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Una nota, prima di mettersi in viaggio
La storia è ambientata in Abruzzo perché è lì che è accaduta, ma avrebbe potuto svolgersi su qualunque strada di montagna. Anni fa mi è capitata la stessa cosa in provincia di Bolzano. Frane, smottamenti e deviazioni improvvise rendono comprensibilmente difficile tenere sempre aggiornata la segnaletica. Non è quindi una critica all’Abruzzo o agli abruzzesi: non sono abruzzese, ma è una terra che amo profondamente. Il bersaglio dell’ironia è soltanto quel momento universale in cui Google Maps, i cartelli provvisori ANAS e la strada smettono di parlarsi.
Un dilemma del nostro tempo: a chi do retta, a Google Maps o ai cartelli ANAS?
C’è un momento preciso, durante ogni viaggio in una zona di montagna, nel quale smetti di essere un automobilista e diventi il responsabile unico di una spedizione geografica non autorizzata.
Fino a tre minuti prima stavi guidando serenamente. Il paesaggio abruzzese era magnifico, la strada saliva con una certa dignità e Google Maps mostrava una linea blu continua, rassicurante, quasi materna. Mancavano quarantadue minuti alla destinazione. Poi trentanove. Poi di nuovo quarantasei, ma senza spiegazioni.
È allora che compare il cartello.
STRADA CHIUSA. DEVIAZIONE.
La freccia gialla indica una direzione che Google Maps non prende neppure in considerazione. Per “lui” la strada è aperta. Non solo è aperta: è la strada migliore, la più rapida e, a giudicare dall’insistenza con cui continua a proportela, probabilmente anche la più panoramica.
Il cartello ANAS, invece, sostiene che proseguendo di lì troverai un cantiere, una frana, un ponte interrotto o forse direttamente il bordo amministrativo della realtà.
Hai quindi due fonti.
La prima dispone di satelliti, algoritmi, dati sul traffico e una quantità di potenza di calcolo che avrebbe impressionato la NASA negli anni Sessanta.
La seconda è un rettangolo di plastica gialla appoggiato su due zampe di ferro, leggermente inclinato dal vento.
Naturalmente devi decidere subito.
Dietro di te è già arrivato un furgone bianco il cui conducente considera ogni esitazione una debolezza esistenziale.
Google Maps non riconosce l’autorità costituita
Prendi la deviazione.
Google Maps reagisce come un genitore che ha appena scoperto che non ti sei iscritto alla facoltà concordata.
“Fai inversione a U.”
Non posso.
“Fai inversione a U.”
C’è un guardrail.
“Appena possibile, fai inversione a U.”
Alla mia destra c’è la montagna. Alla mia sinistra una scarpata sulla quale stanno crescendo alberi adulti. L’unica inversione possibile richiederebbe un elicottero e un’autorizzazione paesaggistica.
Dopo qualche centinaio di metri, Google accetta la sconfitta e ricalcola il percorso. Per qualche istante sembra aver compreso. La linea blu si adatta alla deviazione e tu provi quel breve sollievo che precede abitualmente un problema più grave.
Ora Maps conosce una strada alternativa.
È una riga bianca sottilissima che attraversa il bosco.
Secondo Google è una strada.
Secondo il bosco, evidentemente, no.
I cartelli gialli e la loro breve stagione riproduttiva
A questo punto decidi di fidarti dell’ANAS.
Non perché tu nutra una fiducia incrollabile nelle infrastrutture italiane, ma perché il cartello giallo esiste fisicamente. Lo hai visto. Volendo, potresti scendere dall’auto e toccarlo. Google Maps, invece, è soltanto una voce dentro un telefono che negli ultimi dieci minuti ha cercato di farti attraversare una montagna lungo una strada che probabilmente compare solo nel catasto del Regno delle Due Sicilie.
La deviazione comincia bene.
C’è un primo cartello giallo con una freccia verso destra. Dopo settecento metri ne compare un secondo. Poi un terzo, sistemato all’altezza di un bivio e leggermente girato, in modo che possa indicare indifferentemente due strade, un casolare o il cielo.
Tu scegli l’interpretazione più ragionevole e prosegui.
Da quel momento, i cartelli finiscono.
Non diminuiscono gradualmente. Non diventano più piccoli. Non vengono sostituiti da indicazioni meno precise. Smettono semplicemente di esistere, come una civiltà precolombiana o una serie televisiva cancellata alla seconda stagione.
Arrivi a un incrocio.
A sinistra c’è una strada che sale. A destra una strada che scende. Davanti, una strada più stretta che sembra condurre a un nucleo abitato composto da tre case, due legnaie e una Panda prima serie parcheggiata con autorevolezza.
Nessuna indicazione.
Il cartello successivo potrebbe essere caduto. Potrebbe essere stato spostato dal vento. Potrebbe averlo preso qualcuno perché serviva per coprire una buca nel pollaio. Oppure, ipotesi tecnicamente più semplice, potrebbe non essere mai stato installato.
L’ANAS ti ha portato fin lì e ora ritiene concluso il proprio compito pedagogico.
Il resto è orientamento personale.
Il momento in cui scegli Google e finisci sulla mulattiera
Di fronte all’incrocio senza cartelli, torni a consultare Google Maps.
La linea blu ha ormai smesso di giudicarti. Ha ricalcolato il percorso sei volte e ha compreso che sei una persona capace di decisioni autonome, tutte sbagliate (che è un modo gentile per darti del coglione!).
Adesso suggerisce di andare a sinistra.
La strada asfaltata sale tra gli alberi e per i primi due chilometri non presenta particolari motivi di allarme. È stretta, certo, ma siamo in montagna. Ci sono curve, vegetazione e qualche casa isolata. Tutto appare compatibile con l’idea di una viabilità secondaria.
Poi l’asfalto peggiora.
Prima compaiono alcune crepe. Poi le crepe diventano buche. Poi le buche si uniscono fra loro e acquistano personalità giuridica.
A un certo punto l’asfalto termina.
Non con un cartello. Non con una transenna. Termina per esaurimento filosofico.
Davanti a te prosegue una strada sterrata larga quanto l’automobile, con il bosco da una parte e un dislivello dall’altra. Google Maps la osserva sullo schermo con assoluta serenità. Mancano ventisette minuti alla destinazione.
Secondo lui va tutto bene.
Tu rallenti e cerchi un punto dove fare inversione a U. Non c’è.
La strada è troppo stretta. Ai lati ci sono rocce, alberi e quella particolare forma di vuoto che induce a rispettare maggiormente la forza di gravità.
Potresti tornare indietro in retromarcia per due chilometri, affrontando curve cieche, pendenze e la concreta possibilità di incontrare un trattore. Oppure potresti proseguire, confidando nel fatto che una linea tracciata su una mappa digitale debba pur corrispondere a qualcosa.
È in questo momento che pronunci la domanda fondamentale:
“Che cosa diavolo faccio?”
La domanda non è rivolta a nessuno in particolare.
Google Maps non risponde. L’ANAS non è presente. La montagna, che esisteva molto prima di entrambi, mantiene un atteggiamento istituzionalmente neutrale.
Prosegui.
Non per fiducia, ma perché ormai tornare indietro richiederebbe più coraggio.
Il comitato di navigazione interiore
Viaggio da solo.
Questo mi permette di attribuire l’intera responsabilità all’algoritmo, ma soltanto per i primi chilometri. In seguito, come accade in ogni crisi ben organizzata, cominciano a emergere responsabilità interne.
Tengo il telefono sul supporto, ingrandisco la mappa, la ruoto, la rimpicciolisco e mi fornisco informazioni prive di qualunque utilità operativa. Ovviamente mi sono fermato prima a bordo strada, per fortuna non passa nessuno e non sto ostacolando il traffico della SP1345 della Provincia de L’Aquila.
“Qui dovrebbe esserci una strada.”
La strada c’è. Il problema è capire se sia destinata alle automobili.
“Fra poco si ricongiunge.”
Con che cosa non me lo specifico.
“A me sembra giusta.”
Il fatto che una strada sembri giusta è un criterio che acquista rilevanza soltanto quando tutti gli altri criteri hanno fallito.
Nel frattempo, una parte di me sviluppa la convinzione che un’altra parte di me abbia mancato un cartello fondamentale almeno quattro chilometri prima.
“Fabrizio, secondo me dovevi girare a destra.”
“Ma Maps diceva a sinistra.”
“C’era un cartello giallo.”
“Era girato.”
“Indicava a destra.”
“Indicava un cassonetto.”
Viaggiando da solo, posso sostenere contemporaneamente entrambe le posizioni senza che nessuno abbia la possibilità di smentirmi. Sono conducente, navigatore, testimone e commissione parlamentare d’inchiesta.
La discussione si concentra così su un oggetto ormai lontanissimo, osservato per meno di un secondo e del quale io stesso ricordo due versioni incompatibili.
Il cartello giallo diventa una specie di teste chiave in un processo senza verbale, nel quale l’accusa e la difesa coincidono e hanno entrambe dimenticato di acquisire le prove.
Intanto l’automobile continua a procedere sullo sterrato.
A otto chilometri orari.
Con Google Maps che, dall’alto della propria imparzialità tecnologica, comunica:
“Sei sul percorso più veloce.”
Il terzo sistema di navigazione: l’abruzzese al bar
Dopo un tempo difficile da quantificare, la strada sterrata torna a essere asfaltata.
Non sai dove sei, ma l’asfalto produce un’immediata sensazione di rientro nell’ordinamento repubblicano.
Compaiono alcune case. Poi una chiesa, una piazzetta e un bar con tre sedie all’esterno. Google Maps sostiene che ti trovi a diciannove minuti dalla destinazione, ma ormai le sue unità di misura hanno perso qualunque rapporto con il tempo terrestre.
Ti fermi.
Dentro al bar c’è un uomo che conosce la zona. Non perché indossi un’uniforme o disponga di strumenti specifici. La conosce perché vive lì e ha già visto altre persone entrare con il telefono in mano e lo sguardo di chi ha appena attraversato un’esperienza formativa non richiesta.
Gli mostri la destinazione.
Lui osserva lo schermo per un istante e scuote la testa.
“Nò, pe’ llóche nen ce si da jì.”
(No, di lì non ci devi andare.)
È la prima informazione certa della giornata.
“Google Maps mi fa passare da questa strada.”
“Eh, Google Maps…”
(qui non serve la traduzione 🙃)
Non completa la frase. Non è necessario. In quelle tre parole è contenuto un giudizio complessivo sulla tecnologia, sulla cartografia digitale e forse sull’intera modernità occidentale.
Poi comincia a spiegare il percorso.
“Tórne ’ndréte fine a ju bivie.”
(Torni indietro fino al bivio.)
Quale bivio?
“Quille grosse.”
(Quello grande.)
Aahhh. Naturalmente.
“Allóre pijje pe’ je paese, passe addó steva je distributore e doppe revote apprésse a la fundana.”
(Lì prendi verso il paese, passi dove c’era il distributore e poi giri dopo la fontana.)
La fontana non c’è più. Il distributore neppure. Entrambi continuano però a svolgere una funzione topografica perfettamente riconosciuta dalla popolazione locale.
“Doppe truove ’na casa co’ ju cancellu verde.”
(Dopo trovi una casa con il cancello verde.)
Finalmente un riferimento ancora esistente.
“Se nne che mo l’hanne repittate.”
(Solo che adesso l’hanno riverniciato.)
L’uomo prosegue. Descrive una curva stretta, un ponte, una madonnina, un’officina chiusa da anni e un incrocio dove:
“Nen si da pijjà la via che pare che è chella bbona.”
(Non devi prendere la strada che sembra quella giusta.)
Quest’ultima, in particolare, acquista in marsicano una magnifica autorevolezza oracolare. Sembra meno un’indicazione stradale e più una regola generale sull’esistenza.
Segnali tutto mentalmente, ringrazi e torni all’automobile con una nuova rotta composta da luoghi scomparsi, colori precedenti e valutazioni estetiche della carreggiata.
Per prudenza, riapri Google Maps che ti dice di tornare indietro.
Per la prima volta, sono tutti d’accordo.
Chiosa: l’importante è attribuire correttamente la colpa
Alla fine arrivi.
Non sai bene come.
Forse hai seguito metà delle indicazioni dell’uomo al bar.
Forse Google Maps, dopo averti condotto su una strada forestale, si è riscattato negli ultimi chilometri.
Forse hai ritrovato uno dei cartelli gialli della deviazione, comparso improvvisamente a venti chilometri di distanza dai precedenti, fresco e sereno, come se non fosse successo niente.
Parcheggi e spegni il motore.
Il telefono annuncia che sei arrivato a destinazione. Lo fa con una soddisfazione che trovi francamente eccessiva, considerato il contributo fornito. E tra l’altro ti chiede anche se è andato tutto bene e di mettere la valutazione con le stelline.
Tu, nel frattempo, hai già iniziato a parlare marsicano e rispondi a Google Maps in vivavoce stereofonico con riverbero da concerto allo stadio:
“Va’ a pijjàlle ’n cule!” 😄
Resta però il dilemma.
Quando una strada è chiusa in montagna, conviene seguire Google Maps o i cartelli di deviazione?
Google Maps conosce tutte le strade, comprese quelle che non esistono più, quelle che non sono mai esistite e quelle che esistono, ma sono percorse abitualmente soltanto da cinghiali con adeguata preparazione tecnica.
I cartelli gialli ANAS conoscono invece la deviazione corretta, ma tendono a illustrarne soltanto l’inizio. Dopo due o tre indicazioni ritengono che fra voi si sia ormai stabilito un rapporto di fiducia e ti lasciano proseguire da solo.
La vera soluzione sarebbe che Google Maps e l’ANAS si parlassero.
Non molto. Basterebbe un messaggio.
“Guarda che la strada è chiusa.”
“Grazie, allora aggiorno il percorso.”
Oppure basterebbe che Google Maps si iscrivesse all’RSS Feed dei dipartimenti ANAS di tutte le regioni (alla fine sono 20, basterebbe poco) e in automatico aggiornasse tutto tramite API o con il neolaureato sottopagato negli uffici di Google in Portogallo che a mano aggiorna le strade chiuse.
Ma questa semplice collaborazione toglierebbe al viaggio una parte essenziale dell’esperienza italiana: il momento in cui ti trovi fermo a un incrocio di montagna, senza segnale, con tre strade davanti e due sistemi di navigazione che hanno entrambi abbandonato il caso.
A quel punto non resta che scegliere.
Se la strada è asfaltata, sembra troppo facile.
Se è sterrata, probabilmente è quella suggerita da Google.
Se c’è un cartello giallo, osservalo bene. Potrebbe essere l’ultimo.
E se dopo mezz’ora ti ritrovi davanti allo stesso bar, puoi sempre fermarti di nuovo.
L’uomo al bar lo sapeva già.