L’adesivo era pronto. Il mercato dei Post-it no

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L’adesivo che non faceva quello che doveva

Nel 1968 Spencer Silver lavorava nei laboratori di ricerca della 3M sugli adesivi. La direzione, in quegli anni, era piuttosto intuitiva: servivano adesivi più forti, più resistenti, capaci di tenere meglio.

Silver ottenne qualcosa di diverso.

Le microsfere che aveva sviluppato aderivano alle superfici, ma senza creare un legame particolarmente forte. Potevano essere staccate con facilità e conservavano la capacità di aderire di nuovo. Dal punto di vista del risultato atteso, non era ciò che si stava cercando. Dal punto di vista tecnico, però, il comportamento del materiale era abbastanza insolito da meritare attenzione.

Qui conviene fermarsi un momento, perché la storia dei Post-it viene spesso raccontata comprimendo tutto in una formula molto efficace: un esperimento fallito diventa un successo mondiale.

È una buona storia. Solo che salta la parte più interessante.

L’adesivo di Silver non era propriamente un fallimento. Funzionava. Semplicemente non risolveva il problema per il quale era stato sviluppato.

E soprattutto non ne risolveva ancora nessun altro abbastanza evidente da trasformarlo in un prodotto.

Per alcuni anni Silver continuò infatti a presentare quella tecnologia all’interno di 3M, cercando un’applicazione convincente. La società ricorda che la reazione iniziale non fu particolarmente entusiasta e Silver stesso avrebbe poi definito la scoperta una “soluzione in attesa di un problema”.

È forse questo il primo passaggio interessante della storia.

Tendiamo a pensare all’innovazione come a una sequenza abbastanza ordinata: c’è un problema, qualcuno trova una soluzione e quella soluzione diventa un prodotto.

Qui accade il contrario.
Prima arriva una proprietà tecnica nuova.
Poi bisogna capire che cosa farne.

E soltanto molto dopo si porrà un terzo problema, ancora diverso: convincere altre persone che quell’oggetto apparentemente banale può essere utile anche a loro.

Nel 1968, però, il marketing non è ancora entrato nella storia.

Sul tavolo c’è soltanto un adesivo piuttosto strano.

E nessuno ha ancora inventato il motivo per usarlo.

Una soluzione che non aveva ancora trovato il suo problema

Per alcuni anni Spencer Silver continuò a parlare del suo adesivo all’interno di 3M. Lo mostrava ai colleghi, ne spiegava il comportamento, cercava qualcuno che riuscisse a vedere un’applicazione concreta in quella caratteristica apparentemente poco utile: attaccare senza attaccare troppo.

Il problema era esattamente questo.

La tecnologia esisteva, ma mancava ancora il gesto quotidiano capace di renderla comprensibile.

Quel gesto arrivò grazie a Art Fry, un altro ricercatore di 3M. Fry cantava nel coro della propria chiesa e usava piccoli pezzi di carta per segnare le pagine dei canti religiosi. I segnalibri, però, tendevano a scivolare via.

Non era un grande problema industriale.

Non c’erano commesse aerospaziali, macchinari da riprogettare o processi produttivi da rivoluzionare.

In chiesa c’era semplicemente un pezzo di carta che non restava dove doveva restare.

Ed è proprio qui che l’adesivo di Silver smise di essere soltanto una curiosità di laboratorio.

Fry ricordò quel materiale capace di aderire debolmente e intuì che poteva servire per fissare un segnalibro alla pagina senza rovinarla. Il foglietto sarebbe rimasto al suo posto, ma avrebbe potuto essere rimosso e riposizionato.

La proprietà tecnica e il problema quotidiano finalmente coincidevano.

È un passaggio meno spettacolare di quanto spesso venga raccontato, ma probabilmente più interessante.

Fry non inventò l’adesivo. Inventò il contesto nel quale quell’adesivo diventava utile.

E soprattutto mostrò una cosa che avrebbe avuto un peso enorme anche nella fase successiva: la vera forza di quel materiale non consisteva nel fatto che incollasse poco.

Consisteva nel fatto che permetteva di cambiare idea.

Attaccare.
Staccare.
Spostare.
Rimettere.

Sembra banale oggi proprio perché quel comportamento è diventato normale. Nel 1974, invece, era una funzione abbastanza anomala da richiedere ancora una traduzione.

Una tecnologia nuova aveva finalmente trovato il proprio problema.

Ma non aveva ancora trovato il proprio prodotto.

Da segnalibro a messaggio

L’idea di Art Fry partiva da un segnalibro, ma il prodotto che prese forma dentro 3M cominciò presto a fare qualcosa di più.

I foglietti potevano essere usati per lasciare una nota su un documento, aggiungere un promemoria, indicare un punto da rivedere senza scrivere direttamente sulla pagina. Era una superficie di comunicazione piccola, temporanea e soprattutto reversibile.

Anche qui il valore non stava nell’adesivo in sé.

Stava nel comportamento che rendeva possibile.

Scrivere qualcosa, attaccarlo dove serviva e toglierlo quando non serviva più.

Il passaggio è importante perché cambia la natura dell’oggetto. Il segnalibro risolveva un problema personale di Fry. Il foglietto con un messaggio, invece, poteva passare da una persona all’altra.

Da strumento individuale diventava mezzo di comunicazione.

E in questa trasformazione c’era già una parte del futuro marketing dei Post-it: il prodotto non aveva bisogno soltanto di essere visto. Aveva bisogno di essere usato.

Chi riceveva un documento con uno di quei foglietti attaccati sopra entrava immediatamente in contatto con il prodotto: lo leggeva, lo staccava, poteva riattaccarlo altrove.

La dimostrazione era incorporata nell’oggetto stesso.

Il problema, a quel punto, non era più capire che cosa farne dentro 3M.

Era capire come spiegare tutto questo a chi non lo aveva mai avuto tra le mani.

Press ’n Peel: un prodotto che sugli scaffali non si spiegava

Nel 1977 3M testò il prodotto in quattro città statunitensi con il nome Press ’n Peel.

I risultati furono modesti.

Il problema non era tecnico. Il prodotto funzionava. Il problema era che non si spiegava da solo sugli scaffali.

Per chi non lo aveva mai provato, appariva come un piccolo blocco di carta con un adesivo debole. Una caratteristica che poteva sembrare un difetto, non un vantaggio.

Il valore emergeva solo nell’uso: scrivere, attaccare, staccare, riposizionare.

Ed era proprio questo il limite del primo lancio. Il mercato vedeva l’oggetto, ma non ancora il comportamento.

A quel punto 3M cambiò approccio.

Invece di spiegare meglio il prodotto, decise di farlo provare.

Illustrazione infografica in stile fabri. News sulla storia dei post-it, dall’adesivo di spencer silver al boise blitz e alla diffusione del prodotto, nel contesto dell’articolo sul marketing post-it. Ai image generata da fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.
Dall’adesivo di Spencer Silver al Boise Blitz: il percorso con cui un prodotto difficile da spiegare diventò un gesto quotidiano.

Boise: togliere la spiegazione e lasciare il prodotto

La svolta arrivò con quello che sarebbe passato alla storia come Boise Blitz.

3M distribuì gratuitamente i Press ’n Peel a migliaia di persone nella città di Boise, Idaho, lasciando che fossero gli utenti a capire da soli che cosa farsene. Va da sé che il test fu fatto in una piccola cittadina di uno degli stati più sperduti degli USA. Il tutto, perché se fosse stato un big fail, come si dice oggi, la cosa non sarebbe circolata in giro più di tanto.

La differenza rispetto al primo test era sostanziale.

Prima il prodotto doveva essere compreso prima dell’acquisto. A Boise, invece, le persone potevano usarlo prima ancora di decidere se valesse la pena comprarlo.

Il risultato cambiò completamente.

Secondo i dati riportati nel brief, circa il 95% di chi aveva ricevuto un campione dichiarò che avrebbe acquistato il prodotto.

Il punto non era che 3M avesse finalmente trovato una spiegazione migliore.

Aveva fatto qualcosa di più semplice: aveva eliminato la necessità di spiegare.

Bastavano pochi secondi.
Scrivere una nota. Attaccarla. Spostarla. Lasciarla sulla scrivania di qualcun altro.
Il valore del prodotto diventava evidente attraverso il gesto.

È probabilmente questo il passaggio più interessante dell’intera storia del marketing dei Post-it: quando un prodotto introduce un comportamento nuovo, qualche volta la comunicazione più efficace non consiste nel descriverlo meglio.

Consiste nel metterlo nelle mani delle persone.

Illustrazione infografica in stile fabri. News sulla storia dei post-it, dall’adesivo di spencer silver al boise blitz e alla diffusione del prodotto, nel contesto dell’articolo sul marketing post-it. Ai image generata da fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.
Dall’adesivo di Spencer Silver al Boise Blitz: il percorso con cui un prodotto difficile da spiegare diventò un gesto quotidiano.

Quando il prodotto comincia a fare marketing da solo

Dopo il Boise Blitz, il passaggio successivo fu quasi naturale.

Un Post-it non rimane necessariamente nelle mani di chi lo usa per primo. Viene attaccato a un documento, lasciato su una scrivania, passato a un collega. Chi lo riceve entra in contatto non soltanto con il messaggio, ma anche con il prodotto.

Lo tocca.
Lo stacca.
Magari lo riattacca.

Art Fry avrebbe poi osservato proprio questa capacità dei Post-it di promuoversi attraverso l’uso: ogni foglietto poteva diventare una piccola dimostrazione pratica per qualcun altro.

È un meccanismo semplice, ma molto potente.

Il prodotto contiene la propria demo.

Non serve spiegare quanto aderisce, quanto facilmente si rimuove o perché sia utile poterlo riposizionare. Basta riceverne uno e usarlo.

Nel 1980 3M lanciò ufficialmente i Post-it Notes negli Stati Uniti. A quel punto il mercato non doveva più imparare soltanto il nome di un nuovo prodotto.

Aveva già cominciato a impararne il gesto.

Il giallo che diventa categoria

Anche il colore più riconoscibile dei Post-it nasce senza un grande piano strategico.

Durante lo sviluppo, in 3M venne utilizzata carta gialla proveniente da un laboratorio vicino. Quel Canary Yellow rimase associato al prodotto e finì per diventarne uno degli elementi più riconoscibili.

Con il tempo, però, il giallo smise di essere soltanto un colore.

La combinazione fra formato quadrato, carta gialla, banda adesiva e gesto dello staccare costruì una grammatica visiva immediatamente leggibile.

Il prodotto era riconoscibile anche prima di leggere il marchio.

Ed è forse qui che il caso Post-it diventa ancora più interessante dal punto di vista del marketing: non si limita a creare un oggetto di successo. Contribuisce a creare una categoria mentale.

Oggi basta vedere un piccolo foglio quadrato adesivo per sapere quasi istintivamente che cosa farne.

È uno dei risultati più difficili da ottenere per un prodotto: quando forma, funzione e comportamento finiscono per coincidere nella testa delle persone.

Il marchio Post-it® è rimasto protetto e difeso da 3M, ma il nome è entrato così profondamente nell’uso comune da essere spesso utilizzato, nel linguaggio quotidiano, per indicare l’intera famiglia dei foglietti adesivi.

A quel punto il marketing aveva completato il percorso.
Non doveva più spiegare il prodotto.
Era il prodotto stesso a spiegare la categoria.

Chiosa

La storia dei Post-it viene spesso raccontata come la storia di un errore fortunato.

È vero solo in parte.

L’adesivo di Spencer Silver arrivò prima del prodotto. Il prodotto arrivò prima del mercato. E il mercato arrivò soltanto quando 3M capì che non bastava mostrare quell’oggetto: bisognava farlo usare.

Il Boise Blitz funzionò perché trasformò una spiegazione in un’esperienza.

Da quel momento il resto diventò molto più semplice. Il foglietto passava di mano, mostrava da solo come funzionava e finiva per insegnare il proprio uso mentre veniva usato.

È forse questa la parte più interessante del caso.

Un’idea nuova non deve soltanto funzionare. Deve trovare il gesto che la rende evidente.

Nel caso dei Post-it, quel gesto era minimo.

Scrivere.
Attaccare.
Staccare.
E ricominciare.


Quando il marketing diventa cultura

Quattro storie su prodotti, persone e idee che hanno trovato il proprio posto non perché qualcuno ha spinto più forte, ma perché ha capito meglio come funzioniamo.