Maracanã Firenze: quattro mesi da batterista nelle notti brasiliane di via Faenza

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Il Maracanã era in via Faenza, a Firenze, accanto a un albergo che esiste ancora.

Questa è la prima cosa da dire, prima che il ricordo diventi troppo morbido e si metta addosso quella patina un po’ furba delle cose “leggendarie”. Perché i luoghi che non ci sono più, se li lasci fare, tendono a trasformarsi in cartoline. E invece il Maracanã non era una cartolina. Era un locale. Un locale vero, fisico, serale, rumoroso, pieno di gente, strumenti, bicchieri, fumo, sudore, sorrisi, ritardi, cavi, amplificatori, percussioni e corpi che entravano nella notte con molta più energia di quanta ne avessero all’uscita.

Siamo nei pieni anni Novanta. Direi inizio 1994. Non metterei la mano sul fuoco sulla data esatta, perché la memoria ha un suo archivio interno, ma non sempre ha il protocollo ISO ben compilato. Però il periodo è quello, anche perché nel 1994 il Brasile vinse i mondiali di calcio, dopo il famoso rigore di Baggio, e mi sarei sicuramente ricordato dei festeggiamenti a oltranza in pieno stile Torcida do Brasil. Quindi era prima della vittoria del campionato del mondo di calcio.

Firenze era ancora una città notturna diversa, meno levigata, meno controllata, più istintiva. In certi locali si entrava senza quella sensazione contemporanea di essere già dentro un format. Si entrava e basta. Poi succedeva qualcosa.

Nel mio caso, quel qualcosa fu ritrovarmi alla batteria nel gruppo brasiliano che suonava tutte le sere al Maracanã.

Non era un progetto artistico da raccontare con la voce impostata. Non era “la grande occasione” e non era nemmeno il primo capitolo di una carriera mancata, categoria narrativa che lascio volentieri ad altri. Fu una cosa più concreta e, per questo, più interessante: qualcuno conosceva qualcuno, serviva un batterista, io suonavo, accettai. Punto.

Il gruppo era guidato da Gil Badaró, chitarrista e cantante di Bahia, presenza centrale di quella piccola macchina musicale brasiliana trapiantata nel centro di Firenze. C’erano basso, percussioni, voce, ritmo, capoeira e un pubblico che arrivava cercando Brasile, festa, un ottimo ristorante churrascaria musica dal vivo, forse anche un’idea di altrove. Io ero lì dietro, seduto alla batteria, con il compito molto semplice e molto pericoloso di tutti i batteristi: tenere insieme il tempo senza far vedere troppo lo sforzo.

La batteria, del resto, non è uno strumento sentimentale. Può diventarlo dopo, quando ci ripensi. Mentre suoni è una faccenda di polsi, schiena, orecchio, respiro e disciplina. Se sbagli, non lo nascondi sotto un aggettivo. Se acceleri troppo, il pezzo se ne accorge. Se ti siedi, il pezzo si siede con te e s’ammoscia tutto.

Per circa quattro mesi, da febbraio fino a maggio o giugno, quella fu la mia routine notturna: arrivare a Firenze, salire sul palco, suonare, attraversare samba, bossa nova, pezzi più festosi, pause, capoeira, applausi, sigarette accese ovunque, poi rientrare quando la città cominciava ad avere quell’aria strana delle ore piccole, quando non sai più bene se è ancora notte o se è già il mattino che sta facendo le prove tecniche.

Non fu una parentesi triste. Non fu nemmeno una parentesi da rimpiangere.

Fu una parentesi vera.

Una batteria dentro un locale brasiliano

Il Maracanã aveva una sua grammatica.

Non era solo un locale dove si mangiava, si beveva e ogni tanto qualcuno saliva su un palco. Era costruito intorno a un’idea precisa di serata: musica brasiliana dal vivo, ritmo continuo, movimento, pubblico vicino, capoeira come momento centrale e una sensazione di festa che non veniva annunciata, ma prodotta fisicamente, sera dopo sera. Inoltre, le ragazze che servivano erano vestite con i completi delle squadre di calcio brasiliane, per cui una sera speravi che ti servisse la cameriera con la maglia del Botafogo e la sera dopo ti avvicinavi al settore dove serviva la ragazza col completo del Palmeiras. Non so se le ragazze le scegliessero col book, ma di sicuro non era facile trovare posto al tavolo, anche infrasettimana.

Il gruppo era guidato da Gil Badaró, chitarrista e cantante. Era lui il riferimento musicale, la figura intorno alla quale si teneva insieme tutto il resto. Non ricordo ogni dettaglio con precisione notarile, ma ricordo bene la struttura: chitarra e voce, basso elettrico, percussioni, batteria. Una piccola architettura sonora in cui ognuno aveva una funzione, e nessuno poteva permettersi di stare troppo per conto proprio.

Suonare la batteria in un gruppo brasiliano, se non sei nato dentro quella lingua ritmica, è un esercizio di umiltà.

Non basta “andare a tempo”. Quello è il minimo sindacale, il cartellino timbrato. Devi capire dove appoggiarti, dove lasciare spazio alle percussioni, quando tenere il pezzo dritto e quando assecondare una spinta più elastica: il 3 nel 4, sapere dove stare dentro al 4 assecondando “i terzinati” dei percussionisti. La batteria, in quel contesto, non doveva colonizzare il ritmo. Doveva servirlo. Doveva stare dentro una trama già viva, senza mettersi il cappello da comandante. E così facevo.

Questa cosa, a vent’anni, non la spieghi con grandi teorie. La impari suonando. La impari sbagliando qualcosa, correggendoti, ascoltando il basso, guardando il cantante, sentendo i percussionisti che ti girano intorno come se avessero un metronomo interno più antico del tuo.

Poi arrivava la capoeira.

A un certo punto della serata, il palco e la sala cambiavano assetto. Per venti, trenta minuti, la musica diventava corpo in senso letterale. I capoeiristi entravano nello spazio con quella miscela difficile da descrivere di danza, lotta, gioco, acrobazia e controllo. Il pubblico li guardava con la stessa attenzione con cui si guarda qualcosa che sembra spontaneo, ma che in realtà è pieno di disciplina.

Anche lì, come nella musica, la libertà era possibile solo perché sotto c’era una struttura.

Se il pubblico maschile frequentava il Maracanã per scegliere da chi farsi servire, quello femminile non era da meno nel venire a vedere i ballerini della capoeira, che, manco a dirlo, avevano dei fisici atletici e statuari.

Ma torniamo alla musica. Questa è una cosa che ho capito meglio dopo, forse anche grazie al jazz: l’improvvisazione funziona solo se la struttura tiene. Al Maracanã lo vedevi tutte le sere, senza bisogno di chiamarla teoria. Bastava stare seduti alla batteria e non perdere il pezzo.

Il pubblico veniva per divertirsi, certo. Ma non era solo intrattenimento, almeno non nel senso piatto con cui oggi usiamo spesso questa parola. C’era una qualità fisica della serata che oggi è più rara: la musica era lì, suonata da persone reali, con errori possibili, sudore vero, tempi da tenere e strumenti da accordare. Non era sottofondo. Non era playlist. Non era ambiente.

Era lavoro vivo. E la band era composta, se non ricordo male, da 8 o 9 persone, quindi l’intrattenimento era in stile “spettacolo da nave da crociera”. Il DJ arrivava dopo lo spettacolo, ma non c’erano le playlist, non c’era Spotify, si usavano ancora i vinili coi piatti Technics SL-1200.

E sì, era anche un lavoro pagato bene. Questo va detto senza pudore e senza mitologia. Non stavo facendo il bohémien romantico in cerca di destino. Stavo suonando tutte le sere in un locale molto frequentato, dentro un gruppo vero, con un pubblico vero e un compenso vero. Per uno studente, non era una cosa da poco.

Anche per questo l’esperienza non si può liquidare come parentesi curiosa. Era bella, intensa e concreta. Aveva dentro il piacere della musica, ma anche la serietà di un impegno ripetuto. Quando sali sul palco ogni sera, la poesia eventualmente arriva dopo. Prima devi esserci, tenere, ascoltare, non intralciare, portare a casa il pezzo.

Montecatini, Daniele e una botta di fortuna

La mia storia con il Maracanã non cominciò a Firenze.

Cominciò a Montecatini Terme, che è una cosa abbastanza normale, se uno viene da lì: molte strade sembrano partire altrove, ma poi, scavando un po’, scopri che il primo contatto, il primo passaggio, la prima telefonata o la prima coincidenza avevano comunque un piede in Valdinievole.

In questo caso il piede si chiamava Daniele.

Daniele era un amico delle scuole medie, appassionato di cultura brasiliana. Non uno di quelli che “amano il Brasile” perché hanno visto due colori accesi e sentito una compilation estiva. Lui aveva un interesse più vero, più fisico, più frequentato. Conosceva quell’ambiente, era già stato svariate volte in Brasile, parlava portoghese brasiliano, conosceva persone, sapeva dove andare. E soprattutto conosceva Gil Badaró, o comunque aveva il contatto giusto per arrivare a lui.

Io suonavo la batteria.

Detta così sembra una frase semplice. In realtà, a quell’età, “suonare la batteria” voleva dire molte cose insieme: avere uno strumento ingombrante, avere abbastanza incoscienza da dire sì, avere l’orecchio formato su cose diverse, non sentirsi mai davvero pronto, ma sentirsi comunque abbastanza pronto da provarci.

La batteria è uno strumento che t’insegna presto una certa forma di realtà. Occupa spazio. Fa rumore. Non si nasconde. Se devi portarla da qualche parte, te ne accorgi.

Daniele mi parlò del locale, del gruppo, della possibilità di suonare. Io andai.

Non ci fu una grande scena madre. Nessun provino da film, nessuna epifania con il controluce, nessun “da quel momento la mia vita cambiò per sempre”. Per fortuna. Le cose vere, spesso, hanno meno regia. Succedono perché qualcuno dice una frase, qualcun altro risponde “vediamo”, fai una serata di prova, vedi i sorrisi degli altri membri del gruppo mentre si suona 😊 e poi ti ritrovi in un posto dove fino al giorno prima non era previsto che tu fossi.

Ero uno studente, con gli studi da portare avanti e una vita che non aveva ancora deciso quale forma prendere. La musica c’era, certo. C’era già da prima. Ma non era incasellata dentro un progetto professionale chiaro. Era passione, competenza parziale, esercizio, desiderio, istinto, ore passate a suonare. Tutto quello che serve per dire sì a una situazione più grande di te senza pensarci troppo, ma non abbastanza per credere che quella situazione ti debba qualcosa.

La botta di fortuna fu questa: entrare in un gruppo già vivo.

Non partire da zero. Non mettere insieme quattro amici in una sala prove umida, con il chitarrista che vuole fare una cosa, il bassista un’altra e il batterista che, come da tradizione, viene accusato di suonare troppo forte anche quando respira. Qui c’era già un contesto. C’era un locale. C’era un pubblico. C’erano serate vere. C’era un leader musicale. C’era una macchina che funzionava e che aveva bisogno di un elemento in più. E poi c’era la paga settimanale che era tanta roba. Sull’unghia.

Io diventai quell’elemento in più del gruppo. E percepii subito la stima di tutti. Insomma, un po’ di coração do Brasil c’era anche in me.

Per circa quattro mesi entrai in quella routine. Non so dire se fosse proprio tutte le sere o quasi tutte e non voglio nobilitare la memoria con precisioni inventate. Forse il lunedì era giorno di chiusura, forse no. Di sicuro il ritmo era intenso. Troppo intenso per essere raccontato come una semplice avventura giovanile, abbastanza intenso da diventare lavoro.

Questa è una distinzione importante.

Una cosa può essere bella e faticosa insieme. Può essere fortunata e impegnativa. Può sembrare, da fuori, una parentesi colorata, e invece, da dentro, essere fatta di orari, responsabilità, presenza, resistenza fisica, pagamenti, rientri tardi e studio da non mollare.

Io non entrai al Maracanã come personaggio romantico. Ci entrai come ragazzo che sapeva suonare abbastanza da reggere quel palco, che aveva avuto il contatto giusto al momento giusto e che, una volta dentro, doveva fare il suo mestiere.

La fortuna apre una porta.

Poi, però, se c’è una batteria sul palco, devi sederti e andare a tempo.

Le sere al Maracanã non finivano presto

Le sere al Maracanã non finivano presto.

Questa è una frase semplice, ma dentro ci sta quasi tutto. Perché una cosa è dire: “suonavo in un locale brasiliano a Firenze”. Un’altra è ricordarsi che si cominciava tardi, si finiva ancora più tardi e quando rientravi a casa non eri dentro una scena romantica: eri dentro la stanchezza.

Le serate partivano intorno alle undici. A quell’ora, in un locale come il Maracanã, la notte non era già iniziata: stava solo prendendo il passo. La gente arrivava, parlava, beveva, aspettava che la musica entrasse davvero nella stanza. Gli strumenti erano lì, il palco era pronto, l’aria cominciava a scaldarsi. Non c’era bisogno di molta teoria. Bastava sedersi dietro la batteria e capire che da quel momento il tempo non era più tuo.

Il batterista ha questo piccolo privilegio scomodo: sta dietro, ma regge una parte del pavimento.

Non è davanti come il cantante. Non ha il fascino mobile della chitarra. Non dialoga con il pubblico nello stesso modo. Però se il tempo non tiene, tutto diventa più fragile. In un gruppo brasiliano questa cosa si sente ancora di più, perché il ritmo non è una linea retta. È una trama. Si muove, respira, spinge, torna indietro, apre spazi alle percussioni, si allarga nella capoeira, poi deve rientrare nei pezzi senza perdere consistenza.

Ogni sera bisognava stare lì.

Non “sentire l’atmosfera”, come si direbbe oggi in un post con troppe parole morbide. Bisognava suonare. Entrare nei brani, ascoltare il basso, non coprire le percussioni, tenere il volume dove doveva stare, seguire Gil Badaró, accompagnare i cambi, arrivare alla fine con abbastanza energia per non trasformare l’ultimo pezzo in un atto amministrativo.

Il pubblico del Maracanã non stava a distanza museale. Era vicino, partecipe, rumoroso, fisico. Veniva per stare dentro una serata, non per ascoltare una conferenza sul Brasile. E questo era giusto. Un locale del genere viveva sulla prossimità: tavoli, corpi, bicchieri, applausi, conversazioni che si infilavano tra un pezzo e l’altro, persone che entravano e uscivano, quella corrente continua che solo certi locali notturni riuscivano ad avere.

A un certo punto arrivava la capoeira e la serata cambiava densità.

Non era un intermezzo decorativo. Era una specie di centro magnetico. Il pubblico guardava quei corpi cesellati col martello di Michelangelo girare, saltare, sfiorarsi, fermarsi un attimo prima dell’impatto, ripartire. C’era dentro qualcosa di antico e insieme spettacolare, ma senza l’aria finta dello spettacolo costruito per sembrare spontaneo. Era disciplina che appariva come libertà. Il genere di cosa che capisci meglio se stai suonando, perché devi accompagnarla senza irrigidirla.

Da dietro la batteria vedevo tutto con una prospettiva strana.

Non ero nel pubblico, ma non ero nemmeno completamente fuori dalla scena. Stavo dentro la macchina che produceva la serata. Sentivo il movimento della sala, vedevo i capoeiristi, tenevo d’occhio gli altri musicisti, cercavo di non perdere i segnali. Non era una condizione comoda. Però era viva. Molto viva.

E poi c’era il fumo.

Oggi sembra quasi impossibile da spiegare a chi non ha vissuto i locali prima della legge antifumo. Si fumava ovunque. Si fumava tanto. E, dopo una certa ora, si fumava di tutto. Non era un dettaglio marginale, non era una nota d’ambiente: era una sostanza della notte. Entrava nei vestiti, nei capelli, negli occhi, nei polmoni, nelle custodie degli strumenti. La mattina dopo lo ritrovavi addosso come una seconda pelle, solo più scadente.

Per molti era normale. Per me, che da adolescente avevo sofferto di asma allergica, lo era molto meno.

Sul momento tenevo. A quell’età il corpo firma contratti che poi, qualche ora dopo, prova a disconoscere. Suonavo, finivo la serata, caricavo la stanchezza (per fortuna la batteria rimaneva al suo posto, pronta per la serata successiva) e rientravo. Ma l’accumulo si sentiva. Non subito come tragedia, perché non c’è nessuna tragedia da raccontare. Piuttosto come una somma progressiva: una sera, poi un’altra, poi un’altra ancora.

Si finiva verso le tre del mattino. Poi, di solito, si rimaneva ancora lì, una caipirinha, quando non due (all’epoca non c’erano controlli anti-alcool), qualche sorriso alla ragazza col completo del Palmeiras (la mia preferita!).

Poi c’era il tempo di smontare mentalmente la serata, uscire, rientrare. A casa arrivavo anche alle quattro e mezza. A quell’ora Firenze e la strada verso casa avevano un’aria sospesa, quasi tecnica. Non era più la notte del locale, ma non era ancora il giorno. Era una fascia intermedia, fatta per chi lavora quando gli altri dormono, per chi torna troppo tardi e per chi sa che, poche ore dopo, la vita normale presenterà comunque il suo foglio presenze.

Perché il punto era anche quello.

Io non vivevo solo nel Maracanã. In teoria studiavo. In teoria 😄. Il palco era reale, ma lo era anche tutto il resto. E il resto, a un certo punto, cominciò a pesare quanto la musica.

La cosa interessante è che non ricordo quei mesi come una fatica cupa.

Li ricordo come una fatica piena, ma bella. Una di quelle esperienze in cui capisci che una cosa può piacerti davvero e, nello stesso tempo, chiederti più di quanto tu possa darle. Non per mancanza di passione. Per limiti concreti. Musica, hangover(s), orari, fumo, non-studio.

Nessun dramma.

Solo il conto preciso della realtà.

Il fumo, l’asma e l’università

Il punto debole non era la musica.

Questa è una distinzione importante, perché quando si racconta una cosa finita viene subito voglia di cercare la crepa poetica, il bivio esistenziale, la grande rinuncia. In realtà, nel mio caso, la questione era molto più semplice. La musica funzionava. Il gruppo funzionava. Il locale funzionava. Il pubblico c’era. Il compenso era buono, anzi parecchio buono, soprattutto per uno studente.

Il problema era l’aria.

O meglio: il fumo.

Oggi sembra quasi una cosa archeologica, ma nei primi anni Novanta nei locali si fumava senza tregua. Non era una trasgressione. Era l’ambiente. Le sigarette erano parte dell’arredo invisibile della notte, come i bicchieri, le sedie, le luci basse e il brusìo della sala. Se entravi in un locale, entravi anche in una nube. Se ci restavi cinque ore, quella nube te la portavi a casa.

Per uno che aveva sofferto di asma da adolescente, non era esattamente il top.

Non fu una crisi improvvisa. Non ci fu una scena drammatica da romanzo di formazione. Fu più una constatazione progressiva. Ogni sera aggiungeva qualcosa: un po’ di stanchezza, un po’ di fumo, lo studio che era andato a farsi benedire. Da fuori sembrava ancora tutto sostenibile. Da dentro, invece, la somma cominciava a non tornare.

La musica era reale, ma lo era anche tutto il resto. Anzi, proprio perché la musica era reale, andava misurata contro cose altrettanto reali.

Questa è forse la parte più adulta del ricordo, anche se allora non la chiamavo così: capire che una cosa può piacerti, può riuscirti, può persino appagarti bene in termini di soldi e tuttavia non essere sostenibile nelle condizioni date. Non perché “la vita ti porta altrove”, frase che suona bene, ma spiega poco. Più banalmente: perché dormi poco e non puoi fare finta che tutto abbia lo stesso peso. E magari torna anche l’asma.

Se la legge antifumo fosse già stata attiva, probabilmente un pensierino serio per rimanere lo avrei fatto.

Non lo dico con rimpianto. Lo dico come dato tecnico, quasi logistico. Togli il fumo da quella stanza, lasci il palco, il gruppo, il pubblico, il compenso e la musica, l’atmosfera, le amicizie e anche qualche appuntamento “galante”. Il quadro cambia. Non diventa automaticamente una carriera, non diventa destino, non diventa romanzo. Però diventa un’ipotesi più praticabile.

Ma quella legge, allora, non c’era.

E quindi il Maracanã era anche quello: ritmo brasiliano, capoeira, pubblico caldo, paga buona, notti lunghe e un’aria che per me diventava ogni sera meno negoziabile.

Alla fine lasciai.

Non con il gesto teatrale di chi chiude una porta, guardando il corridoio per vedere se qualcuno lo ferma.

Lasciai perché era la cosa più sensata da fare. La salute veniva prima. Gli studi venivano prima.

E quando due priorità così concrete si mettono davanti a una passione, la passione non sparisce. Semplicemente deve accettare di non comandare tutto. Lo dissi a Gil, lo dissi al gruppo, i ragazzi delle percussioni ci rimasero molto male. Ma capirono tutti e continuai a tornare per un’altra dozzina di volte a trovare tutti quanti, poi rientrai a Trieste, luogo dei miei studi all’Università.

Questa, a pensarci bene, è una forma di rispetto anche verso la musica.

Perché la musica non è solo desiderio. È anche tempo, corpo, presenza, continuità. Se non puoi darle quelle cose senza consumarti male, allora è meglio fermarsi prima di trasformarla in una piccola ostilità quotidiana.

Io mi fermai lì.

Quattro mesi, più o meno. Abbastanza per ricordarmelo ancora. Non abbastanza per inventarmi un passato alternativo.

Che cosa resta di quelle notti brasiliane

Di quei quattro mesi non è rimasta una carriera parallela.

Non c’è un disco perduto, non c’è un aneddoto da musicista professionista da tirare fuori alle cene, non c’è la mitologia del “potevo diventare”. E non c’erano nemmeno i selfie fatti con le dita a V. Non si faceva. Non ho nemmeno una foto di quella esperienza. Forse non ne troverete nemmeno online. E va bene così. Anzi, forse è proprio per questo che il ricordo è rimasto pulito: non ha dovuto difendere una promessa non mantenuta.

È rimasta un’esperienza. Per me e per tutti i fiorentini che l’hanno vissuta e che ancora oggi ne parlano.

Vi posso anche assicurare che di turisti non ne giravano nel locale. A parte che io lavorai lì da febbraio a giugno e non era stagione, ma anche dopo, quando andai da cliente, non c’erano le orde di turisti che oggi trovi dappertutto.

La parola sembra piccola, ma ogni tanto le parole piccole sono le uniche che non mentono. Un’esperienza è qualcosa che attraversi, che ti cambia un po’ la posizione interna e poi continua a lavorare senza bisogno di essere celebrata. Il Maracanã fu questo: una parentesi breve, intensa, fisica, concreta. Non una deviazione malinconica. Non un destino interrotto. Un pezzo di realtà.

La musica, poi, non è sparita.

Ha cambiato posto. Ha preso altre forme, altri orari, altri strumenti. Più avanti ho lavorato per anni in radio, prima a Radio Fragola a Trieste e poi a Radio Città 103 di Bologna (oggi Radio Città Fujiko) ho continuato ad ascoltare, a cercare suoni, a farmi educare dal jazz, dalle sue strutture mobili, dai suoi silenzi, da quella strana disciplina che ti insegna che la libertà, se non ha un telaio, diventa solo confusione.

Forse anche per questo il ricordo del Maracanã non mi arriva come una fotografia ferma, ma come ritmo.

Non vedo solo il locale. Sento ancora una sequenza: l’attacco di un pezzo, il basso che entra, le percussioni che spostano l’aria, la chitarra di Gil Badaró, il pubblico che cambia postura quando capisce che la serata è partita davvero. Poi la capoeira, i corpi, il cerchio, l’energia che si accumula. E dietro, la batteria che deve tenere tutto insieme, senza voler diventare il centro del mondo.

Questa è una lezione abbastanza utile anche fuori dalla musica.

Non sempre il compito è stare davanti. A volte il compito è dare struttura. Tenere il tempo. E volare bassi, come dico io, “low profile” 😊.

Negli anni ho ritrovato questa cosa in molti altri territori: nella scrittura, nella radio, nella SEO, perfino nel modo in cui si costruisce un testo o si organizza un progetto. Il ritmo non è soltanto musicale. È una forma di intelligenza pratica. Ti dice quando una cosa corre troppo, quando si trascina, quando ha bisogno di una pausa, quando invece deve ripartire senza tante spiegazioni.

Ma non voglio rimettere addosso al Maracanã significati che allora non aveva.

Allora era soprattutto un locale dove andavo a suonare. Un posto in via Faenza, con le serate lunghe, la gente vicina, la musica brasiliana, la capoeira, il fumo e una paga che, per uno studente, aveva un peso molto concreto. Solo dopo certe esperienze diventano simboli. Mentre le vivi, sono più ruvide. Hanno orari, odori, stanchezza, contanti, strumenti da sistemare, vestiti impregnati di fumo e sveglie che suonano troppo presto.

I ricordi troppo lucidati diventano sospetti. Quelli che restano con un po’ di attrito, invece, conservano qualcosa di vero. Il Maracanã, per me, appartiene a questa seconda categoria. Non un sogno giovanile. Non una nostalgia tropicale. Non una Firenze perduta da rimpiangere a comando.

Un luogo reale, in un tempo reale.

E io, per qualche mese, ci sono stato dentro con due bacchette in mano.

Chiosa: il ritmo che non ho tenuto, e che mi è rimasto

Alla fine lasciai il gruppo.

Non perché non mi piacesse. Non perché non funzionasse. Non perché qualcuno mi avesse chiuso una porta. La chiusi io, abbastanza tranquillamente, per ragioni molto concrete: paura mi tornasse l’asma pesante che avevo avuto da ragazzo, studio, resistenza, aria respirabile. A volte le scelte decisive non hanno bisogno di grandi parole. Hanno bisogno di un elenco chiaro.

Quella scelta non mi ha lasciato rimpianto.

Mi ha lasciato una memoria precisa: per quattro mesi ho suonato la batteria nelle notti brasiliane del Maracanã di Firenze, in via Faenza, dentro il gruppo guidato da Gil Badaró, da Bahia, mentre una città diversa da quella di oggi entrava e usciva dalla musica con meno filtri e meno regole.

Poi ho fatto altro.

Ma certe esperienze non chiedono di diventare carriera per restare importanti. Basta che restino vere. Basta che, ogni tanto, tornino con il loro tempo interno: un colpo di rullante, un basso che appoggia, una chitarra che guida, il pubblico che si accende, il fumo che sale, la stanchezza che aspetta fuori.

E una parte di me, ancora oggi, seduta dietro la batteria, che cerca semplicemente di non perdere il tempo.

Domande frequenti sul Maracanã di Firenze

Che cos’è stato il Maracanã di Firenze?

Il Maracanã era un locale brasiliano attivo a Firenze negli anni Novanta. Era conosciuto per la musica brasiliana dal vivo, il ristorante brasiliano e le serate molto partecipate, con gli spettacoli di capoeira che rendevano l’atmosfera diversa da quella dei locali più convenzionali.

Dove si trovava il Maracanã?

Il Maracanã si trovava in via Faenza, nel centro di Firenze, vicino alla zona della stazione di Santa Maria Novella e accanto a un albergo ancora oggi attivo.

Che tipo di musica si suonava al Maracanã?

Al Maracanã si suonava soprattutto musica brasiliana dal vivo, con samba, ritmi di Bahia, percussioni, chitarra, voce, basso e batteria. La musica accompagnava anche momenti di capoeira, che erano parte centrale della serata insieme al gruppo musicale e alla cucina tipica.