9 Luglio 2023: un ricordo sulla Strada Statale 80, tra Ducati e Destino

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Un bivio, una Ducati, un attimo sospeso

Ci sono date che, come certi assoli di Coltrane, restano incise nella memoria con la precisione di un’incisione su celluloide: il 9 luglio 2023, per esempio, è una di quelle. Una domenica pomeriggio, ore 16 circa, la strada statale 80 che da Teramo porta a L’Aquila si stendeva davanti a me come una partitura ancora da suonare, chilometro 24,2, poco sopra L’Aquila, dove la SP86 – la cosiddetta Strada del Vasto – si stacca, quasi timida, per arrampicarsi tra i pascoli e poi scendere verso Assergi, arrivare a Fonte del Cerreto, per poi poter salire a Campo Imperatore. Provenivo da Teramo, reduce da una sosta contemplativa sulle rive del lago di Campotosto, e mi apprestavo a svoltare a sinistra, pronto a immergermi in quell’asfalto che, per chi ama la guida, è un invito a nozze con la fisica.

Il sole batteva sull’asfalto, creando quei miraggi tremolanti che sembrano danzare come note su un pentagramma invisibile. L’aria era densa, quasi tattile, carica di quella tensione elettrica che precede i temporali estivi. Ma non era la pioggia ad attendere dietro l’angolo.

[Il rapporto che abbiamo noi motociclisti con la moto, n.d.r.]

“Come in ogni relazione intensa, il confine tra passione e ossessione è labile, pericolosamente facile da oltrepassare.”

Il boato, l’adrenalina, l’imprevedibile

In quell’istante, la realtà si è fatta improvvisamente densa, come accade quando il tempo si contrae e ogni dettaglio si fa iperrealistico. Una Ducati rossa – una di quelle repliche da Superbike, arroganti e bellissime, che sembrano fatte apposta per sfidare la ragione – è piombata sulla scena a una velocità che, a occhio e croce, sfiorava i 180 km/h. Il rombo, un boato quasi mitologico, ha squarciato il silenzio ovattato del casco, costringendomi a una frenata d’istinto, di quelle che ti fanno ringraziare la fisica e la prontezza di riflessi più di quanto tu abbia mai ringraziato un dio.

Non era solo il suono a essere violento; era l’intera scena che si tingeva di una brutalità cinematografica. Il rosso fiammante della carena, la sagoma della moto che punta verso di me, il sibilo dell’aria tagliata come burro da quel proiettile meccanico. In quel momento, ho sentito il tempo dilatarsi, come se qualcuno avesse premuto il pulsante dello slow-motion sulla realtà stessa. Ogni dettaglio – le vibrazioni del manubrio sotto i guanti, il battito cardiaco che sembrava voler sfondare la cassa toracica, persino il respiro trattenuto – si è impresso nella memoria con una nitidezza allucinata.

Il capannello della domenica al bivio tra la SS80 e la SP86 del Vasto

“La strada, quella maestra implacabile, non fa distinzioni tra chi la percorre con rispetto e chi la sfida con arroganza.”

Non era un giorno qualunque: il weekend, in quel tratto di statale, è il palcoscenico di un rituale laico. Un capannello di motociclisti – quaranta anime, altrettante moto, nessun bar, solo uno slargo polveroso e la voglia di commentare la MotoGP, che proprio quel giorno si correva altrove – assisteva, forse inconsapevole, a questa rappresentazione dell’ego su due ruote. Il pilota della Ducati, evidentemente desideroso di impressionare la platea, aveva scelto l’ultima curva prima del bivio per esibirsi in un’accelerazione da criminale, ignorando la sottile linea che separa il virtuosismo dalla follia.

Guardandoli, mi sono chiesto quanti di loro fossero lì per la passione autentica e quanti per quel bisogno primordiale di appartenenza, di riconoscimento. Le loro tute in pelle, i caschi lucidi, le moto lucidate fino all’ultimo bullone: un tributo alla velocità o forse una vera e sana passione per le due ruote per il puro piacere di stare insieme? La strada, quella maestra implacabile, non fa distinzioni tra chi la percorre con rispetto e chi la sfida con arroganza. Il Ducatista celodurista e “intutato” incombeva.

Il Destino, la riflessione, l’assurdo

Tutto si è consumato in meno di mezzo secondo: la Ducati rossa che ha scodato per recuperare l’azzardo dell’accelerata criminale, la moto che sbandava, il pilota che riusciva miracolosamente a rimanere in piedi, io che mi fermavo sulla linea di stop, il cuore che batteva come un rullante in un pezzo hard bop.

Nessuno si è fatto male, pericolo scampato e sono qui a raccontarlo. Lui ha proseguito, senza nemmeno voltarsi, lasciando dietro di sé una scia di adrenalina e interrogativi. Mi sono chiesto, e ancora mi chiedo, se abbia mai riflettuto sul rischio che ha corso – e che ha fatto correre a me. Bastava una frazione di secondo, e oggi non sarei qui a scrivere queste righe, a ricordare un episodio che, come certi standard jazz, si ripete nella mente con variazioni sempre nuove.

È questo il paradosso della motocicletta: ti offre la più pura delle libertà e, contemporaneamente, ti mette faccia a faccia con la tua fragilità. Quella Ducati rossa, in quel preciso istante, incarnava entrambi gli aspetti: la bellezza selvaggia della velocità e l’orrore della sua potenziale conseguenza. Quante vite si sono spezzate sull’altare di questa contraddizione? Quante famiglie hanno pianto perché qualcuno ha confuso la libertà con l’incoscienza?

La linea sottile tra passione e follia

Ducati rossa

C’è qualcosa di profondamente umano nel cercare il limite, nell’avvicinarsi al bordo per sbirciare oltre. La motocicletta è forse l’espressione più pura di questa ricerca: ti permette di sentire il vento sulla pelle, di percepire ogni vibrazione della strada, di fonderti con la macchina in un dialogo intimo che nessun’auto potrà mai offrire. Ma come in ogni relazione intensa, il confine tra passione e ossessione è labile, pericolosamente facile da oltrepassare.

Quel giorno, sulla statale 80, ho visto entrambi i volti del motociclismo: quello nobile della libertà consapevole e quello oscuro dell’ego che sovrasta la ragione. Ho visto come un attimo possa contenere un’intera vita, come la differenza tra una giornata qualunque e l’ultima giornata possa ridursi a una manciata di centimetri d’asfalto, a un riflesso appena più lento, a una decisione presa con leggerezza.

La Vita, Il Caso, L’Inchiostro

“Al chilometro 24,2 della SS80 rimane sospeso un momento di possibilità infinite, un bivio esistenziale dove le traiettorie di due vite si sono sfiorate senza sbattere contro e finire in un trafiletto del giornale locale”

Racconto questo episodio non per esorcizzare la paura, ma per rendere omaggio a quella sottile linea che separa l’ordinario dallo straordinario, la routine dalla tragedia, la vita dalla morte. E forse anche per ricordare a me stesso – e a chi legge – che ogni curva, ogni bivio, ogni accelerazione è un atto di responsabilità, un’improvvisazione che merita rispetto, come un assolo ben costruito, come una pagina scritta con la penna giusta.

La statale 80 continua a serpeggiare tra le montagne abruzzesi, indifferente ai drammi umani che si consumano sul suo nastro d’asfalto. La Ducati rossa è scomparsa da tempo all’orizzonte, forse ignara di essere diventata protagonista di questa riflessione. Ma in quel preciso punto, al chilometro 24,2, rimane sospeso un momento di possibilità infinite, un bivio esistenziale dove le traiettorie di due vite si sono sfiorate senza sbattere contro e finire in un trafiletto del giornale locale, come la solita tragedia che “si deve” alla strada come un tributo e che ormai non stupisce più nessuno ed è data quasi per scontata.

E in questo sta forse la più grande lezione della strada: ci insegna che la vera libertà non è nell’assenza di limiti, ma nella consapevolezza di essi. Non nel cercare la morte, ma nell’abbracciare pienamente la vita, con la sua fragilità e la sua meraviglia.