It’s Decluttering Time: quando una casa piccola ti induce a fare i conti con il passato

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Sono finalmente in fase di decluttering. Quella parola giapponese che non mi viene mai in mente – ah sì, “konmari” – ma che in realtà è solo un modo elegante per dire “sto facendo ordine tra le mie cose”. Dopo un aprile e maggio passati a guardare la pioggia battere contro i vetri, il sole di giugno mi ha finalmente dato il permesso di affrontare quella montagna di oggetti che si è accumulata sugli scaffali e nelle due soffitte. Vivendo in una casa mediamente piccola, ogni centimetro quadrato conta e la sensazione di soffocamento tra le proprie cose diventa presto insopportabile. Ma quello che non avevo previsto è che, scavando tra scatole e cassetti, avrei finito per scavare anche nei miei ricordi. Un classico: ti metti a guardare le cose nei cassetti e nel fare la cernita, trovi i biglietti del museo con cui sei andato anni addietro con la tua ex (vade retro! 😄 ) e il blocchetto di appunti con la calligrafia di mia madre.

Fabri decluttering green

I quaderni del passato: Mosca, 1994

L’altro giorno, mentre rovistavo tra vecchi quaderni, ne ho trovato uno che usavo a Mosca nel 1994. Ero uno studente di scambio alla facoltà di filologia dell’Università Lomonosov, giovane e pieno di sogni, immerso nell’apprendimento della lingua russa. Sfogliandolo, sono riemersi numeri di telefono di persone con cui ho condiviso quel periodo della mia vita: Mikhail, simpaticissimo, Andrej (con cui ho tagliato i ponti dopo l’invasione dell’Ucraina!), e persino il contatto di una vecchia fiamma, Elena (in russo però si dice “Elèna”, con l’accento sulla seconda “e”), con cui ho avuto una storia molto coinvolgente.

È strano come un semplice oggetto possa contenere così tanti ricordi, alcuni dolci, altri ora tinti di amarezza. Da una parte, queste pagine ingiallite mi hanno riportato a momenti di spensieratezza; dall’altra, mi hanno fatto rendere conto di quante cose inutili continuo a tenere in casa. Ho deciso di conservare questo quaderno, sia perché contiene ancora fogli bianchi da utilizzare, sia come testimonianza tangibile di quell’esperienza formativa a Mosca. Ma per il resto, era ora di fare pulizia.

Il clustering domestico: un approccio da SEO manager

Nel mio lavoro di SEO Expert, sono abituato a fare la cosiddetta content clusterization, cioè la catalogazione e la clusterizzazione dei contenuti: in pratica si stabilisce:

Definizione di content clusterization
“A che cosa e quanto serve una pagina web nell’economia del posizionamento di un sito web”.

E mi sono reso conto che posso applicare lo stesso principio al decluttering domestico. Si parte spazio per spazio, suddividendo mentalmente la stanza in base a cassetti, scaffali, mensole. Dopodiché, si comincia a sistemare, categorizzare, eliminare.

Ho deciso di fare un repulisti radicale: vecchi CD che non ascolto più, DVD ormai obsoleti nell’era dello streaming, materiale di marketing accumulato negli anni e che non mi serve più. Persino i libri della mia vita passata da traduttore, inclusi pesanti dizionari enciclopedici UTET e volumi di lingua tedesca, sono finiti nel mirino della mia operazione pulizia. Ho tenuto solo qualcosa di simpatico: ad esempio il libro di fiabe tedesche che studiavo al liceo “Deutsche Märchen und Sagen”, ma anche il “Faust” di Goethe o altre opere meritevoli. I dizionari li tengo, ma non quelli tecnici, ormai si trova tutto online su Reverso o DeepL, che tra l’altro è un sito tedesco.

È un lavoro impegnativo e per nulla semplice, ma aiuta a razionalizzare non solo gli spazi fisici, ma anche il modo in cui pensiamo nella vita quotidiana. La clusterizzazione degli spazi domestici migliora l’organizzazione fisica, tanto quanto il nostro approccio mentale alla gestione delle informazioni. In fondo, decluttering e SEO hanno più in comune di quanto si possa pensare: entrambi cercano di creare ordine nel caos.

Oggetti, ricordi e decisioni difficili

In soffitta ho trovato la poltroncina sulla quale è morto mio babbo nel giugno 2003, durante quella terribile ondata di calore, la prima e la più tremenda che si ricordi, a tal punto che è rimasta negli annali meteorologici. Da allora ne sono venute altre, forse anche peggiori, ma io nel frattempo ho installato l’aria condizionata a casa e soffro meno il caldo dentro casa. Ho guardato a lungo quella poltroncina blu, le ho persino scattato una foto, come per darle un ultimo saluto. Poi ho deciso: andrà all’isola ecologica nel container degli Ingombranti. Ci sono oggetti che portano con sé un peso emotivo troppo grande per essere conservati. E poi, per ricordare mio padre, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, non ho certo bisogno di una poltroncina malferma e sbilenca.

La poltroncina di nazzareno

La soffitta era un vero museo degli orrori domestici: una cucina a gas con forno installata da mio padre 25 anni fa, un paio di sanitari che avevo messo io nel 2013, e una quantità impressionante di cianfrusaglie.

Tra queste, ho scoperto fotografie del mio battesimo e album fotografici in formato diapositive, completi di proiettore.

Il proiettore probabilmente finirà rottamato, ma farò digitalizzare le diapositive che voglio conservare, incluse quelle della mia prima fidanzata tedesca, Claudia. È curioso come tendiamo ad accumulare oggetti fisici come ancore ai nostri ricordi, quando in realtà i ricordi vivono dentro di noi, non nelle cose.

Decluttering fisico, decluttering mentale

Questo periodo di pulizia intensiva coincide finalmente con il bel tempo, dopo mesi di pioggia incessante. Riesco a fare tutte le operazioni all’aperto fra soffitta e terrazzo, anche se fa caldo. Mi sono reso conto che è come fare una sessione di palestra: sto monitorando le calorie e vedo che questo lavoro mi sta facendo allenare più di quanto immaginassi.

Liberarsi delle cose che non si usano più è probabilmente anche catartico, come dicono i giapponesi con il loro metodo konmari. C’è una leggerezza che deriva dal possedere meno, dall’essere circondati solo da oggetti che hanno un valore o un’utilità reale. Forse è questo il vero significato del decluttering: non è solo mettere in ordine gli spazi fisici, ma anche fare spazio dentro di noi per nuove esperienze, e nuovi ricordi che entreranno nella nostra vita. E mentre guardo i sacchi pieni di oggetti pronti per essere donati o buttati, sento che non sto perdendo nulla di importante. Anzi, sto guadagnando qualcosa di più prezioso: spazio per respirare, per vivere, per essere.

Il decluttering secondo l’usanza giapponese: il metodo di Marie Kondo

Il decluttering in Giappone è legato al metodo di Marie Kondo, conosciuto come KonMari. In giapponese, il concetto di liberarsi del superfluo e riordinare la casa viene espresso con parole come:

  • 断捨離 (danshari): una filosofia che significa “separarsi dalle cose inutili”, composta dai caratteri “rinunciare”, “scartare” e “separarsi”.
  • 片付け (katazuke): che significa semplicemente “riordinare” o “mettere in ordine”.

Marie Kondo, la famosa consulente giapponese, ha reso popolare il termine KonMari per indicare il suo metodo di decluttering, che si basa sull’eliminare tutto ciò che non “scatena gioia” e sull’organizzare ciò che resta in modo funzionale e armonioso.

Come funziona il metodo giapponese di decluttering

  • Il metodo KonMari si basa su criteri emotivi: si tiene solo ciò che suscita felicità o ha un forte legame affettivo.
  • Il processo prevede di affrontare le categorie in ordine: abiti, libri, carte/documenti, oggetti vari (komono), ricordi.
  • L’obiettivo è creare spazi che favoriscano il benessere e la concentrazione, eliminando il superfluo e organizzando ciò che resta in modo funzionale.

Tabella comparativa: termini giapponesi legati al decluttering

Termine Significato Note sull’uso
KonMari Metodo di Marie Kondo Famoso a livello globale
Danshari Separarsi dal superfluo Filosofia di vita giapponese
Katazuke Riordinare, mettere in ordine Termine generico
Komono Oggetti vari, cianfrusaglie Categoria nel metodo KonMari

Per parlare di decluttering in giapponese, i termini corretti sono KonMaridanshari o katazuke

Separarsi dagli oggetti non solo superflui, ma anche da quelli che non suscitano più emozione, è un pilastro della filosofia giapponese del decluttering, in particolare nel Metodo KonMari.

Marie Kondo invita a valutare ogni oggetto non solo in base alla sua utilità, ma soprattutto in base all’emozione che suscita: la parola chiave è infatti “gioia provocata dalla scintilla” o “spark joy” (in inglese questo concetto è assai più immediato). L’atto di toccare gli oggetti e percepire se trasmettono ancora emozioni positive diventa il criterio principale per decidere se conservarli o lasciarli andare. Questo approccio permette di liberarsi senza sensi di colpa, perché si riconosce che ogni oggetto ha avuto un ruolo e un tempo nella propria vita, ma non è necessario trattenerlo se non risveglia più emozioni autentiche.

La filosofia del decluttering, in questa accezione, va oltre il semplice “buttare via il superfluo”: diventa un percorso di riorganizzazione emotiva e mentale. Fare spazio nel proprio ambiente significa anche fare spazio dentro di sé, alleggerendo il peso del passato e delle cose che non rispecchiano più chi siamo nel presente. Questo processo aiuta a raggiungere uno stato di leggerezza e benessere, favorendo una maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e dei propri bisogni.