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Non ci inventiamo nulla, nemmeno nel 2025. Tutte le emozioni, tutte le sensazioni provate da un essere umano hanno già trovato espressione nel passato.
Ti sei mai chiesto cosa passa nella mente di un soldato mentre fissa il vuoto prima dell’assalto? Quella sensazione di terrore e adrenalina che nessuno vorrebbe mai provare, eppure così profondamente umana.
L’esperienza interiore del combattimento
L’esperienza interiore della battaglia è stata descritta subito dopo la Prima Guerra Mondiale da Ernst Jünger, in un libriccino di cento pagine, “La battaglia come esperienza interiore” (titolo originale: “Der Kampf als inneres Erlebnis”, 1922) o poco più che è disponibile anche su Amazon. Ernst Jünger, ufficiale tedesco nella Prima Guerra Mondiale, ha dato voce a quell’esperienza in un libro che, a distanza di un secolo, risuona con inquietante attualità. Nel suo “La battaglia come esperienza interiore”, Jünger ci porta in un viaggio crudo e viscerale attraverso l’animo umano sotto il fuoco nemico, una testimonianza che oggi, guardando ai conflitti contemporanei, appare tristemente profetica.

È il libro di un ufficiale dell’esercito imperiale germanico, l’autore, appunto. Uscito fresco, fresco a pochi anni di distanza dalla disfatta tedesca nella Grande Guerra, è un libro caleidoscopico, descrittivo degli stati d’animo di un soldato (colto, già scrittore prima che iniziasse la guerra e decidesse di partire volontario per il fronte). Il linguaggio è crudo, non volutamente crudele, solo asetticamente descrittivo, ma estremamente eloquente di ciò che significa ritrovarsi in guerra.
Pensavamo tutti che certe descrizioni potessero appartenere al passato, quantomeno in Europa, anche se alla fine dello scorso secolo, la guerra in Bosnia ci aveva già dato una dimostrazione di che cosa significhi assuefarsi alle fosse comuni e ai massacri. Ma tralasciando il passato, in questi mesi stiamo rivivendo sul suolo europeo le stesse descrizioni, che ci vengono fatte dai grandi giornalisti, inviati sul territorio, come Lorenzo Cremonesi, Francesca Mannocchi e altri ancora.
Jünger non è stato solo un soldato, ma un osservatore acuto dell’animo umano in condizioni estreme. Nel suo libro, pubblicato nel 1922 a pochi anni dalla disfatta tedesca, descrive con linguaggio asciutto e preciso cosa significhi trovarsi faccia a faccia con la morte.
“La battaglia rientra nelle grandi passioni. Devo ancora vedere qualcuno che non si lasci scombussolare dal momento del trionfo”
scrive Jünger, catturando quella strana miscela di terrore ed esaltazione che pervade chi si trova in prima linea.
Ciò che colpisce del suo racconto è l’assenza di retorica patriottica. Non ci sono eroi o vigliacchi, solo uomini che affrontano l’orrore con i mezzi emotivi a loro disposizione. Le battute scherzose tra commilitoni prima dell’assalto, quel cameratismo che nasce quando si condivide la consapevolezza che tra cinque minuti si potrebbe essere morti. E poi quel “grido folle e protratto” che esce dalla gola prima della carica, “un canto antico e tremendo, che risale all’alba dell’uomo”.
Jünger descrive anche il tempo che si dilata nell’attesa dell’attacco, quei minuti che sembrano ore mentre si controlla ossessivamente l’orologio.
“Il tempo diventa un nemico più temibile del fuoco avversario”, scrive, “perché è nel silenzio che la paura trova spazio per crescere”.
È in questi momenti che i soldati sviluppano rituali personali, gesti scaramantici che servono più a mantenere la sanità mentale che a garantire la sopravvivenza.
L’eco della grande guerra nelle trincee in Ucraina
Pensavamo che certe descrizioni appartenessero ormai ai libri di storia, almeno in Europa. Eppure, un secolo dopo Jünger, ci ritroviamo a leggere resoconti simili dalle trincee ucraine. Le immagini che arrivano dal fronte orientale europeo sembrano uscite direttamente dalle pagine del suo libro: soldati che vivono sottoterra per settimane, il rumore costante dell’artiglieria, l’attesa snervante interrotta solo dal terrore improvviso.
La battaglia rientra nelle grandi passioni. Devo ancora vedere qualcuno che non si lasci scombussolare dal momento del trionfo. Sarà così anche domani, quando, dopo una breve lotta all’ultimo sangue, dopo aver scatenato strumenti raffinatissimi, dopo aver messo in campo le forze gigantesche di cui è capace l’uomo moderno, fisseremo il brulichio della forra. Allora sì che uscirà dalla bocca spalancata di uno di noi quel grido folle e protratto che ci è spesso riecheggiato nelle orecchie. È un canto antico e tremendo, che risale all’alba dell’uomo: nessuno avrebbe mai pensato che fosse ancora così vivo in noi.
Ernst Jünger ci descrive i momenti prima dell’assalto, le battute scherzose tra i soldati, la sensazione di cameratismo che fa stringere legami profondi con altri giovani uomini che potrebbero scomparire dopo soli cinque minuti. Jünger ci descrive l’odore del sangue, gli schizzi, la cedevolezza dei cadaveri in putrefazione sotto gli stivali, mentre si cammina sul terreno fangoso.
L’accerchiamento. L’essere ormai in trappola, proprio come accade in queste ore ai ragazzi ucraini e russi. Senza nemmeno poter combattere, con quel grido atroce che prelude la battaglia, perché i soldati nemici hanno deciso di assediarli per fame, secondo metodi medievali che pensavamo ormai appartenenti al passato.
A testa alta, lasciamo sventolare i nostri pensieri al vento. Morire come si deve, questo sì che lo possiamo fare: andare incontro al buio minaccioso con audacia battagliera ed energia vitale. Non lasciarsi spiazzare, sorridere fino alla fine e che il sorriso sia la nostra maschera. È già qualcosa.
Il massimo per l’essere umano è morire da valoroso. Gli dèi immortali devono invidiarlo per questo.
La guerra in Ucraina ci ha ricordato che la natura umana non è cambiata. Nonostante la tecnologia, i droni, le armi intelligenti, l’esperienza del soldato rimane quella descritta da Jünger: l’odore del sangue, gli schizzi, la cedevolezza dei cadaveri in putrefazione sotto gli stivali mentre si cammina nel fango. Le lettere e i diari dei soldati ucraini raccontano di quella stessa trasformazione interiore descritta da Jünger: l’iniziale shock che lascia posto a una strana calma, quasi una rassegnazione che permette di continuare a funzionare in mezzo all’orrore.
La disumanizzazione e il ritorno all’istinto primordiale
“Nella battaglia moderna l’uomo diventa materia, diventa carne da cannone”,
scrive Jünger in uno dei passaggi più crudi del libro. È questa riduzione dell’umano a oggetto che più colpisce nella sua narrazione. Il soldato diventa un ingranaggio in una macchina più grande, perde la sua individualità ma, paradossalmente, proprio in questa perdita ritrova un istinto primordiale che lo riconnette alla sua natura più profonda.
Jünger parla di come, dopo giorni di combattimento ininterrotto, si entri in uno stato alterato di coscienza.
“Si vive in una dimensione parallela, dove il tempo scorre diversamente e le normali regole morali vengono sospese”.
È quello che i psicologi militari oggi chiamano “stato di combattimento”, una condizione neurologica in cui il cervello attiva meccanismi ancestrali di sopravvivenza.
Ciò che rende la testimonianza di Jünger così preziosa è che non giudica questa trasformazione. Non la celebra come fanno i nazionalisti, né la condanna come fanno i pacifisti. La osserva, la descrive, la accetta come parte dell’esperienza umana in condizioni estreme.
“Non si può comprendere la guerra senza averla vissuta e chi l’ha vissuta non potrà mai spiegarla completamente a chi non c’era”.
Il valore della testimonianza in un’epoca di guerra asettica
Perché leggere Jünger oggi? Proprio perché viviamo in un’epoca in cui la guerra viene presentata come un videogioco, con immagini di droni che colpiscono bersagli lontani e statistiche che sostituiscono i volti umani. Il suo racconto ci riporta alla cruda realtà di cosa significhi essere in battaglia, non come strategia su una mappa, ma come esperienza viscerale.
“Non lasciarsi spiazzare, sorridere fino alla fine e che il sorriso sia la nostra maschera. È già qualcosa”,
scrive Jünger in un passaggio che racchiude tutta la tragica dignità dell’essere umano di fronte all’abisso. Non c’è gloria nella guerra, sembra dirci, solo la possibilità di affrontarla senza perdere completamente la propria umanità.
In un mondo dove la guerra torna a essere una possibilità concreta in Europa, le parole di Jünger non sono solo un documento storico, ma un monito. Ci ricordano che dietro ogni conflitto ci sono esseri umani che vivono un’esperienza che li segnerà per sempre, se avranno la fortuna di sopravvivere. E forse, proprio in questa consapevolezza, possiamo trovare un motivo in più per cercare la pace.
Mentre osserviamo le immagini dei bombardamenti in Ucraina, delle città ridotte a scheletri di cemento, dei civili in fuga, dovremmo tenere a mente le parole di Jünger:
“La guerra rivela l’uomo a se stesso”.
Quello che vediamo non è sempre edificante, ma è necessario guardarlo in faccia se vogliamo davvero comprendere cosa significa essere umani, nel bene e nel male.
Ma non si può non stare dalla parte di chi è stato aggredito vigliaccamente, dopo che il dittatore Putin ha deciso di prendersi gioco del mondo interno, compreso dei suoi soldati.