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Noi, i ragazzi di Seattle 99
C’è una frase che ho sempre trovato portentosa, quasi un sasso lanciato contro una vetrina di senso comune: “i ragazzi del 99”. Evoca il fango delle trincee e l’odore acre della paura nella Prima Guerra Mondiale, ma qui la sposto di qualche decennio e di qualche oceano: Seattle, fine 1999, l’aria satura di slogan, lacrimogeni e speranze. Non è una bestemmia alla storia, è un cortocircuito necessario: ricordare che in certi anni la giovinezza ha suonato la carica con altre armi — cartelli, corpi, consapevolezza. E allora sì, anche io, nel mio piccolo, mi sento un ragazzo del 99: quello del WTO, dei No Global, della piazza che cambiò la grammatica della protesta.
Seattle, quando l’aria del mondo ebbe odore di futuro
Seattle non fu solo una protesta: fu una cesura storica. Il 30 novembre 1999, quando decine di migliaia di persone bloccano il meeting del WTO, il mondo capisce che la globalizzazione non era un processo “naturale” e inarrestabile, ma una deliberata scelta politica ed economica. La scelta è “bipartisan”: in USA c’è Clinton, in Gran Bretagna il premier è Tony Blair, quello che diceva che una terza via era possibile; in Italia c’è al governo D’Alema e in Germania c’è Schroeder. Per dire… In teoria, tutti liberali e “di sinistra” o comunque progressisti. Per cinque giorni la città viene attraversata da un mosaico umano mai visto: sindacalisti accanto a studenti, contadini accanto ad ambientalisti, missionari cattolici accanto agli anarchici vestiti di nero, i “famigerati” rivoltosi dei Black Block.
Quella pluralità fa paura, perché mostra che un’alleanza inedita è possibile. I media mainstream, però, scelgono di raccontare quasi solo il fumo dei lacrimogeni, le vetrine in frantumi, le cariche della polizia. Il messaggio viene distorto: i manifestanti dipinti come vandali, i dubbi sul WTO bollati come ingenuità. Eppure, sotto quella coltre di fango mediatico, una generazione sta imparando a leggere il mondo con occhi nuovi. Siamo noi. Siamo i ragazzi del 99.
Seattle ci insegna che la piazza può essere un luogo di convergenza, che i conflitti non sono solo ideologici, ma concreti e globali: salari, deforestazione selvaggia per il profitto e per costruire abusivamente, diritti digitali, privacy violata, commercio internazionale, frodi che passano per i paradisi fiscali. Non più battaglie isolate, ma un’unica sinfonia dissonante, capace di paralizzare una città e cambiare la percezione collettiva. Ma tutti ci vedevano come dei “comunisti” (io mai stato comunista, io sono sempre stato un azionista). Come dire: la semplificazione di chi non aveva capito nulla.
I ragazzi del 99, tra memoria e disobbedienza: cosa ci ha lasciato Seattle
I giornali dell’epoca liquidano la protesta come “antimodernismo” o come un rigurgito di violenza. Ma a distanza di vent’anni la realtà ha rovesciato la prospettiva: il movimento denunciava le stesse contraddizioni che oggi riconosciamo come evidenti. La crisi climatica, le disuguaglianze sociali, la precarizzazione del lavoro globale, l’influenza smisurata delle multinazionali sulle politiche pubbliche — tutto era già scritto sugli striscioni improvvisati di Seattle. Il paradosso di questa concezione del mondo è che oggi, a distanza di 26 anni, tutte queste sono le bandiere della destra populista, il che dovrebbe farci pensare a come sono andate le cose nella cosiddetta sinistra.
“Siamo stati ridicolizzati, ma eravamo venti anni avanti a tutti. Eravamo ‘nerd’ e ‘sognatori’, ma vedevamo già il mondo che stava arrivando e che poi è arrivato.”
La stampa ci chiamava “no global” con tono dispregiativo. Oggi sappiamo che quel termine era riduttivo: non eravamo contro la globalizzazione in sé, ma contro quella globalizzazione fondata su sfruttamento e speculazione. Dicevamo: “Un altro mondo è possibile”, e avevamo ragione.
La storia, insomma, sta dando ragione a noi, i ragazzi del 99. Non tanto perché abbiamo vinto, anzi, in realtà abbiamo perso, anche se le battaglie restano aperte — ma perché avevamo indicato il problema prima che fosse evidente a tutti. Siamo stati ridicolizzati, ma eravamo venti anni avanti a tutti. Eravamo “nerd” e “sognatori”, ma vedevamo già il mondo che stava arrivando e che poi è arrivato. Lo avevamo capito perché ci informavamo sui media di tutto il mondo, quando Facebook era di là da venire, quando non esisteva Twitter e le ragazze non diventavano adolescenti con l’unico scopo di postare le foto con la bocca a “culo di gallina” e le dita a V su Instagram. Lo avevamo subodorato, perché siamo avvezzi a “leggere” le tendenze, da buoni nerd quali siamo.
E infatti, proprio negli anni successivi, la globalizzazione ha mostrato il suo volto più crudo: milioni di posti di lavoro sono stati spazzati via in tutto l’Occidente, travolti dalla delocalizzazione e dalle nuove logiche del profitto globale.
- Nel 1999 la prima crisi globale delle borse mondiali. Crollano le borse, che erano salite a livelli da bolla. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo occidentale perdono tonnellate di soldi.
- Seconda crisi dopo le due torri gemelle. Ri-crollo delle borse. I sauditi speculano sugli attentati alle Twin Towers e schizzano i prezzi del petrolio.
- 2008 la crisi cosiddetta dei “sub-prime”. Una bolla immobiliare nata e sviluppatasi in USA si propaga a macchia d’olio in tutto il mondo, crollano banche mondiali.
- 2011, la crisi europea dei paesi ad alto debito pubblico, ci siamo di mezzo anche noi e la Grecia ne fa le spese, pagando un tributo drammatico. Noi ci salviamo per il rotto della cuffia, grazie al governo Monti (sennò finivamo come la Grecia).
- Vogliamo parlare della pandemia? Quanto c’è nella diffusione della pandemia di logiche sbagliate, fuorvianti e deleterie del globalismo mondiale?
- Chikungunya, West Nile, ormai una zanzara che si ficca dentro a un aereo può fare morti a migliaia di km di distanza. No, mi fermo qui.
Io stesso, nel 2013, mi sono ritrovato in quella spirale di precarietà e disillusione, testimone diretto di un processo che la rivolta di Seattle aveva già denunciato con forza quattordici anni prima.
Le multinazionali, con una velocità impressionante, hanno trasferito la produzione in Cina e nei paesi cosiddetti emergenti, inseguendo salari bassi e normative ambientali più permissive. Da “noi” le fabbriche hanno chiuso, le periferie industriali si sono svuotate, interi quartieri hanno perso identità e futuro. Da “loro” sfruttamento, condizioni disperate di lavoro, arricchimento degli oligarchi che si trovavano al posto giusto, al momento giusto (vedere Putin & Friends, ma nei paesi arabi del Golfo è la stessa cosa e anche in Cina e India non si scherza). Ci raccontavano che era “efficienza”, che era “competitività”. In realtà era una resa totale al ricatto del mercato globale.
Ma c’è un prezzo ancora più alto, che stiamo pagando oggi: questa globalizzazione pilotata dalle multinazionali ha generato indirettamente la catastrofe climatica che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Incendi boschivi estivi che divorano intere regioni, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai, eventi meteorologici estremi che devastano città e campagne: tutti segni di un modello produttivo che ha consumato e sta consumando il pianeta come se fosse una miniera senza fondo. E se non prenderemo provvedimenti seri e radicali, ciò che ci attende non è una crisi temporanea, ma una trasformazione irreversibile del nostro mondo.
Portarsi addosso Seattle 99: manuale tascabile di resistenza gentile
“Abbiamo avuto ragione noi. Non perché il mondo sia cambiato come volevamo, ma perché abbiamo reso impossibile ignorare le domande che allora urlavamo per strada.”
Da allora per me essere un ragazzo del 99 significa questo: resistere senza indurirsi, tenere viva la brace, anche quando la tempesta spegne le fiamme. A Seattle fummo massacrati dai manganelli e dai titoli dei giornali, ridotti a caricature di violenti, bollati come ingenui che non capivano il progresso. Ci fecero a pezzi con le stesse armi del potere: il gas negli occhi e il fango mediatico sulla pelle. Non parlo del G8 di Genova del 19 luglio 2001. Perché, a parte la “macelleria messicana”, aizzata dal neoministro degli Interni Fini e avallata da Silvione, che ovviamente non è secondaria, ma non è questa la sede per parlarne, gli ideali erano i soliti, partiti appunto da Seattle 99.
Eppure la resistenza gentile non si misura sul breve periodo. È un lavoro carsico: scava sotto la superficie, lentamente, finché la roccia cede. Oggi basta leggere i rapporti sull’emergenza climatica, sulle disuguaglianze globali, sul potere smisurato delle multinazionali per capire che quelle voci inascoltate del 99 avevano colto la verità prima degli altri.
La gentilezza di quella resistenza non era rassegnazione, era ostinazione creativa: trasformare i blocchi stradali in danze improvvisate, gli slogan in cori che diventavano comunità, le cicatrici in narrazione condivisa. Abbiamo perso la battaglia mediatica, ma abbiamo vinto il tempo: le idee che allora sembravano utopia oggi sono parte del lessico comune. Insomma, se ci fosse stato un rivoluzionario gentile come Alex Langer, sarebbe d’accordo con queste idee. Anzi, forse Alex Langer si tolse la vita perché aveva capito tutto quanto quello che sarebbe successo ancor prima di noialtri nerd.
Resistere gentilmente significa non rinunciare alla cura, anche quando sei schiacciato dalla forza. Significa praticare la solidarietà minuta — il tè caldo passato di mano in mano sotto la pioggia, il braccio intrecciato con quello di uno sconosciuto per reggere un cordone umano — come atto politico. È un’arte che non fa titoli, ma che scolpisce lentamente la storia.
E allora sì, lo dico senza posa retorica: abbiamo avuto ragione noi. Non perché il mondo sia cambiato come volevamo, ma perché abbiamo reso impossibile ignorare le domande che allora urlavamo per strada. Abbiamo perso lo scontro, ma abbiamo aperto una crepa irreparabile nel racconto dominante. E da quella crepa continua a filtrare luce.
Essere oggi un ragazzo del 99 vuol dire questo: non cedere alla durezza, non cedere all’oblio, continuare a scegliere il tono fermo ma non feroce, il gesto radicale ma non disumano. È una musica che suona sottotraccia, un tempo che tiene insieme la band anche quando il palco sembra crollare. Una resistenza gentile, che non urla vittoria, ma sa di aver scritto già allora, con il proprio corpo, il margine di un futuro diverso.