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Dal 16 luglio 2026 anche i monopattini elettrici devono essere assicurati. È l’ultimo elemento di una disciplina che prevede casco, contrassegno identificativo e copertura per la responsabilità civile.
Tre cose semplici. Perfino ragionevoli.
Il casco protegge chi guida. Il contrassegno permette di identificare il mezzo. L’assicurazione tutela chi viene danneggiato. Non occorre convocare Montesquieu per comprenderne il senso.
Sono d’accordo con queste norme.
Eppure, osservando le strade, si ha l’impressione che queste norme siano state approvate in un altro Paese. O per un altro Paese.
Non posso sapere quali monopattini siano assicurati. La polizza non si vede. Posso però vedere chi porta il casco, chi espone il contrassegno, chi viaggia sui marciapiedi, chi procede contromano e chi trasporta un passeggero come se la pedana fosse improvvisamente diventata un’utilitaria.
Continuo a vedere il mondo di prima.
Lo stesso accade con il cellulare alla guida. Le sanzioni sono aumentate, la sospensione della patente è diventata più facile e ogni inasprimento è stato accompagnato dalle consuete dichiarazioni sulla sicurezza. Poi ci si ferma al semaforo e si scopre che metà degli automobilisti ha lo sguardo abbassato sul telefono.
L’altra metà probabilmente sta cercando il telefono.
Non è un problema di destra o di sinistra.
Non è nemmeno un articolo contro i monopattini.
Il monopattino è soltanto un oggetto molto piccolo sul quale lo Stato italiano riesce a proiettare tutti i propri difetti: la sovrapproduzione normativa, la cattiva scrittura legislativa, l’annuncio scambiato per azione e il controllo considerato un dettaglio amministrativo.
La politica approva una legge e si dichiara soddisfatta. Ha fatto il proprio dovere. Ha prodotto una norma.
La strada, naturalmente, non legge la Gazzetta Ufficiale.
La legge è uscita. La realtà non è stata avvisata
In Italia continuiamo a comportarci come se la promulgazione di una legge modificasse automaticamente la realtà.
Si approva una norma. Si presenta la norma. Si commenta la norma. Si organizzano conferenze stampa, annunci e interviste. Si spiega che, da quel momento, “cambia tutto”.
Di solito non cambia quasi niente.
Il problema non è la severità delle sanzioni. Una multa può essere raddoppiata, triplicata o resa esemplare.
Se la probabilità di essere controllati rimane trascurabile, la sua funzione deterrente resta confinata nel comunicato stampa che l’ha annunciata.
Una sanzione enorme e improbabile incide meno di una sanzione ragionevole e quasi certa. Non è filosofia del diritto. È comportamento umano elementare.
Chi usa il telefono mentre guida sa che è vietato. Chi attraversa un marciapiede in monopattino sa, o dovrebbe intuire, che quello spazio appartiene ai pedoni. Chi viaggia senza casco non è necessariamente una vittima della cattiva comunicazione istituzionale.
Molto più semplicemente, ha calcolato che non gli accadrà nulla.
Ed è spesso un calcolo corretto.
Una legge priva di controlli educa alla propria irrilevanza. Insegna che la norma esiste formalmente, ma la sua applicazione è negoziabile. Dipende dal luogo, dall’ora, dalla disponibilità di personale e da una combinazione abbastanza favorevole di circostanze.
Lo Stato diventa severissimo in astratto e intermittente nella realtà.
Non è uno Stato tollerante. È uno Stato ipocrita. Minaccia tutti, controlla pochi e lascia che la maggioranza impari a convivere con l’infrazione.
Quando qualcuno viene sanzionato, il cittadino non percepisce l’applicazione ordinaria di una regola. Percepisce la sfortuna.
Non pensa: “Ho violato la legge”.
Pensa: “Proprio oggi dovevano fermare me”.
A quel punto la norma non costruisce più un comportamento collettivo. Diventa una lotteria amministrativa.
Il monopattino e la genealogia del comma
La disciplina dei monopattini offre anche un esempio piuttosto limpido di come lo Stato italiano scriva le proprie regole.
Per sapere che cosa occorra fare con un mezzo dotato di due ruote, una pedana e un manubrio bisogna seguire una piccola genealogia normativa.
La legge 25 novembre 2024, n. 177 ha introdotto le nuove disposizioni intervenendo, tra l’altro, sui commi 75 e seguenti dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2019, n. 160.
Non si tratta di un testo dedicato organicamente alla micromobilità. È un rattoppo della revisione della legge di bilancio per il 2020.
Il cittadino parte dal monopattino e si ritrova dentro una legge di bilancio approvata nel 2019. È già un viaggio.
Nel giugno 2025 è arrivato un decreto per stabilire le caratteristiche tecniche del contrassegno. Nell’ottobre dello stesso anno un altro decreto ne ha disciplinato prezzo, richiesta e rilascio. Nel marzo 2026 è stato definito il funzionamento della piattaforma telematica. Dopo il periodo transitorio, l’obbligo del contrassegno è diventato effettivo il 16 maggio 2026. Due mesi più tardi è arrivata anche la decorrenza dell’obbligo assicurativo.
Una regola elementare è stata distribuita tra leggi, commi, decreti ministeriali, decreti dipartimentali, allegati tecnici, piattaforme e decorrenze differenti.
Per guidare il monopattino non serve la patente.
Per comprendere la disciplina non basta una laurea.
Questa non è complessità inevitabile.
È cattiva architettura dell’informazione applicata alla legge.
Anche in questo caso il legislatore non ha riscritto la disciplina in forma chiara, coordinata e leggibile. Ha preferito sostituire una parola, aggiungere una lettera, modificare un comma, inserire un vicies quater e rinviare ciò che manca a un decreto successivo.
Il risultato è una lingua formalmente precisa e sostanzialmente ostile.
Una lingua che non parla al cittadino. Parla a sé stessa.
Per interpretare una norma italiana bisogna spesso ricostruire che cosa dicesse ieri, che cosa sia stato abrogato, quale inciso sia sopravvissuto e quale provvedimento debba ancora essere emanato. Non occorrono davvero tre codici civili fino al 1861, ma la sensazione è quella: l’archeologia usata come metodo amministrativo.
Poi ci si domanda perché le regole non vengano comprese.
Forse perché chi le scrive non considera la comprensibilità una parte della legge. La considera una concessione. Un ornamento per testi meno importanti.
Il potere, quando non sa scrivere con chiarezza, chiama la propria ignoranza “tecnica legislativa”.
Il cellulare alla guida: l’infrazione di massa
Il cellulare alla guida rappresenta lo stadio successivo del problema. Qui non ci sono piattaforme da attivare, contrassegni da produrre o decreti attuativi da attendere.
La regola è nota.
Non si guida con il telefono in mano. Non si leggono messaggi. Non si scrive. Non si controllano le notifiche mentre l’automobile procede, anche se lentamente e anche se “tanto sono due secondi”.
Dal dicembre 2024 le sanzioni sono diventate più severe. È prevista anche la sospensione breve della patente, già alla prima violazione, per chi possiede meno di venti punti.
Tutto molto severo.
Poi si esce di casa.
Il telefono viene utilizzato al volante con una naturalezza che non appartiene più nemmeno alla trasgressione. Non c’è il gesto furtivo di chi sa di commettere un’infrazione. Il dispositivo viene tenuto davanti al volto, appoggiato sul volante, consultato durante la marcia.
È diventato parte della postura di guida.
Non scrivo queste cose da un pulpito.
Rispetto le regole, anche quando non mi piacciono o mi sembrano inutilmente complicate. Eppure, se sono fermo al semaforo rosso o davanti a un passaggio a livello con le sbarre abbassate, capita anche a me di prendere il telefono.
È vietato anche quello. L’arresto imposto dalla circolazione non è una sosta fuori dalla strada. Lo so e lo faccio.
L’automobile è ferma, non c’è un pericolo immediato, saranno soltanto pochi secondi. Cambiano le circostanze, ma non sto arrecando pericolo stradale, tutt’al più l’automobilista che è dietro di me al semaforo mi suonerà il clacson (commettendo anche egli un’infrazione) se scatta il verde e io ancora sto guardando lo schermo del telefonino.
Questa ammissione non mi assolve. Dimostra il problema.
Quando una regola viene percepita come intermittente, anche chi normalmente la rispetta comincia a negoziarla.
L’infrazione altrui appare irresponsabile. La propria, invece, ha sempre una spiegazione ragionevole.
E nella somma di tutte queste ragionevoli eccezioni, la legge diventa facoltativa.
Non siamo di fronte a cittadini che ignorano la legge. Siamo di fronte a cittadini che hanno smesso di considerarla rilevante. Sanno che il comportamento è vietato, ma sanno anche che la probabilità di essere fermati è ridotta.
La norma dice una cosa. L’esperienza quotidiana ne insegna un’altra.
Quando l’esperienza smentisce ogni giorno la legge, vince l’esperienza.
Oppure si decide di fare controlli a tappeto e severi. Poi però bisogna avere gli attributi per farli…
Si hanno i mezzi, le strutture, il personale per farli?
È così che un’infrazione diventa abitudine e poi costume. Non viene più percepita come una violazione, ma come una delle tante libertà abusive che il Paese concede, purché siano esercitate da un numero sufficiente di persone.
Se lo fanno tutti, non può essere davvero vietato.
La legge rimane scritta. La società la corregge a penna.
Produrre norme non significa governare
Approvare una legge è la parte più facile.
Permette alla politica di mostrare un risultato, occupare uno spazio nei notiziari e pronunciare parole come “stretta”, “tolleranza zero” e “svolta”. Sono parole adatte ai titoli. Hanno il vantaggio di non richiedere una verifica immediata.
Il controllo viene dopo. Richiede persone, mezzi, organizzazione, continuità e responsabilità.
Richiede soprattutto la volontà di applicare una regola anche quando l’applicazione è impopolare.
Ed è qui che lo Stato arretra.
Il controllo, soprattutto quando l’automobile è in marcia, non è un complemento della sanzione. È il suo presupposto. Il vero deterrente non è sapere che sulla carta esiste una multa da mille euro. È sapere che esiste una probabilità concreta di essere fermati.
Non servono pattuglie a ogni semaforo. Servono controlli visibili, frequenti e abbastanza imprevedibili da modificare la percezione del rischio.
Se chi guida con il telefono in mano incontra per anni soltanto altri automobilisti con il telefono in mano, la legge perde qualsiasi capacità educativa.
E non basta rispondere con la consueta carenza di personale.
La carenza può essere reale, ma non chiude il discorso. Lo apre.
Se lo Stato introduce nuovi obblighi, aumenta le sanzioni e annuncia tolleranza zero senza fornire personale, mezzi, organizzazione e priorità operative a chi dovrebbe effettuare i controlli, non ha costruito una politica di sicurezza. Ha spostato dell’inchiostro.
Non è un’accusa al singolo agente della Polizia Locale, al quale viene spesso chiesto di occuparsi contemporaneamente di incidenti, viabilità, soste, mercati, manifestazioni, edilizia, passi carrabili, schiamazzi notturni e qualunque altra emergenza urbana. È un’accusa alla catena decisionale che produce nuove norme senza domandarsi chi le applicherà il lunedì mattina alle 8.
Se il personale non basta, si stabiliscono priorità. E l’uso del telefono con il veicolo in movimento dovrebbe essere una di queste, perché non riguarda il decoro, la burocrazia o la disciplina formale. Riguarda una persona che percorre metri di strada senza guardarla.
A 40 km/h stai percorrendo 11 m/s. Ricordati del famoso bambino che perde la palla e attraversa la strada. Calcolare la velocità in metri al secondo, anziché in km/h aiuta molto.
La mancanza di risorse può spiegare l’assenza dei controlli. Non può giustificarla all’infinito.
Altrimenti ogni nuova legge segue lo stesso percorso: viene approvata dal Parlamento, annunciata dal governo e infine affidata alla buona educazione.
Ma se fosse sufficiente la buona educazione, non avremmo bisogno del Codice della strada. Basterebbe un cartello scritto con cortesia.
Non è destra o sinistra. È il metodo
Sarebbe comodo attribuire tutto questo al governo vigente. Consentirebbe di trovare un colpevole riconoscibile, sistemarlo dentro una parte politica e concludere il discorso.
Il problema è più vecchio e meno rassicurante.
Governi di ogni colore hanno prodotto norme scritte male, stratificate su altre norme, affidate a decreti successivi e applicate con controlli intermittenti. Cambiano le maggioranze, ma rimane la stessa fiducia quasi religiosa nella Gazzetta Ufficiale.
La legge viene trattata come un atto performativo: basta pronunciarla perché la realtà obbedisca.
Non accade.
La realtà risponde agli incentivi, alla presenza dello Stato, alla chiarezza delle regole e alla certezza delle conseguenze.
Definire questo problema “politico” non significa trasformarlo in uno scontro tra partiti. Significa riconoscere che riguarda la capacità stessa della politica di amministrare.
E questa capacità, troppo spesso, viene sostituita dalla produzione di commi.
Chiosa: la legge che non deve disturbare
In Italia la legge deve esistere, ma non deve disturbare troppo.
Deve essere severa nei titoli, complicata nei commi e discreta per strada.
In Italia la legge deve permettere alla politica di dire che il problema è stato affrontato e al cittadino di continuare a comportarsi come prima.
Tutti conservano la propria parte di ragione. Nessuno cambia nulla.
Poi arriva un’altra legge. Modifica una lettera, aggiunge un comma, aumenta una sanzione e promette finalmente il rigore.
Il Paese applaude senza togliere gli occhi dal cellulare.
Alla fine non mancano le norme. Manca la volontà di renderle reali.
I tarallucci e il vino sono già sul tavolo.