Marzo, il mese in cui il tempo perde la bussola

Fabri alla scrivania confuso dai fusi orari internazionali con orologi di new york, londra e tokyo sullo sfondo. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Ogni anno succede la stessa cosa: per qualche settimana gli orari tra Europa e Stati Uniti cambiano senza avvisare nessuno. Marzo e ottobre diventano così i mesi in cui il tempo perde la bussola e le call su Zoom iniziano misteriosamente all’ora sbagliata.

L’unico mio vero compleanno

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Il 13 febbraio 2019 nasce Pistakkio

Tempo di lettura: 4 minuti

Oggi è di nuovo il 13 febbraio.
Non amo le ricorrenze, ma alcune date restano appoggiate sulla scrivania come oggetti che non sposti.
Nel 2022, a blog appena aperto, scrivevo queste righe. Le rileggo oggi, senza correggerle troppo, perché raccontano un momento preciso.
Le lascio quasi intatte. Solo qualche parola ha bisogno di maturare.

È già passato qualche anno. I primi anni sono stati difficili, come per tutti, del resto e non voglio mettermi a scrivere qui dilungandomi oltre misura sulla ventottesima crisi mondiale del modello di business del capitalismo e dei complotti cinesi sul virus, diffuso per scopi geopolitici.

Anni di Pistakkio®, con alti e bassi, clienti pochi, altalenanti, collaborazioni magari anche brevi, ma tutto sommato buoni risultati, anche senza sfracelli. Tenere duro come tutt*, già tanto tenere botta. Socialità quasi azzerata, appuntamenti di lavoro azzerati o quasi, a parte quest’ultimo periodo. Preventivi tanti, interesse buono, poi si conclude relativamente poco. Se dovessi dare un voto a me stesso, mi darei 6+. Mai star fermi, prospettive promettenti, ma c’è sempre tanto da fare. Sviluppi futuri? Sì, fiducia e ottimismo non devono mai mancare. Proprio ieri sentivo in televisione una bella citazione di Benedetto Croce che, scrivendo allo storico Giustino Fortunato, dichiarò: “Se servisse a qualcosa, sarei pessimista!”.

È vero. Non serve essere pessimista. Tutti questi sfracelli di crescita esponenziale non si vedono all’orizzonte e non solo per il macroscenario internazionale, guerre più o meno verosimili alle porte. Ma anche il micro non è che sia tutto ‘sto roseo. Tanti fenomeni da baraccone, vedo in giro, anche nel mio settore del marketing. Colleghi che non dico millantino, ma troppo celodurismo, di cui mi sono stufato.

Questo quarto anno di Pistakkio® sarà quindi all’insegna del consolidamento dei sani rapporti di networking che ho instaurato in questo periodo.

Forse è deformazione professionale, dopo vent’anni passati a tradurre dal tedesco, ma il mondo tedesco è stato il mio mondo culturale, l’humus in cui mi sono formato come professionista e come giovane uomo. La cultura tedesca mi ha plasmato nel mio essere profondamente pragmatico, sebbene allo stesso tempo visionario (e, passatemi la confessione, anche un po’ romantico).

Ricordo una grande assemblea di una multinazionale tedesca, assemblea a cui non partecipai per lavoro, ma che vidi in streaming qualche tempo fa. Stava parlando il CEO di una grossa multinazionale tedesca dell’automotive e ricordo ancora l’esempio motivational che fece alla fine del suo discorso. Disse qualcosa come:

“[E quindi affinché possiamo andare avanti e ripartire…]
…Seife zusammenpacken und los!”

Cosa impensabile per un grande manager italiano. Francamente difficile anche da spiegare. L’azione dello “zusammenpacken” è l’azione di compattamento della vecchia saponetta che sta per finire, con quella nuova, intonsa. Le saponette sottili che stanno per esaurirsi non si buttano, bensì si ricompattano a quelle nuove, magari dello stesso tipo, così non si nota la differenza di fragranza!

“[E quindi affinché possiamo andare avanti e ripartire…]
…compattiamo la saponetta e via!”

Capite che in questo non c’è solo uno spirito di parsimonia, ma anche di resilienza (parola che va molto di moda, ma che alla fine torna sempre d’attualità a ognuna delle ventotto crisi degli ultimi anni). C’è una consapevolezza nel fronteggiare le difficoltà, a dispetto del fatto che una multinazionale abbia risorse ingenti, che però devono essere centellinate sempre, anche quando si parla di miliardi di euro.

Tralascio il fatto che un manager italiano non avrebbe mai potuto fare un esempio simile, nemmeno al bar in privato, figuriamoci all’assemblea dei soci o al resoconto agli azionisti. Gli industriali di casa nostra sono troppo impegnati a gustarsi gli aperitivi al bar di Confindustria per poter fare dei paragoni così azzardati. Troppo fighetti. Lascio a voi le definizioni. Magari viaggiano tronfi, a bordo di una delle automobili, il cui CEO aveva fatto questa metafora azzardata, ma efficace.

Oggi se vai su Google, vero analizzatore dei tempi, e scrivi “saponetta”, ecco che cosa ti compare.

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La autocompletion della SERP di “saponetta” su Google

Tanti progetti, quindi. E ricordatevi che il sapone liquido è anche meno ecologico! Molto meglio la saponetta, specialmente se è una bella saponetta neutra toscana all’olio di oliva! 🌳

Alcune scelte non invecchiano.
Si limitano a chiederti, ogni anno, se le rifaresti.
La risposta, per ora, è sì.

Blogging is an Attitude

Woman wearing multicolored sweater and red denim jeans near yellow vehicle
Woman wearing multicolored sweater and red denim jeans near yellow vehicle

Blogging is an Attitude

Tempo di lettura: 4 minuti

Scrivere, come atto di connessione

C’è una verità scomoda che chiunque scriva, prima o poi, deve accettare: la scrittura non è un talento, è una postura. Non nasce da un’ispirazione divina, né da un momento di grazia. Nasce da una decisione. E, soprattutto, da un gesto che precede ogni idea brillante: sedersi e iniziare.

Viviamo immersi in una retorica tossica che ci racconta la scrittura come qualcosa di elitario, quasi iniziatico. Come se per scrivere servisse un permesso invisibile, una consacrazione esterna o, peggio ancora, l’approvazione di un pubblico che non conosciamo nemmeno. È una menzogna elegante, ma pur sempre una menzogna. Scrivere non è attendere. Scrivere è fare.

E fare, oggi, è un atto controcorrente.

L’unica regola che conta davvero

Per scrivere esiste una sola regola. Tutto il resto è letteratura, in senso ironico.

Il metodo per iniziare è disarmante nella sua semplicità, e l’ho imparato in un periodo storico in cui il mondo sembrava essersi fermato, ma le menti no: una pandemia, una casa che diventava tutto, un tempo sospeso che chiedeva di essere riempito di senso.

Il metodo è fatto di due soli passaggi:

  • siediti, mettiti comodo, in una posizione che non ostacoli il pensiero
  • fai l’unica cosa che devi fare: scrivi

Fine.

È così semplice da far cadere le braccia. Ed è proprio per questo che è così difficile. Perché non possiamo nasconderci dietro strumenti, corsi, rituali preparatori o alibi tecnologici. A un certo punto resta solo una tastiera, un foglio, e una domanda muta: hai davvero qualcosa da dire?

Il grande sabotatore: la distrazione permanente

Se c’è un nemico dichiarato della scrittura contemporanea, non è la mancanza di idee. È la frammentazione dell’attenzione. Quel piccolo oggetto rettangolare che teniamo sempre a portata di mano, utilissimo, geniale, ma spietato: lo smartphone.

Non è una crociata moralista, sia chiaro. Il problema non è lo strumento, ma l’uso compulsivo che ne facciamo. Ogni notifica è una micro-frattura del pensiero. Ogni scroll è un invito a non approfondire. E la scrittura, quella vera, vive invece di continuità, di immersione, di tempo non interrotto.

Scrivere significa accettare il silenzio. E oggi il silenzio fa paura.

Scrivere è un gesto sociale, non solitario

C’è un equivoco romantico duro a morire: lo scrittore come figura isolata, chiusa in una stanza, separata dal mondo. È un’immagine suggestiva, ma falsa. La scrittura è, per sua natura, un atto di connessione.

Scriviamo per entrare in relazione. Con chi leggerà, con chi non sarà d’accordo, con chi userà le nostre parole per costruire altro. Scrivere è un gesto di apertura, non di chiusura. È dire: io sono qui, questo è il mio punto di vista, prendilo, contestalo, portalo altrove.

In questo senso, la scrittura è profondamente politica, anche quando non parla di politica. È una dichiarazione di presenza nel mondo.

La “sharing attitude” come postura mentale

La cultura della condivisione non nasce dai social network. Nasce molto prima, dal desiderio umano di lasciare tracce, di non disperdere il pensiero. Internet ha solo accelerato e reso visibile qualcosa che esisteva già: la necessità di mettere in comune ciò che sappiamo.

Scrivere oggi significa accettare che il testo non ci appartiene più nel momento stesso in cui lo pubblichiamo. E va bene così. Anzi, è proprio lì che inizia la parte interessante. Quando le parole smettono di essere nostre e diventano relazione.

Non aspettare di essere pronto

Uno degli errori più raffinati, e quindi più pericolosi, è aspettare di sentirsi pronti. Pronti a scrivere meglio. Pronti ad avere più tempo. Pronti a essere all’altezza.

La verità è brutale e liberatoria allo stesso tempo: non si è mai pronti. La scrittura non premia la perfezione, premia la continuità. Premia chi accetta di scrivere male oggi, per scrivere meglio domani. Premia chi non delega il gesto a un futuro ipotetico.

Vai e fai

Alla fine, tutto si riduce a questo. Non a una filosofia complessa, non a una teoria sofisticata, non a un manifesto altisonante.

Vai e fai.

Siediti. Spegni il rumore. Accetta l’imperfezione. Scrivi una frase. Poi un’altra. Poi smetti. E domani ricomincia.

Scrivere non è dimostrare di essere speciali. È scegliere di essere presenti. In un mondo che ci vuole reattivi, veloci e superficiali, scrivere è un atto di resistenza gentile.

E non serve altro.

Come mi sono innamorato della Kawasaki

Bambino in un bar italiano anni ’80 interrompe il flipper e guarda una kawasaki z1300 verde parcheggiata al sole. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 6 minuti

Un amore nato al bar di paese tra flipper e motori

Ci sono storie che si radicano nell’infanzia, come semi gettati in un terreno fertile, e che germogliano lentamente fino a diventare parte della nostra identità. La mia passione per Kawasaki è una di queste. Ha preso forma in un bar di paese, negli anni ’80, tra il clangore dei flipper e il rombo di un motore che sembrava provenire da un altro mondo. Ogni volta che ci penso, rivedo quel pavimento a scacchi sbrecciato, l’odore di caffè e tabacco, e la luce pomeridiana che tagliava il banco come una lama d’ambra.

Il bar come microcosmo sociale negli anni Ottanta

Negli anni ’80 il bar italiano era un universo a sé stante, un microcosmo pulsante di vita. C’era il bullo di periferia col chiodo, la ragazza in minigonna che rideva forte e che passava per farsi guardare, il pensionato con il giornale piegato in quattro e poi c’ero io: un bambino che giocava a flipper con dedizione assoluta. Sapevo calcolare rimbalzi e traiettorie, ma c’era qualcosa che riusciva a staccare le mie dita dalle palette: il suono di una moto che si avvicinava. Bastavano due note — un borbottio grave e una vibrazione lunga — e tutto il locale andava in dissolvenza. Uscivo di corsa, lasciando la pallina a metà strada verso il bonus.

La Kawasaki Z1300: un monumento su due ruote

Arrivava sempre dopo pranzo un giovane uomo, sulla trentina. Ai miei occhi di bambino era un eroe. Indossava occhiali scuri, una giacca di pelle vissuta, e non parlava quasi. Ma non era lui la calamita: era la sua Kawasaki Z1300. Sei cilindri, una presenza che occupava lo spazio anche da spenta, una linea che mescolava arroganza e armonia. Era una di quelle muscle motorbikes che negli ’80 incarnavano potenza e status symbol, con il suo design audace e il motore ipertrofico. Ogni bullone sembrava raccontare una promessa: strada, velocità, distanze che si accorciano.

Il rombo del motore che rapisce il bambino (io)

Ricordo quel suono come si ricorda una voce amata. Lo riconoscevo da lontano, prima ancora che la moto comparisse all’angolo. Era un richiamo irresistibile: lasciavo il tavolo, correvo fuori, mi mettevo di lato, a distanza di rispetto, per non disturbare il rito. Il proprietario finiva il caffè, infilava i guanti, girava la chiave. La Z1300 tossiva un istante col classico rumore del motore di avviamento elettrico (che in quegli anni era stata una grande innovazione) e poi ruggiva, piena, rotonda, con una nota che s’allungava come una scia. Quando partiva con una sgassata breve, sembrava un grido di libertà. In quei secondi capivo — senza parole — che le passioni non si spiegano: ti succedono.

Una geografia sentimentale fatta di curve

Crescendo ho imparato a leggere il mondo con la mappa delle curve. L’Appennino, le strade tra Volterra e San Gimignano, gli scollinamenti dove la luce cambia a ogni tornante: sono diventati una geografia sentimentale. Sulla moto, il tempo si dilata, il fruscìo dell’aria si mescola al battito del cuore; l’orizzonte si sposta appena un po’ più in là, come una promessa sempre rinnovata. Ogni viaggio è un montaggio: città che si sgranano in campagne, ponti che tagliano fiumi, gallerie che ti restituiscono all’aperto come se rinascessi.

La fedeltà alle cose che parlano di te

Quando finalmente ho potuto permettermi una moto, non ho avuto dubbi: doveva essere Kawasaki. Ne ho avute diverse, ognuna con il suo carattere, ma nessuna ha tradito quella grammatica di spinta, equilibrio e sincerità meccanica che avevo imparato nel bar. Oggi la mia compagna di viaggio è una Kawasaki ER6-F nera. Non troppo potente, ma grintosa quanto basta per regalare brividi. Con la sua semicarenatura, trasforma l’autostrada in una riga tracciata netta e le provinciali in una calligrafia di curve. Mi perdona gli errori, mi chiede attenzione, restituisce sempre presenza.

Kawasaki er6f

Rituali minimi: accendere, ascoltare, partire

Ci sono gesti che diventano preghiera laica. Girare la chiave, percepire il tic dei relè, ascoltare il primo respiro del motore, dosare la frizione quando ancora la città non è del tutto sveglia. Sono dettagli, eppure tengono insieme le giornate. In quel minuto prima di partire, la mente si mette in riga: le urgenze si appiattiscono, restano solo corpo e strada. È l’istante in cui capisci che non guidi per arrivare, ma per stare nel tragitto.

Cosa mi dice davvero Kawasaki

Mi chiede di essere onesto con la guida, di non fingere assetti né coraggio, di rispettare la fisica e gli altri. Mi regala controllo quando tutto intorno sembra andare fuori fuoco; mi ricorda che la libertà non è un assolo rumoroso, ma un’armonia di limiti e desideri. In anni di trasformazioni personali e professionali, Kawasaki è stata un metronomo: a ogni accelerata una scelta, a ogni frenata una riflessione, a ogni curvone un piccolo atto di fiducia.

Il rombo di un ricordo che non smette di chiamarmi

La Kawasaki non è un marchio, è un simbolo. È il suono che mi ha rapito da bambino, la visione di un uomo che sembrava un eroe, la sensazione di libertà che solo due ruote possono regalare. Ogni volta che salgo sulla ER6-F e premo l’avviamento, quel bar degli anni ’80 torna intero: il flipper sospeso, la porta che sbatte, il sole che scivola sulla carrozzeria verde della Z1300. Sento il cuore accelerare, come allora. E capisco che certe passioni non invecchiano: maturano. Diventano una lingua segreta con cui ti parli meglio.



Le passioni non si spiegano, si vivono.
Se vuoi scoprire come Kawasaki è diventata per me un simbolo di libertà e identità, leggi la mia storia.