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Nota di trasparenza – Disclaimer
Questo articolo non è sponsorizzato e non nasce da alcuna mia collaborazione professionale con l’Osteria La Chiacchera. È un ricordo personale, scritto da cliente del locale da oltre vent’anni, intrecciando Memoria, esperienza diretta e affetto per un luogo che ancora oggi fa parte della mia Vita Senese. Ci tengo anche a sottolineare che non è attualmente l’unico luogo di ristorazione senese a cui sono legato emozionalmente (non solo per la cucina, ma anche per la convivialità che nasce a tavola, nella migliore tradizione toscana).
Introduzione
Sai quelle giornate in cui non stai cercando niente, ma in realtà stai cercando Tutto?
Era il 2003 di giugno e io e mia mamma eravamo a Siena quasi per distrarci, per prendere un po’ d’aria dopo la morte di mio padre a inizio mese. Non c’era un programma, non c’era un’idea precisa. Solo il bisogno di stare fuori casa, senza dover spiegare niente a nessuno.
Entrammo all’Osteria La Chiacchera in Costa Sant’Antonio per caso o almeno così sembrava.
Un pranzo normale, come se ne fanno tanti. Tavoli, piatti, voci basse. Eppure, già da lì, si percepiva qualcosa di diverso. Non era accoglienza costruita, non era mestiere. Era una forma di presenza, quasi invisibile, ma piena.
E qui arriva il bello…
quella normalità, che in un altro momento sarebbe passata inosservata, quel giorno diventò qualcosa di memorabile.
La Chiacchera oggi
L’Osteria La Chiacchera è ancora attiva in Costa Sant’Antonio, nel cuore della Contrada del Drago. Oggi la conduzione è affidata a Cecilia, che prosegue con il suo Staff il lavoro del locale nel solco della cucina senese. Una menzione la merita anche Viola, presenza attenta in sala, capace di accompagnare il servizio con naturalezza e misura, senza trasformarlo in scena. Le fotografie recenti, inserite qui sotto, documentano un pranzo con amici e non hanno finalità promozionale: sono semplicemente parte della mia esperienza diretta di cliente.

Anna e l’inizio: l’osteria come gesto naturale (1990)
L’Osteria La Chiacchera* nasce nel 1990 per mano di Anna.
E già dirlo così sembra riduttivo, perché in realtà non è mai stata solo “un’apertura”.
* Attenzione: senza la “i”, non La Chiacchiera, come sarebbe formalmente corretto in perfetto italiano, bensì proprio Chiacchera.
Anna è una di quelle donne senesi che non hanno bisogno di raccontarsi troppo.
Le capisci da come si muovono, da come parlano, da come stanno in piedi dentro alle cose di cucina e non. Ha tirato su i figli da sola, con quella forza tranquilla che non fa rumore, ma tiene tutto insieme. E a un certo punto ha fatto una cosa semplice, quasi inevitabile: ha aperto una porta e ha iniziato a cucinare per gli altri.
Perché La Chiacchera non nasce come un locale.
Nasce come una cucina che si allarga.
Dentro non trovavi un servizio costruito.
Trovavi una presenza vera, concreta, senza filtri. C’era sempre qualcosa che bolliva, qualcosa che si muoveva, qualcosa che stava succedendo davvero.
E soprattutto c’era un modo di fare che non s’impara.
Quella capacità di farti sentire a posto, senza dover dire niente. Di portarti un piatto che non era “presentato”, ma semplicemente giusto.
Sai quelle situazioni in cui non ti chiedi se stai bene, perché lo stai già?
Ecco. Era così.
Simone e il passaggio: quando non ti accorgi che qualcosa cambia
Nel 2003, dopo quel primo pranzo con mia mamma, per me La Chiacchera smette di essere un posto “scoperto per caso” e diventa un’abitudine.
Di quelle buone, che non devi programmare. Ci torni e basta.
Dentro succedevano cose semplici, ma non banali.
I tavoli spesso erano condivisi, e questa cosa, che altrove può sembrare una forzatura, lì funzionava in modo naturale. Non era “socialità”, non era un format. Era proprio il modo in cui era fatta l’osteria.
Ricordo ancora una volta, seduti con mia mamma, accanto a una coppia di ragazzi americani. Giovani, curiosi, carinissimi. Si iniziava con uno sguardo, poi una parola, poi due. E a un certo punto ti ritrovavi a parlare, a ridere, a scambiare pezzi di vita, senza sapere bene come ci fossi arrivato.
Ecco, La Chiacchera faceva anche questo.
Ti metteva accanto alle persone, senza costruire niente.
Su Simone non ho un momento preciso da raccontare.
Non saprei dirti: “da quel giorno in poi c’era lui”. Non funziona così, almeno per me.
Se c’è stato un passaggio, è stato talmente naturale che non me ne sono accorto.
Probabilmente c’è stato un periodo in cui Anna si faceva affiancare, in cui le cose si sovrapponevano, si passavano di mano senza stacchi netti. Ve lo giuro, non me lo ricordo.
Ma dal mio punto di vista di cliente, di uno che entrava e si sedeva, non è cambiato niente.
Era sempre tutto al suo posto.
Era sempre come stare a casa.
La trippa alla senese di Simone: quando un piatto diventa identità
A un certo punto, senza nemmeno accorgertene, arrivava lei.
La trippa.
Non era un piatto che ordinavi perché “ti andava”.
Era uno di quei piatti che facevano parte del posto. Come i tavoli, come le voci, come quella sensazione di essere lì nel modo giusto.
La trippa alla senese di Simone non aveva bisogno di spiegazioni.
Arrivava e basta, con quel rosso pieno, profondo, mai urlato. Il profumo arrivava prima del piatto, ma senza invadere. Si fermava lì, come a dire: quando sei pronto, io ci sono.
E poi il cucchiaio.
La consistenza, che è la cosa più difficile da raccontare. Morbida, ma non cedevole. Strutturata, ma mai pesante. Ogni boccone aveva un equilibrio che non sembrava cercato, ma trovato.
Sai quando mangi qualcosa e capisci che dietro non c’è solo tecnica?
Ecco.
Non ho mai vissuto quel piatto come una“specialità”.
Era qualcosa di più semplice e più profondo allo stesso tempo. Era un modo di cucinare che non aveva bisogno di dimostrare niente. Solo di essere fatto bene. Anzi #fattobene 😊
E qui entra in gioco Simone.
Non con proclami, non con spiegazioni. Con i gesti.
Dalla sua voce, da come raccontava quel piatto, si capiva che non era solo una ricetta. Era una costruzione lenta, fatta di passaggi che avevano un senso preciso, ma che alla fine sparivano dentro al risultato.
Perché la verità è questa.
Quando una cosa è fatta davvero bene, non la analizzi. La riconosci.
E la trippa alla senese della Chiacchera era esattamente così.
Non aveva bisogno di essere ricordata come “la migliore”. Non funzionava in quel modo.
Funzionava perché, quando eri lì,
non avresti voluto mangiare altro.
Imparare a riconoscere quando un posto è casa
Ci sono posti in cui mangi bene.
E poi ci sono posti in cui, senza accorgertene, stai bene.
La Chiacchera, per me, è stata questo.
Non un ristorante da consigliare, non una meta da segnare su una guida. Era un luogo in cui tornare, senza bisogno di spiegarsi il perché.
Forse è questo che fa la differenza.
Non la qualità di un piatto, non la fama, non il passaparola. Ma quella sensazione sottile che ti dice che sei nel posto giusto, nel momento giusto, con le persone giuste.
E queste cose, quando succedono, non fanno rumore.
Non lasciano tracce evidenti. Però restano.
Restano nei gesti, nei ricordi, nei dettagli che tornano fuori quando meno te lo aspetti. Un profumo, una tavolata condivisa, una parola scambiata con qualcuno che non rivedrai mai più.
La Chiacchera è stata anche questo.
Un piccolo pezzo di vita che non ho mai sentito il bisogno di spiegare troppo.
E Simone, con il suo modo di stare dentro a quella cucina, ne è stato una parte naturale. Per questo, più che augurargli qualcosa, mi viene da dire una cosa semplice.
Spero davvero che torni, in qualche forma, nel mondo della ristorazione. Che apra un locale, magari a Montepulciano o dove gli pare. 😊
Con la sua visione, con il suo modo di fare, con quella capacità rara di lasciare le cose esattamente come devono essere.
Perché di posti così non ce ne sono tanti.
E quando li incontri, anche solo per un po’, ti insegnano a riconoscere cosa vuol dire sentirsi a casa.
Giugno 2020: una ricetta, un momento, una ripartenza
Poi c’è stato un momento preciso in cui tutto si è fermato.
E subito dopo, uno in cui tutto ha provato a ripartire.
Era giugno 2020.
Le città avevano appena riaperto, la circolazione era tornata possibile, e nell’aria si sentiva quella strana miscela di prudenza e voglia di ricominciare. Non era normalità, ma ci assomigliava abbastanza da farci respirare.
In quei giorni venni a sapere che Simone aveva deciso di lasciare La Chiacchera.
Una scelta personale, di quelle che non si spiegano troppo e che vanno rispettate.
E allora mi è venuta una cosa semplice.
Gli ho chiesto la ricetta.
Non per replicarla.
Non per “rifarla a casa”.
Ma per tenerne traccia.
Perché ci sono cose che non puoi conservare davvero.
Puoi solo provare a non perderle del tutto.
Simone ha accettato, con la sua naturalezza.
E da quella richiesta è nata questa registrazione. Una voce, una spiegazione, un modo di raccontare un piatto che, per me, non è mai stato solo un piatto.
Quello che segue non è una ricetta nel senso classico.
È un frammento di tempo.
Un modo per fermare, anche solo per un attimo, qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto solo nella memoria.
🎧 Ricetta originale della trippa alla senese di Simone
Trippa alla Senese dell’Osteria La Chiacchera
(trascrizione dell’audio)
Allora, per fare la trippa fai un battuto di prezzemolo, sedano, carote e cipolla.
Quando hai fatto il battuto di sedano, carote, cipolla e prezzemolo, lasci praticamente indorare la cipolla, va bene? Ci metti un po’ di vino rosso. Quando il vino rosso è sfumato, ci metti la salsiccia.
La salsiccia la lasci andare bella tranquilla. Quando la salsiccia è, lo vedi, un po’ diventata sul colore cotto, quindi sul grigino, ci butti la passata di pomodoro.
Io all’osteria usavo pelati, ma te puoi tranquillamente usare la passata, insomma. Dopodiché prendi e, quando il pomodoro è cotto, ci metti la trippa.
Ora, non so quante porzioni dovete fare, ma considera che per un chilo di trippa ci mettevo all’incirca tre salsicce. Sale, pepe e peperoncino. Stai basso col pepe e un pochino meno di sale, perché già la salsiccia è bella, è bella saporita.
Poi comunque l’assaggi, lo senti da solo, insomma, ecco. Lasci andare la trippa. Considera che la trippa un pochino ci vuole a cuocere, un pochino, non è proprio bella e fatta. Quando poi la trippa è pronta, spengi tutto, pane e via andare.
📝 Trippa alla senese di Simone
Ingredienti (per circa 4–5 persone)
- 1 kg di trippa (già lessata e tagliata a strisce)
- 3 salsicce
- 1 cipolla
- 1 carota
- 1 costa di sedano
- 1 mazzetto di prezzemolo
- 400–500 g di passata di pomodoro
- (oppure pelati, come usavano all’osteria)
- 1 bicchiere di vino rosso
- Sale q.b.
- Pepe q.b. (poco)
- Peperoncino q.b.
- Pane toscano per servire
Preparazione
- Prepara un battuto con cipolla, carota, sedano e prezzemolo.
- Mettilo in padella e lascia indorare bene la cipolla.
- Aggiungi un po’ di vino rosso e lascia sfumare completamente.
- Unisci la salsiccia sgranata e falla andare piano.
- Deve cuocere con calma, finché prende quel colore grigio tipico del cotto.
- Aggiungi la passata di pomodoro (oppure i pelati).
- Lascia cuocere finché il sugo è ben legato.
- Unisci la trippa.
- Come proporzione, considera circa 3 salsicce per ogni chilo di trippa.
- Aggiungi sale, pepe e peperoncino (a gusto, ma stai leggero col piccante, si deve sentire poco).
- Stai leggero con il sale e con il pepe, perché la salsiccia è già saporita.
- Assaggia e regola di sale.
- Lascia andare la trippa con calma. La cottura è lenta a sobbollire, il rumore deve essere blob, blob.
- Ci vuole un po’ di tempo, non è un piatto veloce.
- Quando è pronta, spegni tutto.
- Servi con pane.
Un Chianti Classico dei Colli Senesi è la morte sua, sennò, se vuoi strafare, vai di Montepulciano o Montalcino, ma non serve né stappare un Nobile, né un Brunello. La trippa è un piatto semplice e anche il vino deve essere di conseguenza. 😊