Il mio Spotify Wrapped 2025 non urla, suona piano

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Ogni anno, più o meno a dicembre, Spotify Wrapped torna a bussare alle nostre vite come un rito ormai codificato. Grafici colorati, percentuali, classifiche, minuti ascoltati come se fossero calorie bruciate. E, puntuale, la domanda implicita: “lo condividi o no?”.
Io continuo a condividerlo. Non per esibizione, ma per coerenza.

Perché dietro quei numeri, dietro quelle playlist automatiche, c’è sempre qualcosa di più fragile e interessante: una traccia di identità. La musica che ci ha accompagnato mentre iniziavamo la giornata, con la immancabile tazzina di caffè in mano, mentre eravamo stanchi, mentre ci sentivamo fuori posto. Non quella che mettiamo per fare scena, ma quella che resta quando nessuno guarda.

Il mio Wrapped 2025 non urla. Non cerca approvazione, non fa tendenza, non insegue l’algoritmo. Suona piano, come fanno certe cose importanti. È jazz. E non è un caso.

In un mondo digitale che premia il rumore, la velocità e la pelle scoperta a ogni scroll, scegliere di condividere una playlist jazz è un gesto minuscolo, quasi invisibile. Ma proprio per questo, profondamente intenzionale. Un modo per dire: questa è la mia colonna sonora interiore, prendila o lasciala. Senza filtri, senza pose.

E forse è anche per questo che continuo a farlo.
Non per farmi vedere, ma per farmici riconoscere.

Il Wrapped come rito sociale (e perché continuo a condividerlo)

C’è qualcosa di curioso, quasi antropologico, nel modo in cui Spotify Wrapped è diventato un appuntamento fisso. Non è solo una feature, è un rito collettivo. Arriva, tutti lo aspettano, tutti lo riconoscono, tutti — più o meno consapevolmente — decidono se partecipare o restare in silenzio.

Condividerlo, oggi, è un gesto ambiguo. Può essere pura esibizione, certo. Ma può anche essere un modo molto semplice per dire: questo è stato il mio paesaggio sonoro. Non un curriculum musicale, non una classifica di meriti, ma una mappa emotiva. Un po’ come lasciare una porta socchiusa.

Nel mio caso, il Wrapped non racconta cosa ascolto mentre lavoro — perché io non lavoro mai con la musica in sottofondo. Per me l’ascolto non è tappezzeria. È un atto separato, deliberato. Arriva soprattutto nel weekend, quando il tempo rallenta e posso permettermi di stare dentro la musica, non sopra.

Ed è forse qui che il Wrapped smette di essere una cosa “da social” e diventa qualcos’altro. Non un resoconto di produttività, ma una fotografia di presenza. Brani ascoltati senza fretta, album lasciati scorrere dall’inizio alla fine, silenzi compresi. Tutto ciò che l’algoritmo registra, ma non può capire fino in fondo.

Continuo a condividerlo per questo. Non per dire “guardatemi”, ma per suggerire “se vuoi, ascolta con me”. È un invito gentile, non una performance. Un modo per restare social senza diventare socialmente rumoroso.

E dentro questo spazio, fatto di lentezza e scelta, il jazz trova casa in modo naturale. Non come genere “colto”, ma come linguaggio che non ha bisogno di spiegarsi. Basta ascoltarlo.

Jazz come atto controcorrente in un feed che urla

Non serve dichiararlo apertamente, ma è difficile non notarlo: oggi tutto grida. I social chiedono attenzione continua, immediata, possibilmente visiva. Il corpo esposto, la battuta veloce, la musica ridotta a sottofondo per un reel di quindici secondi. Tutto deve colpire, tutto deve passare in fretta.

Il jazz, in questo contesto, è fuori scala. Non perché sia “migliore”, ma perché non collabora. Non si presta facilmente al consumo distratto, non funziona bene a volume basso mentre fai altro, non regge l’ascolto a pezzi. Chiede tempo, presenza, e una certa disponibilità all’incertezza. In altre parole: chiede l’opposto di ciò che il feed premia.

Ecco perché ascoltarlo — e condividerlo — diventa quasi un gesto controcorrente. Non un atto di superiorità culturale, ma una scelta di campo silenziosa. Come dire: io, almeno qui, non corro. Non mostro, non semplifico, non rendo tutto digeribile.

Il jazz non ti viene incontro, non ti seduce subito. Ti aspetta. E se sei disposto a rallentare, a stare un po’ scomodo, allora comincia a parlare. A volte piano, a volte con frasi spezzate, a volte lasciando spazio a pause che oggi sembrano imbarazzanti. Ma è proprio in quelle pause che succede qualcosa.

Condividerlo nel Wrapped, in mezzo a playlist urlate e hit usa-e-getta, non è una provocazione. È piuttosto un piccolo atto di resistenza gentile. Un modo per dire che esiste ancora uno spazio per l’ascolto profondo, per la musica che non deve piacere a tutti, ma arrivare a chi è pronto.

E forse è anche per questo che il jazz, oggi, è più che mai attuale. Non perché torni di moda, ma perché non ne ha bisogno.

Cinque brani, cinque stati d’animo (non una classifica)

Questi cinque brani non rappresentano “il meglio” del mio Wrapped 2025. Non avrebbe senso dirlo, né mi interessa. Sono piuttosto cinque punti di condensazione, momenti in cui musica, tempo e stato d’animo si sono allineati.
Ognuno racconta qualcosa di diverso, e insieme disegnano una mappa più onesta di qualsiasi grafico.

Grinde – Espen Eriksen Trio

Il jazz nordico ha questa capacità rara: dire molto con pochissimo.
Grinde è un brano che sembra camminare in equilibrio su una linea sottile, sempre sul punto di fermarsi, ma che invece va avanti, con ostinazione tranquilla.

Il pianoforte di Espen Eriksen non invade mai lo spazio. Costruisce, toglie, aspetta. Il trio lavora per sottrazione, lasciando che siano le pause a creare tensione. È musica che non accompagna: ti chiede di camminarle accanto.

È uno di quei brani che ascolti quando hai bisogno di ordine, non di consolazione. Quando vuoi rimettere i pensieri in fila senza forzarli. Nessun climax, nessuna esplosione. Solo una direzione chiara, mantenuta con disciplina.

Still There – Tord Gustavsen Trio

Con Tord Gustavsen il confine tra jazz e spiritualità diventa quasi impercettibile.
Still There è un brano che sembra respirare. Letteralmente.

Il pianoforte entra piano, come se stesse chiedendo permesso. Il trio non “suona sopra” il tema, ma ci gira intorno, lo osserva, lo rispetta. È jazz che non cerca virtuosismi, ma presenza emotiva.

C’è qualcosa di profondamente rassicurante in questo brano. Non perché prometta soluzioni, ma perché accetta la fragilità. È musica che ti dice: ci sono ancora. E a volte, questo basta.

Better Days Ahead – Pat Metheny Group

Qui entra in gioco la memoria.
Better Days Ahead non è solo un brano, è una epoca precisa della mia vita. Università. Un disco storico, con una formazione che ha segnato un passaggio fondamentale nel jazz contemporaneo. Ascoltare e commentare questo CD appena uscito, con un esame da fare la settimana dopo: il relax che faceva da contraltare all’ansia degli esami.

Metheny, Mays, Rodby, Paul Wertico e non dimentichiamoci di Pedro Aznar, detto “Pedrito”: un musicista polistrumentista che in quel setup del gruppo cantò melodie strazianti, ma anche faceva un gran lavoro di percussioni e abbellimenti sottofondo. Un gruppo che non stava semplicemente suonando jazz (o “fusion”, come si diceva in quegli anni), ma stava allargando il perimetro. Suoni aperti, melodie che sembravano venire da lontano, un’idea di futuro che allora era ancora tutta da immaginare.

Riascoltarlo oggi non è nostalgia sterile. È riconoscere quanto quella musica abbia contribuito a formare il mio modo di ascoltare, e forse anche di guardare il mondo. Alcuni dischi non invecchiano: si sedimentano.

Clarach – Seckou Keita & Catrin Finch

Questo è il brano che ascolto quando mi girano le scatole, quando sono malinconico, quando mi sento triste.
E non è un caso.

Clarach è un incontro tra mondi: la kora di Seckou Keita e l’arpa di Catrin Finch creano uno spazio sospeso, dove il jazz smette di essere un genere e diventa linguaggio emotivo puro. È musica che non chiede di essere capita, solo sentita.

Ogni volta che lo ascolto ho la stessa reazione: pelle d’oca. Non perché sia drammatico, ma perché è onesto. Non spinge, non risolve. Ti accompagna mentre attraversi un momento storto. E lo fa con una grazia disarmante.

Strange Place for Snow – Esbjörn Svensson Trio

Questo brano, per me, non è mai stato solo un brano.
È un incontro. Maggio 2002. Bologna Jazz Festival appena rinato.

Accredito stampa press di fabrizio gabrielli, redattore musicale di radio città 103, al bologna jazz festival 2002
Accredito stampa – Bologna Jazz Festival 2002.

Io lavoravo per Radio Città 103 (oggi Radio Città Fujiko) e intervistai l’Esbjörn Svensson Trio nella hall dell’albergo, accanto al Teatro dove si esibirono. Dopodiché andammo insieme in Cantina Bentivoglio, dove si svolse una jam session memorabile, penso la più bella a cui abbia mai assistito nella mia vita: quella sera, mentre sorseggiavo due o tre birre al tavolo con me e il Trio, suonarono Nils Ørsted Pedersen con Mulgrew Miller e fece capolino, come spesso faceva in Cantina, anche Lucio Dalla, che suonò 4 o 5 brani al clarinetto e poi se ne andò senza dire una parola (come faceva sempre e chi se lo ricorda lo sa benissimo!).

Strange Place for Snow è uno di quei brani che hanno cambiato il modo di intendere il trio jazz europeo. C’è spazio, c’è rischio, c’è un’idea di suono che non guarda agli Stati Uniti, ma costruisce una propria identità.

Riascoltarlo oggi significa tornare lì, a quell’intervista, a quel momento in cui il jazz non era solo ascolto, ma parte della mia vita vissuta. Alcuni brani non li ascolti: li riconosci.

Condividere musica senza performarla

Condividere musica, oggi, è diventato un gesto ambiguo. Spesso è una dichiarazione di gusto, a volte una posa, altre volte un modo per dire “io ci sono” nel rumore generale. Ma esiste ancora un’altra possibilità, più discreta: condividere senza performare.

Il mio Wrapped nasce da qui. Non come vetrina, ma come appunto pubblico. Un modo per lasciare una traccia, non per raccogliere applausi. Pubblicare una playlist jazz in mezzo a feed iper-curati, corpi esposti e musica dozzinale non è un atto eroico, né tantomeno moralista. È semplicemente una scelta di tono.

Non sto dicendo che il jazz renda migliori. Sto dicendo che scegliere cosa condividere dice molto più di quanto sembri. Dice come abiti il tempo, cosa consideri degno di attenzione, che rapporto hai con il silenzio. E il jazz, con la sua lentezza strutturale, con il suo rifiuto della sintesi forzata, è incompatibile con la performance continua.

Condividerlo significa accettare di parlare a pochi. Anzi, di parlare solo a chi ha voglia di ascoltare. E va bene così. Non tutto deve scalare, esplodere, diventare virale. Alcune cose devono restare laterali, oblique, quasi invisibili. Come certi dischi che scopri per caso e non smetti più di ascoltare.

Il Wrapped, allora, smette di essere una classifica e diventa un gesto gentile. Un invito senza aspettative. Se ti va, ascolta. Sennò, passa oltre. Nessuna “Call to Action”, nessun engagement forzato. Solo musica che resta lì, disponibile.

Ed è forse questo il vero lusso, oggi: condividere senza chiedere nulla in cambio.

Where do we go from here?

Per tre anni ho ascoltato più di ogni altro il Tord Gustavsen Trio.
Quest’anno no.

Il brano che ha accompagnato più spesso i miei fine settimana si chiama Where Do We Go From Here, di Benjamin Lackner e Mathias Eick. Una domanda semplice, quasi disarmante. Eppure sufficiente.

Forse non serve aggiungere altro.
La musica, a volte, dice già tutto.