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Sono appena tornato dall’AI Festival di Milano, e ciò che mi porto dietro non è l’entusiasmo ingenuo per l’ennesima innovazione, né il riflesso pavloviano del catastrofismo tecnologico, ma una percezione più densa e difficile da liquidare: stiamo attraversando una trasformazione che ridefinisce il nostro modo di stare al mondo. In molti interventi è affiorata, quasi inevitabilmente, l’immagine di una rivoluzione copernicana. Non una metafora abusata, ma un’immagine precisa: non cambia ciò che ruota, cambia il centro intorno a cui tutto ruota.
Se la Rivoluzione Industriale dell’Ottocento ha inciso sulla materia, lavoro, corpi, spazi urbani, ciò che stiamo vivendo oggi promette di essere ancora più profondo. Nei prossimi dieci anni muteranno i processi attraverso cui pensiamo, scegliamo, valutiamo e attribuiamo senso alla realtà. È una rivoluzione senza fumo, né rumore, che non si impone per rottura, ma per progressiva integrazione. Non la si subisce: la si assorbe.
Mentre il discorso pubblico continua a concentrarsi su modelli economici, investimenti, regole e scenari futuri, la trasformazione più rilevante avviene altrove, in una zona più discreta e meno visibile. Avviene nelle decisioni minime, in quelle scelte quotidiane che non percepiamo come politiche, né come tecnologiche: cosa comprare, a chi affidarci, cosa considerare rilevante, quale opzione ci appare più “naturale”. Sempre più spesso queste scelte non nascono in solitudine, ma sono accompagnate da sistemi che suggeriscono, orientano, semplificano, riducono l’attrito.
C’è una sensazione, ormai diffusa, che vale la pena ascoltare con attenzione: quella per cui una decisione “sembra” nostra, ma il suo percorso resta opaco. Non ricordiamo più con precisione da dove sia arrivata. È in questo spazio, apparentemente innocuo, che si colloca la posta in gioco dell’Intelligenza Artificiale contemporanea. Non nel controllo esplicito, non nell’imposizione autoritaria, ma nell’abitudine. Non ci viene detto cosa fare: ci viene reso più facile fare una cosa piuttosto che un’altra.
Ed è forse proprio questa gentilezza a renderla così efficace. Perché mentre ci raccontiamo una storia di efficienza, comodità e supporto, potremmo star imparando — senza accorgercene — a muoverci all’interno di ambienti che partecipano alle nostre decisioni. Non si tratta di essere contro l’Intelligenza Artificiale, né di celebrarla come una nuova promessa salvifica. Si tratta, più semplicemente, di provare a guardarla con lucidità. E di chiederci, prima che la domanda diventi invisibile, che cosa stia accadendo alla nostra capacità di scegliere.
Non viviamo con i chatbot: viviamo dentro di loro
Quando parliamo di chatbot (o Agenti), spesso li immaginiamo ancora come strumenti esterni: interfacce da interrogare, assistenti da consultare, tecnologie da usare “all’occorrenza”. È una rappresentazione rassicurante, ma sempre meno aderente alla realtà. I chatbot contemporanei, soprattutto quelli integrati nei processi di marketing, assistenza e acquisto, non sono semplici strumenti. Sono ambienti conversazionali. Spazi nei quali entriamo, sostiamo, ci muoviamo, spesso senza rendercene conto.
Non li incontriamo più in momenti isolati o circoscritti. Li troviamo nei siti web, nelle piattaforme di e-commerce, nelle app bancarie, nei servizi di prenotazione, nei canali di assistenza, perfino nei dispositivi che portiamo in tasca.
Non chiediamo loro soltanto informazioni: affidiamo loro micro-decisioni, lasciamo che riducano la complessità, che filtrino le opzioni, che anticipino i nostri bisogni. È qui che avviene lo slittamento decisivo: dal chatbot come interlocutore al chatbot come contesto.
In questo senso, non viviamo più con i chatbot. Viviamo dentro di loro. Dentro sistemi che apprendono dai nostri comportamenti, che modellano le risposte sulla base delle nostre reazioni, che costruiscono un flusso conversazionale apparentemente neutro, ma in realtà profondamente orientato. Non c’è conflitto, non c’è imposizione. C’è continuità. E la continuità, come sapeva bene Pier Paolo Pasolini, è spesso la forma più efficace dell’omologazione.
Il punto non è stabilire se questo sia “giusto” o “sbagliato”. Il punto è riconoscere che la relazione non è più simmetrica. Il chatbot (o, per meglio dire, l’Agente) non è un semplice mezzo tra noi e un’informazione: diventa il luogo stesso in cui l’informazione prende forma, si organizza, si presenta come rilevante o marginale. Ogni risposta è anche una selezione, ogni suggerimento è anche una rinuncia silenziosa ad altre possibilità.
Questa immersione è tanto più potente quanto meno viene percepita come tale. Perché non chiede attenzione critica, ma confidenza. Non pretende fiducia cieca, ma una fiducia progressiva, costruita a piccoli passi. Un’interazione alla volta. È qui che la tecnologia smette di essere un oggetto e diventa un ambiente cognitivo, un paesaggio nel quale ci muoviamo con naturalezza crescente.
Ed è proprio questa naturalità il segnale da osservare con maggiore attenzione. Non perché nasconda necessariamente un pericolo, ma perché segna un cambiamento antropologico profondo: quando il luogo della decisione non è più solo nella nostra mente, ma distribuito tra noi e un sistema che dialoga, suggerisce e accompagna, allora vale la pena fermarsi e guardare meglio dove ci troviamo.
Dalla perlocutività alla normalizzazione della scelta
Quando parliamo di chatbot perlocutivi, parliamo di sistemi progettati non per informare, ma per ottenere un risultato. Un clic, una conversione, una registrazione, un acquisto. La perlocutività, nel senso più rigoroso del termine, non riguarda il contenuto del messaggio, ma il suo effetto. Non ciò che viene detto, ma ciò che accade dopo che è stato detto.
Nel marketing digitale questo meccanismo è noto da tempo. Call to action, nudging, micro-copy, design persuasivo. Tutto concorre a ridurre l’attrito decisionale e a rendere una scelta più probabile di un’altra. La novità introdotta dai chatbot non sta tanto nell’obiettivo, che resta invariato, quanto nella forma della relazione. Non più un messaggio unidirezionale, ma un dialogo. Non più una pressione esplicita, ma un accompagnamento progressivo.
Qui avviene uno slittamento decisivo. Il chatbot perlocutivo non convince, normalizza. Inserisce la scelta desiderata all’interno di un flusso conversazionale che la rende coerente, ragionevole, quasi inevitabile. Non ti dice cosa fare. Ti mostra perché quella scelta, in quel momento, ha senso. E quando una scelta ha senso, smette di essere percepita come eterodiretta.
Col tempo, questo meccanismo smette di essere riconosciuto come persuasione. Diventa contesto. Diventa abitudine. È il passaggio dalla perlocutività intenzionale alla normalizzazione della scelta, dove il confine tra decisione autonoma e decisione suggerita si fa sempre più sfumato. Non perché qualcuno stia complottando nell’ombra, ma perché il sistema funziona meglio quando non viene percepito come tale.
Il punto cruciale è che questa normalizzazione non opera solo nei momenti “commerciali”. Non riguarda esclusivamente l’acquisto di un prodotto o la sottoscrizione di un servizio. Si estende a ciò che riteniamo rilevante, urgente, degno di attenzione. Il chatbot non orienta soltanto cosa scegliamo, ma anche come valutiamo le alternative. Riduce il campo, ordina le priorità, suggerisce una gerarchia implicita.
È in questo senso che la perlocutività contemporanea diventa sistemica. Non è più confinata a un obiettivo specifico, ma si diffonde come forma. Una grammatica decisionale che impariamo a parlare senza accorgercene. E più questa grammatica diventa fluida, meno sentiamo il bisogno di interrogarla. La scelta appare semplice, naturale, persino ovvia.
Ed è qui che si apre la domanda più interessante e forse più scomoda. Se una scelta è sempre più facile, sempre più assistita, sempre più guidata, che cosa stiamo perdendo in termini di attrito cognitivo? Perché è proprio in quell’attrito, nella fatica di scegliere, che spesso si forma lo spazio del pensiero critico.
Non è una questione ideologica: è una trasformazione del modo di percepire
Quando si prova a ragionare in modo critico sull’Intelligenza Artificiale, il rischio più immediato è quello di scivolare in una lettura ideologica. Da una parte la tentazione di ridurre tutto a una critica del “sistema”, dall’altra la reazione speculare di chi liquida ogni riflessione come l’ennesimo lamento nostalgico contro il progresso. Entrambe le posture, per motivi diversi, impediscono di vedere il fenomeno per ciò che è.
Il punto, infatti, non è stabilire se l’AI sia buona o cattiva, né tantomeno ricondurla a una categoria politica preesistente. Qui non siamo di fronte a un semplice assetto economico che cambia, ma a qualcosa di più profondo e trasversale. Stiamo assistendo a una trasformazione del modo in cui percepiamo il reale, del modo in cui organizziamo mentalmente le alternative, attribuiamo priorità, costruiamo significato.
Ridurre tutto a una questione ideologica significa continuare a ragionare con categorie novecentesche di fronte a un mutamento che opera su un altro piano. L’Intelligenza Artificiale non chiede adesione, non pretende consenso, non si presenta come un’ideologia. Anche perché, che ci piaccia o no, ci dovremo abituare. Si limita a funzionare. E proprio per questo risulta così pervasiva. Non entra nel dibattito pubblico come un’idea da discutere, ma come un’infrastruttura da usare.
È qui che la lezione di Pier Paolo Pasolini torna a essere sorprendentemente attuale. Pasolini non era interessato alle etichette politiche in quanto tali, ma agli effetti concreti che i cambiamenti culturali producevano sui corpi, sul linguaggio, sul desiderio. Parlava di mutazione antropologica, non per denunciare un sistema in astratto, ma per descrivere un processo che agiva prima ancora della coscienza individuale. Un processo che rendeva certi comportamenti “naturali” e altri impensabili.
L’Intelligenza Artificiale agisce in modo analogo. Non ci chiede di credere in qualcosa, ma ci abitua a percepire il mondo secondo una certa grammatica. Una grammatica fatta di suggerimenti, di opzioni preordinate, di percorsi preferenziali. Non elimina la libertà di scelta, ma la incornicia. E ciò che è incorniciato tende a essere visto come ovvio, mentre ciò che resta fuori sbiadisce lentamente.
Per questo è sterile contrapporre entusiasmo tecnologico e rifiuto ideologico. Entrambe le posizioni restano in superficie. La questione reale riguarda il livello più profondo, quello percettivo e cognitivo. Quando cambia il modo in cui percepiamo le possibilità, cambia anche il modo in cui decidiamo, indipendentemente dalle nostre convinzioni politiche o morali.
Non si tratta, dunque, di schierarsi. Si tratta di osservare. Di riconoscere che stiamo interiorizzando nuovi automatismi, nuove soglie di attenzione, nuove aspettative di semplicità. E che questi cambiamenti, proprio perché non si presentano come tali, meritano uno sguardo più attento, meno ideologico e più lucido.
L’AI nei processi di acquisto: quando decidere diventa delegare
È nei processi di acquisto che la pervasività dell’Intelligenza Artificiale diventa più evidente, e allo stesso tempo più accettata. Qui l’AI non si presenta come una forza astratta o lontana, ma come una promessa di semplificazione. Meno tempo perso, meno dubbi, meno errori. In una parola, meno fatica. Ed è proprio questa riduzione dell’attrito a renderla così efficace.
Quando acquistiamo qualcosa, oggi, raramente partiamo da una pagina bianca. Ci muoviamo all’interno di percorsi già tracciati (do you remember “Messy Middle?“), fatti di suggerimenti, confronti automatici, recensioni selezionate, opzioni consigliate. L’Intelligenza Artificiale non decide al posto nostro, almeno non in modo esplicito. Decide prima, organizzando lo spazio delle possibilità entro cui la nostra scelta potrà avvenire. Ciò che vediamo per primo, ciò che appare più “adatto”, ciò che sembra risolvere meglio il nostro problema.
In questo senso, l’atto di acquistare non è più un gesto isolato, ma l’esito di una serie di micro-deleghe. Deleghiamo la selezione iniziale, la scrematura delle alternative, l’ordine di rilevanza. E lo facciamo volentieri, perché il sistema funziona, sia esso su Perplexity, su Chat GPT o nel chatbot dell’e-commerce. Troviamo ciò che ci serve, spesso in tempi rapidi, con una sensazione diffusa di efficienza e controllo. Ma è proprio qui che vale la pena rallentare lo sguardo.
Nell’articolo dedicato ai chatbot perlocutivi, avevo già messo a fuoco un punto essenziale, cioè il fatto che questi sistemi non sono progettati per dialogare in modo neutro, ma per produrre un effetto concreto sull’utente, che si tratti di un click, di una conversione o di un acquisto. Quel ragionamento resta pienamente valido, e anzi trova oggi una sua naturale estensione.
Vai a rileggerlo 👉 https://fabri.news/hal9000-e-i-chatbot-perlocutivi/
La differenza, oggi, è che la perlocutività non è più confinata a un singolo momento o a un singolo strumento. È distribuita lungo l’intero processo decisionale. Non c’è un punto preciso in cui “subiamo” l’influenza del sistema. La subiamo, se così si può dire, per continuità. Ogni suggerimento è plausibile, ogni passaggio è logico, ogni opzione consigliata sembra sensata. Ed è proprio questa coerenza a rendere la delega quasi invisibile.
Inoltre, la delega non riguarda solo il cosa acquistare, ma il come valutare. L’AI ci aiuta a definire che cosa conta, che cosa è urgente, che cosa è superfluo. Introduce una gerarchia implicita che raramente mettiamo in discussione, perché arriva già confezionata come soluzione. Non ci sentiamo guidati, ci sentiamo assistiti. E l’assistenza, per sua natura, non viene vissuta come una limitazione.
Il risultato è una forma di decisione ibrida. Formalmente nostra, ma sostanzialmente condivisa con un sistema che conosce i nostri comportamenti, le nostre abitudini, le nostre preferenze passate. Non è una cessione totale di controllo, ma una diluizione progressiva. E più questa diluizione produce benefici immediati, più diventa difficile riconoscerla come tale.
Qui non si tratta di demonizzare la delega, che in molti casi è utile e perfino necessaria. Si tratta di riconoscere che, quando delegare diventa la norma, la scelta smette di essere un atto isolato e diventa un ambiente. Un ambiente comodo, efficiente, rassicurante. Ma pur sempre un ambiente, che orienta i nostri movimenti prima ancora che ce ne rendiamo conto.
Tutti dentro, nessuno escluso: la pervasività trasversale
Un altro errore ricorrente, quando si parla di Intelligenza Artificiale e processi decisionali, è immaginare che il fenomeno riguardi solo alcune categorie di persone. I “meno competenti”, i “più giovani”, i consumatori distratti, i “boomers” oppure, all’opposto, i professionisti iper-tecnologici. È una rassicurazione implicita: l’idea che esistano zone di immunità. In realtà, questa trasformazione non risparmia nessuno.
La pervasività dell’AI non opera per esclusione, ma per adattamento. Ogni profilo viene intercettato in modo diverso, ma nessun profilo resta fuori.
- Chi ha competenze tecniche riceve strumenti sofisticati di supporto decisionale.
- Chi ne ha meno riceve percorsi semplificati e guidati.
- Chi è diffidente viene accompagnato con gradualità.
- Chi è entusiasta viene premiato con velocità ed efficienza.
Cambia il linguaggio, cambia l’interfaccia, cambia il grado di autonomia percepita. Il risultato, però, è lo stesso: l’esperienza viene mediata.
Questa mediazione è tanto più efficace quanto più riesce a mimetizzarsi. Non si presenta come una forzatura, ma come una risposta personalizzata. Non livella le differenze, le assorbe. È qui che l’Intelligenza Artificiale mostra il suo carattere realmente trasversale. Non impone un comportamento uniforme, ma costruisce un’uniformità di fondo, una struttura comune entro cui ognuno si muove secondo il proprio stile.
Anche chi si considera consapevole, informato, “sul pezzo”, non ne è fuori. Anzi, spesso è proprio chi conosce meglio i meccanismi a trarne i maggiori vantaggi operativi, accettando più facilmente la delega.
- Perché sa che funziona.
- Perché sa che fa risparmiare tempo.
- Perché sa che riduce il rumore.
Ma la conoscenza del funzionamento non equivale automaticamente a una distanza critica. Capire un sistema non significa esserne esterni.
Allo stesso modo, chi si muove con minore consapevolezza non viene escluso, ma accompagnato. L’AI colma le lacune, anticipa i bisogni, suggerisce soluzioni. In molti casi, migliora davvero l’esperienza. Ed è proprio questo il punto più delicato. La pervasività non passa attraverso il disagio, ma attraverso il beneficio. Non attraverso la costrizione, ma attraverso la comodità.
Il risultato è un’esperienza condivisa, pur nella diversità dei percorsi. Tutti dentro, appunto. Non perché qualcuno abbia deciso così, ma perché è diventato il modo più semplice di stare nel mondo. E quando un ambiente diventa il contesto naturale delle nostre azioni, smettiamo di interrogarlo. Lo attraversiamo. Lo abitiamo. Lo diamo per scontato.
È a questo livello che la questione smette di essere tecnologica e diventa culturale. Oserei dire antropologica. Non riguarda più l’adozione di uno strumento, ma l’interiorizzazione di un modo di funzionare. E quando un modo di funzionare diventa invisibile, allora è il momento giusto per provare a renderlo nuovamente visibile. Ecco perché fa bene parlarne, come sto facendo io in questo articolo (ma va bene anche se lo fate al bar di fronte a un cappuccino fumante!).
Pier Paolo Pasolini oggi: cosa direbbe davanti a una persuasione gentile
Usare oggi il pensiero di Pier Paolo Pasolini per leggere l’Intelligenza Artificiale non è un gesto dovuto, né un omaggio rituale. Non lo facciamo perché è morto prematuramente in modo violento, né perché è stato un simbolo del Novecento “contro” i sistemi di potere. E nemmeno perché citarlo conferisce automaticamente una patina di profondità o di legittimazione culturale. Tutte queste letture, per quanto diffuse, rischiano di essere riduttive.
Pasolini ci serve per un motivo più semplice e, insieme, più scomodo. Ci serve perché era un intellettuale che non cercava consenso, ma attrito. Non costruiva sistemi teorici chiusi, non offriva modelli rassicuranti, non si preoccupava di risultare conciliabile. Amava provocare, non per il gusto dello scandalo, ma per costringere il lettore a pensare, a prendere posizione, a non rifugiarsi in categorie comode. Questo è anche uno dei tanti aspetti che ne fanno grande la sua Opera e il suo lascito (inutile che vi dica di andare in libreria e di prendervi gli Scritti Corsari, un “libriccino” che oggi in edizione economica costa 10€ e vi apre un mondo).
Altri grandi interpreti del Novecento, come Umberto Eco o Zygmunt Bauman, hanno fornito strumenti analitici potentissimi per comprendere la modernità, la società dei consumi, la liquidità dei legami e della società, la trasformazione dei linguaggi. Pasolini, però, operava su un piano diverso. Non spiegava soltanto. Disturbava. E in un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale tende a ridurre l’attrito, a semplificare, a rendere tutto più scorrevole, questa differenza diventa cruciale.
Pasolini osservava i mutamenti non dall’alto di una teoria, ma dall’interno della vita quotidiana. Guardava come cambiavano i gesti, le parole, i desideri. Si chiedeva che cosa diventasse “normale”, prima ancora che diventasse “giusto” o “sbagliato”. Ed è proprio questo sguardo che oggi risulta prezioso. Non perché avesse previsto l’AI, ma perché aveva compreso un meccanismo che la attraversa in profondità: le trasformazioni più decisive non passano attraverso la repressione, ma attraverso l’adesione.
Davanti a una persuasione gentile, Pasolini non avrebbe probabilmente iniziato chiedendosi chi comanda o chi trae profitto, almeno non in prima battuta. Si sarebbe chiesto che cosa sta cambiando nel modo in cui gli individui percepiscono sé stessi e il mondo. Quali desideri vengono coltivati. Quali possibilità smettono lentamente di essere immaginabili. Perché il potere più efficace, per lui, non era quello che proibisce, ma quello che rende superfluo il conflitto.
L’Intelligenza Artificiale agisce esattamente su questo piano. Non entra nella vita delle persone come un’autorità, ma come una presenza utile, efficiente, collaborativa. Non chiede obbedienza, ma confidenza. E più diventa confidente, più il suo ruolo smette di essere interrogato. È una dinamica che Pasolini aveva già individuato nella televisione, nella pubblicità, nel consumo di massa. Oggi si ripresenta in una forma nuova, più sofisticata, più personalizzata, più intima.
Per questo Pasolini non è qui come icona da idolatrare, ma come strumento critico. Non per dirci cosa pensare dell’AI, ma per costringerci a porci le domande giuste. A partire dalla più scomoda di tutte: che tipo di esseri umani stiamo diventando, mentre ci convinciamo di stare semplicemente migliorando la nostra vita?
Non contro l’AI, ma per una nuova consapevolezza
Tornando idealmente a quei giorni all’AI Festival di Milano, alla densità degli interventi, alle parole ricorrenti sulla rivoluzione copernicana in atto, forse il punto non è chiederci se l’Intelligenza Artificiale cambierà il mondo. Il punto è riconoscere che ha già iniziato a cambiare il modo in cui lo percepiamo. Non attraverso rotture violente o imposizioni manifeste, ma attraverso una progressiva riorganizzazione delle nostre abitudini cognitive, delle nostre aspettative, delle nostre scelte quotidiane.
Questo articolo non nasce contro l’AI, né contro chi la progetta, la studia o la promuove. Ci mancherebbe. Al contrario, nasce dalla convinzione che proprio nei momenti di maggiore entusiasmo e accelerazione sia necessario affiancare allo sviluppo tecnologico uno sguardo critico all’altezza della sua portata. Non per frenare, ma per comprendere. Non per demonizzare, ma per rendere visibile ciò che rischia di diventare troppo naturale per essere interrogato.
Usare il pensiero di Pier Paolo Pasolini non significa cercare risposte pronte, né rifugiarsi in un passato idealizzato. Significa adottare uno sguardo che accetta il conflitto come strumento di conoscenza, che diffida delle semplificazioni e che considera il cambiamento antropologico come la posta in gioco più alta. In un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale tende a ridurre l’attrito, Pasolini ci ricorda il valore della frizione, della domanda scomoda, della pausa riflessiva.
L’AI sta entrando sempre più a fondo nei processi decisionali, nei comportamenti di acquisto, nei percorsi di senso. Lo fa spesso, migliorando davvero la nostra esperienza, rendendola più fluida, più efficiente, più accessibile. Proprio per questo merita attenzione. Perché ciò che funziona bene smette facilmente di essere messo in discussione. E quando smettiamo di interrogare un ambiente, iniziamo ad abitarlo senza più accorgercene.
Forse la vera sfida dei prossimi anni non sarà tecnologica, né economica, né normativa. Sarà culturale. Riguarderà la nostra capacità di restare presenti nelle scelte che compiamo (quando si dice la “presenza di spirito”, mai definizione fu più consona!), di riconoscere quando stiamo delegando e perché, di mantenere uno spazio di consapevolezza dentro un ecosistema che tende, legittimamente, a semplificare tutto.
Se l’Intelligenza Artificiale rappresenta davvero una rivoluzione copernicana, allora vale la pena ricordare che ogni rivoluzione di questo tipo non cambia solo ciò che ruota, ma il punto da cui guardiamo. Ed è proprio da lì, dallo sguardo, che può ancora nascere una forma di libertà non automatica, non assistita, non gentile. Ma pienamente umana.