Il paradosso delle AI: tutti le usano, nessuno le paga

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Quando la tecnologia più rivoluzionaria del secolo non riesce a pagarsi da sola

Hai mai pensato a quanto sia strano che la tecnologia più chiacchierata degli ultimi anni, quella che dovrebbe rivoluzionare ogni aspetto della nostra vita, fatichi a far quadrare i conti? È come avere un ristorante pieno di gente che però ordina solo l’acqua del rubinetto. Benvenuti nel paradosso economico dell’intelligenza artificiale.

I numeri parlano chiaro e sono, francamente, impressionanti: il 97% delle persone che utilizzano strumenti di AI generativa come ChatGPT o Google Gemini sceglie la versione gratuita. Solo ChatGPT, il più popolare tra questi servizi, vanta circa 122 milioni di utenti giornalieri, ma appena il 5% di loro è disposto a pagare. È come se avessimo costruito un’autostrada enorme dove quasi tutti viaggiano senza pagare il pedaggio (è un’iperbole, ma è per far capire).

Il costo nascosto dietro ogni risposta intelligente

“quanto è sostenibile, non solo economicamente ma anche ambientalmente, questa corsa all’intelligenza artificiale?”

Quando chiedo a ChatGPT di scrivermi una mail o di spiegarmi un concetto complesso, raramente penso ai data center giganteschi che stanno lavorando per me in quel momento. Eppure, dietro ogni risposta c’è un’infrastruttura tecnologica che consuma energia elettrica come una piccola città e acqua a sufficienza per riempire piscine olimpioniche.

Le cifre degli investimenti fanno girare la testa: si parla di 300 miliardi di dollari solo quest’anno per sviluppare queste tecnologie. OpenAI ha presentato un piano chiamato Stargate che prevede investimenti per 500 miliardi di dollari, mentre Meta ha dichiarato di voler spendere “centinaia di miliardi” per costruire nuovi data center.

Mi viene da chiedermi: come pensano di recuperare questi soldi se quasi nessuno è disposto a pagare?

Perché non paghiamo per l’intelligenza artificiale?

La risposta è semplice e la conosco bene come freelance: il prezzo è troppo alto per l’utente occasionale. Prendiamo ChatGPT: la versione Plus costa 23 euro al mese, mentre quella Pro arriva a 229 euro mensili. Google Gemini segue un modello simile, mentre Claude di Anthropic è leggermente più economico.

Facciamo un paragone: Netflix costa circa 13 euro al mese e mi offre migliaia di film e serie TV. Spotify Premium è sugli 11 euro (di recente è aumentato di un euro/mese) e mi dà accesso a praticamente tutta la musica del mondo. Perché dovrei pagare il doppio o il triplo per un chatbot, per quanto intelligente possa essere?

La verità è che l’AI generativa è ancora in cerca del suo modello di business. È come il web nei primi anni ’90: tutti sapevano che era rivoluzionario, ma nessuno aveva ancora capito come guadagnarci.

Il futuro della monetizzazione: pubblicità e relazioni personali

Secondo Menlo Ventures, il futuro della monetizzazione dell’AI non sarà negli abbonamenti ma nella pubblicità e nei programmi di affiliazione. Immagina ChatGPT che ti consiglia un prodotto su Amazon e riceve una percentuale se lo acquisti. O Google Gemini che inserisce sottilmente annunci pubblicitari nelle sue risposte.

Ma c’è un’altra strada, più controversa e potenzialmente più redditizia: i “Companions”, chatbot progettati per avere conversazioni intime e personali con gli utenti. Meta e xAI di Elon Musk stanno già esplorando questa direzione, seguendo l’esempio di startup come Replika e Character.AI.

È un territorio scivoloso, che solleva domande etiche profonde. Vogliamo davvero un mondo in cui le persone pagano per avere relazioni emotive con macchine programmate per sembrare empatiche? E cosa succede quando queste relazioni diventano troppo intense o problematiche?

La domanda che nessuno fa

Mentre scriviamo e leggiamo di AI, c’è una domanda che raramente ci poniamo: quanto è sostenibile, non solo economicamente ma anche ambientalmente, questa corsa all’intelligenza artificiale?

I data center consumano quantità enormi di energia e acqua. Secondo alcune stime, una singola chat con GPT-4 può consumare l’equivalente di mezzo bicchiere d’acqua. Moltiplica questo per miliardi di interazioni giornaliere e il quadro diventa preoccupante.

Come freelance che lavora con la tecnologia, mi trovo spesso a riflettere su questi paradossi. Utilizzo strumenti di AI quotidianamente, ma raramente pago per essi. Sono parte del problema che sto descrivendo. E probabilmente lo sei anche tu.

Un equilibrio ancora da trovare

La verità è che siamo ancora all’inizio di questa rivoluzione. L’AI generativa è come un adolescente: piena di potenziale ma ancora in cerca della propria identità e del proprio posto nel mondo.

Le aziende dovranno trovare un equilibrio tra accessibilità e sostenibilità economica. Gli utenti dovranno decidere quanto valore attribuiscono a questi servizi. E tutti noi dovremo confrontarci con le implicazioni etiche e ambientali di questa tecnologia.

Nel frattempo, continueremo a usare ChatGPT gratuitamente, consapevoli che da qualche parte, in un data center che consuma energia come una piccola nazione, un algoritmo sta lavorando per noi. E prima o poi, in un modo o nell’altro, qualcuno dovrà pagare il conto.