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Indice dei contenuti
Introduzione
Capire la disfatta di Caporetto non è sicuramente un’impresa facile. In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su tutti gli attori che concorsero alla disfatta più grande della Storia Militare Italiana.
L’attacco a sorpresa e l’impreparazione degli italiani
Con una precisione tutta teutonica, nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1917, alle ore 2 in punto del 24 ottobre, scatta l’attacco austro-ungarico di Caporetto.
Gli austro-germanici delle forze imperiali aprono il fuoco tra il Rombon e l’alta Bainsizza (un fronte di una cinquantina di chilometri), ma più violento è l’attacco tra la conca di Plezzo e Tolmino, dove le batterie di artiglieria tedesche sono più numerose, quelle italiane più rade e oltretutto i comandi tedeschi hanno capito che proprio lì c’è la “zona di confine” nel controllo della linea italiana, tra il XXVII° Corpo d’Armata (Badoglio) e il IV° Corpo d’Armata (Cavaciocchi).
Nello stesso istante partono le scariche lanciagas, sono mille tubi che liberano una miscela di gas sconosciuto. Si tratta dell’acido cianidrico, mescolato all’acido prussico, una miscela che pietrifica il sistema nervoso, dal caratteristico odore di mandorle amare. Ma pietrifica interi reparti. Ci sono racconti documentati (non fantascienza, è tutto vero!), ce lo racconta Mario Silvestri nel suo libro “Caporetto” (pag. 180), dove alcune vedette vengono mandate a controllare se i reparti dopo gli attacchi col gas sono ancora in postazione. Al ritorno al comando le vedette dicono che è tutto a posto e che i soldati sono al loro posto di combattimento, ma quei soldati erano fermi perché erano impietriti dalla morte e la maschera antigas non era servita a nulla. Il tiro a gas è violento fino alle 4,30, poi cessa. Alle 6 si è diradato. La scelta di tirare il gas all’inizio dell’attacco è semplice, quanto geniale. Anche i soldati austriaci non hanno maschere antigas che resistono al nuovo acido cianidrico, per cui l’attacco della fanteria deve avvenire quando il gas si è diradato e si aspetta fino alle 6 per lanciare l’attacco dei soldati.
Alle ore 6 i comandi italiani sono relativamente ottimistici: modesti i danni, il gas ha avuto effetti risibili. Insomma, è tutto sotto controllo. Non c’è stata risposta da parte dell’artiglieria italiana. Il nemico pensa che il gas ha fatto la sua parte, invece da parte italiana i comandi aspettano ordini se rispondere al fuoco. È la prima, tra le tante contraddizioni che avvolgono i misteri di Caporetto che ancora oggi, pur chiari nelle dinamiche, aspettano risposte da parte della Storia Militare Ufficiale Italiana. Ci tornerò su dopo.
Alle 6,30 i bombardamenti austro-germanici ricominciano ancora più violenti di quelli iniziali delle ore 2. Iniziano a saltare le comunicazioni telefoniche. Si scoprirà poi che tutte le linee telefoniche erano scoperte e non erano mai state interrate (i tedeschi le interravano all’interno di tubi di piombo). Un gioco da ragazzi per il nemico, tagliare le comunicazioni. Basta trovare un cavo e tagliarlo. Il resto lo fa la potenza di tiro dell’artiglieria nemica.
Alle ore 8 partono gli assalti del nemico contro le postazioni italiane, ma non sono più gli assalti frontali delle undici precedenti battaglie dell’Isonzo. Nascerà a Caporetto una nuova tattica di attacco. Ne parlerò dopo.
La nostra Storia Ufficiale dà, ancora oggi, nei suoi Archivi Storici, la seguente sintesi della giornata:
“Parve che tutti, a tutti i livelli di comando, pur nell’affannosa ricerca di porre riparo in qualche modo alla situazione, restassero imbrigliati nel non sapere che cosa si dovesse fare e si potesse fare. E non si può non rilevare la stranezza del fatto che, malgrado delle comunicazioni intercorse con il comando di armata, il XXVII° corpo [quello del generale Badoglio, n.d.r.] ignorasse del tutto che già alle 10,30 del mattino il nemico aveva risalito, passando proprio per i limiti del suo settore di competenza l’Isonzo giungendo a Idersko, alle spalle dello schieramento del IV° corpo”.
Il Comando Italiano sapeva che il nemico avrebbe attaccato, ma non si sapeva dove e nei giorni precedenti la battaglia si era pensato di rinforzare genericamente l’ala sinistra della IIa armata (Capello). Fino alle 19 del 24 ottobre Cadorna non aveva ancora capito la direzione dell’attacco nemico.
Ce lo dice il colonnello Angelo Gatti nel suo celebre libro, “Caporetto. Diario di guerra (maggio-dicembre 1917)”. L’afflusso di notizie negative inizia ad arrivare alle 19 del 24 ottobre e fino alle ore 22 è tutto un susseguirsi di notizie che iniziano a profilare le dimensioni del disastro in atto. Tra parentesi, Angelo Gatti, assistente primario di Cadorna, la sera del 24 se ne va al cinema a Udine. Altro fatto storico ben noto a chi si è occupato del tema, ma che fa rabbrividire, al pensiero di chi erano le persone che comandavano.
L’Italia è un grande paese, ma è anche il paese dei “tarallucci e vino”. Se si pensa a tutto quello che accadde, sapere da fonti certe (lo ricorda anche Caviglia nel suo libro) che l’assistente primario del Comandante in Capo delle Forze Armate, Angelo Gatti, se ne va al cinema la sera del 24, ad attacco già iniziato, è un episodio del tutto incidentale. Ma è anche assai sintomatico dell’aria che si respirava al Comando, insomma, al Comando Generale era una serata normale.
Si comincia a parlare di ritirata sul Tagliamento, ma lo stesso Cadorna accenna subito al Piave, perché il Tagliamento non offre buone condizioni di resistenza. Da notare che in questa prima fase, non si parla di rese di soldati. È la mattina dopo, quella del 25 ottobre, che sia Capello che Cadorna iniziano a paventare l’ipotesi della viltà dei soldati. L’unico a sostenere che i soldati si stanno battendo valorosamente è Cavaciocchi, che infatti è il primo ad essere silurato, soprattutto a causa delle informazioni che il suo rivale Capello ha passato a Cadorna.
Il 25 sera, alle ore 19,47 Cadorna telegrafa al ministero della Guerra:
“Ci sono circa dieci reggimenti che si sono arresi senza combattere”.
Cadorna
Il 27 ottobre Cadorna telegrafa al primo ministro Boselli:
“L’Esercito cade vinto, non già dal nemico esterno, ma dal nemico interno, che invano io reclamai fosse combattuto”.
Cadorna
In pratica è colpa dell’ammutinamento delle truppe e dei comunisti (negli stessi giorni della battaglia di Caporetto, i bolscevichi stanno organizzando la Rivoluzione d’Ottobre, che infatti avrà lo sbocco della presa del Palazzo d’Inverno dello Zar il 7 novembre 1917, che per un incredibile Destino della Storia è lo stesso giorno in cui termina la Battaglia di Caporetto).
Andiamo al 28 ottobre 1917, qui sotto pubblico il comunicato alla Nazione del Comandante in Capo, generale Luigi Cadorna.
Il vero pugno nello stomaco arriva il 28 ottobre alle ore 13, con il comunicato di Cadorna radiotrasmesso anche all’estero:
“La mancata resistenza di riparti della 2ª Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro‑germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia.”
Cadorna
È un comunicato che entra nella Storia e di cui si parla ancora oggi, così come sto facendo ora io.
Cadorna non si pentirà mai di averlo scritto, anche di fronte alla Commissione d’inchiesta istituita dopo la disfatta. Ma nelle lettere private (scritte soprattutto alla figlia) le cause della disfatta vengono attribuite al Fato e non al disfattismo (Silvestri, op. cit. pag. 200).
Il giorno precedente tutto il Comando Supremo ha sgombrato la sede di Udine e si è trasferito nel nuovo quartier generale di Treviso. Cadorna, che è sempre stato un accentratore su sé stesso e non ha mai tollerato divergenze nemmeno con i suoi più stretti collaboratori, non sa a chi dare la colpa della disfatta e inizia a trovare il suo capro espiatorio. Curiosamente la colpa non ricade su chi aveva veramente la colpa, cioè il generale Badoglio, capo del XXVII° Corpo d’Armata, colui che ha sguarnito l’ala destra del suo schieramento. Badoglio lo fa, perché pensava che l’avrebbe difeso il Corpo d’Armata che gli stava accanto, quello del generale Cavaciocchi (IV° Corpo d’Armata).
La parola “reparti” fa cenno alla responsabilità dei comandanti (e non alla truppa) della IIa Armata che secondo i rapporti dei Carabinieri, effettivamente, risultavano essersi arresi. In ogni caso, il bollettino proseguiva con una parte che non viene mai citata:
“Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria… il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra dà affidamento al comando supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere”.
Cadorna
La questione storica del primo e del secondo comunicato “ritoccato” del 28 ottobre 1917
Il comunicato di Luigi Cadorna del 28 ottobre 1917, noto come bollettino di guerra n. 887, rappresenta uno dei documenti più controversi della storia militare italiana. Di seguito vengono analizzate le due versioni – l’originale e quella “corretta” dal governo – insieme al contesto e al comportamento di Cadorna dopo la disfatta di Caporetto.
Il testo originale del comunicato
Il primo bollettino, redatto dal tenente colonnello Domenico Siciliani e firmato da Cadorna a Treviso, recitava:
«La mancata resistenza di riparti della 2ª Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro‑germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare sul sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito… dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito […] saprà compiere il proprio dovere».
Cadorna
Questo testo fu immediatamente radiotrasmesso all’estero, quindi la versione dura e accusatoria venne conosciuta senza attenuazioni. In Italia, invece, giunse una versione attenuata e “politicamente depurata”.
Il testo modificato dal governo
Il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, insediatosi dopo le dimissioni di Boselli, modificò l’incipit in modo più neutro:
«La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di taluni riparti della 2ª Armata ha permesso alle forze austro‑germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia…».
Questo “ritocco” mirava a evitare di incolpare direttamente i soldati e a mitigare l’impressione di sfiducia verso l’esercito che il primo comunicato aveva generato in patria e all’estero. Tuttavia le copie già inviate all’estero diffusero solo la versione incriminata, provocando una “gravissima impressione” nelle cancellerie alleate.
Reazioni e conseguenze del comunicato
L’effetto fu devastante. Politici e ufficiali giudicarono il bollettino un suicidio morale e mediatico. L’ambasciatore italiano a Londra scrisse che il testo aveva “prodotto penosa impressione” e minato la fiducia nelle capacità dell’Italia di resistere.
Lo storico Marco Mondini lo definisce “uno dei più clamorosi errori comunicativi del XX secolo”: un testo che ribaltava la fiducia nell’esercito, accusandolo pubblicamente davanti al mondo.
Fu anche una delle cause dirette della rimozione di Cadorna, sostituito con Armando Diaz il 9 novembre 1917.
Il comportamento di Cadorna
Cadorna difese sempre la paternità del testo. Davanti alla Commissione d’inchiesta su Caporetto, affermò che avrebbe “ancora oggi sottoscritto” il comunicato. Nelle lettere private attribuì la sconfitta non ai propri errori ma al “disfattismo” e alla propaganda sovversiva, arrivando a parlare di “nemico interno”.
Convinto che la disfatta fosse causata da reparti contaminati da idee “bolsceviche”, interpretò Caporetto come una ribellione morale e disciplinare dell’esercito, non come un fallimento di comando. Questa lettura divenne il fondamento della leggenda dello “sciopero militare” e del “tradimento dei soldati”, utile a giustificare la repressione e a spostare le colpe in basso nella gerarchia militare.
Analisi storica delle due versioni
| Aspetto | Bollettino originale (28 ottobre) | Versione rivista (29 ottobre) |
| Responsabilità indicata | Reparti “vilmente ritiratisi senza combattere” | “Deficiente resistenza di taluni reparti” |
| Tono | Accusatorio e morale (“vilmente”, “ignominiosamente”) | Tecnico e attenuato |
| Colpe implicite | Soldati e ufficiali di linea | Fattori tattici e imprecisati |
| Effetto politico | Delegittimazione del morale e dei comandi intermedi | Tentativo di controllare la crisi e ridurre lo scandalo |
| Ricezione all’estero | Versione dura → reazione indignata e perdita di fiducia | Versione dolce → pubblicata solo in Italia |
Interpretazione e conseguenze
Gli storici moderni (Silvestri, Labanca, Mondini, Pieropan) convergono nel ritenere il bollettino un grave errore strategico e comunicativo, nato dal bisogno dell’alto comando di trovare un capro espiatorio immediato.
Cadorna scaricò la responsabilità sulla IIa Armata di Capello e, più in generale, su presunti “disfattisti” e “bolscevichi” che minavano il morale delle truppe, ignorando gli errori del XXVII° Corpo d’armata del generale Badoglio e la propria conduzione rigida e verticistica.
Quella retorica moralizzante — di “soldati che non vogliono combattere” — sopravvisse a lungo nella memoria nazionale, influenzando la cultura militare e politica dell’Italia postbellica.
Dov’è custodito l’originale del comunicato 887 di Cadorna?
La fonte primaria che conserva l’originale del Bollettino di guerra n. 887 firmato da Luigi Cadorna il 28 ottobre 1917 è l’Archivio di Stato di Brescia, all’interno del fondo «Carteggi della Prima guerra mondiale», busta 54/A, fascicolo 17, conservato nel Centro Studi e Documentazione “Giuseppe Bonelli”. archiviodistatobrescia.cultura
Questo fascicolo contiene la copia autografa firmata del bollettino redatto dal tenente colonnello Domenico Siciliani e poi sottoscritta da Cadorna, insieme ad altri documenti coevi del Comando Supremo.
Altre copie ufficiali coeve del testo originale sono inoltre presenti:
- nel Fondo Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (SME), presso Palazzo Esercito, Roma, che conserva le minute dei Bollettini di guerra 1915‑1918 ; esercito.difesa
- nel fondo “Commissione d’inchiesta su Caporetto” (H‑4) dell’Ufficio Storico SME, dove il bollettino n. 887 appare come documento di allegato alle deposizioni dei generali Cadorna e Capello ;
- e una riproduzione ufficiale digitalizzata consultabile nel portale Archivio di Stato di Brescia – Cento anni da Caporetto (1917‑2017).
| Archivio | Fondo/Riferimento | Documento |
| Archivio di Stato di Brescia | Carteggi Prima guerra mondiale, b. 54/A, fasc. 17 (Centro Studi “Giuseppe Bonelli”) | Originale autografo firmato da Luigi Cadorna |
| Ufficio Storico SME, Roma | Fondo Ufficio Situazioni e Comunicati di guerra 1915‑1918 | Copia minuta del testo redatto da Siciliani |
| Ufficio Storico SME, Fondo H‑4 | Commissione d’inchiesta su Caporetto (1918) | Copia allegata agli atti d’inchiesta |
Queste fonti rappresentano oggi le testimonianze dirette e originali del bollettino che segnò l’inizio della crisi di Caporetto e la fine del comando supremo di Cadorna.
L’argomento Caporetto e Cadorna è talmente vasto (ed appassionante) che non è possibile trattarlo qui in maniera completa ed esauriente.
Negli anni successivi ci fu una Commissione d’inchiesta del Ministero della Difesa che assolse Cadorna, nonostante fosse stato silurato dalla politica, per chi volesse approfondire
https://issuu.com/…/docs/caporetto-risponde-cadorna-testo
resta il fatto (questo lo dichiaro io, ma è inconfutabile) che dietro a tutta la commissione ci furono sotterfugi della Massoneria, e anche chi ha redatto questo libro, non è un personaggio qualsiasi. Aldo Mola è stato per anni Capo della Massoneria italiana, e questo libro a questo link è pubblicato dalla Rivista Ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito della Difesa, quindi è un documento ufficiale. Non che la Massoneria sia tutta da prendere negativamente, ma è indubitabile che ci sono state delle “coperture”, anche al livello storiografico.
Costoro, tra l’altro, sostengono che il comunicato del 28 ottobre 1917 che pubblico qui, fu praticamente dettato testualmente dal ministro della guerra Leonida Bissolati, perché così in seguito fu possibile silurare Cadorna, proprio in seguito al fatto che lo stesso aveva dato la colpa ai reparti della 2° Armata.
Vi invito quindi a leggere anche il libro “Caporetto” del prof. Alessandro Barbero con spirito altamente critico. Se volete capire di più su Caporetto, vi consiglio il libro “La verità su Caporetto” di Paolo Gaspari, scrittore ed editore di Udine, che è andato a scandagliare la disfatta di Caporetto, in base a dei criteri veramente basati sui resoconti raccolti dai testimoni sul campo di battaglia, in vera chiave oserei dire “giornalistica”.
Le perdite italiane, in questa prima parte dell’attacco sono di circa 35 mila uomini fatti prigionieri. La fonte è il generale Krafft von Dellmensingen che però è abbottonatissimo sulle perdite tedesche (le sue) e austro-ungariche. Mario Silvestri, nel suo libro “Caporetto”, da cui sto sintetizzando e riassumendo gran parte di questo resoconto della Battaglia di Caporetto, ci dice che anche le perdite nemiche non possono essere state trascurabili. A dispetto di qualche defezione, la resistenza italiana è tutt’altro che dolce e soave.
Il disordine logistico regna sovrano. Generali di Corpo d’Armata come Cavaciocchi (IV° Corpo d’Armata) ammassano truppe dove ormai le postazioni sono indifendibili. Altri generali (Arrighi, Boccacci, Farisoglio, Faldella) chiedono rinforzi che non arriveranno mai. Il generale Capello (comandante in capo della 2a armata) ha un “piccolo” contrattempo: viene colpito da una colica renale il giorno della battaglia, viene prontamente sostituito dal generale Montuori, ma nel passaggio di consegne, anche lì si perderanno delle ore preziose, a maggior ragione, visto che il generale Capello era considerato uno dei più audaci generali italiani (secondo Silvestri, il migliore in assoluto).
Poi Badoglio. Il suo comando della XXVII° Corpo d’Armata rimane completamente tagliato fuori dagli avvenimenti. Badoglio non si accorge nemmeno dell’inizio dei combattimenti che iniziano proprio al confine sinistro del suo territorio di competenza. Badoglio attende novità e ordini, ma i telefoni ammutoliscono prima delle ore 8 del 24 ottobre, quindi Badoglio sguinzaglia staffette e portaordini, poi si muove egli stesso (la sua auto viene colpita da una granata e scampa per un pelo alla morte). Il generale Caviglia, comandante in capo della IIa armata, interessata meno dall’attacco, in quanto si trova sulla Bainsizza, insinuerà nel suo libro che Badoglio ha vagato con il suo comando, portandosi appresso la sua radio da campo, con la quale trasmette in chiaro al nemico la sua posizione, che così viene regolarmente individuata dai radiogoniometri austriaci che fanno inquadrare il bersaglio dall’artiglieria. Per tre o quattro volte si ripete la caccia elettromagnetica e gli austriaci sono ora per ora a conoscenza dell’esatta posizione di tutto il comando della XXVIIa armata.
[n.d.r. a Badoglio, il 3 luglio 1919, gli viene conferita la medaglia d’argento al valore militare per le operazioni di ripiegamento sul fiume Tagliamento, durante la ritirata successiva alla battaglia di Caporetto].
Torniamo a bomba. Anzi, alle bombe. Il comportamento dell’artiglieria italiana è fiacco, disordinato e sostanzialmente innocuo per il nemico. Le artiglierie tra Plezzo e il Monte Nero vengono annientate. Nelle prime ore, addirittura, i cannoni italiani tacciono, perché la catena di comando italiana era sempre stata fortemente gerarchica e con le linee telefoniche tagliate i comandi intermedi non osano prendere iniziative in autonomia. Comunque è tristemente passato alla Storia che il comandante dell’artiglieria del Corpo d’Armata di Badoglio si chiamava, per ironia della sorte, Cannoniere, e i suoi cannoni quella notte tacquero o quasi e comunque non riuscirono minimamente a contrastare l’avanzata dei reparti tedeschi e austro-ungarici.
Tuttavia gli artiglieri italiani avranno un tasso di cattura tra i prigionieri, dieci volte più alto di quella dei fanti, il che ci dice che la resistenza fu altissima e valorosa, nonostante le condizioni logistiche e di latitanza dei comandi. E qui si torna al discorso della differenza di Valore tra gli uomini e i Comandi.
Il crollo degli italiani per vigliaccheria e ammutinamento è una fandonia messa in giro, in primis, dal generale Cadorna, che nel suo comunicato ufficiale del 28 ottobre accusa apertamente i soldati di essere vili e di essere scappati come codardi. In realtà ciò che è crollato è la disorganizzazione della struttura dei comandi. I soldati sono stati addestrati a condurre una battaglia di trincea, ondate di attacchi frontali, volute per conquistare pochi metri di un cocuzzolo sul Carso ha mandato a morire decine di migliaia di giovani uomini. Sulla nostra pelle, quella dei nostri bisnonni combattenti, la battaglia di Caporetto segna una svolta movimentista di accerchiamento, come vedremo. I soldati si trovano improvvisamente circondati da sparuti gruppi di Alpenjäger e di Schützen che puntano loro le armi addosso e li catturano prigionieri, senza colpo ferire, senza sparare, senza nemmeno far rumore nella notte. La memorialistica italiana è piena di racconti di soldati che non si capacitano di come così pochi nemici siano stati in grado di catturare così tanti prigionieri commilitoni. Soldati che quando si accorgono di quanto pochi siano i tedeschi che li hanno catturati, si pentono di essersi arresi.
L’agguato alle spalle non è mai stato previsto dalle scuole militari italiane. Annibale e la battaglia di Canne non sono mai esistite (si studia a scuola in terza elementare). L’accerchiamento è l’incubo, la trincea lineare non lo prevede.
Dopo il primo giorno della battaglia, sono perse Saga, Caporetto, il Podklabuc e lo Jeza. 40 mila uomini sono intrappolati nella sacca del monte Nero. Sul Kolovrat ci sono le brigate Arno e Firenze, che vengono disfatte. Sul Matajur resta isolata la brigata Salerno. Il disfacimento come neve al sole delle due brigate Arno e Salerno è stato preso come esempio classico della disfatta di Caporetto dal professor Alessandro Barbero.
La brigata Arno è schierata in cresta sul Kolovrat fino al monte Piatto. Nei giorni precedenti alla battaglia la pioggia ha reso scivoloso il terreno. La mattina del 24 ottobre la Arno si risveglia con gli austriaci davanti. Nella Arno c’è anche il poeta Vincenzo Cardarelli, artigliere, che si salva dall’attacco e si defila. Nella notte tra il 24 e il 25, il monte Piatto è ancora in mano italiana. Ma sta arrivando il battaglione Württemberg del tenente Rommel, ventiseienne che comanda uno dei tre distaccamenti e ha studiato per ben due anni le tattiche che lo renderanno leggendario. I soldati della brigata Arno controllano il monte Piatto e guardano lontano, verso l’Isonzo, sono distratti dal panorama e non si avvedono che sotto di loro iniziano a sfilare silenziosi, aggrappati alle pareti rocciose i diavoli del Württemberg. Rommel dispone di un manipolo di uomini, circa 500. La Arno dispone di circa 6000 uomini. I tedeschi scalano il crinale, catturano 50 uomini nel buio della notte senza sparare un colpo. Tutto si svolge come nelle battaglie dei Sioux. Rommel ha l’ordine di infiltrarsi senza sparare, se non è necessario. Le vedette scrutano l’Isonzo e si ritrovano davanti i tedeschi e si sentono svuotati, lasciano cadere le armi. I prigionieri sono centinaia.
Nel frattempo, sul monte Piatto c’è la brigata Firenze. Il contrattacco è ardito, i comandanti gridano “Savoia”, ma al momento di attaccare nessuno segue i comandanti. Si alzano i fazzoletti bianchi, quando si accorgono a chi si sono arresi, quanti pochi siano i nemici, è troppo tardi. Il commento di Rommel, nella sua biografia, è illuminante:
“Al reparto italiano venne a mancare un’azione di comando energica e conscia dei propri obbiettivi”.
Erwin Rommel
Il distaccamento di Rommel non si ferma alla Arno e punta la vetta del Matajur, dove si trova la brigata Salerno. E anche il destino di questa è deciso dal tragico sarcasmo. La Salerno è comandata dal generale Zoppi. Ma il 25 viene ferito il generale Viora, il generale che comanda la 62° divisione, di cui la brigata Salerno fa parte. Zoppi passa al comando della divisione e alla brigata arriva il colonnello Antonicelli, il più anziano in grado. Poco dopo arriva un ordine dal comando generale, lo porta un carabiniere, e dice che bisogna abbandonare il Matajur dal 27 ottobre. Ma oggi è il 25 e Antonicelli pensa che l’ordine non può riferirsi a due giorni dopo e che sicuramente c’è un errore di trascrizione e che sicuramente l’ordine è relativo al giorno dopo, il 26. Allora manda il carabiniere portaordini ad accertarsi di persona dell’errore. Nel frattempo Rommel è già arrivato e ha preso tutti quanti prigionieri.
La Storia Ufficiale Italiana dell’Esercito della Difesa ancora oggi ci dice che la resistenza della Salerno fu disperata. Secondo Rommel fu una resa di massa. Probabilmente nessuna delle due versioni è vera. Krafft von Dellmensingen dice che la resistenza della Salerno fu inizialmente morbida, per poi diventare più dura in seguito. La brigata fece del suo meglio per resistere, ma alla fine non fu capace di contenere i tedeschi della Württemberg. La tattica fu quella della battaglia di Canne. Una Canne in miniatura. Reparti non numerosi, ma ben disciplinati accerchiano i nuclei italiani. Di nuovo Rommel:
“Vari reggimenti italiani giudicarono la situazione disperata e rinunciarono anzitempo alla lotta, quando si videro attaccati sul fianco e alle spalle. I comandanti italiani mancarono di fermezza. Non erano abituati alla nostra tattica agile e per di più non avevano saldamente in mano i loro soldati”.
Erwin Rommel
Il distaccamento di Rommel, forte di 500 soldati, ha compiuto miracoli. Dall’alba del 25 al mezzogiorno del 26, per 30 ore ha combattuto senza soste, contando 6 morti e 30 feriti. Ha catturato 9 mila soldati, 150 ufficiali e 81 cannoni. Nessuna impresa di Rommel nella Seconda Guerra Mondiale potrà pareggiare questa operazione per audacia, coraggio e risultati.
Il Württemberg è la vetta dell’addestramento tedesco. Sono due anni che si sta addestrando a queste nuove tattiche di operazioni agili. Si assegnano ai tenenti, quadri intermedi, una grande quantità di ordini e istruzioni, affinché poi, al momento della battaglia e in base alle condizioni che si possono verificare, si possa prendere una decisione molto veloce in condizioni di autonomia, senza aspettare il moloch degli ordini del comando, come avviene per gli italiani.
Il pomeriggio del 25 ottobre il generale Cadorna telegrafa al Ministero della Guerra:
“Vedo delinearsi un disastro contro il quale lotterò fino all’ultimo”.
Cadorna
Il giorno dopo trasferisce il comando da Udine a Treviso, ma presto si rende conto che deve arretrare fino a Padova per salvare ciò che resta dell’esercito.