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Sai quella sensazione quando una voce del passato ti parla con una chiarezza quasi offensiva, come se conoscesse già le nostre debolezze di oggi? A me succede con Pier Paolo Pasolini. Cinquant’anni dopo la notte di Ostia, il suo sguardo rimane un lampo, una ferita luminosa. Non ho la pretesa di farne l’esegeta; mi porto addosso, piuttosto, l’eco di un incontro che mi ha raddrizzato la schiena e cambiato il lessico interiore. Tre anni fa, nel centenario della nascita, provai a dirlo in un pezzo che s’intitolava “Un fascio di nervi che ancora ci scalda il cuore”. Oggi torno su quella brace: non si è mai spenta.
Il primo attrito: Pasolini tradotto a voce bassa
Il mio primo contatto con Pasolini è stato chirurgico e intimo: tradurre. All’università, sotto la guida del professor Klein a Trieste, mi misi a maneggiare gli “Scritti corsari” come si maneggia un coltello: facendo attenzione a non perdere sangue, a non perdere senso. Tradurre Pasolini — renderne in tedesco la densità e quella sua prosa che s’impenna, si spezza, torna a correre — è stato un rito di passaggio. Capisci che non è semplice lessico: è temperatura emotiva, è posizione politica del corpo. Ogni parola trascina con sé l’odore di un’Italia che si sta trasformando, e che lui fiuta prima degli altri.
Lì ho imparato una cosa che, in fondo, mi ha tenuto compagnia fino ad oggi: la lingua è un atto di responsabilità. Se la pieghi male, mente. Se l’ascolti, ti costringe a guardarti allo specchio.
La TV, il consumismo, l’omologazione: il futuro che ci ha avvisati
Le apparizioni televisive di Pasolini — scoperte postume, come cartoline mandate da un tempo che ci aveva già previsto — mi hanno sempre dato la stessa scossa: profeta riluttante che leggeva il presente con una ferocia quasi clinica. Nella sua diagnosi del consumismo e dell’omologazione c’era qualcosa che andava oltre la polemica: un cordone sanitario messo intorno all’anima. Quando Pasolini parlava di una mutazione antropologica, non stava facendo poesia: stava tenendo un rapporto in diretta con il futuro.
E qui arriva il bello (o il difficile): oggi che viviamo immersi in algoritmi che selezionano la nostra fame, in video virali e nella recita permanente dei politici-influencer, quelle parole suonano come una sveglia senza snooze. L’idea che la TV avrebbe trasformato la politica in spettacolo era solo il primo atto; il secondo — i social — ha privatizzato la piazza e messo l’ego in franchising. Pasolini aveva visto benissimo: il rischio non è la volgarità del linguaggio, ma la perdita di realtà. E quando perdi realtà, perdi anche bellezza.
Guardare i film (o farsi guardare da loro)
Confesso una cosa scomoda: non sono mai riuscito a finir di vedere un film di Pasolini senza pause, andirivieni, fiato corto. Ho provato con Il Decameron, ho tentato con Medea, mi è rimasto incagliato nella memoria questo film girato nella laguna di Grado, dove ero spesso quando studiavo all’Università di Trieste — la densità delle immagini mi spingeva fuori bordo e subito mi richiamava dentro. Poi, di recente, un documentario su Accattone visto su Rai Storia mi ha riaperto la porta: ho capito che non è “difficile” Pasolini; difficile sono io, che cerco il conforto della trama, la carezza del ritmo, mentre lui ti mette davanti corpi, fame, desiderio, colpa. Ti chiede di sottrarre scenografia per guardare le facce. Ti chiede attenzione.
Forse i suoi film non si “guardano”: ti guardano. E non sempre siamo pronti.
Pasolini come grammatica morale (per non diventare cinici)
C’è un Pasolini critico, giornalista, corsaro; un Pasolini poeta che sa che il dolore ha grammatica, non solo volume; e c’è un Pasolini che ci serve oggi come bussola morale, quando la tentazione è cedere al cinismo. Perché è comodo — lo so benissimo — archiviare tutto sotto il registro del “sono tutti uguali, non cambia niente”. E invece no: nelle sue pagine migliori, Pasolini ti ricorda che scegliere è ancora possibile, che la lingua può ancora riposizionare il mondo di mezzo centimetro, quanto basta per far entrare più luce.
In fondo, quello che mi rimane addosso — e che vorrei rimanesse a chi passa di qui — è l’idea che la realtà meriti una cura linguistica. Non è manierismo: è etica. Se non scegliamo le parole, qualcun altro sceglierà il racconto al posto nostro.
Una cartolina al ragazzo che sono stato
C’è un’immagine che mi torna spesso: io, vent’anni, con quaderni fitti e una penna che graffia; fuori, una città di confine; dentro, una fame d’aria. Scopro Pasolini non come monumento, ma come difetto di fabbrica che mi autorizza a non essere dritto, a stare storto quando serve, a resistere quando la resa si traveste da buon senso. È una cartolina che spedisco al ragazzo che sono stato: non diventare impermeabile. Lascia che le cose ti feriscano; solo le ferite insegnano.
E quando torno a rileggerlo — i Corsari, Le ceneri di Gramsci, certe interviste che sembrano interrogatori al paese — ritrovo sempre quel tono da testimone scomodo. Scomodo, sì, ma necessario.
Cinquant’anni dopo: cosa ci chiede PPP
Forse, oggi, il modo più onesto di celebrarlo è metterci in discussione. Non farne un santino, ma una domanda aperta. Cosa ci chiede Pasolini, adesso? Di disobbedire alla pigrizia con cui consumiamo storie; di difendere le minoranze senza trasformarle in alibi; di non arrenderci alla rassegnazione. E poi — lo dico da autore, da lavoratore della parola — ci chiede di essere radicali nella cura: meno slogan, più verità. Meno rumore, più stile. Non per estetismo, ma perché lo stile è responsabilità: è il modo in cui stiamo al mondo.
E sì, c’è ancora quell’oscura chiamata alla bellezza. Non quella levigata dei feed, ma la bellezza imperfetta, contraddittoria, che si siede sul bordo della realtà e non la inganna.
Se oggi scrivo questo, è per dichiarare — a me per primo — che Pasolini mi serve: come un promemoria contro l’indifferenza, come una disciplina del pensiero, come una musica irregolare che impedisce alla coscienza di addormentarsi. L’articolo di tre anni fa era un grazie di pancia. Questo è un impegno: tenere accesa la bruciatura delle sue parole, lasciarle lavorare, non anestetizzarle.
Perché certi fuochi — i migliori — non scaldano soltanto. Bruciano. E ci obbligano a cambiare pelle.
Il famoso articolo “Io so”, pubblicato il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera
L’articolo “Io so”, scritto da Pier Paolo Pasolini e pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, rappresenta una delle denunce più potenti e celebri sui cosiddetti “misteri italiani” legati agli anni delle stragi, delle trame eversive e delle complicità tra poteri occulti e apparati dello Stato.
“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”
Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Contesto e significato
Pasolini si riferiva in particolare al periodo della “strategia della tensione” che caratterizzò l’Italia fra gli anni Sessanta e Settanta, segnata da attentati come quello di Piazza Fontana (Milano, 1969), Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e la Stazione di Bologna (1980). In questo contesto di paura e instabilità, l’articolo si fa portavoce di un’accusa durissima contro chi, a vario titolo, aveva pianificato e coperto questi atti di terrorismo per mantenere lo status quo e proteggere il potere.
Il contenuto della denuncia
Nel testo, Pasolini ripete più volte la frase “Io so”, facendo un uso sapiente della figura retorica dell’anafora. L’incipit “Io so” viene ripetuto a inizio di più frasi per rafforzare il messaggio. Pasolini aggiunge però: “ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Questa formula sconvolgente serve a denunciare apertamente che le trame e le responsabilità erano, nella realtà, conosciute e diffuse tra gli intellettuali e i cittadini più attenti, ma che il sistema, compresa la magistratura e la stampa, impediva di trasformare queste conoscenze in giustizia effettiva. Pasolini dichiara di conoscere i nomi dei responsabili delle stragi e dei tentati colpi di Stato, ma sostiene che non può provarlo giudiziariamente; la sua è una verità “intellettuale”, composta mettendo insieme fatti apparentemente frammentari e privi di logica, formando così un quadro coerente che il potere cerca di mantenere oscuro.
“Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato ‘golpe’ (e che in realtà è una serie di ‘golpe’ istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna*.
Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.”
(* n.d.r.: Pasolini si riferisce alla strage sul treno Italicus del 1974, non a quella ancora più efferata del 2 agosto 1980)
Cos’è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Il ruolo degli intellettuali
L’articolo è anche un atto d’accusa verso la classe politica e un appello al ruolo civile degli intellettuali, che secondo Pasolini devono denunciare i meccanismi occulti del potere, anche a rischio della propria sicurezza personale. Denuncia la delusione per il silenzio e la complicità degli altri intellettuali dell’epoca, ritenendo che la loro funzione originaria di “coscienze critiche” stesse ormai scomparendo.
Un’eredità di denuncia
“Io so” viene ancora oggi ricordato come un manifesto della libertà di stampa, dell’importanza di non tacere davanti alle ingiustizie e come testimonianza dello scandalo della corruzione e dell’omertà che segnava l’Italia di quegli anni. Molti vedono nella morte violenta di Pasolini, avvenuta nel 1975, proprio una conseguenza della sua scomoda posizione pubblica e delle verità che la sua voce aveva osato sfiorare.
Dietro l’articolo “Io so” c’è la straordinaria capacità di Pasolini di individuare, denunciare e narrare i meccanismi più occulti e oscuri del potere, anticipando – con intuizione quasi profetica – molti degli sviluppi e delle contraddizioni della storia italiana contemporanea.
Quali sono i riferimenti storici citati nell’articolo “Io so”
L’articolo “Io so” di Pier Paolo Pasolini contiene numerosi riferimenti storici espliciti agli eventi più drammatici della storia italiana tra gli anni ‘60 e ‘70, citando stragi, golpe (colpi di Stato tentati), movimenti politici e apparati di potere.
Eventi storici citati
- Strage di Milano (Piazza Fontana, 12 dicembre 1969): Pasolini denuncia i responsabili della strage avvenuta nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, primo grande episodio della “strategia della tensione”.
- Stragi di Brescia (Piazza della Loggia, 28 maggio 1974) e Bologna (treno Italicus, 4 agosto 1974): cita i mandanti e gli autori delle violenze bombarole attribuite all’estrema destra neofascista e a gruppi eversivi.
- Golpe e colpi di Stato: si riferisce ai tentativi di sovvertire la democrazia attraverso la minaccia golpista messa in atto da gruppi di potere legati ai “vecchi fascisti” e ai vertici delle istituzioni, supportati – secondo l’autore – da enti come la CIA, la mafia e i colonnelli greci.
- Crisi politica post-1968: fa riferimento alla reazione del potere ai moti del ‘68 e ai movimenti progressisti, leggi sui diritti civili e il referendum sul divorzio, come momenti in cui certi gruppi di potere avrebbero orchestrato atti eversivi per “tamponare” la spinta riformatrice.
Personaggi e responsabilità
Pasolini parla dei “vecchi fascisti”, di gruppi neofascisti, dei “potenti” ai vertici dello Stato e di agenti stranieri, senza mai fare nomi, ma sottolineando il coinvolgimento di “persone serie e importanti”.
Apparati coinvolti
- CIA e colonnelli greci: riferisce il coinvolgimento di poteri internazionali (soprattutto statunitensi) e la complicità di forze straniere nella destabilizzazione italiana.
- Mafia: cita indirettamente l’apporto della criminalità organizzata nelle trame dei golpe e delle stragi.
Questi riferimenti servono a dimostrare la profondità della denuncia di Pasolini sulla corruzione e la manipolazione dello Stato italiano in quegli anni.
Una chiosa “corsara”
E allora, cinquant’anni dopo, Pasolini ci fa ancora da specchio: non per restituirci una posa, ma per mostrarci le storture necessarie a rimanere umani. Non gli dobbiamo un altare: gli dobbiamo attenzione, quella specie rara di ascolto che separa il giudizio rapido dalla verità scomoda. Se “Io so” è stato un pugno sul tavolo della Storia, oggi è il nostro turno di dire “io vedo, io capisco” o, almeno, ci provo: i fili tirati, le parole svuotate, le bellezze addomesticate. E di scegliere, ogni volta, da che parte stare con la lingua e con le parole.
Per questo, più che commemorarlo, preferisco riconoscerlo in noi: nel rifiuto del cinismo di comodo, nella scelta di una cura linguistica che non anestetizzi, nella difesa di una bellezza contraddittoria che non fa sconti. Le braci del pezzo di tre anni fa erano vere; oggi ardono ancora. Sta a noi soffiare — non per fare spettacolo, ma perché quei fuochi continuino a bruciare le menzogne e a scaldare il coraggio.