We push live and then we check”
Formalmente sbagliate.
Operativamente perfette.
Quando l’errore diventa linguaggio
A forza di usarle, queste frasi smettono di essere errori.
Diventano:
- abitudini
- scorciatoie
- piccoli codici condivisi
Un po’ come succede nei gruppi chiusi, dove certe parole hanno un significato solo per chi è dentro.
E a quel punto succede qualcosa di interessante.
Non stai più “sbagliando inglese”.
Stai parlando un’altra lingua.
Una lingua che:
- non è ufficiale
- non è certificata
- non ha regole scritte
Ma funziona.
E funziona perché è costruita su una cosa molto più solida della grammatica:
👉 l’esperienza condivisa
E qui arriva il paradosso
Più lavori in ambienti tecnici, più questa lingua si rafforza.
SEO, developer, marketing, hosting.
Tutti parlano così.
E tutti si capiscono perfettamente.
Poi esci da quel contesto.
Parli con qualcuno fuori da quel mondo.
E lì succede il cortocircuito.
Ti rendi conto che quello che per te è chiarissimo…
per altri è incomprensibile.
E capisci una cosa semplice, ma fondamentale.
Non stavi parlando inglese.
Non stavi nemmeno parlando italiano.
Stavi parlando… lavoro.
Quando il linguaggio diventa una scorciatoia (e poi un problema)
Finché siamo tra “addetti ai lavori”, tutto fila liscio.
Ci capiamo.
Ci anticipiamo.
Ci basta mezzo verbo e un sostantivo storto per chiudere una call.
E a volte, in realtà, non è nemmeno storto.
Pensa a quando noi SEO diciamo:
👉 “questa pagina ranka”
Tecnicamente è un ibrido.
Un pezzo di inglese (“rank”) infilato dentro una struttura italiana.
Eppure funziona.
Funziona così bene che ormai è diventato linguaggio tecnico a tutti gli effetti.
Non è più un errore.
Non è più una scorciatoia.
È una parola di lavoro.
Una di quelle che non trovi nei dizionari,
ma che trovi tutti i giorni nelle call, nei report, nelle chat operative.
E soprattutto:
👉 non crea ambiguità
Chi lavora nella SEO sa esattamente cosa significa.
Non deve interpretare, non deve tradurre.
Capisce al volo.
Ed è qui che si crea la prima distinzione importante.
Non tutte le “deviazioni” linguistiche sono uguali.
Alcune:
- semplificano
- chiariscono
- diventano standard
Altre invece:
- confondono
- approssimano
- e col tempo… si svuotano
Poi, però, succede qualcosa.
Arriva il cliente.
E lì, improvvisamente, quella lingua che sembrava così efficiente…
inizia a fare attrito.
Il caso mio: quando il farlocco diventa identità
A questo punto, però, succede una cosa interessante.
Se sei consapevole di quello che stai facendo, puoi anche permetterti di andare oltre.
Non solo usare questa lingua ibrida.
Ma giocarci.
È qui che nasce qualcosa di diverso.
Non più errore.
Non più scorciatoia.
👉 ma scelta.
“Voglio il Toppe.”
“Ci si sente in Ciatte.”
“Per questa pagina ho usato un Pàtterne.”
“Dammi un Fidbècche.”
Non servono davvero per lavorare.
Non migliorano la precisione.
Non accelerano i processi.
Eppure funzionano.
Funzionano perché:
- alleggeriscono e fanno sorridere
- creano complicità
- abbassano la tensione
E soprattutto:
👉 creano riconoscimento
Chi è dentro, capisce subito.
Chi è fuori… resta un attimo spiazzato.
Ed è giusto così.
Perché a quel punto non stai più parlando solo per comunicare.
Stai parlando per appartenere.
Il confine sottile
C’è però una linea che non puoi ignorare.
Dentro al team, puoi permetterti tutto.
Fuori, no.
Dentro:
- “asap”
- “we align after”
- “questa pagina ranka”
- “mandami un fidbècche”
Fuori:
👉 servono parole che non chiedano interpretazione
Perché il cliente non deve entrare nel tuo linguaggio.
Deve ricevere chiarezza.
E questa è forse la forma più alta di professionalità.
Non parlare “bene”.
Ma parlare giusto per chi hai davanti.
Chiosa
Alla fine, la domanda resta quella iniziale.
Parliamo davvero inglese?
Oppure ci capiamo e basta?
La risposta, forse, è meno importante di quanto sembri.
Perché nel lavoro — quello vero, quotidiano, fatto di call, messaggi e piccoli aggiustamenti continui —
la lingua non è mai solo lingua.
È uno strumento.
A volte preciso.
A volte improvvisato.
A volte persino sbagliato.
Ma efficace.
E allora sì, può capitare di dire:
“I have to stack.” Quando vuoi dire (scusa, devo staccare)
“It doesn’t go.” (non va)
“We align after.” (ci si allinea)
Oppure di difendere con orgoglio una “prenotation” davanti a un desk di aeroporto.
O ancora di aggiungere una “S” in fondo alle parole, come in un vecchio film che ci faceva ridere… ma forse anche riconoscere.
Non è inglese.
Non è italiano.
È qualcosa nel mezzo.
Una lingua imperfetta, viva, adattiva.
In modalità: “adaptation” 😄
Una lingua che non serve a dimostrare qualcosa.
Serve a far succedere le cose.
E forse, se ci pensi bene,
è esattamente quello che ci basta. 💚
Frasi da call
“I have to stack” → I have to drop off / I need to jump off the call
“Let’s hear later” → Let’s speak later / Let’s catch up later
“We align after” → Let’s sync later / Let’s align later
“I check and come back” → I’ll check and get back to you
“I ping you later” → I’ll message you later
Tech & digitale
“It doesn’t go” → It’s not working
“It gives error” → It’s throwing an error / It returns an error
“We push this live” → We’ll push this live / We’ll deploy this
“We fix on the fly” → We’ll fix it on the fly
“It’s broken” → It’s broken / It’s not working properly
SEO & marketing
“This page doesn’t rank” → This page isn’t ranking
“We optimize this later” → We’ll optimise this later
“Let’s check the data” → Let’s look at the data
“We improve conversion” → We’ll improve conversions
“Questa pagina ranka” → This page is ranking well / This page is performing well in search
Il caso “asap”
“ASAP” → As soon as possible
Meglio specificare sempre un tempo reale: by 3 pm, by the end of the day, within 24 hours
Il caso aeroporto 😄
“I have the prenotation” → I have a booking for this flight
“Here is the booking of flight” → Here is my booking / Here is my reservation
Questa scheda non serve per “parlare meglio”. Serve per sapere quando essere precisi.