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Un amore nato al bar di paese tra flipper e motori
Ci sono storie che si radicano nell’infanzia, come semi gettati in un terreno fertile, e che germogliano lentamente fino a diventare parte della nostra identità. La mia passione per Kawasaki è una di queste. Ha preso forma in un bar di paese, negli anni ’80, tra il clangore dei flipper e il rombo di un motore che sembrava provenire da un altro mondo. Ogni volta che ci penso, rivedo quel pavimento a scacchi sbrecciato, l’odore di caffè e tabacco, e la luce pomeridiana che tagliava il banco come una lama d’ambra.
Il bar come microcosmo sociale negli anni Ottanta
Negli anni ’80 il bar italiano era un universo a sé stante, un microcosmo pulsante di vita. C’era il bullo di periferia col chiodo, la ragazza in minigonna che rideva forte e che passava per farsi guardare, il pensionato con il giornale piegato in quattro e poi c’ero io: un bambino che giocava a flipper con dedizione assoluta. Sapevo calcolare rimbalzi e traiettorie, ma c’era qualcosa che riusciva a staccare le mie dita dalle palette: il suono di una moto che si avvicinava. Bastavano due note — un borbottio grave e una vibrazione lunga — e tutto il locale andava in dissolvenza. Uscivo di corsa, lasciando la pallina a metà strada verso il bonus.
La Kawasaki Z1300: un monumento su due ruote
Arrivava sempre dopo pranzo un giovane uomo, sulla trentina. Ai miei occhi di bambino era un eroe. Indossava occhiali scuri, una giacca di pelle vissuta, e non parlava quasi. Ma non era lui la calamita: era la sua Kawasaki Z1300. Sei cilindri, una presenza che occupava lo spazio anche da spenta, una linea che mescolava arroganza e armonia. Era una di quelle muscle motorbikes che negli ’80 incarnavano potenza e status symbol, con il suo design audace e il motore ipertrofico. Ogni bullone sembrava raccontare una promessa: strada, velocità, distanze che si accorciano.
Il rombo del motore che rapisce il bambino (io)
Ricordo quel suono come si ricorda una voce amata. Lo riconoscevo da lontano, prima ancora che la moto comparisse all’angolo. Era un richiamo irresistibile: lasciavo il tavolo, correvo fuori, mi mettevo di lato, a distanza di rispetto, per non disturbare il rito. Il proprietario finiva il caffè, infilava i guanti, girava la chiave. La Z1300 tossiva un istante col classico rumore del motore di avviamento elettrico (che in quegli anni era stata una grande innovazione) e poi ruggiva, piena, rotonda, con una nota che s’allungava come una scia. Quando partiva con una sgassata breve, sembrava un grido di libertà. In quei secondi capivo — senza parole — che le passioni non si spiegano: ti succedono.
Una geografia sentimentale fatta di curve
Crescendo ho imparato a leggere il mondo con la mappa delle curve. L’Appennino, le strade tra Volterra e San Gimignano, gli scollinamenti dove la luce cambia a ogni tornante: sono diventati una geografia sentimentale. Sulla moto, il tempo si dilata, il fruscìo dell’aria si mescola al battito del cuore; l’orizzonte si sposta appena un po’ più in là, come una promessa sempre rinnovata. Ogni viaggio è un montaggio: città che si sgranano in campagne, ponti che tagliano fiumi, gallerie che ti restituiscono all’aperto come se rinascessi.
La fedeltà alle cose che parlano di te
Quando finalmente ho potuto permettermi una moto, non ho avuto dubbi: doveva essere Kawasaki. Ne ho avute diverse, ognuna con il suo carattere, ma nessuna ha tradito quella grammatica di spinta, equilibrio e sincerità meccanica che avevo imparato nel bar. Oggi la mia compagna di viaggio è una Kawasaki ER6-F nera. Non troppo potente, ma grintosa quanto basta per regalare brividi. Con la sua semicarenatura, trasforma l’autostrada in una riga tracciata netta e le provinciali in una calligrafia di curve. Mi perdona gli errori, mi chiede attenzione, restituisce sempre presenza.

Rituali minimi: accendere, ascoltare, partire
Ci sono gesti che diventano preghiera laica. Girare la chiave, percepire il tic dei relè, ascoltare il primo respiro del motore, dosare la frizione quando ancora la città non è del tutto sveglia. Sono dettagli, eppure tengono insieme le giornate. In quel minuto prima di partire, la mente si mette in riga: le urgenze si appiattiscono, restano solo corpo e strada. È l’istante in cui capisci che non guidi per arrivare, ma per stare nel tragitto.
Cosa mi dice davvero Kawasaki
Mi chiede di essere onesto con la guida, di non fingere assetti né coraggio, di rispettare la fisica e gli altri. Mi regala controllo quando tutto intorno sembra andare fuori fuoco; mi ricorda che la libertà non è un assolo rumoroso, ma un’armonia di limiti e desideri. In anni di trasformazioni personali e professionali, Kawasaki è stata un metronomo: a ogni accelerata una scelta, a ogni frenata una riflessione, a ogni curvone un piccolo atto di fiducia.
Il rombo di un ricordo che non smette di chiamarmi
La Kawasaki non è un marchio, è un simbolo. È il suono che mi ha rapito da bambino, la visione di un uomo che sembrava un eroe, la sensazione di libertà che solo due ruote possono regalare. Ogni volta che salgo sulla ER6-F e premo l’avviamento, quel bar degli anni ’80 torna intero: il flipper sospeso, la porta che sbatte, il sole che scivola sulla carrozzeria verde della Z1300. Sento il cuore accelerare, come allora. E capisco che certe passioni non invecchiano: maturano. Diventano una lingua segreta con cui ti parli meglio.
Le passioni non si spiegano, si vivono.
Se vuoi scoprire come Kawasaki è diventata per me un simbolo di libertà e identità, leggi la mia storia.