Esbjörn Svensson: il pianista che ha ridefinito il jazz contemporaneo

A black piano

Tempo di lettura: 16 minuti

Introduzione

Hai mai ascoltato un brano che ti ha fatto pensare “Questo è jazz, ma è anche qualcos’altro”? Se sì, probabilmente stavi ascoltando Esbjörn Svensson Trio, meglio conosciuto come E.S.T. (si pronuncia “I, Es, Ti”). Nel panorama musicale degli ultimi trent’anni, pochi artisti hanno saputo ridefinire i confini del jazz come il pianista svedese Esbjörn Svensson. Con il suo approccio innovativo e la capacità di fondere elementi classici, elettronici e rock in un linguaggio jazzistico del tutto originale, Svensson ha creato un suono che continua a risuonare anche dopo la sua tragica scomparsa. Facciamo un viaggio attraverso la vita e l’eredità musicale di uno dei più influenti pianisti jazz europei.

Dalle radici svedesi a fenomeno globale

Nato il 16 aprile 1964 in Svezia, Esbjörn Svensson inizia il suo percorso musicale come tanti: lezioni di pianoforte e prime band durante gli anni del liceo. Ma è nel 1990 che la sua storia prende una piega decisiva, quando forma il suo primo gruppo con l’amico d’infanzia Magnus Öström alla batteria. Tre anni dopo, con l’arrivo del bassista Dan Berglund, nasce ufficialmente l’E.S.T.

Il trio pubblica il suo primo album “When Everyone Has Gone” nel 1993, ma è solo a metà degli anni ’90 che inizia a farsi notare nella scena jazz scandinava. La svolta internazionale arriva con “From Gagarin’s Point of View” (1999), che cattura l’attenzione della critica europea. E sai qual è la cosa più sorprendente? In un’epoca in cui il jazz faticava a trovare nuovo pubblico, E.S.T. riempiva sale da concerto normalmente riservate alle rock star, attirando anche ascoltatori che non si erano mai avvicinati al jazz.

Un suono oltre le etichette

Cosa rendeva così speciale la musica di Svensson? Innanzitutto, il rifiuto delle etichette.

“Non suoniamo jazz, suoniamo musica E.S.T.”

Esbjörn Svensson

diceva spesso il pianista. E aveva ragione. Il suo trio creava paesaggi sonori dove il lirismo nordico incontrava ritmi rock, improvvisazioni jazz e sottili manipolazioni elettroniche.

Ascoltando brani come “Believe, Beleft, Below” o “Tuesday Wonderland”, ti accorgi subito che c’è qualcosa di diverso: melodie accessibili ma mai banali, strutture che respirano e si espandono, e quella sensazione di spazio tipica della musica scandinava. Svensson aveva il dono raro di creare momenti di pura bellezza melodica per poi disgregarli in improvvisazioni audaci, mantenendo sempre un equilibrio perfetto tra complessità e immediatezza.

E poi c’era l’interazione tra i tre musicisti: non il classico schema “solista accompagnato”, ma un vero dialogo a tre voci, dove il basso di Berglund poteva diventare protagonista, tanto quanto il pianoforte, e la batteria di Öström, non si limitava a tenere il tempo, ma dipingeva colori e tessiture.

L’eredità interrotta

Il 14 giugno 2008, durante un’immersione subacquea a carattere privato nell’arcipelago di Stoccolma, Esbjörn Svensson perde la vita in un tragico incidente. Aveva solo 44 anni e il trio stava lavorando all’integrazione di nuovi elementi elettronici nella loro musica, esplorando territori ancora inesplorati.

La notizia colpisce come un fulmine a ciel sereno il mondo della musica. Svensson se ne va nel momento di massima creatività, lasciando un vuoto impossibile da colmare. L’album postumo “Leucocyte”, registrato pochi mesi prima della sua morte e pubblicato nell’autunno 2008, mostra quanto il trio stesse spingendosi oltre, con sonorità più sperimentali e strutture ancora più libere.

Ma sapete qual è il vero paradosso? A volte ci vuole la scomparsa di un artista per comprenderne appieno l’importanza. Oggi, a più di quindici anni dalla sua morte, l’influenza di Svensson è più evidente che mai. Decine di trii pianistici contemporanei, da GoGo Penguin a Mammal Hands, devono qualcosa all’approccio innovativo dell’E.S.T.

Ascoltare oltre il silenzio

Cosa resta quando un musicista se ne va? Restano le note, certo, ma anche qualcosa di più profondo: un modo di pensare la musica. E.S.T. ci ha insegnato che il jazz può essere accessibile senza compromessi, che la tradizione può dialogare con l’innovazione, e che le etichette musicali sono solo convenzioni da superare.

Se non hai mai ascoltato Esbjörn Svensson, ti suggerisco di iniziare da “Seven Days of Falling”, o da “Strange Place for Snow” due album che catturano perfettamente l’essenza del trio. Chiudi gli occhi e lasciati trasportare da quelle note che sembrano raccontare storie nordiche, fatte di spazi infiniti e luce obliqua.

In un’intervista, Svensson disse una volta:

“La musica è come l’acqua, trova sempre la sua strada”.

Esbjörn Svensson

Un’immagine potente che, col senno di poi, si è rivelata tristemente profetica. Ma è anche un promemoria per dirci che la sua musica continua a fluire, a trovare nuovi ascoltatori, a ispirare nuovi musicisti. E forse è questo il segno più autentico di grandezza: continuare a vivere attraverso le note, anche quando il silenzio sembra aver avuto l’ultima parola.

Quando incontrai Esbjörn Svensson e il suo trio: ricordi di una notte bolognese di inizio 2003

Era una di quelle serate di fine marzo in cui Bologna non sa decidere se appartenere ancora all’inverno o concedersi alla primavera. L’anno era il 2003 e il Bologna Jazz Festival, appena rinato dopo anni di silenzio, aveva portato in città uno dei trii più innovativi della scena europea: l’Esbjörn Svensson Trio. Ricordo che il concerto finale fu quello di McCoy Tyner Trio, allora il trio vivente più famoso al mondo, forse eguagliato solo dall’immenso Oscar Peterson.

Io ero redattore musicale per Radio Città Fujiko di Bologna, che allora aveva ancora il vecchio nome di Radio Città 103 e al venerdì sera conducevo un seguitissimo show di musica jazz, dove presentavo le novità jazzistiche e anche le interviste a chi passava in città (e quelli erano anni in cui, senza falsa modestia, la scena jazzistica di Bologna era tra le prime in tutta Italia, a partire dai due storici locali bolognesi del jazz dal vivo, la Cantina Bentivoglio e il Chet Baker Jazz Club di Via Polese 7°).

Il concerto che cambiò la mia percezione del jazz

Il teatro nel centro storico non era nemmeno gremito, perché il concerto ebbe luogo di venerdì sera, ma stranamente, per una città così amante della musica come Bologna, il rinato Bologna Jazz Festival ancora non aveva avuto una diffusione come poi accadde negli anni a venire: un’anomalia per un concerto jazz in quegli anni. Sul palco, tre figure quasi anonime e molto distanziate tra loro iniziarono a tessere sonorità che oscillavano tra la più pura tradizione jazzistica e territori inesplorati. Erano in tour per promuovere “Strange Place for Snow”, album appena uscito che stava ridefinendo i confini del genere, e io ero lì, con il mio taccuino e una curiosità che non riuscivo a contenere.

Ricordo perfettamente il momento in cui Svensson, durante l’esecuzione di “Behind the Yashmak”, si alzò leggermente dal pianoforte per manipolare direttamente le corde all’interno dello strumento, creando riverberi e armonici che sembravano provenire da un altro mondo. Il pubblico trattenne il respiro. Io smisi di prendere appunti. Ci sono momenti in cui devi semplicemente esserci, e quello era uno di quelli.

Dalla musica alle parole: l’intervista in hotel

Dopo il concerto, grazie a un contatto preso in precedenza con l’ufficio stampa della casa discografica ACT Music, riuscii a organizzare un’intervista con il trio. Ci incontrammo nella hall del loro hotel, uno di quei luoghi anonimi che i musicisti in tour attraversano come fantasmi.

Svensson mi colpì subito per la sua semplicità. Mi sembrava di conoscerlo da una vita. Non ero emozionato, come mi accadde altre volte, quando intervistai dei mostri sacri nella mia carriera di redattore musicale. Nessuna posa da star, nessun atteggiamento da musicista tormentato. Solo un uomo sorridente e una passione contagiosa quando parlava di musica. “Sai,” mi disse mentre il cameriere ci portava due birre,

“Per noi ogni concerto è come un’immersione. Non sai mai cosa troverai laggiù, ma devi fidarti dei tuoi compagni.”

Esbjörn Svensson

Non potevo immaginare quanto quella metafora dell’immersione sarebbe diventata tragicamente profetica anni dopo.

Berglund, il bassista, era il più silenzioso dei tre, ma quando parlava lo faceva con una precisione chirurgica. Mi raccontò della sua passione per il metal e di come cercasse di portare quell’energia nelle sue linee di basso. Öström, il batterista, era invece un fiume in piena di aneddoti e riflessioni sulla scena musicale europea. In quella intervista saltò fuori che è sempre stato Magnus a trovare i titoli super creativi alle canzoni del gruppo.

Una jam session storica alla Cantina Bentivoglio di Giovanni Serrazanetti

“Ti va di venire con noi alla Cantina Bentivoglio? Ci hanno detto che stasera c’è una jam session interessante,” mi chiese Svensson al termine dell’intervista. Come potevo rifiutare?

La Cantina Bentevoglio, con il suo soffitto basso e l’aria densa di fumo e note, era ed è il tempio del jazz bolognese (sebbene la scena musicale bolognese non sia più quella di un tempo a causa delle varie crisi). Quella sera, sul minuscolo palco, si esibiva nientemeno che Mulgrew Miller con Nils Henning Ørsted Pedersen, altro gigante del contrabbasso jazz. Il locale era stipato all’inverosimile, ma riuscimmo a trovare un tavolo in un angolo a metà del locale su una delle panche di legno.

Fu surreale osservare Svensson mentre ascoltava altri musicisti. I suoi occhi seguivano le mani di Miller sulla tastiera con la stessa intensità con cui un bambino segue le evoluzioni di un mago. “Vedi,” mi sussurrò a un certo punto,

“Miller suona ancora nella tradizione, ma la rispetta così profondamente da poterla reinventare ogni volta. È questo che cerchiamo di fare anche noi, a modo nostro.”

La serata si prolungò fino alle tre di notte. Non bevemmo nemmeno tanto, forse due birre a testa, ma parlammo di Keith Jarrett e perfino degli Abba e della genialità di Björn, di Bill Evans e della musica elettronica, di come il jazz europeo stesse trovando finalmente una sua voce distintiva dopo decenni di imitazione dei maestri americani.

Un addio che non sapevo di dare

Quando ci salutammo, all’uscita della Cantina, Svensson mi strinse la mano un po’ più a lungo del necessario. “Grazie per l’intervista,” disse. Non si riferiva solo all’intervista, ma a qualcosa di più profondo, a quella connessione che a volte si crea tra chi fa musica e chi la riceve, la elabora, la racconta. Con Magnus ci salutammo ancora più calorosamente, dati i miei trascorsi da batterista e dato che durante la serata avevamo parlato di pattern batteristici e scherzato sulla tradizione percussionistica scandinava (che è fortissima!).

Non potevo sapere che quello sarebbe stato il nostro primo e ultimo incontro. Cinque anni dopo, la notizia della sua scomparsa mi raggiunse mentre leggevo un blog di jazz, il sito di Jazzthing.de. Ricordo di aver messo su “Seven Days of Falling” e di essere rimasto immobile ad ascoltarlo, ripensando a quella notte bolognese in cui, per qualche ora, avevo avuto il privilegio di entrare nel mondo di uno degli artisti più innovativi della sua generazione.

Oggi, quando ascolto i CD di E.S.T., ritrovo frammenti di quella conversazione, echi di risate nella Cantina Bentevoglio, il modo in cui Svensson inclinava leggermente la testa quando parlava di armonia. La musica ha questo potere straordinario: trasformare i ricordi in qualcosa di vivo, pulsante, presente.

E forse è proprio questo il lascito più grande di Esbjörn Svensson: averci insegnato che la musica non è solo ciò che ascoltiamo, ma anche ciò che ricordiamo, ciò che portiamo con noi. Come quella notte di marzo a Bologna, sospesa tra inverno e primavera, tra tradizione e innovazione, tra parole e note.

Gli eredi nordici di E.S.T.: Espen Eriksen e Tord Gustavsen

Quando il pianoforte di Esbjörn Svensson smise di suonare quel tragico giugno del 2008, lasciò un vuoto che sembrava impossibile da colmare. Eppure, come spesso accade nella storia della musica, l’influenza di un grande innovatore continua a riverberarsi attraverso le opere di chi ne raccoglie l’eredità. Nel panorama del jazz nordico contemporaneo, due nomi in particolare hanno saputo sviluppare un linguaggio personale che, pur richiamando l’approccio rivoluzionario di E.S.T., ha trovato strade originali: Espen Eriksen e Tord Gustavsen.

Espen Eriksen Trio: la melodia come bussola

La prima volta che ascoltai “You Had Me at Goodbye”, album d’esordio dell’Espen Eriksen Trio pubblicato nel 2010, ebbi una sensazione di déjà vu emotivo. Non era una copia di E.S.T., tutt’altro, ma c’era qualcosa in quella combinazione di melodie cristalline e spazi silenziosi che evocava lo spirito del trio di Svensson.

Eriksen, pianista norvegese classe 1974, ha formato il suo trio con Andreas Bye alla batteria e Lars Tormod Jenset al contrabbasso (sostituito poi da Audun Erlien). Il loro approccio è caratterizzato da una semplicità quasi disarmante: melodie immediate che si sviluppano con pazienza, ritmi che respirano senza fretta, e un’attenzione maniacale al suono d’insieme.

“Non cerchiamo di impressionare nessuno con virtuosismi tecnici,”

Espen Eriksen

disse Eriksen durante un’intervista qualche anno fa.

“Preferiamo raccontare storie attraverso melodie che restino in testa, che abbiano un impatto emotivo diretto.”

Espen Eriksen

È proprio questa accessibilità melodica a ricordare l’E.S.T., ma mentre Svensson amava spingersi verso territori più sperimentali ed elettroniciEriksen rimane ancorato a un suono acustico essenziale, quasi minimalista. Brani come “In the Mountains” o “Komeda” mostrano questa capacità di dire molto con poco, di creare atmosfere evocative con pochi, precisi tratti sonori.

Tord Gustavsen: la spiritualità del silenzio

Se Eriksen rappresenta la chiarezza melodica dell’eredità di SvenssonTord Gustavsen ne incarna la dimensione più contemplativa e spirituale. Il pianista norvegese, classe 1970, ha debuttato con il suo trio nel 2003 con “Changing Places”, proprio mentre l’E.S.T. stava raggiungendo l’apice della popolarità.

Gustavsen, però, che ha sempre tratto ispirazione anche dalla sua profonda religiosità, ha sempre seguito un percorso molto personale. La sua musica affonda le radici nel gospel e negli inni della chiesa luterana norvegese, trasfigurati attraverso una sensibilità jazz contemporanea. Il risultato è un suono introspettivo, quasi meditativo, dove ogni nota sembra pesata con cura certosina.

“Il silenzio è importante quanto il suono,”

Tord Gustavsen

ama ripetere Gustavsen. 

“È nello spazio tra le note che la musica respira e trova il suo significato più profondo.”

Tord Gustavsen

Con il bassista Harald Johnsen (scomparso prematuramente nel 2011) e il batterista Jarle VespestadGustavsen ha creato un linguaggio fatto di sussurri sonori, di dinamiche controllate, di tensioni che si risolvono con pazienza zen. Ascoltando brani come “The Ground” o “Being There”, è impossibile non percepire una connessione spirituale con certa produzione dell’E.S.T., soprattutto quella più riflessiva di album come “Seven Days of Falling”.

Due approcci, una stessa radice

Ciò che accomuna Eriksen e Gustavsen, oltre all’evidente influenza di Svensson, è un approccio tipicamente nordico al jazz: quella capacità di creare spazi sonori ampi, di evocare paesaggi, di lasciare che la musica si sviluppi organicamente senza forzature.

Entrambi rappresentano quella che il critico Stuart Nicholson ha definito “glocalization” del jazz: un processo in cui musicisti di diverse aree geografiche assimilano la tradizione jazzistica americana per poi reinterpretarla attraverso la propria sensibilità culturale. Nel caso dei pianisti nordici, questo si traduce in un’attenzione particolare al folk scandinavo, alla musica classica europea e, nel caso di Gustavsen, alla tradizione liturgica.

Ma c’è una differenza fondamentale tra i due: mentre Eriksen sembra più interessato alla narrazione melodica, alla costruzione di brani che abbiano una struttura chiara e riconoscibile, Gustavsen è più attratto dall’esplorazione timbrica, dalla ricerca di sonorità che sfumino i confini tra composizione e improvvisazione.

Oltre l’imitazione: trovare la propria voce

Sarebbe riduttivo, però, considerare Eriksen e Gustavsen come semplici epigoni di Svensson. Entrambi hanno sviluppato un linguaggio distintivo che, pur riconoscendo il debito verso l’E.S.T., ha saputo evolversi in direzioni originali.

Eriksen, con album come “Never Ending January” (2015) e “Perfectly Unhappy” (2018), ha affinato un approccio sempre più essenziale, dove la melodia diventa il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto il resto. La sua è una musica che non ha paura di essere accessibile, che cerca la comunicazione diretta con l’ascoltatore.

Gustavsen, dal canto suo, ha ampliato progressivamente la sua tavolozza sonora, introducendo elementi elettronici e collaborando con musicisti di diverse tradizioni, come nel recente “The Other Side” (2018), dove il suo pianoforte dialoga con l’elettronica sottile.

L’eredità che continua

Una sera, durante un concerto di Gustavsen al Blue Note di Milano, mi ritrovai a chiudere gli occhi durante l’esecuzione di “The Gaze”. Per un istante, ebbi la sensazione che Svensson fosse ancora lì, da qualche parte, che il suo spirito continuasse a vivere attraverso quelle note sospese, quei silenzi eloquenti, quella capacità di trasformare il pianoforte in un veicolo di emozioni pure. Avevo già smesso di lavorare in radio e quindi ero a vedere quel concerto in forma privata.

Ed è forse questo il lascito più importante di E.S.T.: aver aperto una strada che altri hanno potuto percorrere, aver dimostrato che il jazz europeo poteva trovare una voce autentica, libera dai dogmi della tradizione americana.

Eriksen e Gustavsen, con le loro differenze stilistiche e concettuali, rappresentano due possibili evoluzioni di quella rivoluzione gentile iniziata da Svensson. Non sono imitatori, ma continuatori di un discorso interrotto troppo presto, musicisti che hanno saputo raccogliere un testimone prezioso per portarlo in territori ancora inesplorati.

E mentre li ascolto, non posso fare a meno di pensare che, da qualche parte, Esbjörn stia sorridendo, soddisfatto di vedere come i semi che ha piantato continuino a dare frutti così ricchi e diversi.

Skandi jazz: quando il Nord Europa reinventa le Blue Notes

Jazz club oslo, made with chat gpt

Tempo di lettura: 15 minuti

Immagina di alzare il bicchiere in un brindisi sussurrato: “Skål”, dici agli amici. Intorno a te, il calore dell’estate si fonde con la brezza sottile che arriva da lontano. In cuffia, o in sottofondo, parte un brano di jazz scandinavo, quello che gli appassionati come me chiamano anche “Skandi Jazz” e in un attimo sei trasportato tra fiordi silenziosi e cieli che non finiscono mai.


Il fascino nordico delle “Blue Notes”

C’è qualcosa di unico in questi suoni. È come se la musica sapesse raccontare le luci soffuse di un tramonto artico, il fruscio del vento tra le betulle e il profumo salmastro dell’oceano che accarezza le coste norvegesi. È un jazz che non cerca di stupire con virtuosismi, ma ti invita a chiudere gli occhi e a lasciarti trasportare dalle atmosfere evocative che suscita.

Ascoltando questi brani, è facile immaginare una piccola barca che scivola lenta su un fiordo, o una camminata solitaria tra rocce coperte di muschio. Ogni nota sembra un riflesso dell’acqua, un’eco che si perde tra le montagne.


Il “Nordic Tone”: il silenzio che canta al cuore

I critici lo chiamano “Nordic Tone”, ma è più di un suono: è un respiro. È il silenzio che diventa musica. Qui, gli strumenti parlano piano, come se non volessero disturbare la quiete ma solo accompagnarla. È un jazz che lascia spazio all’immaginazione, che non dice tutto, ma lascia intendere molto.

Pensa alla prima volta che hai sentito “Khmer” di Nils Petter Molvær.

Quelle note di tromba, sospese tra elettronica e malinconia, sembrano nebbia che si dissolve lentamente. È musica che non si limita a suonare: dipinge paesaggi, racconta storie di solitudini e incontri.


Le radici: il jazz anni ’50, Stoccolma e la svolta europea

A metà degli anni ’50, Stoccolma diviene tappa obbligata per i grandi del jazz americano, primo fra tutti Miles Davis con il suo Quintet. Non dimentichiamoci, nel suo gruppo, oltre agli “altri”, c’è anche John Coltrane e nel Sestetto si unisce Julian “Cannonball” Adderley. Qui, tournée storiche del quintetto – tra cui concerti del 1960 e 1967 – segnano una svolta per la scena locale: ascoltare il “Birth of the Cool” dal vivo fu un’esperienza rivoluzionaria per i jazzisti scandinavi.

Nel 1960, Davis e Coltrane registrano al Konserthuset brani come “’Round Midnight”, testimoniando le potenzialità del quintetto di ridefinire il groove del jazz internazionale. Nel 1967–69, la band – con Hancock, Shorter, Holland, Williams – porta a Stoccolma sonorità psichedeliche, lanciate verso la fusion e l’avanguardia post- “Bitches Brew”.

Queste tournée dimostrano che il jazz non è solo improvvisazione: era un linguaggio vivo, capace di dialogare con gli artisti scandinavi. Dopo quei concerti, nascono nuove tradizioni: la scansione lenta delle note, l’uso del silenzio, la combinazione di melodie folk con strutture modali e colori, tracce presenti nel jazz nordico odierno.


Lo shimmer del “Nordic Tone”

Il risultato di quell’influenza storica? Un approccio musicale in cui ogni spazio, ogni pausa ha un significato. Non c’è fretta, non c’è impeto fine a sé stesso. C’è solo il colore delle note, sospese come iceberg sotto un cielo che cambia in continuazione.


Il quintetto di Miles Davis degli anni ’50 pianta il seme

Il quintetto modale di Miles Davis e Coltrane passa il testimone a una generazione di musicisti scandinavi, portando con sé l’eleganza del cool jazz, il rigore degli arrangiamenti e l’audacia dell’improvvisazione. Da Stoccolma, questa corrente musicale si diffonde in Svezia, Norvegia e Danimarca, portando al formarsi di scuole jazzistiche raffinate, all’attenzione da parte del pubblico e all’emergere di voci proprie, capaci di restituire il jazz in una dimensione nuova, nordica e contemplativa.


L’eredità: l’eco di Miles nei fiordi

Oggi, quando ascoltate Tord Gustavsen, Jan Garbarek o Esbjörn Svensson, state raccogliendo l’eredità di quei concerti mitici. Quel modo di “prendersi tempo”, di far parlare lo strumento senza sovrapporsi, viene direttamente da quegli esordi. Il silenzio e il filtro emotivo che caratterizzano lo Skandi Jazz sono figli di quella rivoluzione europea del jazz.


Dal cool jazz delle tournée di Miles Davis alla rivoluzione scandinava

Durante gli anni ’50 e ’60, Stoccolma e Oslo diventano palcoscenici fondamentali per la diffusione del jazz. La tournée di Miles Davis e il suo quintetto – con John Coltrane, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb – giunge al Konserthuset di Stoccolma il 22 marzo 1960, pochi mesi dopo l’uscita di Kind of Blue. Quel concerto – registrato per la radio svedese – offre ai musicisti locali l’ascolto dal vivo di una svolta modale, un linguaggio musicale che mescola silenzi, colori nuovi e una scansione ritmica che sarebbe poi diventata fonte d’ispirazione per la scena nordica.

Il 31 ottobre 1967, il secondo “Second Great Quintet” – con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams – torna a Stoccolma, registrando brani come “Footprints”, “’Round Midnight” e “Agitation”, sempre al Konserthuset.

Questa doppia esperienza – tra acustico e psichedelico, fra modale e fusion – dimostra quanto il jazz potesse evolvere, pur mantenendo un minimo sorriso nel silenzio, e innesca una risonanza nelle menti creative scandinave.


Festival e innovazione a Oslo

Anche Oslo gioca un ruolo cruciale. Nel primo dopoguerra, club come il Grand Hotel e l’Hotel Bristol ospitano big band e pionieri del jazz, da Coleman Hawkins nel 1935 a Django Reinhardt negli anni ’30. Dopo la guerra, città come Oslo e Stoccolma divengono crocevia per musicisti americani come Quincy Jones, Don Cherry e Ornette Coleman. Il Cosmopolite Scene, nato negli anni ’90 a Majorstua e poi spostato nel 2008 al club Soria Moria, riunisce generazioni di artisti nordici e internazionali, diventando un centro di sperimentazione, world music e jazz moderno, un crocevia vivo tra radici e avanguardia

cosmopolite.no


L’eredità nordica del jazz

Quegli storici concerti a Stoccolma e Oslo lasciano un segno indelebile. I musicisti scandinavi comprendono che il jazz poteva non limitarsi a esibizioni virtuosistiche: poteva essere contemplazione, dialogo con le proprie radici, sintesi di folk, elettronica, minimalismo. Quello spirito dà origine a quella luce sospesa che oggi chiamiamo Nordic Tone.


I pionieri e le nuove voci

Il grande maestro dello “Skandi Jazz” è Jan Garbarek, con il suo sax, che è come il canto di un gabbiano che si perde nel vento. L’intuizione è ovviamente di Manfred Eicher che lo porta alla sua ECM di Monaco di Baviera, una casa di produzione discografica che gioca un ruolo centrale nella diffusione del Nordic Tone scandinavo in tutto il mondo. Ma questa musica è viva, sempre in movimento, come l’acqua che scorre lenta sotto i ponti di legno norvegesi.

Do qualche consiglio:

  • Tord Gustavsen e il suo piano che sa di rugiada mattutina.
  • Mathias Eick, con la tromba che evoca l’eco dei monti.
  • Bobo Stenson, le sue dita che accarezzano i tasti come neve fresca.
  • Esbjörn Svensson Trio (E.S.T.), che ha trasformato il piano jazz in un orizzonte infinito.

Sono voci che si mescolano come il vento tra i pini, creando un linguaggio musicale unico e inconfondibile.


Perché ascoltare Skandi Jazz?

A volte la vita è troppo piena di parole, di rumori. In quelle serate calde, con una birra ghiacciata tra le mani e i tuoi amici intorno, lo “Skandi Jazz” è la colonna sonora perfetta. Non ti assale, non chiede nulla: ti accoglie con dolcezza e ti accompagna piano, come un vecchio amico che ti conosce da sempre.

Anche chi di solito storce il naso davanti al jazz si ritrova rapito. C’è qualcosa di ipnotico in queste melodie: sembrano semplici, ma sotto la superficie si nasconde una profondità che ti invita a tornare, ancora e ancora.


Tord Gustavsen

Nato a Oslo nel 1970 e cresciuto tra le atmosfere della chiesa e del gospel rurale, Tord Gustavsen ha sviluppato una poetica musicale che riprende l’essenziale dei suoni nordici e li arricchisce di introspezione, atmosfera spirituale e grande sensibilità espressiva. Dopo gli studi in psicologia all’Università di Oslo e in jazz al Conservatorio di Trondheim (1993–1996), ha proseguito con un dottorato in musicologia, approfondendo il tema del paradosso dell’improvvisazione tra teoria e sentimento.

La sua musica trae forza dalla semplicità, da uno spazio sonoro che respira, intessuto di meme religiosi e armonie familiari. Ogni brano sembra un piccolo esercizio di meditazione: le note non riempiono, ma dialogano con il silenzio. Gustavsen ha saputo trasformare l’essere nordico in narrazione musicale, facendo del pianoforte un cantore silenzioso di emozioni. Un’eredità che continua a influenzare il jazz europeo e a rendere lo “Skandi jazz” un luogo sonoro dove il tempo si dilata e il cuore ritrova calma.

Non so se possa interessarvi o meno, ma da tre anni a questa parte Tord Gustavsen è l’artista che ascolto di più su Spotify, cosa che mi viene notificata ogni anno con l’ormai celeberrimo rito dello Spotify Wrapped!


Espen Eriksen

Il pianista Espen Eriksen, nato a Haugesund nel 1974, guida l’omonimo trio dal 2007. La sua musica unisce il minimalismo meditativo — simile a quello di Tord  Gustavsen — a una sensibilità intimista, costruendo melodie che sembrano carezze sull’acqua. Cinque album con Rune Grammofon hanno consolidato il suo stile lirico e contemplativo.

In un concerto estivo, potresti chiudere gli occhi e sentire l’eco dell’acqua placida tra le montagne: le dita di Eriksen pettinano l’aria, Jenset ne scandisce il flusso, Bye lo accarezza con ritmicità che pare un respiro. La loro musica cresce lentamente, come il sorgere del sole artico, infondendo alla stanza calma, luce e presenza perfetta per uno “Skål” silenzioso davanti a una birra fresca.

Ascolta questo album e mi ringrazierai


Rebekka Bakken

Voce quasi ipnotica e versatile, Rebekka Bakken (nata il 4 aprile 1970) mescola jazz, folk e pop con un’estensione vocale che spazia su tre ottave. Nei suoi album reinterpretati, come Always On My Mind (2023), trasforma pezzi classici in paesaggi sonori emotivi, accendendo la sua autenticità scandinava. Voce calda, suadente e affascinante. Donna bellissima, ha avuto anche problemi di alcool, risolti, e l’ascolto sempre volentieri. Di lei ti consiglio questo album, “The Art of How to Fall”, un titolo molto emblematico dei problemi che ha avuto e un’esortazione alla resilienza.

Già dalle esperienze in gruppi scolastici e soul-rock fino al trasferimento a New York negli anni Novanta, Bakken ha affinato uno stile personale fatto di sfumature emotive e interpretazioni intense. Album recenti come Always on My Mind (2023) e Little Drop of Poison mostrano la sua capacità di reinventarsi, gratificando i classici con sincerità e vivacità, pur restando intimamente vicina al pubblico. La poesia delle sue interpretazioni – a volte sussurrata, a volte arrabbiata, sempre autentica – ricorda le luci che danzano sull’acqua del fiordo al tramonto. Ti sembra di sentire il vento – quando le sue parole vibrano negli accordi – e, sollevando il bicchiere, ti perdi in quell’eco nordico e intima, personale.


Sidsel Endresen

Una voce sperimentale e libera, Sidsel Endresen (1952) è pioniera del jazz vocale nordico. La sua traiettoria spazia dal folk alla sperimentazione elettronica, creando un linguaggio universale e senza confini. La si ascolta ancora oggi con gran devozione, come si può guardare una bella auto alla Mille Miglia. Di lei ascolta questo album.


Silje Nergaard

Silje Nergaard (nata il 19 giugno 1966) è la voce jazz norvegese di maggiore successo commerciale: At First Light (2001) è stato l’album jazz più venduto in Norvegia. Le sue collaborazioni includono Pat Metheny, John Scofield e la Metropole Orchestra. La seguo su Instagram, ogni tanto l’ho esortata a scendere in Italia, ma è spesso in concerto in Germania, dove lo Skandi Jazz è molto apprezzato nei clubs.


Viktoria Tolstoy

Cantante svedese di origini russe (nata il 29 luglio 1974), si è fatta conoscere prima nel pop e poi nel crossover jazz. Ha collaborato con Esbjörn Svensson su White Russian (Blue Note, 1997), fondendo eleganza lirica a radici classiche.


Till  Brönner

Anche se tedesco, Till  Brönner (nato il 6 maggio 1971) è considerato il “Chet Baker del Nord”: la sua tromba e voce mescolano jazz contemporaneo, fusion e pop. Cresciuto tra Roma e Colonia, ha brillato per eleganza e sensibilità melodica. Negli anni ha saputo fondere sonorità anche hip hop al jazz e ha mescolato con sapienza i nuovi suoni provenienti dal Nord Europa, con quelli del mix musicale presente in Germania e rappresentato dal movimento della rivista Jazzthing.


Retrospettiva: Esbjörn Svensson (1964 2008)

Fondatore dell’Esbjörn Svensson Trio (E.S.T.), nato il 16 aprile 1964, Esbjörn ha rivoluzionato il jazz europeo. Il trio, fondato nel 1993, combinava jazz, rock ed elettronica ed è stato l’unica band europea ad apparire in copertina su Down Beat. Il linguaggio del suo Trio ha fuso rock, elettronica, improvvisazione, trasformando il trio in scultori del suono. Nel cuore di una serata estiva, il ricordo di e.s.t. può apparire come un’ombra confortante, un suono che continua a echeggiare come l’acqua calma dei fiordi dopo che il sole si è ritirato.

La sua morte, per un tragico incidente di immersione il 14 giugno 2008 nell’arcipelago di Stoccolma, segna la fine prematura di una leggenda: aveva 44 anni. L’eredità di E.S.T. continua con l’E.S.T. Symphony, che reinventa le composizioni in versione orchestrale. Il postumo album 301, registrato nel 2008, ha aggiunto significative gemme alla sua eredità.

Del Trio non posso non consigliare il loro album della tournée del 2003, che vi linko sotto, Strange Place for Snow, uscito alla fine del 2002, quando vennero a Bologna all’appena rinato Bologna Jazz Festival. C’ero anche io, come redattore musicale accreditato, perché lavoravo a Radio Città Fujiko, dove per anni ho condotto un programma di musica jazz, molto seguito in città, che si chiamava “Somethin’ Else” (dal 1999 al 2003). Ho conosciuto e intervistato il Trio in una serata che non scorderò mai (era fine marzo 2003) e dopo il concerto siamo anche andati in Cantina Bentivoglio a bere a una birra e ad ascoltare nientemeno che Mulgrew Miller che suonava con NHØP!!! Una serata indimenticabile! Penso anche che sia arrivato il momento di condividere quella intervista, lo farò presto!


Special Mention: Dulcis in fundo ➡️ Niels-Henning Ørsted Pedersen (NHØP) 🎻

Tra i giganti che hanno definito il suono del jazz europeo, Niels-Henning Ørsted Pedersen (1946–2005), conosciuto affettuosamente come NHØP, spicca per la sua maestria assoluta al contrabbasso. Nato a Osted, in Danimarca, Pedersen iniziò a suonare in giovane età e a soli 15 anni divenne membro fisso al leggendario Jazzhus Montmartre di Copenaghen, dove accompagnò mostri sacri come Dexter Gordon, Ben Webster e Sonny Rollins. Dotato di una tecnica straordinaria e di un suono caldo e rotondo, NHØP portava la potenza ritmica e melodica del contrabbasso a un livello raro, capace di farsi voce solista e di creare un dialogo fluido con ogni strumento accanto a lui.

Pedersen era noto per la sua velocità impressionante e la capacità di “cantare” attraverso le corde: ascoltarlo in brani come Cheryl o in registrazioni con Oscar Peterson (con cui suonò a lungo) è come vedere l’acqua scorrere veloce tra le rocce di un fiordo norvegese, potente e inarrestabile ma sempre elegante. Le collaborazioni con artisti come Joe Pass e Philip Catherine rivelano la sua versatilità: dal be-bop incalzante alle ballate più sussurrate, NHØP portava sempre un tocco di classe e intensità lirica, unendo virtuosismo e rispetto profondo per la musica.

Il suo contributo al jazz scandinavo – e mondiale – è indelebile: nelle sue note, la tradizione americana del contrabbasso si fondeva con un senso nordico di spazio e poesia. Ogni esibizione era un invito ad ascoltare in profondità, a lasciarsi cullare da linee di basso che non erano solo accompagnamento, ma vere e proprie melodie in movimento. NHØP è un punto fermo nel panorama del jazz europeo, un faro che continua a ispirare contrabbassisti e ascoltatori.

NHØP ha rivoluzionato la tecnica del contrabbasso, rendendo uno strumento apparentemente poco agile in qualcosa di incredibilmente virtuosistico.

La sua tecnica a tre dita (invece delle tradizionali due) gli permetteva di eseguire passaggi di straordinaria complessità con una velocità e precisione sorprendenti. I suoi assoli erano famosi per la loro brillantezza tecnica e musicalità. Di lui non ti suggerisco nulla: vai su Spotify, tuffati nella sua musica e ascolta tutto. E non dimenticarti di metterlo in loop!


Una serata “Skandi Jazz”

Jazz club nyc, made with chat gpt
Jazz Club, Made with Chat GPT

Ognuno di questi artisti porta una sfumatura unica: la delicatezza sonora di Eriksen, l’anima camaleontica di Bakken, l’avanguardia vocale di Endresen, il calore melodico di Nergaard, la lirica grazia di Tolstoy, l’eleganza dorata di Brönner e l’eredità visionaria di Svensson. Le loro note modellano una narrativa musicale che evoca fiordi silenziosi, luce incerta, intimità e respiro profondo.


La mia playlist “Skandi Jazz”: un brindisi al grande nord

Per condividere questa magia, ho creato la playlist “Skandi Jazz” su Pistakkio Music. Non è solo una sequenza di canzoni, ma un viaggio. Dal piano velato di malinconia di Tord Gustavsen all’elettronica sognante di Bugge Wesseltoft, dai sussurri di Arve Henriksen alle trame cinematiche di Daniel Herskedal.

Ogni brano è come un sorso di birra ghiacciata: fresco, avvolgente, perfetto per accompagnare una conversazione lenta sotto le stelle o un momento tutto tuo.


Retrospettiva su Pistakkio Music

Il profilo Pistakkio Music su Spotify è diventato una piccola oasi musicale per gli amanti del jazz raffinato. Aperto a chi cerca qualcosa di più autentico e contemplativo, ha raccolto:

  • Cura raffinata: playlist pensate per serate intime, pomeriggi rilassanti o momenti creativi.
  • Scoperta continua: artisti emergenti e gemme nascoste condivise con passione.
  • Interazione con la community: commenti, like e condivisioni che hanno trasformato il profilo in un punto di incontro per spiriti affini, unendo ascoltatori in un’unica esperienza musicale.

Seguire Pistakkio Music significa entrare in un rituale musicale: un viaggio che si arricchisce di settimana in settimana, tra rimandi emotivi e nuove sonorità.


Unisciti a me su Pistakkio Music

Navigare nel mondo del jazz può essere difficile. Ecco perché passo ore a esplorare, a cercare quelle gemme nascoste che forse non incontreresti mai. Le mie playlist sono il risultato di questa ricerca. Curate, aggiornate, pensate per portarti in un viaggio che non sai ancora di voler fare.

Segui il profilo Pistakkio Music su Spotify, entra in questo mondo fatto di note e silenzi. Forse, insieme, scopriremo il brano giusto per la tua prossima serata tra amici o per un momento di pausa tutta tua.

Image
Skandi jazz: quando il nord europa reinventa le blue notes 10

Oggi mi girano le scatole. E allora: Let There Be The Music…

Let there be the music, jazz music

C‘hai presente quei giorni che ti girano? Eh, beh, capita a tutti. Allora ho preparato una bella playlist che se proprio non riuscirà a farti passare i giramenti, quantomeno li allevierà, grazie all’enorme potere terapeutico della musica.

Ah, quanto sarebbe migliore il mondo, se anche i politici ascoltassero più musica, di quella buona, di Qualità. Facciamo ascoltare un po’ di questa musica a chi ha tanta cattiveria dentro, senza far nomi. Tanto si sa di chi si parla, inizia per P e finisce per N e ha cinque lettere…

Buon ascolto! E non dimenticate di iscrivervi alle playlist che ho condiviso su Spotify!