La mia penna stilografica Pelikano del 1975 e il ritorno alla scrittura che lascia traccia (anche nel cuore)

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Succede, a volte, che la nostalgia prenda forme inaspettate. Nel mio caso, ha assunto le sembianze di una penna stilografica Pelikano blu trovata per caso su eBay, in una di quelle serate in cui ti perdi tra le pagine del web come una volta ti perdevi tra gli scaffali di un mercatino dell’usato. Non cercavo nulla di particolare, eppure l’ho trovata: una Pelikano, identica a quella che stringevo tra le dita durante gli anni delle elementari, quando la scrittura era un’arte da imparare e non un semplice mezzo per comunicare.

“E poi c’è la questione della personalità: la tua calligrafia è unica, come la tua impronta digitale, racconta qualcosa di te che un font standardizzato non potrà mai esprimere”.

Quando le penne erano progettate per insegnarti a scrivere, non solo per scrivere

La Pelikano non era una penna qualsiasi. Prodotta in Germania fin dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, prese piede in Italia nei primi anni Settanta e non a caso aveva la “o” finale nel nome del modello, perché l’intento principale del produttore tedesco Pelikan era quello di entrare nel mercato italiano. La “o” finale era quindi un omaggio all’italianità, come spesso avviene con i nomi a cui viene messa una “o” o una “a” finale per imitare il suono della lingua di Dante Alighieri (cosa tra l’altro molto interessante anche dal punto di vista di marketing, ma magari ci tornerò su un’altra volta). La Pelikano era pensata specificamente per i bambini delle scuole elementari italiane. Con il suo corpo in plastica colorata e la sua forma ergonomica, era progettata per insegnare la corretta impugnatura. Ricordo ancora la sensazione delle piccole scanalature dove dovevano posizionarsi le dita, il pennino di acciaio che non era né troppo rigido, né troppo flessibile, perfetto per chi stava imparando a controllare la pressione sulla carta. E dovevi imparare anche a non calcare troppo, perché avresti rotto la penna oppure avresti lasciato una traccia di inchiostro sbavata.

C’era qualcosa di rituale nell’usarla. Il rumore del cappuccio che si sfilava e che nella parte finale, quando si inserisce nella parte zigrinata fa un rumore particolare, il gesto di controllare il livello dell’inchiostro e di aprire la penna periodicamente e poi quel momento di concentrazione prima di appoggiare la punta sul foglio. Io ho sempre prediletto le punte M, cioè di tratto Medium (per le penne tedesche, perché le penne giapponesi e quelle americane hanno una gradazione diversa del tratto di penna, ma ne riparleremo in un altro articolo). Non era come cliccare una biro o digitare su una tastiera – richiedeva attenzione, cura, presenza.

E gli errori? Quelli erano permanenti, o quasi. Ricordo i quaderni con le macchie di “cancellina” (o “scancellino” come si diceva da noi in Toscana), le parole cancellate con una linea precisa, i fogli strappati quando proprio non c’era verso di rimediare. E si andava a scuola con il foglio di carta assorbente dentro l’astuccio, una carta molto porosa di colore celestino o verdolino che era praticamente fatta di cellulosa pura. Scrivere con la penna stilografica ti insegnava che le parole hanno un peso, che una volta messe sulla carta, lasciano una traccia. Una cosa che avrei imparato nella mia vita, anche quando ho scritto lettere d’amore alle mie fidanzate lontane (Germania, Spagna, Russia).

Un pezzo di Europa quando l’Europa produceva ancora “cose

Quella che ho acquistato su eBay per poche decine di euro è un esempio di produzione tedesca di qualità, di un’epoca in cui l’Europa era ancora il cuore pulsante della manifattura. Questa penna, venduta allora a un prezzo accessibile (circa mille lire dell’epoca, equivalenti a circa 10,80 € di oggi), era una compagna fedele degli scolari di tutta Italia, ma penso anche di tutta l’Europa occidentale. Non era un oggetto di lusso, ma un utensile quotidiano costruito per durare, pensato per accompagnare i primi passi nel mondo della scrittura.

Tornare a scrivere con una penna simile a quella che usavo da bambino è stato un viaggio emozionante nel tempo, un modo per riconnettermi con le mie radici di scrittura. È sorprendente come un oggetto così semplice possa risvegliare memorie sopite, sensazioni tattili che credevi dimenticate, persino l’odore dell’inchiostro che macchiava le dita e i bordi dei quaderni (il celebre inchiostro Pelikan 4001 che è tuttora in commercio dopo 50 anni).

Perché dovremmo tornare alla scrittura a mano nell’era digitale

“Ho riscoperto il piacere di vedere le mie idee prendere forma sulla carta.”

Sembra assurdo, lo so. Nell’epoca in cui possiamo dettare note al telefono, mandare messaggi vocali e scrivere email a velocità supersonica (oggi con la AI possiamo anche dettarle e chiedere di correggerle all’intelligenza artificiale), suggerire di tornare alla penna stilografica appare come un anacronismo, una nostalgia fuori tempo. Eppure, c’è qualcosa nella scrittura a mano che la tecnologia non è ancora riuscita a replicare.

Quando scrivi a mano, specialmente con una penna stilografica, sei costretto a rallentare. Il pensiero e il gesto si sincronizzano in un ritmo che favorisce la riflessione. Non puoi cancellare con un tasto, non puoi fare copia e incolla, non puoi saltare da una parte all’altra del testo. Sei lì, presente, con i tuoi pensieri che fluiscono attraverso l’inchiostro.

Diversi studi hanno dimostrato che prendere appunti a mano migliora la memorizzazione e la comprensione. Quando scrivi con una tastiera tendi a trascrivere meccanicamente, mentre con la penna sei costretto a sintetizzare, a rielaborare, a fare tue le informazioni. E poi c’è la questione della personalità: la tua calligrafia è unica, come la tua impronta digitale, racconta qualcosa di te che un font standardizzato non potrà mai esprimere.

Ho ripreso a usare la penna stilografica per i miei appunti di lavoro da anni e mi trovo bene. All’inizio sembrava una stranezza, quasi un vezzo. I colleghi mi guardavano perplessi quando, durante le riunioni, tiravo fuori il mio taccuino e la mia penna, invece di aprire il laptop. I colleghi stretti con cui lavoro notano anche che alle volte cambio penna e non uso sempre questa penna Pelikano, che invece tengo per gli appunti quotidiani casalinghi (appunti per pagare la bolletta, sistemare il programma per la gestione della raccolta differenziata e cose simili).

Ma ho notato che usando la penna stilografica ricordavo meglio gli argomenti discussi, che le mie note avevano più struttura, più sostanza. E, cosa non da poco, ho riscoperto il piacere di vedere le mie idee prendere forma sulla carta, con quell’inconfondibile tratto nero (per me la penna deve sempre scrivere nero!) che solo l’inchiostro liquido sa lasciare.

Ritrovare il piacere della lentezza in un mondo che corre

Non sto suggerendo di abbandonare la tecnologia, anzi, sarebbe assurdo e controproducente. Sto solo proponendo di ritagliarsi dei momenti in cui rallentare, in cui riscoprire il piacere di un gesto antico come la scrittura. Provate a cercare anche voi una vecchia stilografica – non deve essere per forza una Pelikano d’epoca, oggi ci sono modelli per tutti i gusti e tutte le tasche – e dedicatele un po’ del vostro tempo.

Nel mercato dell’usato, anche su piattaforme come eBay, è possibile trovare penne stilografiche che, con poche decine di euro, riportano la gioia di scrivere sulla carta. È un piacere che nessuna app o dispositivo digitale può eguagliare, un ritorno a un’epoca in cui la scrittura era un’arte e non solo un mezzo di comunicazione.

Potreste scoprire che scrivere la lista della spesa, un’idea per un progetto o persino un messaggio importante a qualcuno che amate assume un significato diverso quando lo fate con l’inchiostro invece che con i pixel. Potreste ritrovare una parte di voi stessi che avevate dimenticato, quella che sa prendersi il tempo necessario per fare le cose con cura.

La mia “vecchia” Pelikano del 1975 ora ha un posto d’onore sulla mia scrivania. Non è solo un souvenir acquistato per nostalgia, ma un promemoria quotidiano dell’importanza di lasciare tracce tangibili in un mondo sempre più virtuale. E voi, quando è stata l’ultima volta che avete scritto qualcosa a mano?