Il curriculum vitae è morto, ora sei tu il tuo CV

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La morte del curriculum: quando tutti sono perfetti, nessuno è credibile

C’è una parola che negli ultimi mesi sta girando sempre più spesso tra recruiter e hiring manager: “slop”. Non è un termine elegante, ma rende bene l’idea. Indica quella massa indistinta di contenuti generati con la AI: corretti, ben formattati, pieni di buzzword… e completamente intercambiabili.

“AI slop” è un termine sempre più usato per descrivere contenuti generati con l’intelligenza artificiale che risultano formalmente corretti, ma sostanzialmente vuoti.

Non è una questione tecnica. È una questione di percezione.

Si tratta di testi, immagini, video o anche curriculum prodotti in grandi quantità, spesso con poco sforzo reale, con l’obiettivo di riempire spazi, scalare visibilità o “sembrare adeguati”. Il risultato è una massa indistinta di contenuti che funzionano in superficie, ma non lasciano traccia.

Nel contesto del lavoro, lo slop assume una forma molto concreta:
CV impeccabili, lettere di presentazione perfette, profili professionali lucidati… ma tutti uguali.

Il paradosso è evidente:
più questi strumenti diventano accessibili, più il valore del contenuto standard crolla.

Se chiunque può generare un profilo “perfetto” in pochi minuti, allora quel profilo smette di essere un segnale affidabile. Non dice più chi sei. Dice solo che sai usare uno strumento.

Ed è per questo che molte aziende stanno spostando l’attenzione altrove:
verso prove reali, progetti visibili, lavoro verificabile.

In altre parole: lontano dallo slop, più vicino alla realtà.


Il problema è che oggi quel fenomeno non riguarda solo i contenuti online. Riguarda le persone. O meglio, il modo in cui le persone si presentano.

Con strumenti sempre più accessibili, chiunque può generare in pochi secondi:

  • un curriculum perfetto
  • una cover letter impeccabile
  • una descrizione professionale “su misura”

Il risultato? Un paradosso. Più i profili diventano formalmente perfetti, più diventano indistinguibili.

E quando non riesci più a distinguere, smetti di fidarti.

Non è un caso che alcune aziende abbiano iniziato a eliminare completamente il curriculum dal processo di selezione. Niente PDF, niente liste di esperienze, niente storytelling preconfezionato. Al loro posto: domande dirette, prove pratiche, periodi di lavoro reali.

Non è una rivoluzione romantica. È una reazione.

Perché il curriculum, così come lo abbiamo conosciuto, funzionava solo finché esisteva una certa asimmetria: scriverlo bene era difficile, strutturarlo richiedeva tempo, esperienza, capacità. Oggi non più.


L’idea di fondo non è solo una percezione. È un segnale che emerge anche da un articolo recente pubblicato su Business Insider, a firma di Amanda Hoover, dove si parla apertamente di recruiter che non leggono più i curriculum.

👉 Hiring Managers are not reading résumés anymore (RIP résumés)

La AI ha livellato tutto.
Un po’ come nella poesia “A’ livella” di Totò: alla fine, siamo tutti uguali.

E quando tutto è livellato, il segnale si perde nel rumore.

La crisi della fiducia: quando nessuno crede più a nessuno

Se ci pensi bene, il problema non è tecnico. È relazionale.

Per anni il recruiting si è basato su un patto implicito: tu racconti chi sei, io cerco di capire se è vero. Non era un sistema perfetto, ma funzionava abbastanza da andare avanti.

Oggi quel patto si è incrinato.

I recruiter si trovano davanti centinaia di candidature curate, ottimizzate, rifinite. Tutte coerenti. Tutte convincenti. Tutte… “sospette”. Perché sanno che dietro molte di quelle parole potrebbe non esserci una persona, ma un modello linguistico ben addestrato.

E dall’altra parte, i candidati vivono l’esperienza opposta: inviano decine, a volte centinaia di candidature, senza risposta. Sistemi automatizzati, filtri, silenzi. Un vero e proprio black hole.

È una frustrazione reciproca.

  • I recruiter non si fidano dei CV
  • I candidati non si fidano dei processi
  • Nessuno si fida più del sistema

E quando la fiducia crolla, il sistema cambia. Non per visione, ma per necessità.

Per questo stanno emergendo modelli diversi:

  • selezione basata su prove pratiche reali
  • periodi di trial lavorativi (anche lunghi)
  • analisi del lavoro già svolto (repository, progetti, contenuti)

Non è un ritorno all’autenticità. È un tentativo di aggirare il rumore.

Perché se non puoi più fidarti di quello che una persona dice di saper fare, l’unica alternativa è guardare quello che fa davvero.

Se non sei online, non sei valutabile

Qui il discorso si fa un po’ più brutale, ma forse anche più onesto.

Per anni ci siamo raccontati che il curriculum fosse una sintesi. Una specie di estratto secco della nostra vita professionale: studi, lavori, competenze, due righe sul carattere, una firma in fondo e via andare. Oggi quella sintesi non basta più. Anzi, in molti casi non dice più niente.

Perché il punto non è soltanto che il CV può essere scritto con la AI. Il punto è che ormai può essere scritto bene da chiunque. E quando uno strumento diventa accessibile a tutti, smette di essere un vantaggio competitivo. Diventa sfondo. Rumore. Arredamento.

È qui che entra in gioco la postura online.

Non parlo del personal branding da fuffa, quello pieno di sorrisi troppo bianchi, frasi da santino aziendale e post tutti uguali su LinkedIn. Parlo di una cosa molto più semplice e molto più seria: le tracce verificabili che lasci dietro di te.

Un progetto pubblicato.
Un articolo scritto bene.
Una newsletter.
Un repository.
Una guida tecnica.
Un sito personale tenuto vivo.
Un sito aziendale che non sia una vetrinetta muta, ma un luogo dove si vede come pensi, come lavori, cosa sai fare davvero.

Ecco, forse è questa la vera svolta. Il vecchio curriculum raccontava. Il nuovo scenario pretende che tu mostri.

Da questo punto di vista, anche la famosa E di Experience dell’EEAT diventa improvvisamente meno astratta e più carnale. L’esperienza non è più una parola da infilare in una bio o in un profilo “about”. È qualcosa che si deposita online sotto forma di prove, stratificazioni, segni. Non basta dire “ho esperienza”. Devi far vedere dove si è incarnata, che forma ha preso, che traccia ha lasciato nel tempo.

Ed è qui che il vecchio termine portfolio comincia a suonare obsoleto. Sa un po’ di cartellina digitale, di raccolta ordinata di lavori da esibire su richiesta. Roba da epoca in cui bastava allegare qualche PDF elegante e sperare che qualcuno li aprisse davvero. Oggi non funziona più così.

Oggi il punto d’arrivo, per un professionista e anche per un’impresa, è un altro: avere un asset.

Non un portfolio.
Non una pagina “chi sono” scritta probabilmente in automatico.
Non un sito parcheggiato online, come un vecchio dépliant aziendale.

Un asset.

Cioè un luogo proprietario, vivo, indicizzabile, verificabile, aggiornabile, dove la tua esperienza prende forma e diventa riconoscibile. Un luogo che lavora anche quando tu non stai parlando. Un luogo che non dice soltanto che esisti, ma suggerisce anche come ragioni, come affronti i problemi, che tipo di profondità hai.

In un mondo dove i CV diventano tutti uguali, il sito personale o aziendale smette di essere un accessorio. Diventa una prova di realtà.

Oltre il curriculum, ma senza illusioni e trionfalismi

A questo punto sarebbe facile raccontarsela. Dire che il nuovo mondo del lavoro è più meritocratico, più autentico, più “vero”. Che finalmente conta quello che sai fare davvero e non quello che scrivi.

Ma non è così semplice.

Ogni cambio di sistema crea nuove opportunità, ma anche nuove esclusioni. Se prima il problema era scrivere un buon curriculum, oggi il problema è essere visibili. E non tutti partono dallo stesso punto.

Chi non pubblica, resta fuori.
Chi non ha tempo di costruire una presenza online, resta indietro.
Chi non ama esporsi, o semplicemente non può farlo, rischia di diventare invisibile.

Il rischio è spostare il bias, non eliminarlo.

E allora forse la verità sta nel mezzo. Il curriculum non basta più, ma nemmeno il nuovo modello è la soluzione definitiva. È solo un altro equilibrio, ancora instabile.

Nel frattempo, mentre tutto questo succede, c’è un altro segnale interessante che arriva da fuori. Dal lato dei motori di ricerca.

Negli ultimi anni, con l’esplosione della AI generativa, Google ha iniziato a rilasciare aggiornamenti sempre più frequenti per ripulire il web da contenuti di bassa qualità. Oggi siamo arrivati a una cadenza quasi regolare: diversi spam update ogni anno, l’ultimo proprio in queste settimane.


Non è un caso che, con l’esplosione dei contenuti generati automaticamente, anche Google abbia intensificato gli aggiornamenti per ripulire il web da ciò che è formalmente corretto ma sostanzialmente vuoto. L’ultimo, proprio di marzo 2026, si è concluso da pochi giorni.

👉 L’ultimo spam update di Google di marzo 2026


Che cosa significa, al netto del rumore?

Significa che il sistema, periodicamente, ha bisogno di essere ripulito. Di eliminare tutto ciò che è formalmente corretto, ma sostanzialmente vuoto. Tutto ciò che sa di automatico, di replicato, di “già visto”.

In fondo è lo stesso problema del recruiting.

Troppa forma, poca sostanza.
Troppa perfezione, poca realtà.

E allora, forse, il punto non è tornare indietro. Non è nostalgia del curriculum, né rifiuto della tecnologia. È una questione di misura.

Usare la AI, OK, ma senza delegare il pensiero.
Costruire una presenza online, ma senza diventare un personaggio.
Scrivere, pubblicare, mostrare… ma sempre con un minimo di responsabilità verso chi legge.

Perché alla fine, in mezzo a tutto questo, resta una cosa semplice. Quasi banale.

Scrivere, e lavorare, come se dall’altra parte ci fosse una persona vera.

Non un algoritmo.
Non un sistema di selezione.
Non un filtro.
Una persona.

E forse sì, aveva ragione chi diceva, venti anni fa, di scrivere per il web “come se ti dovesse leggere tua nonna”. Non per semplificare tutto, ma per ricordarti che, sotto ogni tecnologia, resta sempre un essere umano che cerca di capire se può fidarsi di te.

Il curriculum è morto.
Ma la fiducia, no.

E quella, almeno per ora, non si può ancora generare con un prompt.

Non basta più dichiarare esperienza. Bisogna renderla visibile, leggibile e credibile.

Oggi, più che un portfolio, serve un asset vivo.

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