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Mark Zuckerberg ha scritto un manifesto.
Non un post, non una presentazione di prodotto, non la trascrizione di un keynote. Un testo di circa 6.500 parole intitolato The Future is for Everyone, nel quale prova a descrivere non soltanto che cosa Meta voglia costruire con la AI, ma quale forma dovrebbe assumere un futuro nel quale la superintelligenza diventasse accessibile a miliardi di persone. Russell Brandom, su TechCrunch, lo definisce probabilmente la versione più dettagliata della visione che Zuckerberg aveva già anticipato in altre sedi.
Il titolo è importante.
Il futuro è per tutti.
Dentro ci sono parole difficili da contestare: individual empowerment, accesso, libertà, opportunità, creatività, salute, educazione, possibilità di creare imprese, equilibrio del potere. Meta pone addirittura una delle questioni centrali in questi termini: la superintelligenza sarà concentrata nelle mani di poche istituzioni oppure diventerà uno strumento capace di dare più potere a tutti?
La risposta di Zuckerberg è inequivocabile. Bisogna distribuirla.
Ogni persona dovrebbe poter disporre di un agente estremamente capace che conosca i suoi obiettivi e lavori per lei ventiquattr’ore al giorno; di strumenti creativi molto più potenti di quelli attuali; di un tutor personale capace di insegnare praticamente qualsiasi materia; di strumenti con cui creare imprese senza dover necessariamente costruire grandi organizzazioni. L’accesso dovrebbe essere gratuito o comunque economico per miliardi di persone.
Fin qui siamo tutti d’accordo.
Stiamo parlando di un agente “per mia sorella”, che ha scarse conoscenze del web e non ha la più pallida idea di che cosa sia una query o di cose tecniche.
Una tecnologia capace di ampliare l’accesso alla conoscenza, ridurre alcune asimmetrie e mettere strumenti un tempo costosissimi nelle mani di molte più persone è sicuramente una cosa auspicabile e che non va combattuta, anche se a proporla è uno degli uomini più ricchi del mondo.
Il punto interessante arriva un momento dopo.
Perché nel 2026 una delle corporation più potenti del pianeta sente il bisogno di raccontare il proprio piano tecnologico attraverso il linguaggio della redistribuzione del potere?
È una domanda meno semplice di quanto sembri.
E per provare a rispondere bisogna fare un piccolo salto indietro.
Non di cinque anni.
Di ventisette.
Nel 1999 i manifesti arrivavano dall’altra parte
Nel 1999 quattro persone legate alla prima cultura di Internet — Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger — pubblicarono online novantacinque tesi sotto un titolo che sarebbe rimasto appiccicato addosso alla storia del web: The Cluetrain Manifesto.
La prima diceva:
Markets are conversations.
La settima era ancora più ruvida:
Hyperlinks subvert hierarchy.
Gli hyperlink sovvertono le gerarchie.
Oggi la frase può avere qualcosa di archeologico. Nel 1999 no.
Il Cluetrain nasceva dentro una rete nella quale sembrava davvero possibile che le conversazioni fra persone potessero organizzarsi più rapidamente delle aziende che cercavano di raggiungerle. Le prime tesi insistevano proprio su questo: Internet rendeva possibili conversazioni che nell’epoca dei mass media semplicemente non esistevano e quelle conversazioni producevano nuove forme di organizzazione sociale e di scambio della conoscenza.
Ma ridurre Cluetrain alla frase Markets are conversations sarebbe un po’ come ricordare Nietzsche per i baffi.
Il manifesto non stava spiegando alle aziende che sarebbe stato opportuno usare un tono più amichevole sui social network, che peraltro ancora non esistevano nella forma che conosciamo.
Stava dicendo qualcosa di molto meno rassicurante.
Le persone avevano cominciato a parlarsi senza aspettare che l’azienda organizzasse la conversazione.
Confrontavano prodotti, si scambiavano informazioni, criticavano, scherzavano, discutevano, si organizzavano. Il manifesto contrapponeva esplicitamente questa voce aperta e irregolare al tono delle corporation, fatto di mission statement, brochure e linguaggio istituzionale. Alla tesi 14 le aziende vengono descritte come incapaci di parlare con la stessa voce delle conversazioni in rete; alla tesi 15 si prevede che il linguaggio aziendale omogeneizzato sarebbe presto apparso artificiale e antiquato.
Non era ancora il conversational marketing.
Era quasi il suo contrario.
Cluetrain non chiedeva all’impresa di imparare un nuovo trucco comunicativo.
Le stava dicendo che una parte del controllo sulla comunicazione era già andata perduta.
La conversazione non era una strategia.
Era un fatto.
E il potere delle persone non veniva concesso da un’azienda particolarmente illuminata: emergeva dalla struttura stessa di una rete nella quale chiunque poteva pubblicare una pagina, creare un link, rispondere, contestare, costruire un nodo.
Per questo Hyperlinks subvert hierarchy poteva sembrare perfino ragionevole.
Non perché un collegamento ipertestuale fosse una Molotov digitale.
Ma perché cambiava la geometria.
Il 1999 non fu un anno casuale
Dello stesso 1999 mi è già capitato di scrivere su questo blog.
È l’anno della rivolta di Seattle contro il WTO, delle immagini che attraversarono il mondo, delle vetrine rotte che finirono sui giornali molto più facilmente delle discussioni sulla globalizzazione e di quella strana composizione di sindacati, ambientalisti, studenti, associazioni, reti civiche e primi movimenti organizzati attraverso Internet.
Ne ho parlato in Noi, i ragazzi del ’99 e la rivolta di Seattle e, da un’altra angolazione, in Quando la rabbia aveva un suono: RATM, Seattle ’99.
Non serve rifare qui la storia.
Serve ricordare il clima.
Nel 1999 Google aveva poco più di un anno. Facebook non esisteva. YouTube non esisteva. Twitter non esisteva. L’iPhone sarebbe arrivato otto anni dopo.
Internet non era ancora diventata quella manciata di grandi piattaforme dentro cui oggi trascorriamo gran parte della nostra vita digitale.
Era più scomoda.
Più frammentata.
Più difficile da usare.
E, almeno in parte, più difficile da possedere tutta insieme.
Seattle e Cluetrain non furono lo stesso movimento e non avrebbe senso inventare una genealogia comune che non esiste.
Ma appartengono allo stesso tempo storico.
Il 1999 fu un momento storico nel quale la globalizzazione economica e la decentralizzazione tecnologica procedevano quasi in direzioni contrarie.
Da una parte cresceva la sensazione che decisioni economiche sempre più grandi venissero prese sempre più lontano dalle persone. Dall’altra Internet sembrava offrire a quelle stesse persone strumenti nuovi per informarsi, organizzarsi e pubblicare senza dover chiedere il permesso a un editore.
A Seattle nacque anche Indymedia, costruita proprio per consentire una copertura indipendente delle proteste attraverso una rete di pubblicazione aperta. Non era semplicemente un nuovo giornale online.
Indymedia era un piccolo esperimento su chi potesse produrre informazione e attraverso quale infrastruttura.
La domanda era già quella.
Chi parla?
Da dove parla?
Chi controlla il canale attraverso cui quella voce riesce ad arrivare agli altri?
Ventisette anni dopo quelle domande non sono affatto scomparse.
È cambiato qualcosa di più interessante.
Le aziende a cui erano rivolte hanno imparato la lingua.
E oggi la parlano benissimo.
Poi le aziende impararono a parlare come noi
Il Cluetrain Manifesto in inglese nasceva anche da una constatazione molto semplice: le aziende parlavano male.
Non necessariamente perché mentissero. O almeno non soltanto per quello.
Parlavano male, perché parlavano da aziende.
Mission statement, brochure, comunicati stampa, dichiarazioni levigate, formule approvate da troppi uffici prima di arrivare a una persona reale. Il linguaggio corporate dell’epoca aveva una caratteristica evidente: si riconosceva immediatamente.
Cluetrain contrapponeva a quel linguaggio la voce delle conversazioni nate in rete. Una voce irregolare, spesso imprecisa, sarcastica, polemica, a volte perfino sgradevole, ma umana.
Il punto non era insegnare alle aziende a sembrare più umane.
Era ricordare loro che dall’altra parte gli esseri umani avevano già cominciato a parlare fra loro.
Ventisette anni dopo è difficile sostenere che le corporation non abbiano imparato la lezione.
Anzi, l’hanno imparata benissimo.
Oggi una grande azienda tecnologica non parla quasi mai soltanto di prodotti.
Parla di comunità.
Di creatività.
Di libertà.
Di accesso.
Di empowerment.
Di strumenti messi “nelle mani delle persone”.
Di tecnologie capaci di democratizzare ciò che prima apparteneva a pochi.
Perfino la parola open è diventata parte del lessico strategico delle grandi piattaforme.
Non c’è niente di intrinsecamente falso in queste parole.
Ed è proprio questo a rendere la faccenda interessante.
Il linguaggio nato per contestare una struttura di potere può diventare, con il tempo, uno dei linguaggi attraverso cui quella stessa struttura racconta sé stessa.
Non serve immaginare Mark Zuckerberg seduto nel suo ufficio con una copia consunta del Cluetrain Manifesto accanto alla tastiera.
Non sappiamo se lo abbia avuto in mente.
Probabilmente non importa.
Ciò che conta è che il vocabolario con cui Meta descrive oggi il futuro della AI appartiene a una genealogia culturale molto precisa: decentralizzare, distribuire, rendere accessibile, restituire capacità agli individui.
Il vocabolario della decentralizzazione è sopravvissuto molto meglio della decentralizzazione stessa.
E qui la faccenda comincia a diventare interessante.
Il manifesto filosofico e il piano industriale
Nel testo di Zuckerberg la personal superintelligence non viene presentata soltanto come un prodotto che Meta intende sviluppare.
Diventa quasi una teoria politica.
Se strumenti sempre più potenti saranno disponibili a tutti, sostiene Zuckerberg, ogni individuo avrà una maggiore capacità di incidere sulla propria vita e sulla società. Persone e istituzioni dotate di interessi differenti potranno bilanciarsi reciprocamente e la distribuzione della superintelligenza impedirà che il potere finisca concentrato nelle mani di pochi.
È una tesi forte.
Ed è anche una tesi perfettamente coerente con ciò che Meta deve vendere.
Le due cose possono essere vere contemporaneamente.
Questo è il punto da non perdere.
Russell Brandom, nel suo articolo su TechCrunch, nota proprio questa sovrapposizione. Zuckerberg presenta come conclusione filosofica generale qualcosa che coincide anche con uno specifico prodotto e con una specifica strategia industriale di Meta: la personal intelligence che l’azienda vuole portare sul mercato.
Non è una prova di malafede.
È però una ragione sufficiente per tenere separate due domande.
La prima: questa visione è desiderabile?
La seconda: chi trae vantaggio dal fatto che quella visione diventi la definizione dominante del futuro?
Sono domande diverse.
Il manifesto di Zuckerberg tende invece continuamente a sovrapporle.
Prendiamo il tutor personale.
Zuckerberg immagina che ogni studente possa avere accanto una sorta di insegnante con competenze sterminate e pazienza infinita. In teoria, significherebbe ridurre una delle disuguaglianze più antiche dell’istruzione: la differenza fra chi può permettersi un aiuto individuale e chi no.
È una possibilità reale.
Brandom, però, osserva che gli stessi strumenti possono essere utilizzati anche per evitare l’apprendimento, delegando alla macchina esercizi, compiti e testi che costituivano precisamente il processo attraverso cui si sarebbe dovuto imparare qualcosa. Cosa che tra l’altro già accade in maniera massiva e basta parlare non dico con un GenZ, ma anche con un Alpha.
Il punto di Brandom non è che la AI sia inutile nell’educazione.
È che una tecnologia progettata per produrre un certo beneficio può produrre contemporaneamente conseguenze inattese.
Zuckerberg tende invece a raccontare il primo percorso come se contenesse già il secondo.
Succede ancora più chiaramente con il suo esempio dell’avvocato superintelligente.
Se soltanto una persona potesse permetterselo, dice, avrebbe un vantaggio sproporzionato. Se invece tutti ne disponessero, il sistema giudiziario diventerebbe più equo.
È intuitivamente convincente.
Ma, come osserva ancora Brandom, potrebbe accadere anche qualcosa di diverso: strumenti legali potentissimi e a costo quasi nullo potrebbero moltiplicare contenziosi, ricorsi, documenti e forme di vero e proprio spam giuridico, rendendo il sistema più congestionato, anziché più giusto.
Non sappiamo quale dei due scenari prevarrebbe.
Ed è precisamente questo il problema.
Un manifesto può raccontare intenzioni.
La governance produce conseguenze.
Fra le due cose esiste uno spazio enorme fatto di incentivi economici, comportamenti umani, regole, abusi, adattamenti e usi che nessuno potrebbe prevedere.
Ed è qui che il discorso filosofico rischia di diventare una specie di redirect della responsabilità.
La domanda iniziale potrebbe essere:
Chi costruisce, possiede e governa l’infrastruttura attraverso cui questa capacità verrà distribuita?
Poi arrivano alcuni 301 concettuali:
La tecnologia sarà disponibile per tutti → tutti avranno maggiori capacità → maggiore capacità significa maggiore autonomia → maggiore autonomia significa maggiore potere.
Destinazione finale:
individual empowerment.
Redirect riuscito.
Ma il dominio di partenza esiste ancora.
Ogni manifesto sul futuro ha un bilancio nel presente
C’è poi un elemento meno filosofico.
Negli ultimi anni Meta ha attraversato profonde ristrutturazioni della propria forza lavoro, mentre spostava una quantità crescente di capitale, infrastrutture e attenzione strategica verso la AI.
Non sarebbe corretto trasformare questa sequenza in una formula semplicistica:
Meta ha licenziato persone perché voleva sostituirle con la AI.
Le ristrutturazioni hanno avuto cause diverse: crescita eccessiva negli anni precedenti, pressione sui costi, cambiamenti organizzativi, revisione delle performance, competizione tecnologica.
Ma il risultato materiale rimane.
Migliaia di persone hanno perso il lavoro, mentre l’azienda ridefiniva la propria struttura e preparava investimenti sempre più massicci nell’intelligenza artificiale.
È legittimo.
Un’impresa deve decidere dove investire.
Meta deve competere con Google, OpenAI, Anthropic e con chiunque altro stia costruendo la prossima infrastruttura tecnologica (è notizia di queste ore che Stripe stia per acquisire il controllo di OpenRouter.
Non c’è bisogno di fingere che una società quotata debba comportarsi come un ente di beneficenza.
Ma quando quella stessa società comincia a parlare di potere restituito alle persone, il piano industriale e il manifesto filosofico non possono essere letti come se abitassero due universi separati.
Ogni scelta tecnologica distribuisce opportunità.
Distribuisce anche costi.
E spesso i costi arrivano prima, mentre i benefici vengono raccontati dopo.
Ogni manifesto sul futuro è anche un bilancio del presente.
Vallo a spiegare a chi, nel frattempo, da quel presente è stato espulso.
E qui mi permetto un’obiezione ancora meno epocale.
Prima di raccontarmi di agenti superintelligenti capaci di seguirmi ventiquattr’ore al giorno, capire i miei bisogni, insegnarmi una lingua, assistermi professionalmente e aiutarmi a gestire una parte crescente della mia esistenza, non mi dispiacerebbe che Meta riuscisse nell’impresa tecnologicamente assai meno ambiziosa di far funzionare decentemente l’assistenza delle proprie piattaforme.
Sembra una battuta, ma non lo è affatto.
Perché il rapporto fra un utente e un’infrastruttura digitale diventa improvvisamente molto meno filosofico quando quell’utente ha un problema e scopre di non riuscire a parlare con nessuno.
È lì che il potere smette di essere una parola da manifesto.
Diventa esperienza quotidiana.
E forse la domanda da fare a una società che promette di redistribuire il potere di domani è molto più semplice: come esercita quello che possiede già oggi?
Un modello aperto distribuisce anche il potere?
Fin qui il rischio sarebbe costruire una critica troppo facile.
Meta parla di accesso, apertura e distribuzione del potere, noi osserviamo che Meta è una corporation gigantesca e finiamo lì. Jeremy Rifkin e il suo celebre libro L’era dell’accesso è un libro del periodo di Seattle 99 e lo abbiamo letto tutto d’un fiato, quando uscì, proprio a cavallo dei due millenni.
Parlare “solo” di accesso alle risorse della AI Non sarebbe sufficiente.
Perché Meta, almeno in una parte della propria strategia sulla AI, sta facendo qualcosa di concretamente coerente con quel lessico.
Un esempio recente è Muse Glimmer, un modello agentico open-weight pubblicato da Meta e progettato per poter essere utilizzato anche localmente, in stile Ollama o equivalenti piattaforme, senza che ogni singola operazione debba necessariamente passare attraverso un servizio cloud controllato dall’azienda.
È un dettaglio importante.
Anzi, non è affatto un dettaglio.
Se posso scaricare un modello, eseguirlo sulla mia macchina, modificarne l’ambiente operativo, collegarlo ai miei strumenti e costruirci sopra un agente personale, possiedo una forma di autonomia molto diversa da quella che avrei davanti a un servizio accessibile soltanto attraverso un’API proprietaria.
Quella capacità è reale.
Negarla soltanto perché arriva da Meta significherebbe trasformare la critica in pregiudizio. Ma riconoscerla non significa necessariamente concludere che il potere sia stato distribuito nella stessa misura.
Perché qui conviene separare almeno tre livelli:
accesso al modello →
controllo dello strumento →
controllo dell’ecosistema.
Sono tre cose diverse.
Il primo livello può essere distribuito moltissimo.
Se i pesi sono disponibili, il modello può essere copiato, studiato, eseguito localmente e inserito dentro strumenti che Meta non controlla direttamente.
Anche il secondo livello può crescere parecchio.
Un agente che gira sul mio computer, utilizza i miei file e opera attraverso software scelto da me mi concede un margine di controllo nettamente superiore rispetto a una scatola nera remota.
Poi c’è il terzo livello.
Ed è lì che la parola potere torna a complicarsi.
Per costruire modelli di questa scala servono infrastrutture che pochissimi soggetti al mondo possiedono.
Data center.
GPU.
Energia.
Capitale.
Accesso a quantità immense di dati.
Ricercatori.
Capacità di distribuzione.
Piattaforme con miliardi di utenti.
Accordi industriali.
Standard tecnici.
E soprattutto la possibilità di decidere quali tecnologie riceveranno abbastanza risorse da diventare infrastrutture e quali resteranno esperimenti interessanti su GitHub.
Il modello può essere aperto. Ed è quello che ci ha raccontato Zuckerberg nel suo manifesto.
L’ecosistema in cui quel modello nasce non lo è necessariamente nella stessa misura.
Non è una contraddizione, bensì una distinzione.
E forse la discussione sulla AI e potere comincia proprio quando smettiamo di usare open come se fosse un interruttore con due sole posizioni.
Aperto.
Chiuso.
Nel mezzo esiste quasi tutto.
Un modello può avere pesi disponibili e dipendere da un’infrastruttura industriale estremamente concentrata.
Può essere eseguito localmente e allo stesso tempo essere stato costruito grazie a risorse economiche irraggiungibili per quasi chiunque altro.
Può dare autonomia all’utente, senza distribuire la capacità di decidere quale sarà la prossima generazione di modelli.
Sono tutte cose vere contemporaneamente.
E questo ci porta a una domanda che va oltre Meta.
Quanto potere possiedo davvero quando posso eseguire localmente uno strumento la cui possibilità di esistere dipende da infrastrutture che non potrei neppure lontanamente costruire?
Non è una domanda retorica.
Per certi aspetti, possiedo molto più potere di prima.
Per altri, dipendo ancora da una concentrazione di capacità industriale mai vista nella storia dell’informatica.
Le due cose non si annullano.
Convivono.
Distribuire strumenti non significa necessariamente distribuire potere
È proprio questa distinzione che rende interessante l’esempio dell’avvocato superintelligente utilizzato da Zuckerberg.
Il ragionamento è elegante.
Se soltanto una persona avesse accesso a un avvocato enormemente più capace degli altri, il sistema diventerebbe più iniquo.
Se tutti avessero accesso allo stesso strumento, l’asimmetria diminuirebbe.
In astratto fila.
Ma Russell Brandom, nel suo articolo su TechCrunch, introduce una variabile che il manifesto tende a lasciare sullo sfondo: che cosa succede quando milioni di esseri umani cominciano realmente a usare quello strumento?
Un sistema giuridico nel quale tutti possono produrre a costo quasi nullo ricorsi, memorie, opposizioni e contenziosi potrebbe diventare più accessibile.
Potrebbe anche diventare immensamente più congestionato.
Brandom immagina persino l’equivalente giuridico dello spam: capacità legale automatizzata utilizzata non per riequilibrare il sistema, ma per sommergerlo.
Non sostiene che questo accadrà necessariamente.
E neppure noi dobbiamo farlo.
La sua obiezione è più precisa: la distribuzione di una capacità non determina automaticamente il modo in cui quella capacità verrà utilizzata.
Lo stesso problema ricompare quando Zuckerberg parla dell’accesso al computing.
Nel manifesto immagina versioni gratuite della superintelligenza disponibili a miliardi di persone e, per chi necessiti di capacità maggiore, anche meccanismi dinamici di allocazione del computing.
Ancora una volta, l’intenzione dichiarata è ragionevole: aumentare l’accessibilità e utilizzare una risorsa costosa nel modo più efficiente possibile.
Un servizio può essere tecnicamente accessibile.
Ma chi decide quanto costa? E quanta capacità posso utilizzare? Quando? Con quali limiti? A quali condizioni? E che cosa succede se domani quelle condizioni cambiano?
È qui che accesso e potere smettono di essere sinonimi.
Avere accesso significa poter utilizzare qualcosa.
Avere controllo significa poter incidere sulle condizioni attraverso cui quella possibilità esiste.
Sono livelli diversi.
Ed è qui che, inevitabilmente, torna alla mente Aaron Swartz.
Aaron Swartz poneva il problema più a monte
Non ha senso immaginare che cosa direbbe Aaron Swartz della personal superintelligence di Zuckerberg.
Non lo sappiamo.
E usare una persona morta per vincere una discussione contemporanea è un esercizio che preferisco lasciare ad altri.
Ci interessa piuttosto la domanda che attraversava molto del suo lavoro: chi controlla le condizioni attraverso cui la conoscenza può circolare?
Ne avevo già scritto parlando di Aaron Swartz e dell’Eremo di Camaldoli e il suo nome è tornato anche nella mia riflessione su Google e la ricerca AI.
In entrambi i casi il punto non era semplicemente rendere disponibile più informazione.
Era capire quale architettura rende possibile quell’accesso e chi può intervenire su quell’architettura.
La distinzione diventa particolarmente utile oggi.
Un modello open-weight può rendere disponibile una capacità.
Un progetto open source può permettere di studiarla, modificarla e redistribuirla.
Un’infrastruttura realmente aperta pone una domanda ancora più ampia: quanto controllo rimane concentrato nei soggetti che possiedono le risorse attraverso cui quella capacità viene prodotta, aggiornata e distribuita?
Non c’è bisogno di scegliere fra due caricature.
Da una parte:
“Meta dice open, quindi il potere è stato democratizzato.”
Dall’altra:
“Meta è Meta, quindi qualsiasi apertura è finta.”
Sono entrambe scorciatoie.
La realtà è più scomoda.
Meta può distribuire potere reale attraverso strumenti aperti e contemporaneamente possedere un potere infrastrutturale enormemente superiore a quello delle persone cui quegli strumenti vengono distribuiti.
Le due cose possono essere vere nello stesso momento.
Forse è proprio questo che rende la parola empowerment così difficile da maneggiare.
Perché prima di chiedere quanto potere ci viene dato bisogna capire quale potere rimane altrove.
Non ci chiediamo più soltanto se uno strumento possa sovvertire una gerarchia.
Dobbiamo chiederci anche chi ha costruito lo strumento, chi ne controlla le condizioni e quale nuova gerarchia può formarsi intorno alla sua diffusione.
C’è un’altra cosa che Zuckerberg vuole ottimizzare: la vita
C’è però un altro modo di leggere il manifesto di Zuckerberg.
È quello scelto da Elizabeth Lopatto nel suo articolo per The Verge, Mark Zuckerberg doesn’t understand how to live.
La sua critica si muove su un terreno diverso da quello di Russell Brandom.
Brandom guarda soprattutto alla distanza fra le conseguenze positive immaginate da Zuckerberg e gli usi reali, imprevedibili o perfino perversi che una tecnologia può produrre, in base all’uso degli umani che non era stato previsto a monte.
Lopatto si ferma ancora prima.
Si chiede quale idea di vita stia dietro a quella promessa tecnologica.
Nel manifesto quasi ogni nuova capacità della AI conduce verso qualcosa da ottenere.
Imparare più velocemente.
Costruire qualcosa.
Creare un’impresa.
Migliorarsi.
Produrre.
Scoprire.
Risolvere.
Raggiungere un obiettivo.
La tecnologia amplia le possibilità individuali e quelle possibilità vengono quasi immediatamente tradotte in accomplishment.
Lopatto osserva che in questa visione rimangono molto più in ombra altre dimensioni dell’esperienza: l’attenzione dedicata a qualcuno, il piacere di fare qualcosa senza ottimizzarla, il valore dello sforzo, la relazione, l’espressione personale e perfino quelle attività che hanno senso precisamente perché richiedono tempo.
È il pensiero di Lopatto e va lasciato a Lopatto.
Ma leggendolo ho avuto una sensazione di déjà-vu.
Perché è quasi esattamente il punto dal quale ero arrivato, per una strada completamente diversa, nell’articolo che precede questo: Con la AI ci giapponizzeremo.
Lì ero partito da una parola giapponese:
処理 — shori.
Trattamento.
Gestione.
Elaborazione.
Processing.
Una cosa arriva, viene presa in carico e diventa qualcosa da processare.
Il problema che mi interessava non era se la AI aumentasse la produttività. Quello, almeno nella mia esperienza, è già evidente.
Era che cosa succede al tempo liberato da quella produttività.
La macchina riduce il costo mentale, operativo e temporale di fare una cosa.
Di conseguenza ne possiamo fare un’altra.
Poi un’altra.
Poi un’altra ancora.
La tecnologia libera spazio.
Noi lo riempiamo.
Lopatto osserva il manifesto dalla parte opposta e arriva in una zona molto vicina: se ogni nuova capacità viene immediatamente tradotta nella possibilità di ottenere qualcosa in più, quando diventa legittimo non ottenere niente?
Questa domanda non riguarda soltanto Zuckerberg.
E non è nemmeno una critica alla produttività.
Sarebbe piuttosto curioso, da parte mia.
Riguarda l’idea molto più profonda secondo cui una tecnologia migliore debba necessariamente trasformare ogni attrito umano in qualcosa da eliminare.
Non tutto ciò che richiede tempo è inefficiente.
Non tutto ciò che può essere accelerato deve esserlo.
E non tutto lo spazio liberato deve diventare capacità produttiva aggiuntiva.
Nel pezzo precedente avevo usato un’altra parola giapponese:
余白 — yohaku.
Il margine.
Lo spazio lasciato intenzionalmente vuoto.
Forse è proprio questo che manca maggiormente nel futuro immaginato dal manifesto.
Non perché Zuckerberg ci ordini di lavorare di più.
Sarebbe una lettura caricaturale.
Ma perché la superintelligenza che descrive sembra rendere sempre possibile fare qualcosa in più.
E una possibilità permanente, dopo un po’, può assomigliare molto a un obbligo.
Il primo articolo poneva quindi una domanda individuale:
che cosa facciamo del tempo quando la tecnologia ce ne restituisce una parte?
Questo ne aggiunge una seconda:
chi costruisce l’infrastruttura dentro la quale tutte quelle possibilità diventano disponibili?
Una riguarda il limite.
L’altra riguarda il potere.
Sono meno separate di quanto sembrino.
Il potere ha imparato il linguaggio della rete
Ed eccoci di nuovo catapultati nel 1999.
Nel Cluetrain Manifesto originale in inglese, le aziende venivano avvertite che la rete aveva cambiato qualcosa di strutturale.
Le persone parlavano.
Si collegavano.
Confrontavano informazioni.
Creavano relazioni che non passavano necessariamente dalle organizzazioni che fino a quel momento avevano controllato la distribuzione dell’informazione.
La cosa interessante, a distanza di ventisette anni, è che quella gerarchia non è semplicemente scomparsa.
Ha cambiato forma.
Il web ha davvero distribuito capacità che prima appartenevano a pochissimi.
Pubblicare.
Comunicare.
Costruire software.
Accedere a informazioni.
Creare comunità.
Organizzarsi.
Produrre e distribuire contenuti.
Tutto questo è accaduto davvero.
Ma sopra quella rete si sono costruite progressivamente nuove concentrazioni.
Motori di ricerca.
Social network.
Cloud.
App store.
Piattaforme pubblicitarie.
Infrastrutture di calcolo.
E oggi modelli di intelligenza artificiale.
Non è la storia di una promessa tradita in un unico momento.
È molto più interessante di così.
La decentralizzazione può produrre nuove centralizzazioni.
E le nuove centralizzazioni possono a loro volta produrre strumenti che restituiscono una parte della capacità agli individui.
È un movimento continuo.
Per questo il manifesto di Zuckerberg è più interessante se non lo leggiamo come una semplice operazione di propaganda.
Meta può davvero costruire strumenti che aumentano l’autonomia delle persone.
Può davvero pubblicare modelli aperti.
Può davvero abbassare il costo di capacità che oggi appartengono a pochi.
E allo stesso tempo può continuare a essere uno dei soggetti che possiedono maggiormente l’infrastruttura attraverso cui quell’autonomia diventa possibile.
Non c’è contraddizione logica.
C’è una tensione politica.
Nel 1999 una parte della cultura della rete guardava alle aziende e diceva: non siete più voi a decidere da sole come si svolge la conversazione.
Nel 2026 una delle aziende più potenti costruite grazie a quella stessa rete guarda agli individui e dice: vogliamo mettere più potere nelle vostre mani.
Le due frasi possono sembrare perfettamente compatibili.
Ma la direzione del movimento è cambiata.
Nel Cluetrain il potere delle persone era qualcosa che le aziende dovevano imparare a riconoscere.
Nel manifesto di Zuckerberg diventa qualcosa che la tecnologia promette di concedere.
È una differenza minuscola nel linguaggio, ma enorme nella struttura.
Forse è questo il vero cortocircuito.
Le corporation non hanno sconfitto la cultura della rete.
Hanno fatto qualcosa di molto più sofisticato.
Hanno imparato a parlarne la lingua.
E la parlano talmente bene da poter utilizzare parole come apertura, empowerment, decentralizzazione e libertà mentre costruiscono alcune delle infrastrutture più concentrate che siano mai esistite.
Non significa che quelle parole siano false, nemmeno se sono riuscite a rigirare la frittata.
Significa che, quando vengono pronunciate dal potere, dobbiamo fare ciò che la prima cultura della rete ci aveva insegnato molto bene.
Guardare il link.
E controllare dove porta.
Chiosa — chi scrive il manifesto?
Un manifesto, almeno nella memoria politica e culturale del Novecento, nasceva quasi sempre da una posizione laterale.
Da chi voleva contestare un ordine, rovesciarlo, sovvertirlo o quantomeno correggerlo.
O almeno dichiarare apertamente che quell’ordine non bastava più.
Il Cluetrain Manifesto apparteneva ancora a quella tradizione, anche se trasportata dentro il web.
Non aveva eserciti.
Non aveva partiti.
Non aveva nemmeno una piattaforma.
Aveva novantacinque tesi (con un’evidente riferimento religioso alle 95 tesi di Martin Lutero del 1521) e una convinzione piuttosto semplice: la rete aveva modificato i rapporti fra persone, mercati e organizzazioni e le aziende avrebbero dovuto fare i conti con quel cambiamento.
Ventisette anni dopo il manifesto può essere scritto da chi possiede una parte consistente dell’infrastruttura.
Ed è questa, forse, la trasformazione più interessante.
Non rende automaticamente falso ciò che Zuckerberg scrive.
Anzi.
I modelli aperti possono distribuire capacità reale.
La AI può ridurre alcune asimmetrie.
Gli agenti personali possono ampliare l’autonomia.
Una concentrazione eccessiva della superintelligenza sarebbe probabilmente un problema enorme.
Tutto questo può essere vero.
Ma un manifesto non smette di avere una posizione, soltanto perché parla a nome di tutti.
Quando Meta dichiara The Future is for Everyone, la frase contiene contemporaneamente una promessa e un punto di osservazione.
Il futuro dovrebbe essere per tutti. Ma la visione di quel futuro viene formulata da un soggetto che possiede capitale, dati, infrastrutture, piattaforme, capacità di calcolo e accesso a miliardi di persone in una misura che nessun individuo possiede.
Non è un dettaglio esterno al discorso.
È parte del discorso.
Forse è proprio per questo che il linguaggio della AI dovrebbe diventare un po’ meno affascinato dagli scenari e un po’ più interessato alle posizioni.
Perché promettere accesso è importante.
Promettere apertura è importante.
Promettere strumenti più potenti nelle mani delle persone può esserlo ancora di più.
Ma prima di decidere quanto potere ci verrà restituito conviene capire quanto potere possiede già chi ce lo sta promettendo.
Non è necessariamente una presa in giro.
È semplicemente un buon motivo per continuare a fare domande.
E forse, quando qualcuno ci presenta un manifesto sul futuro, la prima non dovrebbe essere: ha ragione?
Dovrebbe essere: da quale posizione sta parlando?
Tecnologia, ma con giudizio
Quattro letture su AI, ricerca, fiducia e potere delle piattaforme.
- Google e la ricerca AI: cosa direbbe Aaron Swartz Quando la risposta arriva prima ancora dei documenti, cambia il modo in cui cerchiamo, verifichiamo e costruiamo conoscenza.
- Motore di ricerca in ottica privacy: cercare non è mai neutrale Google, Qwant, DuckDuckGo, Brave ed Ecosia raccontano compromessi diversi tra comodità, riservatezza e sovranità digitale.
- HAL 9000 e i chatbot perlocutivi: quando la persuasione diventa circonvenzione Più una macchina appare competente, paziente e umana, più diventa necessario capire quali effetti vuole produrre su chi le parla.
- Dentro l’Intelligenza Artificiale: cosa direbbe oggi Pier Paolo Pasolini La AI osservata come ambiente culturale e dispositivo di omologazione, non soltanto come strumento tecnico da usare o rifiutare.