Esbjörn Svensson: il pianista che ha ridefinito il jazz contemporaneo

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Introduzione

Hai mai ascoltato un brano che ti ha fatto pensare “Questo è jazz, ma è anche qualcos’altro”? Se sì, probabilmente stavi ascoltando Esbjörn Svensson Trio, meglio conosciuto come E.S.T. (si pronuncia “I, Es, Ti”). Nel panorama musicale degli ultimi trent’anni, pochi artisti hanno saputo ridefinire i confini del jazz come il pianista svedese Esbjörn Svensson. Con il suo approccio innovativo e la capacità di fondere elementi classici, elettronici e rock in un linguaggio jazzistico del tutto originale, Svensson ha creato un suono che continua a risuonare anche dopo la sua tragica scomparsa. Facciamo un viaggio attraverso la vita e l’eredità musicale di uno dei più influenti pianisti jazz europei.

Dalle radici svedesi a fenomeno globale

Nato il 16 aprile 1964 in Svezia, Esbjörn Svensson inizia il suo percorso musicale come tanti: lezioni di pianoforte e prime band durante gli anni del liceo. Ma è nel 1990 che la sua storia prende una piega decisiva, quando forma il suo primo gruppo con l’amico d’infanzia Magnus Öström alla batteria. Tre anni dopo, con l’arrivo del bassista Dan Berglund, nasce ufficialmente l’E.S.T.

Il trio pubblica il suo primo album “When Everyone Has Gone” nel 1993, ma è solo a metà degli anni ’90 che inizia a farsi notare nella scena jazz scandinava. La svolta internazionale arriva con “From Gagarin’s Point of View” (1999), che cattura l’attenzione della critica europea. E sai qual è la cosa più sorprendente? In un’epoca in cui il jazz faticava a trovare nuovo pubblico, E.S.T. riempiva sale da concerto normalmente riservate alle rock star, attirando anche ascoltatori che non si erano mai avvicinati al jazz.

Un suono oltre le etichette

Cosa rendeva così speciale la musica di Svensson? Innanzitutto, il rifiuto delle etichette.

“Non suoniamo jazz, suoniamo musica E.S.T.”

Esbjörn Svensson

diceva spesso il pianista. E aveva ragione. Il suo trio creava paesaggi sonori dove il lirismo nordico incontrava ritmi rock, improvvisazioni jazz e sottili manipolazioni elettroniche.

Ascoltando brani come “Believe, Beleft, Below” o “Tuesday Wonderland”, ti accorgi subito che c’è qualcosa di diverso: melodie accessibili ma mai banali, strutture che respirano e si espandono, e quella sensazione di spazio tipica della musica scandinava. Svensson aveva il dono raro di creare momenti di pura bellezza melodica per poi disgregarli in improvvisazioni audaci, mantenendo sempre un equilibrio perfetto tra complessità e immediatezza.

E poi c’era l’interazione tra i tre musicisti: non il classico schema “solista accompagnato”, ma un vero dialogo a tre voci, dove il basso di Berglund poteva diventare protagonista, tanto quanto il pianoforte, e la batteria di Öström, non si limitava a tenere il tempo, ma dipingeva colori e tessiture.

L’eredità interrotta

Il 14 giugno 2008, durante un’immersione subacquea a carattere privato nell’arcipelago di Stoccolma, Esbjörn Svensson perde la vita in un tragico incidente. Aveva solo 44 anni e il trio stava lavorando all’integrazione di nuovi elementi elettronici nella loro musica, esplorando territori ancora inesplorati.

La notizia colpisce come un fulmine a ciel sereno il mondo della musica. Svensson se ne va nel momento di massima creatività, lasciando un vuoto impossibile da colmare. L’album postumo “Leucocyte”, registrato pochi mesi prima della sua morte e pubblicato nell’autunno 2008, mostra quanto il trio stesse spingendosi oltre, con sonorità più sperimentali e strutture ancora più libere.

Ma sapete qual è il vero paradosso? A volte ci vuole la scomparsa di un artista per comprenderne appieno l’importanza. Oggi, a più di quindici anni dalla sua morte, l’influenza di Svensson è più evidente che mai. Decine di trii pianistici contemporanei, da GoGo Penguin a Mammal Hands, devono qualcosa all’approccio innovativo dell’E.S.T.

Ascoltare oltre il silenzio

Cosa resta quando un musicista se ne va? Restano le note, certo, ma anche qualcosa di più profondo: un modo di pensare la musica. E.S.T. ci ha insegnato che il jazz può essere accessibile senza compromessi, che la tradizione può dialogare con l’innovazione, e che le etichette musicali sono solo convenzioni da superare.

Se non hai mai ascoltato Esbjörn Svensson, ti suggerisco di iniziare da “Seven Days of Falling”, o da “Strange Place for Snow” due album che catturano perfettamente l’essenza del trio. Chiudi gli occhi e lasciati trasportare da quelle note che sembrano raccontare storie nordiche, fatte di spazi infiniti e luce obliqua.

In un’intervista, Svensson disse una volta:

“La musica è come l’acqua, trova sempre la sua strada”.

Esbjörn Svensson

Un’immagine potente che, col senno di poi, si è rivelata tristemente profetica. Ma è anche un promemoria per dirci che la sua musica continua a fluire, a trovare nuovi ascoltatori, a ispirare nuovi musicisti. E forse è questo il segno più autentico di grandezza: continuare a vivere attraverso le note, anche quando il silenzio sembra aver avuto l’ultima parola.

Quando incontrai Esbjörn Svensson e il suo trio: ricordi di una notte bolognese di inizio 2003

Era una di quelle serate di fine marzo in cui Bologna non sa decidere se appartenere ancora all’inverno o concedersi alla primavera. L’anno era il 2003 e il Bologna Jazz Festival, appena rinato dopo anni di silenzio, aveva portato in città uno dei trii più innovativi della scena europea: l’Esbjörn Svensson Trio. Ricordo che il concerto finale fu quello di McCoy Tyner Trio, allora il trio vivente più famoso al mondo, forse eguagliato solo dall’immenso Oscar Peterson.

Io ero redattore musicale per Radio Città Fujiko di Bologna, che allora aveva ancora il vecchio nome di Radio Città 103 e al venerdì sera conducevo un seguitissimo show di musica jazz, dove presentavo le novità jazzistiche e anche le interviste a chi passava in città (e quelli erano anni in cui, senza falsa modestia, la scena jazzistica di Bologna era tra le prime in tutta Italia, a partire dai due storici locali bolognesi del jazz dal vivo, la Cantina Bentivoglio e il Chet Baker Jazz Club di Via Polese 7°).

Il concerto che cambiò la mia percezione del jazz

Il teatro nel centro storico non era nemmeno gremito, perché il concerto ebbe luogo di venerdì sera, ma stranamente, per una città così amante della musica come Bologna, il rinato Bologna Jazz Festival ancora non aveva avuto una diffusione come poi accadde negli anni a venire: un’anomalia per un concerto jazz in quegli anni. Sul palco, tre figure quasi anonime e molto distanziate tra loro iniziarono a tessere sonorità che oscillavano tra la più pura tradizione jazzistica e territori inesplorati. Erano in tour per promuovere “Strange Place for Snow”, album appena uscito che stava ridefinendo i confini del genere, e io ero lì, con il mio taccuino e una curiosità che non riuscivo a contenere.

Ricordo perfettamente il momento in cui Svensson, durante l’esecuzione di “Behind the Yashmak”, si alzò leggermente dal pianoforte per manipolare direttamente le corde all’interno dello strumento, creando riverberi e armonici che sembravano provenire da un altro mondo. Il pubblico trattenne il respiro. Io smisi di prendere appunti. Ci sono momenti in cui devi semplicemente esserci, e quello era uno di quelli.

Dalla musica alle parole: l’intervista in hotel

Dopo il concerto, grazie a un contatto preso in precedenza con l’ufficio stampa della casa discografica ACT Music, riuscii a organizzare un’intervista con il trio. Ci incontrammo nella hall del loro hotel, uno di quei luoghi anonimi che i musicisti in tour attraversano come fantasmi.

Svensson mi colpì subito per la sua semplicità. Mi sembrava di conoscerlo da una vita. Non ero emozionato, come mi accadde altre volte, quando intervistai dei mostri sacri nella mia carriera di redattore musicale. Nessuna posa da star, nessun atteggiamento da musicista tormentato. Solo un uomo sorridente e una passione contagiosa quando parlava di musica. “Sai,” mi disse mentre il cameriere ci portava due birre,

“Per noi ogni concerto è come un’immersione. Non sai mai cosa troverai laggiù, ma devi fidarti dei tuoi compagni.”

Esbjörn Svensson

Non potevo immaginare quanto quella metafora dell’immersione sarebbe diventata tragicamente profetica anni dopo.

Berglund, il bassista, era il più silenzioso dei tre, ma quando parlava lo faceva con una precisione chirurgica. Mi raccontò della sua passione per il metal e di come cercasse di portare quell’energia nelle sue linee di basso. Öström, il batterista, era invece un fiume in piena di aneddoti e riflessioni sulla scena musicale europea. In quella intervista saltò fuori che è sempre stato Magnus a trovare i titoli super creativi alle canzoni del gruppo.

Una jam session storica alla Cantina Bentivoglio di Giovanni Serrazanetti

“Ti va di venire con noi alla Cantina Bentivoglio? Ci hanno detto che stasera c’è una jam session interessante,” mi chiese Svensson al termine dell’intervista. Come potevo rifiutare?

La Cantina Bentevoglio, con il suo soffitto basso e l’aria densa di fumo e note, era ed è il tempio del jazz bolognese (sebbene la scena musicale bolognese non sia più quella di un tempo a causa delle varie crisi). Quella sera, sul minuscolo palco, si esibiva nientemeno che Mulgrew Miller con Nils Henning Ørsted Pedersen, altro gigante del contrabbasso jazz. Il locale era stipato all’inverosimile, ma riuscimmo a trovare un tavolo in un angolo a metà del locale su una delle panche di legno.

Fu surreale osservare Svensson mentre ascoltava altri musicisti. I suoi occhi seguivano le mani di Miller sulla tastiera con la stessa intensità con cui un bambino segue le evoluzioni di un mago. “Vedi,” mi sussurrò a un certo punto,

“Miller suona ancora nella tradizione, ma la rispetta così profondamente da poterla reinventare ogni volta. È questo che cerchiamo di fare anche noi, a modo nostro.”

La serata si prolungò fino alle tre di notte. Non bevemmo nemmeno tanto, forse due birre a testa, ma parlammo di Keith Jarrett e perfino degli Abba e della genialità di Björn, di Bill Evans e della musica elettronica, di come il jazz europeo stesse trovando finalmente una sua voce distintiva dopo decenni di imitazione dei maestri americani.

Un addio che non sapevo di dare

Quando ci salutammo, all’uscita della Cantina, Svensson mi strinse la mano un po’ più a lungo del necessario. “Grazie per l’intervista,” disse. Non si riferiva solo all’intervista, ma a qualcosa di più profondo, a quella connessione che a volte si crea tra chi fa musica e chi la riceve, la elabora, la racconta. Con Magnus ci salutammo ancora più calorosamente, dati i miei trascorsi da batterista e dato che durante la serata avevamo parlato di pattern batteristici e scherzato sulla tradizione percussionistica scandinava (che è fortissima!).

Non potevo sapere che quello sarebbe stato il nostro primo e ultimo incontro. Cinque anni dopo, la notizia della sua scomparsa mi raggiunse mentre leggevo un blog di jazz, il sito di Jazzthing.de. Ricordo di aver messo su “Seven Days of Falling” e di essere rimasto immobile ad ascoltarlo, ripensando a quella notte bolognese in cui, per qualche ora, avevo avuto il privilegio di entrare nel mondo di uno degli artisti più innovativi della sua generazione.

Oggi, quando ascolto i CD di E.S.T., ritrovo frammenti di quella conversazione, echi di risate nella Cantina Bentevoglio, il modo in cui Svensson inclinava leggermente la testa quando parlava di armonia. La musica ha questo potere straordinario: trasformare i ricordi in qualcosa di vivo, pulsante, presente.

E forse è proprio questo il lascito più grande di Esbjörn Svensson: averci insegnato che la musica non è solo ciò che ascoltiamo, ma anche ciò che ricordiamo, ciò che portiamo con noi. Come quella notte di marzo a Bologna, sospesa tra inverno e primavera, tra tradizione e innovazione, tra parole e note.

Gli eredi nordici di E.S.T.: Espen Eriksen e Tord Gustavsen

Quando il pianoforte di Esbjörn Svensson smise di suonare quel tragico giugno del 2008, lasciò un vuoto che sembrava impossibile da colmare. Eppure, come spesso accade nella storia della musica, l’influenza di un grande innovatore continua a riverberarsi attraverso le opere di chi ne raccoglie l’eredità. Nel panorama del jazz nordico contemporaneo, due nomi in particolare hanno saputo sviluppare un linguaggio personale che, pur richiamando l’approccio rivoluzionario di E.S.T., ha trovato strade originali: Espen Eriksen e Tord Gustavsen.

Espen Eriksen Trio: la melodia come bussola

La prima volta che ascoltai “You Had Me at Goodbye”, album d’esordio dell’Espen Eriksen Trio pubblicato nel 2010, ebbi una sensazione di déjà vu emotivo. Non era una copia di E.S.T., tutt’altro, ma c’era qualcosa in quella combinazione di melodie cristalline e spazi silenziosi che evocava lo spirito del trio di Svensson.

Eriksen, pianista norvegese classe 1974, ha formato il suo trio con Andreas Bye alla batteria e Lars Tormod Jenset al contrabbasso (sostituito poi da Audun Erlien). Il loro approccio è caratterizzato da una semplicità quasi disarmante: melodie immediate che si sviluppano con pazienza, ritmi che respirano senza fretta, e un’attenzione maniacale al suono d’insieme.

“Non cerchiamo di impressionare nessuno con virtuosismi tecnici,”

Espen Eriksen

disse Eriksen durante un’intervista qualche anno fa.

“Preferiamo raccontare storie attraverso melodie che restino in testa, che abbiano un impatto emotivo diretto.”

Espen Eriksen

È proprio questa accessibilità melodica a ricordare l’E.S.T., ma mentre Svensson amava spingersi verso territori più sperimentali ed elettroniciEriksen rimane ancorato a un suono acustico essenziale, quasi minimalista. Brani come “In the Mountains” o “Komeda” mostrano questa capacità di dire molto con poco, di creare atmosfere evocative con pochi, precisi tratti sonori.

Tord Gustavsen: la spiritualità del silenzio

Se Eriksen rappresenta la chiarezza melodica dell’eredità di SvenssonTord Gustavsen ne incarna la dimensione più contemplativa e spirituale. Il pianista norvegese, classe 1970, ha debuttato con il suo trio nel 2003 con “Changing Places”, proprio mentre l’E.S.T. stava raggiungendo l’apice della popolarità.

Gustavsen, però, che ha sempre tratto ispirazione anche dalla sua profonda religiosità, ha sempre seguito un percorso molto personale. La sua musica affonda le radici nel gospel e negli inni della chiesa luterana norvegese, trasfigurati attraverso una sensibilità jazz contemporanea. Il risultato è un suono introspettivo, quasi meditativo, dove ogni nota sembra pesata con cura certosina.

“Il silenzio è importante quanto il suono,”

Tord Gustavsen

ama ripetere Gustavsen. 

“È nello spazio tra le note che la musica respira e trova il suo significato più profondo.”

Tord Gustavsen

Con il bassista Harald Johnsen (scomparso prematuramente nel 2011) e il batterista Jarle VespestadGustavsen ha creato un linguaggio fatto di sussurri sonori, di dinamiche controllate, di tensioni che si risolvono con pazienza zen. Ascoltando brani come “The Ground” o “Being There”, è impossibile non percepire una connessione spirituale con certa produzione dell’E.S.T., soprattutto quella più riflessiva di album come “Seven Days of Falling”.

Due approcci, una stessa radice

Ciò che accomuna Eriksen e Gustavsen, oltre all’evidente influenza di Svensson, è un approccio tipicamente nordico al jazz: quella capacità di creare spazi sonori ampi, di evocare paesaggi, di lasciare che la musica si sviluppi organicamente senza forzature.

Entrambi rappresentano quella che il critico Stuart Nicholson ha definito “glocalization” del jazz: un processo in cui musicisti di diverse aree geografiche assimilano la tradizione jazzistica americana per poi reinterpretarla attraverso la propria sensibilità culturale. Nel caso dei pianisti nordici, questo si traduce in un’attenzione particolare al folk scandinavo, alla musica classica europea e, nel caso di Gustavsen, alla tradizione liturgica.

Ma c’è una differenza fondamentale tra i due: mentre Eriksen sembra più interessato alla narrazione melodica, alla costruzione di brani che abbiano una struttura chiara e riconoscibile, Gustavsen è più attratto dall’esplorazione timbrica, dalla ricerca di sonorità che sfumino i confini tra composizione e improvvisazione.

Oltre l’imitazione: trovare la propria voce

Sarebbe riduttivo, però, considerare Eriksen e Gustavsen come semplici epigoni di Svensson. Entrambi hanno sviluppato un linguaggio distintivo che, pur riconoscendo il debito verso l’E.S.T., ha saputo evolversi in direzioni originali.

Eriksen, con album come “Never Ending January” (2015) e “Perfectly Unhappy” (2018), ha affinato un approccio sempre più essenziale, dove la melodia diventa il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto il resto. La sua è una musica che non ha paura di essere accessibile, che cerca la comunicazione diretta con l’ascoltatore.

Gustavsen, dal canto suo, ha ampliato progressivamente la sua tavolozza sonora, introducendo elementi elettronici e collaborando con musicisti di diverse tradizioni, come nel recente “The Other Side” (2018), dove il suo pianoforte dialoga con l’elettronica sottile.

L’eredità che continua

Una sera, durante un concerto di Gustavsen al Blue Note di Milano, mi ritrovai a chiudere gli occhi durante l’esecuzione di “The Gaze”. Per un istante, ebbi la sensazione che Svensson fosse ancora lì, da qualche parte, che il suo spirito continuasse a vivere attraverso quelle note sospese, quei silenzi eloquenti, quella capacità di trasformare il pianoforte in un veicolo di emozioni pure. Avevo già smesso di lavorare in radio e quindi ero a vedere quel concerto in forma privata.

Ed è forse questo il lascito più importante di E.S.T.: aver aperto una strada che altri hanno potuto percorrere, aver dimostrato che il jazz europeo poteva trovare una voce autentica, libera dai dogmi della tradizione americana.

Eriksen e Gustavsen, con le loro differenze stilistiche e concettuali, rappresentano due possibili evoluzioni di quella rivoluzione gentile iniziata da Svensson. Non sono imitatori, ma continuatori di un discorso interrotto troppo presto, musicisti che hanno saputo raccogliere un testimone prezioso per portarlo in territori ancora inesplorati.

E mentre li ascolto, non posso fare a meno di pensare che, da qualche parte, Esbjörn stia sorridendo, soddisfatto di vedere come i semi che ha piantato continuino a dare frutti così ricchi e diversi.