La rivolta di Seattle 99: abbiamo perso, ma avevamo ragione

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Noi, i ragazzi di Seattle 99

C’è una frase che ho sempre trovato portentosa, quasi un sasso lanciato contro una vetrina di senso comune: “i ragazzi del 99”. Evoca il fango delle trincee e l’odore acre della paura nella Prima Guerra Mondiale, ma qui la sposto di qualche decennio e di qualche oceano: Seattle, fine 1999, l’aria satura di slogan, lacrimogeni e speranze. Non è una bestemmia alla storia, è un cortocircuito necessario: ricordare che in certi anni la giovinezza ha suonato la carica con altre armi — cartelli, corpi, consapevolezza. E allora sì, anche io, nel mio piccolo, mi sento un ragazzo del 99: quello del WTO, dei No Global, della piazza che cambiò la grammatica della protesta.

Seattle, quando l’aria del mondo ebbe odore di futuro

Seattle non fu solo una protesta: fu una cesura storica. Il 30 novembre 1999, quando decine di migliaia di persone bloccano il meeting del WTO, il mondo capisce che la globalizzazione non era un processo “naturale” e inarrestabile, ma una deliberata scelta politica ed economica. La scelta è “bipartisan”: in USA c’è Clinton, in Gran Bretagna il premier è Tony Blair, quello che diceva che una terza via era possibile; in Italia c’è al governo D’Alema e in Germania c’è Schroeder. Per dire… In teoria, tutti liberali e “di sinistra” o comunque progressisti. Per cinque giorni la città viene attraversata da un mosaico umano mai visto: sindacalisti accanto a studenti, contadini accanto ad ambientalisti, missionari cattolici accanto agli anarchici vestiti di nero, i “famigerati” rivoltosi dei Black Block.

Quella pluralità fa paura, perché mostra che un’alleanza inedita è possibile. I media mainstream, però, scelgono di raccontare quasi solo il fumo dei lacrimogeni, le vetrine in frantumi, le cariche della polizia. Il messaggio viene distorto: i manifestanti dipinti come vandali, i dubbi sul WTO bollati come ingenuità. Eppure, sotto quella coltre di fango mediatico, una generazione sta imparando a leggere il mondo con occhi nuovi. Siamo noi. Siamo i ragazzi del 99.

Seattle ci insegna che la piazza può essere un luogo di convergenza, che i conflitti non sono solo ideologici, ma concreti e globali: salari, deforestazione selvaggia per il profitto e per costruire abusivamente, diritti digitali, privacy violata, commercio internazionale, frodi che passano per i paradisi fiscali. Non più battaglie isolate, ma un’unica sinfonia dissonante, capace di paralizzare una città e cambiare la percezione collettiva. Ma tutti ci vedevano come dei “comunisti” (io mai stato comunista, io sono sempre stato un azionista). Come dire: la semplificazione di chi non aveva capito nulla.

I ragazzi del 99, tra memoria e disobbedienza: cosa ci ha lasciato Seattle

I giornali dell’epoca liquidano la protesta come “antimodernismo” o come un rigurgito di violenza. Ma a distanza di vent’anni la realtà ha rovesciato la prospettiva: il movimento denunciava le stesse contraddizioni che oggi riconosciamo come evidenti. La crisi climatica, le disuguaglianze sociali, la precarizzazione del lavoro globale, l’influenza smisurata delle multinazionali sulle politiche pubbliche — tutto era già scritto sugli striscioni improvvisati di Seattle. Il paradosso di questa concezione del mondo è che oggi, a distanza di 26 anni, tutte queste sono le bandiere della destra populista, il che dovrebbe farci pensare a come sono andate le cose nella cosiddetta sinistra.

“Siamo stati ridicolizzati, ma eravamo venti anni avanti a tutti. Eravamo ‘nerd’ e ‘sognatori’, ma vedevamo già il mondo che stava arrivando e che poi è arrivato.”

La stampa ci chiamava “no global” con tono dispregiativo. Oggi sappiamo che quel termine era riduttivo: non eravamo contro la globalizzazione in sé, ma contro quella globalizzazione fondata su sfruttamento e speculazione. Dicevamo: “Un altro mondo è possibile”, e avevamo ragione.

La storia, insomma, sta dando ragione a noi, i ragazzi del 99. Non tanto perché abbiamo vinto, anzi, in realtà abbiamo perso, anche se le battaglie restano aperte — ma perché avevamo indicato il problema prima che fosse evidente a tutti. Siamo stati ridicolizzati, ma eravamo venti anni avanti a tutti. Eravamo “nerd” e “sognatori”, ma vedevamo già il mondo che stava arrivando e che poi è arrivato. Lo avevamo capito perché ci informavamo sui media di tutto il mondo, quando Facebook era di là da venire, quando non esisteva Twitter e le ragazze non diventavano adolescenti con l’unico scopo di postare le foto con la bocca a “culo di gallina” e le dita a V su Instagram. Lo avevamo subodorato, perché siamo avvezzi a “leggere” le tendenze, da buoni nerd quali siamo.

E infatti, proprio negli anni successivi, la globalizzazione ha mostrato il suo volto più crudo: milioni di posti di lavoro sono stati spazzati via in tutto l’Occidente, travolti dalla delocalizzazione e dalle nuove logiche del profitto globale.

  • Nel 1999 la prima crisi globale delle borse mondiali. Crollano le borse, che erano salite a livelli da bolla. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo occidentale perdono tonnellate di soldi.
  • Seconda crisi dopo le due torri gemelle. Ri-crollo delle borse. I sauditi speculano sugli attentati alle Twin Towers e schizzano i prezzi del petrolio.
  • 2008 la crisi cosiddetta dei “sub-prime”. Una bolla immobiliare nata e sviluppatasi in USA si propaga a macchia d’olio in tutto il mondo, crollano banche mondiali.
  • 2011, la crisi europea dei paesi ad alto debito pubblico, ci siamo di mezzo anche noi e la Grecia ne fa le spese, pagando un tributo drammatico. Noi ci salviamo per il rotto della cuffia, grazie al governo Monti (sennò finivamo come la Grecia).
  • Vogliamo parlare della pandemia? Quanto c’è nella diffusione della pandemia di logiche sbagliate, fuorvianti e deleterie del globalismo mondiale?
  • Chikungunya, West Nile, ormai una zanzara che si ficca dentro a un aereo può fare morti a migliaia di km di distanza. No, mi fermo qui.

Io stesso, nel 2013, mi sono ritrovato in quella spirale di precarietà e disillusione, testimone diretto di un processo che la rivolta di Seattle aveva già denunciato con forza quattordici anni prima.

Le multinazionali, con una velocità impressionante, hanno trasferito la produzione in Cina e nei paesi cosiddetti emergenti, inseguendo salari bassi e normative ambientali più permissive. Da “noi” le fabbriche hanno chiuso, le periferie industriali si sono svuotate, interi quartieri hanno perso identità e futuro. Da “loro” sfruttamento, condizioni disperate di lavoro, arricchimento degli oligarchi che si trovavano al posto giusto, al momento giusto (vedere Putin & Friends, ma nei paesi arabi del Golfo è la stessa cosa e anche in Cina e India non si scherza). Ci raccontavano che era “efficienza”, che era “competitività”. In realtà era una resa totale al ricatto del mercato globale.

Ma c’è un prezzo ancora più alto, che stiamo pagando oggi: questa globalizzazione pilotata dalle multinazionali ha generato indirettamente la catastrofe climatica che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Incendi boschivi estivi che divorano intere regioni, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai, eventi meteorologici estremi che devastano città e campagne: tutti segni di un modello produttivo che ha consumato e sta consumando il pianeta come se fosse una miniera senza fondo. E se non prenderemo provvedimenti seri e radicali, ciò che ci attende non è una crisi temporanea, ma una trasformazione irreversibile del nostro mondo.

Portarsi addosso Seattle 99: manuale tascabile di resistenza gentile

“Abbiamo avuto ragione noi. Non perché il mondo sia cambiato come volevamo, ma perché abbiamo reso impossibile ignorare le domande che allora urlavamo per strada.”

Da allora per me essere un ragazzo del 99 significa questo: resistere senza indurirsi, tenere viva la brace, anche quando la tempesta spegne le fiamme. A Seattle fummo massacrati dai manganelli e dai titoli dei giornali, ridotti a caricature di violenti, bollati come ingenui che non capivano il progresso. Ci fecero a pezzi con le stesse armi del potere: il gas negli occhi e il fango mediatico sulla pelle. Non parlo del G8 di Genova del 19 luglio 2001. Perché, a parte la “macelleria messicana”, aizzata dal neoministro degli Interni Fini e avallata da Silvione, che ovviamente non è secondaria, ma non è questa la sede per parlarne, gli ideali erano i soliti, partiti appunto da Seattle 99.

Eppure la resistenza gentile non si misura sul breve periodo. È un lavoro carsico: scava sotto la superficie, lentamente, finché la roccia cede. Oggi basta leggere i rapporti sull’emergenza climatica, sulle disuguaglianze globali, sul potere smisurato delle multinazionali per capire che quelle voci inascoltate del 99 avevano colto la verità prima degli altri.

La gentilezza di quella resistenza non era rassegnazione, era ostinazione creativa: trasformare i blocchi stradali in danze improvvisate, gli slogan in cori che diventavano comunità, le cicatrici in narrazione condivisa. Abbiamo perso la battaglia mediatica, ma abbiamo vinto il tempo: le idee che allora sembravano utopia oggi sono parte del lessico comune. Insomma, se ci fosse stato un rivoluzionario gentile come Alex Langer, sarebbe d’accordo con queste idee. Anzi, forse Alex Langer si tolse la vita perché aveva capito tutto quanto quello che sarebbe successo ancor prima di noialtri nerd.

Resistere gentilmente significa non rinunciare alla cura, anche quando sei schiacciato dalla forza. Significa praticare la solidarietà minuta — il tè caldo passato di mano in mano sotto la pioggia, il braccio intrecciato con quello di uno sconosciuto per reggere un cordone umano — come atto politico. È un’arte che non fa titoli, ma che scolpisce lentamente la storia.

E allora sì, lo dico senza posa retorica: abbiamo avuto ragione noi. Non perché il mondo sia cambiato come volevamo, ma perché abbiamo reso impossibile ignorare le domande che allora urlavamo per strada. Abbiamo perso lo scontro, ma abbiamo aperto una crepa irreparabile nel racconto dominante. E da quella crepa continua a filtrare luce.

Essere oggi un ragazzo del 99 vuol dire questo: non cedere alla durezza, non cedere all’oblio, continuare a scegliere il tono fermo ma non feroce, il gesto radicale ma non disumano. È una musica che suona sottotraccia, un tempo che tiene insieme la band anche quando il palco sembra crollare. Una resistenza gentile, che non urla vittoria, ma sa di aver scritto già allora, con il proprio corpo, il margine di un futuro diverso.

Alex Langer: l’uomo che sognava un mondo più verde e giusto

Alex langer, as a cyberpunk hero, ai generated image by monica

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Introduzione

Ti sei mai chiesto come sarebbe il mondo se tutti avessimo il coraggio di vivere secondo i nostri ideali più profondi? Alex Langer è stato uno di quegli esseri umani che ha provato a farlo davvero, sprofondando nell’abisso del suicidio, forse proprio per l’utopia di riuscirci.

Politico, pacifista, ambientalista, ponte tra culture e lingue diverse, Langer ha attraversato il Novecento come un funambolo in equilibrio tra utopia e pragmatismo. La sua storia merita di essere raccontata, oggi più che mai.

Un sudtirolese europeo, che mise l’Europa davanti a tutto

Alexander Langer nasce a Vipiteno nel 1946, in un Alto Adige/Südtirol ancora ferito dalla guerra e diviso da tensioni etniche profonde, provocate anche dal fascismo, che avrebbe voluto fare terra bruciata della cultura locale per nazionalizzarla e normalizzarla. Figlio di una famiglia ebraica di lingua tedesca, cresce bilingue in un territorio conteso, imparando fin da bambino cosa significhi essere “ponte” tra mondi diversi. Questa capacità di abitare le frontiere diviene la sua caratteristica più preziosa: tedesco tra gli italiani, italiano tra i tedeschi, cristiano tra i laici, ambientalista tra i politici tradizionali.

“Essere traditori della propria tribù è la condizione per essere costruttori di pace”

Alex Langer

E lui lo fu davvero, rifiutando di dichiararsi appartenente a uno specifico gruppo linguistico durante il censimento del 1981 in Alto Adige, gesto che gli costa l’esclusione dai pubblici uffici nella sua terra. Ma Langer non è tipo da fermarsi davanti alle barriere, anzi: le trasforma in ponti.

Verde non per moda, ma per necessità

Quando in Italia l’ecologia è ancora considerata un vezzo da “fighetto” hippie, Langer ha già capito che sarebbe stata la grande questione del futuro.

Non per una moda passeggera, ma per necessità. La sua visione dell’ambientalismo non era mai separata dalla giustizia sociale:

“Non ci può essere conversione ecologica senza giustizia sociale”

Alex Langer

E aggiungeva che la svolta verde doveva essere “socialmente desiderabile”, non imposta dall’alto.

Fondatore dei Verdi in Italia e protagonista di quelli europei, porta in Parlamento Europeo (dove viene eletto nel 1989) un modo nuovo di fare politica: concreto, attento alle persone reali, capace di unire rigore morale e pragmatismo. Chi lo ha conosciuto, racconta di un uomo che parlava cinque lingue e sapeva ascoltare in tutte, che viaggiava in treno per ridurre l’impatto ambientale quando nessuno ci pensava ancora, che viveva come predicava.

Un ponte tra le culture

In Alto Adige, le tensioni etniche a volte sfociavano in rancore o ostilità aperta. Langer, tuttavia, non solo era testimone di queste tensioni, ma cercava anche delle soluzioni. Piuttosto che alimentare i conflitti, credeva nella creazione di piattaforme di dialogo. Il suo obiettivo era promuovere la riconciliazione, considerando la diversità non come un peso, ma come una forza. Quando iniziò a studiare e ad esplorare il mondo, aveva già interiorizzato l’approccio dell’ascolto attento, del rispetto e dell’affermazione della possibilità di unità nella diversità. Questo contesto iniziale costituisce la base per comprendere perché, durante tutta la sua carriera politica, abbia sostenuto politiche inclusive e l’interazione pacifica tra gruppi apparentemente disparati.

Una visione radicale della democrazia

L’impegno di Langer per la democrazia andava oltre la retorica di routine. Egli vedeva la democrazia non semplicemente come un processo elettorale, ma come una pratica quotidiana di collaborazione e rinnovamento continuo. Per lui, la vera democrazia significava condividere le responsabilità, rispettare le voci delle minoranze e creare strutture inclusive. All’inizio degli anni ’80, aveva deciso di canalizzare esplicitamente le sue energie nella politica, ridefinendo il dibattito sull’ecologia, il dialogo interculturale e la partecipazione di base.

Difensore della coscienza ambientale

Uno degli aspetti più sorprendenti della visione di Langer, soprattutto considerando quanto appaia oggi lungimirante, era il suo impegno per le questioni ambientali. In un’epoca in cui le preoccupazioni ecologiche erano in gran parte liquidate come marginali, Langer insisteva sul fatto che l’ambiente doveva essere al centro della governance etica. Ha contribuito a fondare o ispirare numerosi movimenti politici verdi in Italia, chiedendo politiche che riducessero l’inquinamento, proteggessero la biodiversità e trasformassero i modelli di consumo. Il suo approccio combinava una comprensione accademica dei dilemmi ecologici con un impulso morale a prendersi cura del pianeta. Nel corso della sua breve ma appassionata carriera, Langer ha rifiutato di separare l’ambientalismo dalla giustizia sociale, sottolineando un aspetto che nel frattempo è divenuto realtà: cioè che le comunità più vulnerabili ai cambiamenti climatici e alla scarsità delle risorse sarebbero state inevitabilmente emarginate. Cosa che col riscaldamento climatico stiamo vedendo e vedremo sempre più.

Il movimento verde in Italia

Contribuendo a fondare il movimento verde in Italia, Langer ha introdotto un modo di pensare alla politica che ha sfidato lo status quo. Mentre i partiti tradizionali spesso si limitavano a dichiarazioni di facciata a favore dell’ambientalismo, i Verdi sostenevano un programma completo. La prospettiva di Langer integrava questioni sociali, pacifismo e responsabilità ecologica in un unico quadro. Incoraggiava l’impegno a livello comunitario, convinto che i decreti dall’alto raramente bastano a stimolare un cambiamento autentico. Nel sostenere soluzioni locali che riconoscono le responsabilità universali, Langer ha dimostrato un acuto senso dell’urgenza e dell’empowerment. Questo quadro risuona fortemente nel discorso climatico moderno, confermando il suo status di figura politica molto avanti rispetto al suo tempo.

Col senno di poi, Langer non avrebbe mai approvato lo sbarco dei Verdi italiani nel carrozzone della sinistra. Ma tant’è, questa è un’altra storia e forse è anche la ragione per cui in Italia i Verdi sono sempre rimasti un partitino del cavolo, destinati non solo ad essere ininfluenti, ma addirittura confinati in un alveo politico che della sinistra ha davvero poco.

Colmare le divisioni in Europa

Al di là dell’ambientalismo, Langer ha dimostrato un profondo impulso umanitario a riconciliare le divisioni nel continente europeo. Durante gli anni ’90, l’Europa si è trovata ad un bivio, con i conflitti balcanici che hanno frantumato l’unità che molti avevano sperato potesse ispirare la fine della Guerra Fredda. Il ruolo di Langer nel richiamare l’attenzione sulle guerre nell’ex Jugoslavia sottolinea la sua caratteristica propensione alla compassione (intesa in senso latino di “com-passione”, cioè il comprendere la parte più profonda delle passioni) e alla costruzione di ponti. Ha guidato campagne a favore della risoluzione non violenta dei conflitti e del sostegno umanitario, credendo nella necessità fondamentale di riconoscere l’umanità condivisa che supera le categorie nazionali, etniche o religiose. Questo impegno a colmare le divisioni era indissolubilmente legato alle sue precedenti esperienze nella sua terra di origine, l’Alto Adige. C’era una profonda autenticità nelle sue richieste di pace, che facevano risuonare le sue parole in molti contesti anche al di fuori dei consessi della politica.

Forza personale e natura enigmatica

Le convinzioni politiche di Langer erano indissolubilmente legate alle sue forze personali. Era profondamente introspettivo, guidato dall’empatia e spinto a tradurre la sua bussola morale in azioni concrete. Tuttavia, la sua natura rimaneva in qualche modo enigmatica. Univa un senso di responsabilità incrollabile a un comportamento calmo, quasi sobrio, in contrasto con gli stili roboanti o combattivi che spesso dominano la scena politica. Se da un lato la sua umiltà gli ha fatto guadagnare il rispetto di amici e collaboratori, dall’altro lo ha talvolta messo in una posizione di svantaggio in un universo politico che premia le voci più forti. Tuttavia, chi lo conosceva personalmente riconosceva il fuoco che alimentava i suoi sforzi e la sua gentile determinazione che non vacillava mai.

La compassione come principio guida

Per Langer, la compassione non implicava compiacenza. Né significava ignorare gravi ingiustizie. Al contrario, comportava la ricerca di soluzioni che rispettassero la dignità di tutte le parti. A suo avviso, la compassione era un’etica applicata che, nel contesto dei problemi sociali o ambientali, richiedeva un’azione informata e decisiva. Questa enfasi morale sull’empatia spiega perché abbia dedicato così tanti sforzi alle campagne a favore dei diritti degli immigrati, della dignità del lavoro e della responsabilità istituzionale. Ha costantemente chiesto una legislazione a tutela dei senza voce. Credeva che le manifestazioni di vera empatia – da parte di individui, governi e intere comunità – potessero portare a un clima in cui le risoluzioni pacifiche fossero la norma piuttosto che l’eccezione.

Costruire una cultura della tolleranza

Con il compito di navigare in un ambiente in cui la xenofobia cresceva facilmente, sia nel contesto locale dell’Alto Adige che in Europa in generale, Langer ha assunto il complesso compito di promuovere la tolleranza. Egli vedeva la tolleranza come qualcosa di più di una passiva accettazione o di una convivenza riluttante; era una posizione proattiva per costruire relazioni, promuovere il dialogo e arricchire reciprocamente le prospettive di ciascuno. Anziché dividere le comunità in maggioranze e minoranze, sosteneva politiche che riconoscessero gli interessi comuni. Il suo approccio era particolarmente rivoluzionario in un’epoca in cui la retorica populista e i forti sentimenti nazionalisti spesso oscuravano gli appelli all’unità. Chiedendo misure proattive per unire le comunità multiculturali, Langer ha gettato le basi per approcci volti a mitigare i conflitti in un mondo sempre più globalizzato.

Eredità e influenza

Il vero valore di una figura politica spesso emerge solo molto tempo dopo che questa ha lasciato la scena pubblica. Nel caso di Langer, la sua morte a Firenze sembrava aver interrotto una carriera che prometteva decenni di attivismo ponderato. Tuttavia, i semi che ha piantato hanno continuato a crescere. Nel corso del tempo, le questioni ambientali sono diventate protagoniste del dibattito politico. Inoltre, la richiesta di una politica più empatica in un mondo sempre connesso fa eco a molti degli appelli iniziali di Langer. Le sue strategie politiche, le sue filosofie sociali e il suo attivismo ambientale continuano quindi a vivere nelle piattaforme dei moderni partiti verdi, nei gruppi di difesa della comunità e in innumerevoli individui che condividono le sue convinzioni.

Ispirazione per le generazioni attuali

Le generazioni più giovani, in particolare, possono scoprire nei scritti e nei discorsi di Langer un tesoro di ispirazione. Quando si confrontano con il ritmo frenetico degli effetti del cambiamento climatico o con la crisi globale dei rifugiati, possono trovare lezioni preziose nel suo approccio olistico. Per affrontare efficacemente le questioni locali o globali, Langer raccomandava di ascoltare attentamente tutte le voci coinvolte, promuovere la comprensione reciproca e riconoscere l’interconnessione. L’enfasi sulla cooperazione sottolinea come egli abbia trasceso il dominio puramente politico, abbracciando una filosofia che riconosce la fragile trama della vita sulla Terra. La sua visione esortava le persone a riconoscere che la solidarietà, la tutela dell’ambiente e il pensiero a lungo termine non sono semplici opzioni, ma imperativi etici indispensabili.

Sensibilizzazione educativa e impegno nella comunità

Langer attribuiva grande importanza all’istruzione e alla sensibilizzazione della comunità, considerandoli componenti fondamentali per costruire la resilienza democratica. Derideva qualsiasi idea secondo cui la risoluzione dei dilemmi internazionali fosse di esclusiva competenza di pochi esperti o politici d’élite. Al contrario, credeva che le soluzioni migliori spesso emergessero dalla collaborazione di base, dove cittadini di diversa estrazione sociale scambiavano storie, imparavano gli uni dagli altri e adottavano obiettivi comuni. Questo approccio risuona con forza nei tempi moderni, in cui i social media facilitano le connessioni globali istantanee, ma possono anche alimentare la disinformazione o l’antagonismo. L’amorevole insistenza di Langer sul dialogo aperto e sulla comunicazione veritiera costituisce un contrappeso attraente alle possibilità tossiche insite nel rapido scambio di informazioni.

La strada da percorrere

Riflettendo sulle sfide ancora in evoluzione del XXI secolo, dalle crisi ambientali alle nuove forme di populismo, non si può fare a meno di constatare che gli avvertimenti e le intuizioni di Alex Langer erano sorprendentemente preveggenti. L’instabilità climatica costringe ora le nazioni a confrontarsi con questioni difficili quali l’adozione delle energie rinnovabili, le strategie di conservazione e l’equità intergenerazionale. Parallelamente, i flussi di rifugiati continuano a mettere in evidenza le lacune nel nostro senso di responsabilità collettiva. La frammentazione politica tra i continenti e la difesa degli interessi dei pochi sottolinea la necessità disperata di leader impegnati in un approccio olistico e inclusivo. Ognuna di queste questioni urgenti riecheggia i problemi affrontati da Langer, prima ancora che molti politici ne riconoscessero l’importanza. Studiando la sua vita e applicando le sue metodologie, le società contemporanee potrebbero costruire la resilienza necessaria per navigare in acque sempre più turbolente.

Continuare la discussione

Le commemorazioni della vita di Langer portano inevitabilmente a nuove discussioni sull’etica politica e i doveri morali degli individui che ricoprono posizioni di potere. Egli rappresenta un monito che la politica non dovrebbe essere un’arena per l’autopromozione o la ricerca di guadagni a breve termine. Al contrario, nel senso più ideale, potrebbe diventare una nobile impresa volta a promuovere il bene comune, un principio che Langer ha sostenuto con tenacia. Per coltivare i semi della trasformazione che ha piantato, i leader presenti e futuri devono unire idee visionarie ad azioni compassionevoli. Ciò significa continuare a colmare le divisioni culturali, difendere il benessere del pianeta e sostenere una prospettiva profondamente umanistica sulla governance.

L’eredità di un profeta disarmato

Il 3 luglio 1995, a Firenze, Alex Langer decide di porre fine alla sua vita, lasciando un biglietto che diceva

“i pesi mi sono divenuti insopportabili”.

La sua morte fu un trauma per chiunque lo avesse conosciuto o avesse seguito il suo lavoro. Come capita spesso ai profeti disarmati, forse vedeva più lontano di quanto la società del suo tempo fosse pronta a guardare.

Oggi, quasi trent’anni dopo, molte delle sue intuizioni si sono rivelate profetiche: la necessità di un ambientalismo non ideologico ma concreto, l’importanza del dialogo interculturale, l’urgenza di ripensare un modello di sviluppo più sostenibile e umano. “Continuate in ciò che è giusto”, scrisse nel suo ultimo messaggio. E forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo: non come un’icona intoccabile, ma come un compagno di strada che ci ha indicato una direzione possibile. Più lenta, più faticosa, ma infinitamente più umana.

Il gesto finale però ci dice che anche lui si sentiva inascoltato, indifeso e incapace di poter incidere o scalfire la politica che già allora era intrisa di celodurismo. Anzi, probabilmente le cose sono peggiorate e lo vediamo tutti i giorni nel 2025. Con genocidi, guerre iniziate per capriccio imperiale e schiaffi alla Storia secolare di amicizia tra le nazioni.

Ricordare Alex Langer a trent’anni dalla sua scomparsa è un esercizio emozionante e illuminante. Il ricordo del suo spirito tranquillo, ma appassionato mostra come fosse sempre all’avanguardia, sostenendo politiche che i leader attuali sono ancora riluttanti ad adottare.

La sua vita ha dimostrato come un impegno politico autentico richieda empatia, sensibilità culturale e responsabilità ecologica. Il suo talento nel negoziare le tensioni culturali, nel promuovere l’armonia sociale e nell’ispirare riforme ambientali significative rivela una fede incrollabile nella capacità di cooperazione dell’umanità. Membro del Parlamento europeo, giornalista, insegnante, attivista: ha ricoperto molti ruoli, ma non ha mai perso di vista i principi universali che hanno guidato il suo lavoro.

Anche se la società moderna è alle prese con sfide senza precedenti – cambiamenti climatici, instabilità geopolitica, crescenti disuguaglianze sociali – la saggezza di Alex Langer rimane potente. Ha ricordato alla gente una politica fondata sulla gentilezza, sulla comprensione profonda e sul rispetto dei limiti della natura. Grazie alla sua attualità senza tempo, la sua eredità rimane un modello vivente, che continua a ispirare chiunque sia alla ricerca di una strada migliore per il futuro.

Lungi dallo svanire, la sua memoria e il suo messaggio si sono rafforzati nel tempo, dimostrando che le idee più illuminate possono trascendere una singola vita, un decennio o un contesto culturale. Facendo eco al suo invito a “imparare il linguaggio degli altri”, troviamo un punto di riferimento per navigare in un mondo sempre più complesso, in cui lo spirito di Alex Langer, a trent’anni dalla sua scomparsa, potrebbe ancora essere la luce guida di cui abbiamo così disperatamente bisogno.

Tovarish, Gorbaciov, Do Svidanija

Mikhail gorbaciov, ritratto ufficiale

È morto Mikhail Sergeevich Gorbaciov, storico segretario generale del PCUS e riformatore dell’Unione Sovietica, fautore della Perestrojka e della Glasnost’, storici concetti che sono entrati anche nel Vocabolario Treccani.

perestròjka s. f. [voce russa, comp. di pere, indicante mutamento, e stroit′ «costruire»; propr. «ricostruzione, riorganizzazione»]. – Termine adottato nella politica interna sovietica e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare l’insieme di riforme politico-economiche (ricambio nei vertici di partito, adozione di nuovi sistemi di rappresentanza ed elettorali, moderato liberismo economico, riconoscimento delle opposizioni interne, ecc.) che caratterizzarono l’azione di Michail S. Gorbačëv a cominciare dal marzo 1985, quando venne a occupare la carica di segretario del Partito Comunista sovietico. A perestrojka era solitamente associato il termine glasnost (v. la voce), spesso tradotto in ital. con trasparenza.

glàsnost s. f. [voce russa, glasnost; propr. «comunicazione, informazione»]. – Termine adottato nella politica interna sovietica negli anni Ottanta del sec. 20° e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare la pubblicizzazione delle notizie politiche, economiche, culturali tramite i mezzi d’informazione (v. perestrojka). La comune, ma non esatta, traduzione con trasparenza è dovuta all’assonanza con l’ingl. glass, ted. Glas, fr. glace, che significano «vetro».

Gorbaciov è stato tanto amato e stimato all’estero, quanto inviso ai russi, durante l’era del suo mandato. La sua perestrojka e la sua glasnost’ furono una ventata di freschezza e rinascita per le libere idee dei russi: nacquero news magazine, giornali e riviste che spuntavano dal nulla come funghi. Fu un periodo bello per tutti coloro che lo hanno vissuto dal vivo e dal di dentro (e io ci sono stato in Russia quando c’era Gorbaciov). Non con i titoloni “sparati” di Repubblica, che all’epoca, in piena era Scalfari, gridava alla libertà a ogni piè sospinto, ma con chi, come me, da studente universitario all’Università Lomonosov di Mosca, ha potuto vedere i capannelli all’uscita delle stazioni della metropolitana di Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo), con improvvisati comizi da strapaese, dove si discuteva di tutto, dal prezzo delle patate alla possibile efficentazione del lavoro sovietico nelle campagne. Insomma, io c’ero. C’ero nel 1989, la prima volta che andai in Unione Sovietica, come ospite di una famiglia di amici, e poi quando tornai successivamente come studente alla Lomonosov nel 1994 per tutto un semestre invernale. Ma quella è ancora un’altra storia, perché già c’era al potere El’tsyn, il quale aveva già cambiato parecchie cose e già l’Unione Sovietica non esisteva più, almeno come moloch statutario di un passato comunista.

Ma la perestrojka (lett. ristrutturazione) di Gorbaciov mise in luce tutte le contraddizioni del cambiamento, nonché fece già intuire i successivi accaparramenti e speculazioni dell’era successiva, quella di El’tsyn. E con la ristrutturazione che avviò Gorbaciov, i negozi erano vuoti (io li ho visti e non parlo per sentito dire): scaffali lunghi dieci metri con tre pezzi di qualcosa, gettati lì, senza la minima normativa igienica. Cosa che nemmeno nella precedente era Brezhnev si era mai vista. Tant’è vero che molti russi rimpiansero per anni l’era Brezhnev.

Mi si passi il paragone, un po’ tirato per i capelli, ma Gorbaciov è stato per la Russia quello che è stato per noi italiani, Mario Monti. Stimatissimo all’estero e quasi odiato dagli italiani, che fu costretto a mettere in ginocchio a causa del vicino fallimento e delle politiche restrittive europee.

Nessuno, tra i russi, rimpianse la dipartita di Gorbaciov, quando ci fu il colpo di stato nel 1991 e quando arrivò appunto El’tsyn.

A me Gorbaciov ha fatto sempre tanta tenerezza, soprattutto quando uscì di scena, massacrato dai media russi e dall’opinione pubblica. Quando ci fu il golpe, tutti lo videro scendere dalla scaletta dell’aereo, di ritorno dalla Crimea (pensate ai corsi e ai ricorsi della Storia!!!), dov’era in vacanza con la moglie Raissa Gorbaciova. Stanco, prostrato, umiliato, defenestrato senza la minima parvenza di gratitudine, additato poi, anche oggi da Putin, come un traditore della Patria.

Nemmeno lui, e lo ha detto più volte successivamente, si sarebbe mai potuto aspettare del cambiamento a cui aveva dato vita. Gli sfuggì tutto di mano, forse in un modo che nemmeno lui aveva previsto e auspicato. Vuoi o non vuoi, la sua rivoluzione senza sangue è stata però lo stesso una cosa epocale, che quantomeno sarà studiata nei libri di storia della Russia, quando tornerà ad essere un paese democratico.

Oggi la Russia ha celebrato le esequie di un grande uomo del Novecento, quasi in silenzio, vergognandosi del suo passaggio terreno nella Storia del paese. Il che la dice lunga sul livello di democrazia di quel paese, oggi.

Perché non andrò a votare ai referendum sulla giustizia

Facsimile scheda elettorare referendum 12 giugno 2022 giustizia

Premetto che sono del segno zodiacale della Bilancia e credo nel fondo di verità che sta dietro all’influsso degli astri sulle persone (se la luna influenza i raccolti, le semine, l’ululato del lupo, perché i pianeti non dovrebbero influire su di noi?). Tra l’altro siamo fatti al 60% di acqua e i pianeti hanno influsso sulle maree. Quindi per me non ci sono dubbi.

Come noto, la Bilancia è il segno zodiacale per antonomasia di coloro che aspirano al senso della giustizia. E del resto la bilancia, intesa come strumento per pesare gli oggetti, è anche il simbolo della giustizia per antonomasia.

Con questo non voglio dare ricette spicciole, ma proprio per questa ragione, ci tenevo a dire che non sono un superficiale e che anzi, la Giustizia, quella con la G maiuscola è un fondamento della civiltà e del quieto buon vivere nella comunità civile e umana.

Questo post non è però polemico (in pieno “stile Bilancia”).

Anzi, sarò breve e circostanziato. I referendum del 12 giugno sulla giustizia sono troppo complessi per essere risolti da un voto di persone che non siano addetti ai lavori. E questo per tante ragioni. Non solo perché noialtri non ne capiamo nulla di giustizia, sul piano tecnico, e tutti gli slogan del Sì o del No sono solamente delle mere semplificazioni un tanto al chilo.

Secondariamente, è la politica, quella che, sulla carta, dovrebbe essere “alta” e nobile, a doversene occupare, senza per questo dover “disturbare” noi cittadini, che appunto non ne capiamo nulla dell’argomento.

Personalmente, mi occupo di marketing digitale, com’è noto. Ho una piccola startup locale che si chiama Pistakkio, ed è attiva in tutta la Regione Toscana. Se mi si domanda che strategie e tattiche si possano o si debbano attuare per migliorare il posizionamento di un sito web, allora sono nel mio campo e posso rispondere. Viceversa, questi referendum mi sembrano un modo, da parte dei partiti e di chi ha proposto i referendum, per lavarsi le mani con l’argomento, demandare le decisioni ad altri ed evitare il compromesso (all’insegna di una non meglio identificata “purezza” o, se ribaltiamo la frittata, “celodurismo”).

La politica è compromesso per definizione (e qui torna il mio essere profondamente Bilancia). Se non si vuole accondiscendere a compromessi, per voler dare in pasto alla propria base elettorale di essere puri e indefessi, allora non si fa politica, bensì propaganda. E io alla propaganda non rispondo, anche perché conosco bene, da addetto di marketing, i meccanismi che si nascondono dietro al marketing, anche elettorale.

Non parlo dei 600 e rotti milioni di euro di spesa inutile per organizzare i referendum, perché scadrei nel populismo.

Che se la risolvano loro, i politici. E dico questo, non per qualunquismo, ma perché è il loro lavoro. Così come quando un mio Cliente mi domanda di risolvergli un problema sul suo sito web.

PS = non andrò nemmeno al mare. Anzi, probabilmente lavorerò!

A dieci anni dal terremoto della Bassa Modenese, non è tutto rose e fiori

La chiesa del voto di modena in via emilia centro dopo il terremoto del 29 maggio 2012

Sono passati già dieci anni. E meno male che stiamo in salute, e che possiamo raccontarla. Sia di quanto accadde dieci anni fa, sia per quanto attiene ai commenti dell’anniversario a cifra tonda. Primo punto.

La prima scossa 5.9 (era 6.1, ma fu ridotta dall’INGV per pagare meno danni) delle 4,02 di notte del 20 maggio 2012 coglie di sorpresa tutti i cittadini della Bassa Modenese e coinvolge anche il capoluogo, dove io ho abitato per diciotto anni, fino al 2013.

Come ricorderà chi era a Modena quel weekend, era un sabato mattina. La sera precedente, quindi venerdì sera fino a notte fonda, c’era stata La Notte Bianca, se non ricordo male secondo esperimento del genere nella città che è stata la mia casa per tanti anni. Ma il primo esperimento della Notte Bianca dell’anno precedente era stato poco seguito, mentre quel secondo anno, ci fu un grande successo.

Io ero stato in giro fino alle 3 di notte e ricordo una città viva, spumeggiante, come lo spumantino o prosecchino che scorreva tra le piazze ricolme di giovani, concertini per strada e nelle piazze. Modenesi e persone arrivate dalle città circostanti, città piena e finalmente una manifestazione che non aveva visto incidenti e i soliti scemi che si mettevano a “giocare” con i cocci delle bottiglie di vetro (come invece accadeva puntualmente tutti i Capodanni in Piazza Grande).

Voglio dire, io ero modenese, seppur di adozione. Diciotto anni non sono bruscolini e, tra l’altro, vivevo in pieno centro storico.

Essendo andato a letto alle 3 di notte, avevo appena preso sonno. Dopo un’ora, alle 4,02, mi svegliai di soprassalto, col letto che vibrava e si spostava. Mi alzai di scatto andai in sala e accesi la luce e vidi i contrafforti del mio appartamento, vibrare forte, come fossero di cartongesso. Stabile in pieno centro storico, costruito nel 1621 (c’è la targa, ancora oggi). Per fortuna restò tutto in piedi, anche se avemmo danni per una dozzina di migliaia di euro alle scale interne condominiali. Tanta paura. E poi le successive scosse “di assestamento”, che arrivavano a 4.0 e oltre, tutti i giorni.

La palla della chiesa del voto a modena
La sommità della Chiesa del Voto di Modena, in Via Emilia Centro, dopo il terremoto del 29 maggio 2012

Il 29 maggio, nove giorni dopo, la scossa ancora più tremenda, almeno per chi stava a Modena, perché ancora più vicina al capoluogo, quella delle nove precise del mattino. Venne giù la palla della Chiesa del Voto, in Via Emilia Centro. Sfiorò una signora, poteva essere una strage, andò bene.

Da allora, passai svariate notti nel mio garage, rannicchiato nel bagagliaio della mia piccola 500, dopodiché, decisi di tornare per un periodo in Toscana.

Il terremoto della Bassa Modenese però fu anche uno spartiacque dal punto di vista della percezione della comunità emiliana di fronte ai prevedibili problemi che ci furono nella ricostruzione. Non è questa la sede per parlare di politica, nemmeno in senso lato, e anche se nel decimo anniversario del sisma modenese sentiremo parlare della tradizionale efficienza emiliana, col faccione del presidente della Regione che s’intesterà trionfalismi, poi se vai a parlare con la gente del posto, ancora oggi, ti ridono in faccia: ci sarà pure una ragione per cui da allora la “sinistra” fa sì e no fatica a raggranellare i suoi voti (e in numerosi comuni abbia ceduto lo scettro del potere, cosa un tempo impensabile).

E questo non è un giudizio, ma pura analisi.