Cinquant’anni senza Pier Paolo Pasolini: un ricordo che brucia ancora

Figura maschile di spalle, senza cappello, capelli alla pasolini, che cammina con il cappotto sulla spiaggia notturna di ostia sotto un lampione; mare scuro a destra, palette con dominanza di verde. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 12 minuti

Sai quella sensazione quando una voce del passato ti parla con una chiarezza quasi offensiva, come se conoscesse già le nostre debolezze di oggi? A me succede con Pier Paolo Pasolini. Cinquant’anni dopo la notte di Ostia, il suo sguardo rimane un lampo, una ferita luminosa. Non ho la pretesa di farne l’esegeta; mi porto addosso, piuttosto, l’eco di un incontro che mi ha raddrizzato la schiena e cambiato il lessico interiore. Tre anni fa, nel centenario della nascita, provai a dirlo in un pezzo che s’intitolava Un fascio di nervi che ancora ci scalda il cuore. Oggi torno su quella brace: non si è mai spenta.

Il primo attrito: Pasolini tradotto a voce bassa

Il mio primo contatto con Pasolini è stato chirurgico e intimo: tradurre. All’università, sotto la guida del professor Klein a Trieste, mi misi a maneggiare gli “Scritti corsari” come si maneggia un coltello: facendo attenzione a non perdere sangue, a non perdere senso. Tradurre Pasolini — renderne in tedesco la densità e quella sua prosa che s’impenna, si spezza, torna a correre — è stato un rito di passaggio. Capisci che non è semplice lessico: è temperatura emotiva, è posizione politica del corpo. Ogni parola trascina con sé l’odore di un’Italia che si sta trasformando, e che lui fiuta prima degli altri.

Lì ho imparato una cosa che, in fondo, mi ha tenuto compagnia fino ad oggi: la lingua è un atto di responsabilità. Se la pieghi male, mente. Se l’ascolti, ti costringe a guardarti allo specchio.

La TV, il consumismo, l’omologazione: il futuro che ci ha avvisati

Le apparizioni televisive di Pasolini — scoperte postume, come cartoline mandate da un tempo che ci aveva già previsto — mi hanno sempre dato la stessa scossa: profeta riluttante che leggeva il presente con una ferocia quasi clinica. Nella sua diagnosi del consumismo e dell’omologazione c’era qualcosa che andava oltre la polemica: un cordone sanitario messo intorno all’anima. Quando Pasolini parlava di una mutazione antropologica, non stava facendo poesia: stava tenendo un rapporto in diretta con il futuro.

E qui arriva il bello (o il difficile): oggi che viviamo immersi in algoritmi che selezionano la nostra fame, in video virali e nella recita permanente dei politici-influencer, quelle parole suonano come una sveglia senza snooze. L’idea che la TV avrebbe trasformato la politica in spettacolo era solo il primo atto; il secondo — i social — ha privatizzato la piazza e messo l’ego in franchising. Pasolini aveva visto benissimo: il rischio non è la volgarità del linguaggio, ma la perdita di realtà. E quando perdi realtà, perdi anche bellezza.

Guardare i film (o farsi guardare da loro)

Confesso una cosa scomoda: non sono mai riuscito a finir di vedere un film di Pasolini senza pause, andirivieni, fiato corto. Ho provato con Il Decameron, ho tentato con Medea, mi è rimasto incagliato nella memoria questo film girato nella laguna di Grado, dove ero spesso quando studiavo all’Università di Trieste — la densità delle immagini mi spingeva fuori bordo e subito mi richiamava dentro. Poi, di recente, un documentario su Accattone visto su Rai Storia mi ha riaperto la porta: ho capito che non è “difficile” Pasolini; difficile sono io, che cerco il conforto della trama, la carezza del ritmo, mentre lui ti mette davanti corpi, fame, desiderio, colpa. Ti chiede di sottrarre scenografia per guardare le facce. Ti chiede attenzione.

Forse i suoi film non si “guardano”: ti guardano. E non sempre siamo pronti.

Pasolini come grammatica morale (per non diventare cinici)

C’è un Pasolini critico, giornalista, corsaro; un Pasolini poeta che sa che il dolore ha grammatica, non solo volume; e c’è un Pasolini che ci serve oggi come bussola morale, quando la tentazione è cedere al cinismo. Perché è comodo — lo so benissimo — archiviare tutto sotto il registro del “sono tutti uguali, non cambia niente”. E invece no: nelle sue pagine migliori, Pasolini ti ricorda che scegliere è ancora possibile, che la lingua può ancora riposizionare il mondo di mezzo centimetro, quanto basta per far entrare più luce.

In fondo, quello che mi rimane addosso — e che vorrei rimanesse a chi passa di qui — è l’idea che la realtà meriti una cura linguistica. Non è manierismo: è etica. Se non scegliamo le parole, qualcun altro sceglierà il racconto al posto nostro.

Una cartolina al ragazzo che sono stato

C’è un’immagine che mi torna spesso: io, vent’anni, con quaderni fitti e una penna che graffia; fuori, una città di confine; dentro, una fame d’aria. Scopro Pasolini non come monumento, ma come difetto di fabbrica che mi autorizza a non essere dritto, a stare storto quando serve, a resistere quando la resa si traveste da buon senso. È una cartolina che spedisco al ragazzo che sono stato: non diventare impermeabile. Lascia che le cose ti feriscano; solo le ferite insegnano.

E quando torno a rileggerlo — i Corsari, Le ceneri di Gramsci, certe interviste che sembrano interrogatori al paese — ritrovo sempre quel tono da testimone scomodo. Scomodo, sì, ma necessario.

Cinquant’anni dopo: cosa ci chiede PPP

Forse, oggi, il modo più onesto di celebrarlo è metterci in discussione. Non farne un santino, ma una domanda aperta. Cosa ci chiede Pasolini, adesso? Di disobbedire alla pigrizia con cui consumiamo storie; di difendere le minoranze senza trasformarle in alibi; di non arrenderci alla rassegnazione. E poi — lo dico da autore, da lavoratore della parola — ci chiede di essere radicali nella cura: meno slogan, più verità. Meno rumore, più stile. Non per estetismo, ma perché lo stile è responsabilità: è il modo in cui stiamo al mondo.

E sì, c’è ancora quell’oscura chiamata alla bellezza. Non quella levigata dei feed, ma la bellezza imperfetta, contraddittoria, che si siede sul bordo della realtà e non la inganna.

Se oggi scrivo questo, è per dichiarare — a me per primo — che Pasolini mi serve: come un promemoria contro l’indifferenza, come una disciplina del pensiero, come una musica irregolare che impedisce alla coscienza di addormentarsi. L’articolo di tre anni fa era un grazie di pancia. Questo è un impegno: tenere accesa la bruciatura delle sue parole, lasciarle lavorare, non anestetizzarle.

Perché certi fuochi — i migliori — non scaldano soltanto. Bruciano. E ci obbligano a cambiare pelle.

Il famoso articolo “Io so”, pubblicato il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera

L’articolo “Io so”, scritto da Pier Paolo Pasolini e pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, rappresenta una delle denunce più potenti e celebri sui cosiddetti “misteri italiani” legati agli anni delle stragi, delle trame eversive e delle complicità tra poteri occulti e apparati dello Stato.​

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”

Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Contesto e significato

Pasolini si riferiva in particolare al periodo della “strategia della tensione” che caratterizzò l’Italia fra gli anni Sessanta e Settanta, segnata da attentati come quello di Piazza Fontana (Milano, 1969), Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e la Stazione di Bologna (1980). In questo contesto di paura e instabilità, l’articolo si fa portavoce di un’accusa durissima contro chi, a vario titolo, aveva pianificato e coperto questi atti di terrorismo per mantenere lo status quo e proteggere il potere.​

Il contenuto della denuncia

Nel testo, Pasolini ripete più volte la frase “Io so”, facendo un uso sapiente della figura retorica dell’anafora. L’incipit “Io so” viene ripetuto a inizio di più frasi per rafforzare il messaggio.​ Pasolini aggiunge però: “ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Questa formula sconvolgente serve a denunciare apertamente che le trame e le responsabilità erano, nella realtà, conosciute e diffuse tra gli intellettuali e i cittadini più attenti, ma che il sistema, compresa la magistratura e la stampa, impediva di trasformare queste conoscenze in giustizia effettiva. Pasolini dichiara di conoscere i nomi dei responsabili delle stragi e dei tentati colpi di Stato, ma sostiene che non può provarlo giudiziariamente; la sua è una verità “intellettuale”, composta mettendo insieme fatti apparentemente frammentari e privi di logica, formando così un quadro coerente che il potere cerca di mantenere oscuro.​

“Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato ‘golpe’ (e che in realtà è una serie di ‘golpe’ istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna*.

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.”

Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974

(* n.d.r.: Pasolini si riferisce alla strage sul treno Italicus del 1974, non a quella ancora più efferata del 2 agosto 1980)
Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Clicca qui, se vuoi leggere l’articolo “Io so” di Pasolini in versione integrale, tratto dal sito del Corriere della Sera.

Il ruolo degli intellettuali

L’articolo è anche un atto d’accusa verso la classe politica e un appello al ruolo civile degli intellettuali, che secondo Pasolini devono denunciare i meccanismi occulti del potere, anche a rischio della propria sicurezza personale. Denuncia la delusione per il silenzio e la complicità degli altri intellettuali dell’epoca, ritenendo che la loro funzione originaria di “coscienze critiche” stesse ormai scomparendo.​

Un’eredità di denuncia

“Io so” viene ancora oggi ricordato come un manifesto della libertà di stampa, dell’importanza di non tacere davanti alle ingiustizie e come testimonianza dello scandalo della corruzione e dell’omertà che segnava l’Italia di quegli anni. Molti vedono nella morte violenta di Pasolini, avvenuta nel 1975, proprio una conseguenza della sua scomoda posizione pubblica e delle verità che la sua voce aveva osato sfiorare.​

Dietro l’articolo “Io so” c’è la straordinaria capacità di Pasolini di individuare, denunciare e narrare i meccanismi più occulti e oscuri del potere, anticipando – con intuizione quasi profetica – molti degli sviluppi e delle contraddizioni della storia italiana contemporanea.

Quali sono i riferimenti storici citati nell’articolo “Io so”

L’articolo “Io so” di Pier Paolo Pasolini contiene numerosi riferimenti storici espliciti agli eventi più drammatici della storia italiana tra gli anni ‘60 e ‘70, citando stragi, golpe (colpi di Stato tentati), movimenti politici e apparati di potere.​

Eventi storici citati

  • Strage di Milano (Piazza Fontana, 12 dicembre 1969): Pasolini denuncia i responsabili della strage avvenuta nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, primo grande episodio della “strategia della tensione”.​
  • Stragi di Brescia (Piazza della Loggia, 28 maggio 1974) e Bologna (treno Italicus, 4 agosto 1974): cita i mandanti e gli autori delle violenze bombarole attribuite all’estrema destra neofascista e a gruppi eversivi.​
  • Golpe e colpi di Stato: si riferisce ai tentativi di sovvertire la democrazia attraverso la minaccia golpista messa in atto da gruppi di potere legati ai “vecchi fascisti” e ai vertici delle istituzioni, supportati – secondo l’autore – da enti come la CIA, la mafia e i colonnelli greci.​
  • Crisi politica post-1968: fa riferimento alla reazione del potere ai moti del ‘68 e ai movimenti progressisti, leggi sui diritti civili e il referendum sul divorzio, come momenti in cui certi gruppi di potere avrebbero orchestrato atti eversivi per “tamponare” la spinta riformatrice.​

Personaggi e responsabilità

Pasolini parla dei “vecchi fascisti”, di gruppi neofascisti, dei “potenti” ai vertici dello Stato e di agenti stranieri, senza mai fare nomi, ma sottolineando il coinvolgimento di “persone serie e importanti”.​

Apparati coinvolti

  • CIA e colonnelli greci: riferisce il coinvolgimento di poteri internazionali (soprattutto statunitensi) e la complicità di forze straniere nella destabilizzazione italiana.​
  • Mafia: cita indirettamente l’apporto della criminalità organizzata nelle trame dei golpe e delle stragi.​

Questi riferimenti servono a dimostrare la profondità della denuncia di Pasolini sulla corruzione e la manipolazione dello Stato italiano in quegli anni.

Una chiosa “corsara”

E allora, cinquant’anni dopo, Pasolini ci fa ancora da specchio: non per restituirci una posa, ma per mostrarci le storture necessarie a rimanere umani. Non gli dobbiamo un altare: gli dobbiamo attenzione, quella specie rara di ascolto che separa il giudizio rapido dalla verità scomoda. Se “Io so” è stato un pugno sul tavolo della Storia, oggi è il nostro turno di dire “io vedo, io capisco” o, almeno, ci provo: i fili tirati, le parole svuotate, le bellezze addomesticate. E di scegliere, ogni volta, da che parte stare con la lingua e con le parole.

Per questo, più che commemorarlo, preferisco riconoscerlo in noi: nel rifiuto del cinismo di comodo, nella scelta di una cura linguistica che non anestetizzi, nella difesa di una bellezza contraddittoria che non fa sconti. Le braci del pezzo di tre anni fa erano vere; oggi ardono ancora. Sta a noi soffiare — non per fare spettacolo, ma perché quei fuochi continuino a bruciare le menzogne e a scaldare il coraggio.

Larniano: quel crocevia toscano dove si respira la storia

Veduta di san gimignano

Tempo di lettura: 5 minuti

Hai presente quella sensazione quando ti trovi in un luogo e senti che sotto i tuoi piedi sono passati secoli di storia? Ecco, a Larniano è esattamente così. Mi sono imbattuto in questo angolo di Toscana quasi per caso, durante uno dei miei vagabondaggi in moto tra le colline senesi con la mia Kawasaki. Un crocevia a triangolo, apparentemente insignificante, che però racchiude in sé l’essenza di una regione intera. Da qui, le strade si diramano verso tre delle città che hanno scritto la storia della Toscana: Firenze, Pisa e Siena.

La mia kawasaki er6-f rielaborata con la ai
La mia Kawasaki ER6-f rielaborata con la AI

Un balcone naturale tra San Gimignano e Gambassi

Nel cuore pulsante della Toscana, tra le dolci colline che separano San Gimignano e Gambassi, si cela questo luogo di rara bellezza e profonda suggestione. Percorrendo la strada provinciale che unisce questi due gioielli medievali, si giunge a Larniano quasi senza accorgersene. È uno di quei posti che non trovi sulle guide turistiche, ma che ti lasciano senza fiato. Mi sono fermato qui una mattina di primavera, quando la foschia si stava appena diradando, e ho capito perché i pittori rinascimentali erano così ossessionati da questi paesaggi. C’è qualcosa di magico nel modo in cui la luce accarezza queste colline, trasformando un semplice panorama in un’esperienza quasi mistica.

A Larniano c’è poco: un paio di agriturismi sperduti nella campagna e solo un crocevia a triangolo, le cui strade portano una a Siena, l’altra verso Pisa e la terza in direzione di Firenze. Ma è proprio questa semplicità che rende il luogo così speciale, un punto panoramico che offre una vista mozzafiato, capace di rapire l’anima di chiunque abbia la fortuna di fermarsi a contemplare il paesaggio.

Non lontano da Larniano però c’è Castelfalfi, storico borgo pisano, oggi diventato un resort di lusso per danarosi stranieri che cercano la Toscana più autentica e il convento di San Vivaldo.

Il convento di san vivaldo, detta la gerusalemme di toscana
Il convento di San Vivaldo, detta la Gerusalemme di Toscana

San Vivaldo si trova nella frazione omonima del comune di Montaione, in provincia di Firenze. È anche conosciuta come la “Gerusalemme di Toscana” per il suo celebre Sacro Monte: un complesso di cappelle, costruite tra il 1500 e il 1515 dai frati francescani, che riproducono in scala i principali luoghi santi di Gerusalemme, permettendo così ai pellegrini di compiere un viaggio spirituale senza lasciare la Toscana.

Tre potenze, un crocevia, infinite storie

Larniano non è solo un punto panoramico, ma un simbolo delle antiche dispute che hanno caratterizzato la storia toscana. Ti sei mai chiesto come doveva essere vivere in queste terre durante le lotte tra guelfi e ghibellini nella seconda metà del XII secolo e per tutto il Duecento? Questo scollinamento rappresenta una sorta di terra di mezzo, un punto di equilibrio tra tre potenze storiche che hanno segnato il destino della regione.

Da qui, volgendo lo sguardo in una direzione, puoi ammirare le maestose torri di San Gimignano, che si ergono come sentinelle di un passato glorioso. Dall’altro lato, in lontananza, si intravedono le prime propaggini di Volterra, altra perla toscana che sembra sussurrarti storie di etruschi e di medioevo.

Torri san gimignano

Questo luogo non è solo un punto di osservazione privilegiato, ma rappresenta anche una simbolica congiunzione tra tre territori storicamente significativi. Larniano è un crocevia non solo geografico, ma anche culturale, un punto di equilibrio tra le influenze di Firenze, Siena e Pisa che hanno plasmato l’identità di questa regione attraverso i secoli.

Perdersi per ritrovarsi tra queste colline

Ogni volta che torno in questa zona, scopro qualcosa di nuovo. È uno di quei luoghi che cambiano con le stagioni, con la luce, con il tuo stato d’animo. In estate, i campi di grano ondeggiano come un mare dorato. In autunno, i vigneti si tingono di rosso e ocra, creando un mosaico di colori che sembra uscito dalla tavolozza di un pittore. E poi c’è il silenzio. Un silenzio che in città abbiamo dimenticato, interrotto solo dal canto degli uccelli o dal fruscio del vento tra i cipressi.

Larniano è un invito a rallentare, a respirare, a lasciarsi trasportare dalla bellezza e dalla storia che permeano ogni angolo di questa terra. Un luogo che, per chi sa ascoltare, ha ancora molto da raccontare. In questo angolo di Toscana, ogni collina, ogni strada, ogni panorama racconta una storia, invitandoci a fermarci, a riflettere, a immergerci nella ricchezza culturale e storica della regione.

A volte mi chiedo quante storie si siano intrecciate in questo crocevia nei secoli. Quanti mercanti, pellegrini, soldati e viaggiatori abbiano sostato qui, magari per riprendere fiato prima di proseguire il loro cammino. E mi piace pensare che anche noi, donne e uomini moderni sempre di fretta, possiamo ancora cogliere l’essenza di questo luogo se solo ci concediamo il tempo di fermarci e guardare davvero.

La prossima volta che ti trovi a vagare per la Toscana, fai una deviazione verso Larniano. Goditi San Vivaldo, fai una capatina a Castelfalfi, e ovviamente non dimenticare di visitare San Gimignano. Non te ne pentirai. E chissà, magari ci incontreremo lì, entrambi rapiti dalla magia di un tramonto toscano che tinge di oro le torri di San Gimignano.

Il restauro dell’Hotel a Campo Imperatore: un’opportunità per ricordare

Hotel campo imperatore, rielaborazione effettuata tramite chat gpt ai, by fabrizio gabrielli

Tempo di lettura: 7 minuti

Il ritorno a Campo Imperatore: riflessioni tra storia, restauro e memoria

Un’escursione tra le nuvole e la storia

Oggi, dopo un intervallo che potrei definire quasi geologico, sono tornato a Campo Imperatore, quel vasto altopiano abruzzese che, per chi, come me, si nutre di suggestioni e di storia, rappresenta una sorta di palinsesto naturale e culturale. Il meteo, in una di quelle rare congiunzioni astrali che sembrano voler premiare la perseveranza degli spiriti inquieti, era semplicemente perfetto: aria tersa, luce radente, e quella sensazione di sospensione che solo le altitudini sanno regalare.

La vastità di questo altopiano – il più grande d’Italia con i suoi circa 80 chilometri quadrati – si è aperta davanti a me come un libro di geologia a cielo aperto. Camminando sui sentieri che si snodano tra praterie d’alta quota e formazioni rocciose modellate da millenni di erosione, ho avvertito quella peculiare sensazione di trovarmi in un luogo sospeso tra cielo e terra, dove il tempo sembra scorrere secondo regole diverse.

Il Corno Grande, con i suoi 2.912 metri, domina l’orizzonte come un titano silenzioso, testimone di secoli di storia umana che, al confronto della sua esistenza millenaria, appare fugace come un battito di ciglia. I colori dell’altopiano – il verde intenso dei pascoli estivi, il grigio delle rocce calcaree, l’azzurro profondo del cielo abruzzese – compongono una tavolozza che nessun pittore potrebbe mai riprodurre con fedeltà assoluta.

La storia geologica: un viaggio nel tempo

Campo Imperatore non è solo un paesaggio di rara bellezza, ma anche un documento vivente della storia geologica degli Appennini. Formatosi circa 20 milioni di anni fa, questo altopiano carsico conserva le tracce delle antiche glaciazioni quaternarie che hanno modellato il massiccio del Gran Sasso. Camminando sui suoi sentieri, si attraversano letteralmente ere geologiche, in un viaggio nel tempo che racconta la formazione della nostra penisola.

L’hotel di Campo Imperatore: simbolo, storia e contraddizioni

La vera sorpresa, tuttavia, non è stata la magnificenza del paesaggio – che, per quanto mi riguarda, non smette mai di stupirmi – bensì la scoperta che il celebre hotel di Campo Imperatore è finalmente oggetto di un restauro tanto atteso quanto necessario.

Parliamo di un edificio che, al di là della sua architettura razionalista, incarna un valore simbolico e storico di rara complessità: fu infatti teatro della prigionia di Benito Mussolini, in quei giorni convulsi che segnarono la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’inizio di una delle pagine più controverse e, al contempo, affascinanti della Storia Italiana: il periodo dall’armistizio fino alla Liberazione del 25 aprile 1945.

Costruito negli anni Trenta del secolo scorso come parte del progetto fascista di valorizzazione delle montagne italiane, l’albergo rappresenta un esempio significativo dell’architettura razionalista dell’epoca. Le sue linee pulite, i volumi geometrici e la funzionalità degli spazi riflettono perfettamente i canoni estetici del movimento moderno, adattati alla retorica monumentale del regime.

Da rifugio alpino per “dandies” a prigione dorata del Duce

Originariamente concepito come rifugio di lusso per sciatori e alpinisti “dandies” dell’epoca, magicamente definita come “l’epoca dei telefoni bianchi”, l’hotel assunse un ruolo inaspettato nella storia quando, nel settembre 1943, divenne la prigione di Mussolini. Dopo l’armistizio dell’8 settembre e la caduta del regime fascista, il Duce fu trasferito in questo luogo remoto, ritenuto sufficientemente isolato e inaccessibile per garantire la sua custodia sicura.

La scelta non fu casuale: a 2.130 metri di altitudine, con un unico accesso stradale facilmente controllabile e circondato da pareti rocciose, l’hotel sembrava una fortezza naturale inespugnabile. Eppure, proprio qui si consumò uno degli episodi più rocamboleschi della Seconda Guerra Mondiale.

Tra luci e ombre: la memoria di un luogo ambiguo

Non mi interessa, né qui né altrove, indulgere in apologie o revisionismi: Mussolini fu, senza mezzi termini, un vigliacco che sacrificò seicentomila italiani sull’altare di una guerra insensata (e tra l’altro cercò di scappare – vigliaccamente – in Svizzera, lasciando il “suo” popolo al suo Destino, fatto di macerie, sia concrete che interiori!). Pertanto la sua figura non merita alcuna forma di glorificazione. Tuttavia, sarebbe intellettualmente disonesto negare che l’hotel di Campo Imperatore sia un luogo in cui la storia si è fatta carne, un crocevia di destini in cui la realtà ha spesso assunto i contorni del mito – basti pensare all’epopea della liberazione del Duce, orchestrata da Otto Skorzeny con un’audacia che, se non altro, merita di essere raccontata per la sua dimensione quasi cinematografica.

L’Operazione Quercia: un’impresa tra storia e propaganda

Il 12 settembre 1943, un commando di paracadutisti tedeschi guidati dal tenente colonnello delle SS Otto Skorzeny atterrò con alianti sul pianoro di Campo Imperatore. In meno di dieci minuti, senza sparare un colpo, i soldati tedeschi neutralizzarono la guardia italiana e liberarono Mussolini. Il Duce fu poi trasferito a Roma, poi a Monaco di Baviera, dove, ormai “fantoccio” di Hitler, fu costretto a tornare nell’Italia settentrionale, dove fondò la Repubblica Sociale Italiana.

L’Operazione Quercia (Unternehmen Eiche) rappresenta un episodio controverso: da un lato, un’impresa militare tecnicamente brillante che dimostrò l’audacia e l’efficienza della macchina bellica tedesca; dall’altro, un’azione che prolungò l’agonia del fascismo e contribuì alla guerra civile che insanguinò l’Italia nei due anni successivi.

La propaganda nazista sfruttò ampiamente questo successo, trasformando Skorzeny in un eroe e mitizzando l’intera operazione.

Oggi, osservando l’hotel oggetto di restauro, è impossibile non riflettere su questa ambivalenza: un edificio che è testimone silenzioso, tanto dell’architettura modernista italiana, quanto di uno degli episodi più controversi della nostra storia recente.

Il restauro come atto di responsabilità culturale

“La Memoria, per essere autentica, deve saper accogliere tanto le luci quanto le ombre, senza cedere alla retorica né all’oblio.”

Mi auguro, con la consueta dose di scetticismo che accompagna chi ha visto troppi restauri trasformarsi in operazioni di maquillage, che l’intervento in corso sappia rispettare i canoni della tutela dei beni culturali, restituendo all’hotel la sua dignità storica senza cedere alla tentazione di farne un simulacro per nostalgici in cerca di improbabili pellegrinaggi. La Memoria, per essere autentica, deve saper accogliere tanto le luci quanto le ombre, senza cedere alla retorica né all’oblio.

Facciata hotel campo imperatore, rielaborazione effettuata tramite chat gpt ai, by fabrizio gabrielli
Facciata dell’Hotel a Campo Imperatore in fase di restauro, rielaborazione effettuata tramite Chat GPT AI, by Fabrizio Gabrielli

Il progetto di restauro, finanziato con fondi PNRR per circa 18 milioni di euro, prevede non solo il recupero dell’edificio storico ma anche la sua trasformazione in una struttura ricettiva moderna, capace di attrarre un turismo consapevole e rispettoso dell’ambiente. La sfida è mantenere l’equilibrio tra conservazione e innovazione, tra memoria storica e funzionalità contemporanea.

Un laboratorio di memoria condivisa

L’auspicio è che l’hotel restaurato possa diventare non solo un’attrazione turistica, ma un vero e proprio laboratorio di memoria condivisa, dove il passato venga presentato nella sua complessità, senza semplificazioni o strumentalizzazioni. Forse sono solo un visionario o un semplice illuso idealista, ma mi auguro che Campo Imperatore divenga un luogo dove sia possibile riflettere criticamente sulla storia del Novecento italiano, sulle responsabilità del fascismo e sulle conseguenze delle sue scelte.

Un invito alla consapevolezza e a dire basta coi “revanscismi

Campo Imperatore resta, per chi sa ascoltare, un luogo di straordinaria potenza evocativa: un altopiano dove la natura e la storia si intrecciano in un dialogo serrato, e dove ogni pietra sembra custodire un frammento di memoria collettiva. Che il restauro dell’hotel sia dunque occasione per riflettere, più che per celebrare, e per restituire a questo luogo la complessità che merita.

Mentre mi allontanavo, percorrendo a ritroso il sentiero che costeggia le pendici del Gran Sasso, ho lanciato un ultimo sguardo all’hotel in restauro. Nel sole del tramonto, le sue mura sembravano brillare di una luce ambigua, come a ricordare che la storia non è mai univoca e che ogni luogo porta con sé strati di significato che spetta a noi decifrare con onestà intellettuale e rispetto per la complessità del passato.

Campo Imperatore, con la sua natura maestosa e la sua storia controversa, ci invita a questo esercizio di consapevolezza: contemplare la bellezza senza dimenticare, comprendere senza assolvere, ricordare senza mitizzare. Solo così potremo davvero onorare la memoria di questo luogo straordinario.

L’esperienza interiore della battaglia da assediato

La copertina del libro di ernst jünger, la battaglia come esperienza interiore, 1922 piano b

Tempo di lettura: 8 minuti

Non ci inventiamo nulla, nemmeno nel 2025. Tutte le emozioni, tutte le sensazioni provate da un essere umano hanno già trovato espressione nel passato.

Ti sei mai chiesto cosa passa nella mente di un soldato mentre fissa il vuoto prima dell’assalto? Quella sensazione di terrore e adrenalina che nessuno vorrebbe mai provare, eppure così profondamente umana.

L’esperienza interiore del combattimento

L’esperienza interiore della battaglia è stata descritta subito dopo la Prima Guerra Mondiale da Ernst Jünger, in un libriccino di cento pagine, “La battaglia come esperienza interiore” (titolo originale: “Der Kampf als inneres Erlebnis”, 1922) o poco più che è disponibile anche su Amazon. Ernst Jünger, ufficiale tedesco nella Prima Guerra Mondiale, ha dato voce a quell’esperienza in un libro che, a distanza di un secolo, risuona con inquietante attualità. Nel suo “La battaglia come esperienza interiore”, Jünger ci porta in un viaggio crudo e viscerale attraverso l’animo umano sotto il fuoco nemico, una testimonianza che oggi, guardando ai conflitti contemporanei, appare tristemente profetica.

Ernst junger

È il libro di un ufficiale dell’esercito imperiale germanico, l’autore, appunto. Uscito fresco, fresco a pochi anni di distanza dalla disfatta tedesca nella Grande Guerra, è un libro caleidoscopico, descrittivo degli stati d’animo di un soldato (colto, già scrittore prima che iniziasse la guerra e decidesse di partire volontario per il fronte). Il linguaggio è crudo, non volutamente crudele, solo asetticamente descrittivo, ma estremamente eloquente di ciò che significa ritrovarsi in guerra.

Pensavamo tutti che certe descrizioni potessero appartenere al passato, quantomeno in Europa, anche se alla fine dello scorso secolo, la guerra in Bosnia ci aveva già dato una dimostrazione di che cosa significhi assuefarsi alle fosse comuni e ai massacri. Ma tralasciando il passato, in questi mesi stiamo rivivendo sul suolo europeo le stesse descrizioni, che ci vengono fatte dai grandi giornalisti, inviati sul territorio, come Lorenzo Cremonesi, Francesca Mannocchi e altri ancora.

Jünger non è stato solo un soldato, ma un osservatore acuto dell’animo umano in condizioni estreme. Nel suo libro, pubblicato nel 1922 a pochi anni dalla disfatta tedesca, descrive con linguaggio asciutto e preciso cosa significhi trovarsi faccia a faccia con la morte.

“La battaglia rientra nelle grandi passioni. Devo ancora vedere qualcuno che non si lasci scombussolare dal momento del trionfo”

scrive Jünger, catturando quella strana miscela di terrore ed esaltazione che pervade chi si trova in prima linea.

Ciò che colpisce del suo racconto è l’assenza di retorica patriottica. Non ci sono eroi o vigliacchi, solo uomini che affrontano l’orrore con i mezzi emotivi a loro disposizione. Le battute scherzose tra commilitoni prima dell’assalto, quel cameratismo che nasce quando si condivide la consapevolezza che tra cinque minuti si potrebbe essere morti. E poi quel “grido folle e protratto” che esce dalla gola prima della carica, “un canto antico e tremendo, che risale all’alba dell’uomo”.

Jünger descrive anche il tempo che si dilata nell’attesa dell’attacco, quei minuti che sembrano ore mentre si controlla ossessivamente l’orologio.

“Il tempo diventa un nemico più temibile del fuoco avversario”, scrive, “perché è nel silenzio che la paura trova spazio per crescere”.

È in questi momenti che i soldati sviluppano rituali personali, gesti scaramantici che servono più a mantenere la sanità mentale che a garantire la sopravvivenza.

L’eco della grande guerra nelle trincee in Ucraina

Pensavamo che certe descrizioni appartenessero ormai ai libri di storia, almeno in Europa. Eppure, un secolo dopo Jünger, ci ritroviamo a leggere resoconti simili dalle trincee ucraine. Le immagini che arrivano dal fronte orientale europeo sembrano uscite direttamente dalle pagine del suo libro: soldati che vivono sottoterra per settimane, il rumore costante dell’artiglieria, l’attesa snervante interrotta solo dal terrore improvviso.

La battaglia rientra nelle grandi passioni. Devo ancora vedere qualcuno che non si lasci scombussolare dal momento del trionfo. Sarà così anche domani, quando, dopo una breve lotta all’ultimo sangue, dopo aver scatenato strumenti raffinatissimi, dopo aver messo in campo le forze gigantesche di cui è capace l’uomo moderno, fisseremo il brulichio della forra. Allora sì che uscirà dalla bocca spalancata di uno di noi quel grido folle e protratto che ci è spesso riecheggiato nelle orecchie. È un canto antico e tremendo, che risale all’alba dell’uomo: nessuno avrebbe mai pensato che fosse ancora così vivo in noi.

Ernst Jünger ci descrive i momenti prima dell’assalto, le battute scherzose tra i soldati, la sensazione di cameratismo che fa stringere legami profondi con altri giovani uomini che potrebbero scomparire dopo soli cinque minuti. Jünger ci descrive l’odore del sangue, gli schizzi, la cedevolezza dei cadaveri in putrefazione sotto gli stivali, mentre si cammina sul terreno fangoso.

L’accerchiamento. L’essere ormai in trappola, proprio come accade in queste ore ai ragazzi ucraini e russi. Senza nemmeno poter combattere, con quel grido atroce che prelude la battaglia, perché i soldati nemici hanno deciso di assediarli per fame, secondo metodi medievali che pensavamo ormai appartenenti al passato.

A testa alta, lasciamo sventolare i nostri pensieri al vento. Morire come si deve, questo sì che lo possiamo fare: andare incontro al buio minaccioso con audacia battagliera ed energia vitale. Non lasciarsi spiazzare, sorridere fino alla fine e che il sorriso sia la nostra maschera. È già qualcosa.
Il massimo per l’essere umano è morire da valoroso. Gli dèi immortali devono invidiarlo per questo.

La guerra in Ucraina ci ha ricordato che la natura umana non è cambiata. Nonostante la tecnologia, i droni, le armi intelligenti, l’esperienza del soldato rimane quella descritta da Jünger: l’odore del sangue, gli schizzi, la cedevolezza dei cadaveri in putrefazione sotto gli stivali mentre si cammina nel fango. Le lettere e i diari dei soldati ucraini raccontano di quella stessa trasformazione interiore descritta da Jünger: l’iniziale shock che lascia posto a una strana calma, quasi una rassegnazione che permette di continuare a funzionare in mezzo all’orrore.

La disumanizzazione e il ritorno all’istinto primordiale

“Nella battaglia moderna l’uomo diventa materia, diventa carne da cannone”,

scrive Jünger in uno dei passaggi più crudi del libro. È questa riduzione dell’umano a oggetto che più colpisce nella sua narrazione. Il soldato diventa un ingranaggio in una macchina più grande, perde la sua individualità ma, paradossalmente, proprio in questa perdita ritrova un istinto primordiale che lo riconnette alla sua natura più profonda.

Jünger parla di come, dopo giorni di combattimento ininterrotto, si entri in uno stato alterato di coscienza.

“Si vive in una dimensione parallela, dove il tempo scorre diversamente e le normali regole morali vengono sospese”.

È quello che i psicologi militari oggi chiamano “stato di combattimento”, una condizione neurologica in cui il cervello attiva meccanismi ancestrali di sopravvivenza.

Ciò che rende la testimonianza di Jünger così preziosa è che non giudica questa trasformazione. Non la celebra come fanno i nazionalisti, né la condanna come fanno i pacifisti. La osserva, la descrive, la accetta come parte dell’esperienza umana in condizioni estreme.

“Non si può comprendere la guerra senza averla vissuta e chi l’ha vissuta non potrà mai spiegarla completamente a chi non c’era”.

Il valore della testimonianza in un’epoca di guerra asettica

Perché leggere Jünger oggi? Proprio perché viviamo in un’epoca in cui la guerra viene presentata come un videogioco, con immagini di droni che colpiscono bersagli lontani e statistiche che sostituiscono i volti umani. Il suo racconto ci riporta alla cruda realtà di cosa significhi essere in battaglia, non come strategia su una mappa, ma come esperienza viscerale.

“Non lasciarsi spiazzare, sorridere fino alla fine e che il sorriso sia la nostra maschera. È già qualcosa”,

scrive Jünger in un passaggio che racchiude tutta la tragica dignità dell’essere umano di fronte all’abisso. Non c’è gloria nella guerra, sembra dirci, solo la possibilità di affrontarla senza perdere completamente la propria umanità.

In un mondo dove la guerra torna a essere una possibilità concreta in Europa, le parole di Jünger non sono solo un documento storico, ma un monito. Ci ricordano che dietro ogni conflitto ci sono esseri umani che vivono un’esperienza che li segnerà per sempre, se avranno la fortuna di sopravvivere. E forse, proprio in questa consapevolezza, possiamo trovare un motivo in più per cercare la pace.

Mentre osserviamo le immagini dei bombardamenti in Ucraina, delle città ridotte a scheletri di cemento, dei civili in fuga, dovremmo tenere a mente le parole di Jünger:

“La guerra rivela l’uomo a se stesso”.

Quello che vediamo non è sempre edificante, ma è necessario guardarlo in faccia se vogliamo davvero comprendere cosa significa essere umani, nel bene e nel male.

Ma non si può non stare dalla parte di chi è stato aggredito vigliaccamente, dopo che il dittatore Putin ha deciso di prendersi gioco del mondo interno, compreso dei suoi soldati.

Perché rileggere “La dama di picche” di Pushkin può aiutarci a capire l’attualità della guerra russa in Ucraina

La dama di picche di pushkin come metafora dell'attualità

Prendo spunto dall’editoriale di Limes, nel numero di febbraio 2022, che proprio all’inizio della guerra ha stilato un azzeccato parallelo tra gli azzardi di Putin e quelli raccontati nella famosa opera di Aleksandr Pushkin, “La dama di picche”, scritta nel 1833, dal grande scrittore di San Pietroburgo.

Non vi starò a raccontare e a spiegare la trama dell’opera. Posso solo mettervi il link tratto da Wikipedia, così andate a leggere di che cosa tratta e tutta la bellissima storia. Ho trovato in rete un’interessante analisi psicologica de “La dama di picche”, a cura di Erica Klein, che vi suggerisco di leggere.

La prosa asciutta, quasi asettica di Pushkin, quasi l’autore fosse uscito dalla redazione locale di cronaca nera, ci fa ancora stupire della grandezza di questo autore, che è ascritto a monumento universale della letteratura russa, il primo dei “mostri sacri” della letteratura della “Matjushka Rossija”.

Il suo modo di descrivere trame condite da fantasticheria (il sogno della contessa di Hermann) con una fattualità improntata da grande realismo, fanno di Pushkin un “mostro” della letteratura universale. Pushkin riesce a scandagliare l’animo umano, con anche una fattualità giocosa, che descrive da un lato la realtà dell’alta società russa e dall’altro mette a nudo le ambizioni di un giovane (Hermann, il protagonista di origine tedesca), che è disposto a mettere in gioco tutto, pur di diventare ricco.


“Tre, sette, asso…

Tre, sette, dama…”

Come finisce, si sa. Hermann finisce pazzo in un ospedale e ripete le fatidiche parole che lo hanno portato all’autodistruzione della propria vita: “tre, sette, asso… tre, sette, dama”.

Ma torniamo alla lettura più semplice e intuitiva della storia:

  • La prima lezione ci dice che le persone non devono andare alla ricerca di facili guadagni di denaro. La prima lettura che si può dare dell’opera è quella più semplice e didascalica: Pushkin è semplicissimo nella sua lettura e nella sua comprensione. Lo capiscono anche i bambini. Inoltre il suo stile “piano”, scorre via liscio come l’olio, il problema è trovare una traduzione degna di questo nome. Posso dire che sono stato fortunato ad averlo potuto leggere in lingua russa ai tempi dell’Università.
  • La seconda lezione che ci dà Pushkin è quella di non fare affidamento sul Destino, perché il Destino, quello con la “D” maiuscola, non lo possiamo guidare, ma è lui che si prende gioco di noi. È una visione deterministica e fatalista, condivisibile o meno, ma sappiamo anche che la Storia della Russia e l’Anima del popolo russo sono sempre state dominate da una visione del Fato che comanda su tutto (solo all’epoca del socialismo sovietico la propaganda introdusse il Mito dell’Uomo che trionfa sul Fato e si fa da sé e costruisce il Bene).
  • La terza lezione che ci dà Pushkin con quest’opera, implicita, non detta, ma sottintesa, è che il percorso verso l’indipendenza materiale deve essere onesto. Le qualità delle persone non sono misurate dai soldi che possiedono, ma dalla grandezza d’animo. Purtroppo ne “La dama di picche”, nessuno ne esce fuori bene, né la vecchia contessa, frequentatrice dei salotti sbarazzini dell’alta società e che vorrebbe tornare ai vecchi fasti del passato; né Lizaveta Ivanovna (Liza) che, alla fin fine, introduce dentro casa della contessa un emerito sconosciuto, restando “abbagliata” da un facile amorino con Hermann che non si consumerà.
  • L‘ultima lezione che ci dà Pushkin è quella della pochezza del protagonista, che si trova accidentalmente a provocare la morte della contessa, si trova quindi invischiato in un gioco che si sta a poco a poco ingrossando, senza che lui lo abbia voluto, ma che ormai è entrato nel vortice della perversa anelazione senza scrupoli per il denaro, che poi lo porterà alla pazzia. Ovviamente Pushkin, nel mettere in rilievo la pochezza di Hermann, ce ne dà un giudizio implicito ben preciso e didattico.

Nella storia, il tema della giustizia è centrale. Si potrebbe dire: la qualità di quello che raccogli è dato da quello che semini. Ma c’è anche il tema del misticismo. La magia delle carte e l’affidarsi al Caso è un gioco pericoloso.

E veniamo al collegamento con l’attualità, che è stato ripreso anche dall’editoriale di Limes che ho citato all’inizio di questo post.

L’avidità distrugge il mondo interiore del protagonista. La sete di ricchezza lo spinge alle gesta più terribili: inganno, ipocrisia, minacce e omicidio. Finirà pazzo, ok, ma nel frattempo che cosa ha seminato? Morte e distruzione per nulla.

Ci ricorda qualcuno o qualcosa che abbia attinenza con le cronache attuali?

E qui do un breve ricordo del mio professore di letteratura russa, Igor Shankowskij, che tra l’altro era ucraino. Sebbene riuscii a superare i suoi esami di letteratura russa per il rotto della cuffia, cosa ben nota a chi mi conosce, ho un bellissimo ricordo delle sue lezioni e della sua voce, a parte il fumo di sigarette, tipo Nazionali, che spargeva per la piccola aula al piano terra della mia facoltà universitaria. Ricordo la sua risata greve e chiassosa, quando lanciava i suoi strali contro tutto e contro tutti, riferendosi al paese di origine (allora l’U.R.S.S.).

Chissà che cosa direbbe oggi Igor di quello che sta accadendo nel suo paese di origine. Chissà che cosa direbbe di Putin, della guerra. Chissà dov’è Igor oggi. Grazie per avermi insegnato alcune cose, che io sto riscoprendo solo adesso con il tempo che passa.

Tutto cambia, nulla cambia, l’analisi degli storici versi “Addio, sporca Russia” di Mikhail Lermontov

Mikhail lermontov

Sul punto di essere esiliato, nel 1840, Mikhail Lermontov, scriveva questi storici versi, che sono entrati nell’immaginario collettivo del popolo russo e della sua cultura:

Прощай, немытая Россия,
Страна рабов, страна господ,
И вы, мундиры голубые,
И ты, послушный им народ.
Быть может, за стеной Кавказа
Укроюсь от твоих пашей,
От их всевидящего глаза,
От их всеслышащих ушей.


(Михаил Лермонтов, 1840)
Ascolta la poesia, declamata in versione originale

Addio sporca Russia,
Paese di schiavi, paese di padroni,
E voi, uniformi azzurre *,
e tu, popolo che li ascolta.

Forse dietro le mura del Caucaso
mi nasconderò dai tuoi pascià,
dai loro occhi che tutto vedono,
dalle loro orecchie che tutto ascoltano.

* si riferisce al colore delle uniformi della polizia, che perseguitava il popolo n.d.r.

Lermontov era personaggio scomodo. Veniva dalla cultura romantica, che in Russia arrivò con un'”ondata” successiva al Romanticismo europeo occidentale. Il che non vuol dire che gli esponenti del romanticismo russo fossero inferiori, come statura lirica, a quelli del Romanticismo tedesco (su tutti, ovviamente Johann Wolfgang von Goethe, Friedrich von Schiller e Heinrich von Kleist).

Anche il Romanticismo italiano arrivò in ritardo, rispetto a quello originario tedesco, ma anche in Italia abbiamo avuto esponenti che sono entrati nell’Olimpo della letteratura mondiale universale (Leopardi, Foscolo).

Ma torniamo a Lermontov. Dicevo, personaggio scomodo, si diceva allora scapigliato (“spettinato”, la parola deriva dall’opposizione al termine di “parruccone”, che invece rappresentava gli illuministi settecenteschi delle persone che indossavano le parrucche incipriate).

Amori passionali con le donne “sbagliate” (magari donne di uomini potenti), deluso dalla vita, lasciato solo e abbandonato dagli amici. Perseguitato dal potere, che non aveva piacere a vedere questi scapigliati che “pretendevano” di fare i poeti e gli intellettuali “bohémiens”.

Il potere decide di esiliare il poeta nel Caucaso. È il 1841. Poco dopo il poeta morirà, ma farà appena in tempo a lasciarci questi versi che sono, ancora oggi, tremendamente attuali.

Il potere russo, dato dal dispotismo delle “divise azzurre”, la polizia. L’identificazione dello stato russo, come un colosso dai piedi di argilla, che non è nemmeno in grado di “arginare” (leggasi, controbattere con argomenti circostanziati) le critiche di un giovane poeta intellettuale, se non quello di mettere a tacere la sua voce dissonante. Insomma, in otto versi c’è la sintesi della Russia dall’Ottocento a oggi.

La metafora della “Russia sporca”, che rappresenta il paese contadino, provinciale, che dà sempre retta al potere e vive la sua vita a prescindere da chi comanda a San Pietroburgo (ieri) e a Mosca (oggi). Un paese che non può essere “ripulito”, e che quindi è sporco, dal giogo secolare della schiavitù (ieri) e della genuflessione indiscriminata al potere (oggi). Non solo nell’esteriorità delle condizioni di vita, ma anche nell’anima. In questo paese sono tutti schiavi: dai contadini, ai poliziotti, che s’inchinano ai superiori e a loro volta vessano i sudditi, perseguitandoli e sfogando su di loro le loro repressioni. L’assenza di volto e la rigidità della società russa sono enfatizzate dall’uso della metonimia (si indica la parte per il tutto). Invece della frase “gendarmi in uniforme azzurre”, il poeta usa l’espressione “uniformi azzurre”, indicando che nella società russa la persona umana è praticamente distrutta, ridotta alla posizione occupata dall’uno o dall’altro suddito di Sua Maestà lo Zar di tutte le Russie.

Un’altra immagine evocativa è quella dei Pascià, che stanno a indicare la profonda anima orientale che è insita nella cultura russa, ma anche il despotismo che contraddistingue chi domina (ieri e oggi).

Nella poesia, che è costruita secondo il classico tetrametro giambico della poesia russa, c’è l’allitterazione della lettera “r”, che denota la rabbia del poeta, il suo tormento e la sua delusione. Pochi mesi dopo aver scritto questa poesia, Lermontov morirà infatti in esilio nel Caucaso.

Per ovvie ragioni di censura, la poesia di Lermontov non fu mai pubblicata, né nei pochi mesi in cui il poeta rimase in vita, né dopo, postuma (la pubblicazione ufficiale è del 1887, cioè 46 anni dopo la morte del poeta). Tuttavia questi versi si diffusero lo stesso rapidamente tra i giovani intellettuali degli anni Quaranta dell’Ottocento, che criticavano il regime dispotico zarista, come spesso accadde, e accade ancora oggi, nel caratteristico tam tam russo che si diffonde sotto la melma della “nomenklatura” di tutte le epoche (dall’epoca sovietica a oggi).

Tanto per dire, quarant’anni fa erano le canzoni di Bulat Okudzhava (che io ho studiato all’Università) e quelle di Vladimir Vysockij, che tutti i russi conoscevano, salvo poi bisbigliarsele nelle serate con la chitarra, specie se c’erano i vicini di casa che origliavano dalle pareti (di cartone) delle case sovietiche piene di tarakany, i proverbiali scarafaggi di cinque centimetri che ti correvano sul piatto della doccia in qualsiasi casa sovietica.

Ma la poesia di Lermontov, nel denunciare la propria delusione, grida ad alta voce l’amore sincero per la Russia come Madre, la sua natura, la sua bellezza e i suoi costumi: Lermontov fu un fervente patriota, nonostante i suoi rapporti con le autorità.

L’eroe lirico della poesia è triste e deluso, è perso e oppresso. Una sorprendente antitesi è il confronto tra la Russia “sporca” e l’orgoglioso Caucaso libero. La Patria meritava un epiteto così offensivo, perché impantanata in menzogne, servitù, denunce e servilismo.

Due sole quartine sono capaci di riassumere un’intera epoca (e anche il presente) e una descrizione della società dell’Ottocento. Nella prima strofa il poeta dice addio a tutto ciò che lo infastidisce, in questi versi si sentono dolore e delusione. Nella seconda strofa, l’eroe lirico esprime una vaga speranza di trovare il suo posto “dietro le mura del Caucaso”, dove non c’è una disgustosa visione del mondo e le fondamenta caratteristiche di Mosca e San Pietroburgo (“occhi onniveggenti e orecchie che ascoltano tutto”).

Tutti i russi, dal primo all’ultimo, conoscono questi versi, ancora oggi. Quando si dice che la poesia è immortale, si dice una verità universale. A maggior ragione se in otto versi si riesce a condensare l’anima e la storia di un popolo, un governo e una nazione. Attraverso i secoli.