Il coraggio di essere Tutto: multipotenzialità e il mio manifesto olistico (e lo puoi fare anche Tu!)

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Viviamo in un’epoca che ama le etichette. Sei un programmatore, un manager, un musicista, un atleta. Punto.
Il mondo sembra volerci ridurre a una definizione unica, come se l’identità fosse una sola stanza, con una sola porta di ingresso. E qui si torna alla logica binaria dell’On-Off, ma ne ho parlato nell’articolo linkato.

Eppure, io ho sempre percepito la mia vita come un insieme di stanze comunicanti, ognuna con una luce diversa. C’è il Fabri SEO strategist, che analizza dati e disegna strategie digitali. C’è il Fabri contradaiolo e appassionato del Palio di Siena, che conosce il ritmo antico e i tempi lenti di una tradizione secolare. C’è il Fabri che ascolta il jazz scandinavo, con i suoi suoni sospesi che arrivano da Norvegia, Danimarca e Svezia. E c’è il Fabri che cammina nei boschi, che si ricarica all’aria aperta, passo dopo passo, come in una meditazione in movimento.

Non sono fatto a compartimenti stagni.
E questa è forse la mia più grande forza: saper coniugare mondi apparentemente distanti in un’unica visione.

Questo articolo non è soltanto il mio manifesto. È un invito: il coraggio di essere tutto non è un privilegio riservato a pochi, è un’opportunità che appartiene a ciascuno di noi.

Il professionista e il sognatore

Molti mi conoscono come SEO Manager e SEO Strategist: il professionista che imposta piani editoriali, analizza keyword, costruisce strategie di contenuto, pianifica attività di link building e misura i risultati. In questa veste ho sviluppato un approccio che unisce visione strategica e attenzione maniacale ai dettagli, perché la SEO non è mai soltanto tecnica: è una disciplina che richiede intuizione, creatività e la capacità di leggere scenari in continuo cambiamento. E ne parlo nell’articolo dedicato alla SEO olistica, sempre in questo blog.

Ma non c’è soltanto il lavoro.
Accanto al Fabri professionista vive il Fabri sognatore, che coltiva passioni altrettanto forti: il Palio di Siena, con la sua energia che sa essere insieme storia, tradizione e rito collettivo; la scrittura lenta e intima con le mie penne stilografiche vintage, compagne di riflessione e di appunti rubati al tempo; il ritmo ipnotico del jazz scandinavo, che mi porta a immaginare paesaggi rarefatti, fiordi e notti nordiche; le lunghe camminate all’aria aperta, dove i pensieri si ordinano passo dopo passo, trasformandosi in nuove idee.

In apparenza, questi mondi sembrano discordanti. In realtà, convivono. E quando li intreccio, scopro che il professionista trae linfa dal sognatore, e viceversa. È in questo incrocio che nasce la mia identità più autentica: quella di una persona che non ha paura di abitare più spazi, contemporaneamente.

Le passioni che mi definiscono

La motocicletta come metronomo del pensiero

C’è un ritmo che non viene da una batteria, ma dal borbottio di una Kawasaki che sale di giri. La moto è il mio metronomo mentale: accelera quando serve lucidità, rallenta quando devo rimettere ordine ai pensieri. Sulle strade che si snodano tra colline e pianure, la linea ideale non è solo quella dell’asfalto: è una traiettoria interiore. Ogni curva è un “if”, ogni rettilineo un “else”, e nel mezzo c’è quel momento sospeso in cui l’attenzione diventa totale. Non vado “via” dai problemi: ci passo attraverso, a velocità di ascolto. Ormai non vado più nemmeno veloce, bensì mi godo le traiettorie pennellate, come fossero su una tavolozza di un dipinto. Perché in effetti lo sono: è un pendolare che si rifà alle oscillazioni del swing, ma questa è un’altra storia e richiama alla mente altre sensazioni datemi dal jazz.

Hai mai visto nei video di repertorio quando Ray Charles suona il piano cantando Georgia On My Mind e inizia a dondolare? Ecco perché si chiama swing. È come un swing, appunto, un’oscillazione che ti prende e non ti molla più. È un “ballo di San Vito” che ti ammalia, quando inizi a sentire quel mood che ti dà sensazioni prima ancora fisiche, che non all’intelletto. Ecco qua: vi ho spiegato perché la moto e il jazz danno le stesse sensazioni fisiche.

La scrittura lenta delle penne stilografiche

Amo la scrittura lenta. Le penne stilografiche vintage – sì, anche una cara Pelikano del ’75 – sono il mio hardware analogico. Scelgo l’inchiostro come si sceglie un timbro emotivo: iniziamo con lo sgombrare i dubbi. Ormai lo avete capito, se non mi conoscete, e lo sapete se mi conoscete: sono una persona piuttosto rigorosa, prima ancora con me stesso, piuttosto che con gli altri. E per me ci sono due cose che devono sempre essere nere: il colore della mia Kawasaki (ho sempre avuto solo moto Kawasaki e solo di colore nero) e l’inchiostro delle penne. Le penne stilografiche, per me, devono scrivere solo nero. Ho fatto una sola eccezione da quando sono adulto (a scuola, la mia Pelikano scriveva di colore blu): una penna giapponese, di cui parlerò in un prossimo post che scrive con inchiostro Pilot verde acceso, oserei quasi dire: verde Pistakkio.

Il foglio non chiede refresh: chiede presenza. Il pennino scorre liscio, trattiene l’impulso a semplificare e mi costringe a dare forma al pensiero. È un debuggare a mano, dove ogni parola pesa e ogni margine bianco diventa spazio di respiro. Tra un tratto e l’altro, capisco se un’idea regge: l’inchiostro è sincero, non compila per finta.

Il respiro sospeso del jazz scandinavo

Quando ho bisogno di ampiezza, metto su jazz scandinavo. Non è uno stile: è un clima. Da Norvegia, Danimarca e Svezia arrivano linee melodiche che sembrano luce invernale: radente, essenziale, capace di definire i contorni senza urlare. C’è spazio tra le note, e in quello spazio io ragiono meglio. Le armonie sono come ipotesi: si aprono, non insistono; ti invitano a trovare la tua. È musica che non riempie: libera. E quella libertà, a volte, è la differenza tra una soluzione qualsiasi e la soluzione giusta.

Camminare per pensare (e per sentire)

Le camminate all’aria aperta sono la mia meditazione con le scarpe ai piedi. Il passo che si ripete, regolare, è un algoritmo semplice: input (aria, odori, rumori), process (ascolto), output (chiarezza). Nei boschi, il tempo non è lineare: è profondo. Le idee arrivano a strati, come foglie sovrapposte; sotto, il terreno tiene. Camminare mi insegna la priorità: una salita alla volta, un respiro alla volta. E quando torno, porto con me una mappa invisibile che mi indica dove togliere invece di aggiungere.

Il rito del Palio e la grammatica dell’attesa

Il Palio di Siena è una macchina del tempo. Dentro, convivono ritmo, attesa, esplosione, silenzio. È un codice antico, ma vivo, che parla di identità e appartenenza. Mi piace studiarlo come si studia un dataset raro: va compreso nel suo contesto, con rispetto, senza forzarlo dentro schemi utilitaristici. Insegna che il risultato non nasce solo il giorno della Carriera: nasce prima, in mesi di scelte, dettagli, micromosse. È una lezione di pazienza strategica che ritorna, sempre, quando progetto e ottimizzo. Come dico sempre:

  • se capisci la Contrada, capisci Siena
  • se capisci Siena, capisci la Toscana
  • se capisci la Toscana, capisci l’Italia
  • mi fermo qui 😊

Un mosaico che si tiene (davvero) insieme

Moto, penne, jazz scandinavo, passi nel bosco, Palio di Siena: non sono capitoli separati, sono tessere. Funzionano perché si parlano. La moto mi allena alla presenza; la penna alla precisione; il jazz all’ascolto dello spazio; il cammino alla priorità; il Palio alla Tradizione e ai Valori. Insieme disegnano una cassetta degli attrezzi che non sta in nessuna checklist, ma torna utile in ogni progetto: quando serve scegliere, quando serve aspettare, quando serve osare.

Un equilibrio olistico

Quando lavoro non deve volare una mosca; niente musica, niente distrazioni, spesso stacco il telefono.

Non metto i mondi in fila; li faccio dialogare. Il risultato è un equilibrio olistico che non insegna a fare tutto, ma a tenere tutto: ritmo, attenzione, misura. La moto mi addestra alla presenza totale; la penna alla precisione; il jazz scandinavo all’ascolto dello spazio; il cammino alla prioritizzazione; il Palio alla pazienza strategica. Ogni volta che progetto, questi registri si sovrappongono come tracce in una DAW: alzo un fader, ne abbasso un altro, sincronizzo il tempo interno con quello del contesto.

È qui che la mia SEO olistica prende forma: non un elenco di check, ma una partitura. La strategia è il tema; i dati sono la sezione ritmica; i contenuti sono gli strumenti a fiato che aprono il respiro; la link building è l’armonia che sostiene senza invadere; il monitoraggio è l’orecchio assoluto che non smette di ascoltare. Se una nota stona, non butto lo spartito: ritaratura. Se emerge un pattern inaspettato, non lo respingo: lo integro.

Nel quotidiano, questo significa saper dire no prima di dire sì: togliere fruscio, isolare la metrica che conta, scegliere una cosa per volta in un mondo che ti spinge a farne dieci. Significa allenare la sintesi senza perdere il gusto del dettaglio, stare comodi nella complessità senza farne un feticcio. È un’arte della composizione: assemblare elementi disparati fino a farli suonare uno.

Leggendo questo articolo, avrete capito una cosa: quando lavoro non deve volare una mosca; niente musica, niente distrazioni, spesso stacco il telefono (lo dico sempre ai miei clienti).

E quando il progetto accelera, ricorro al mio alfabeto minimo: osserva → ordina → orienta → opera. È un ciclo breve e ripetibile, quasi un respiro: inspirare per capire, espirare per agire. E poi di nuovo. In questo ciclo non c’è ansia di chiudere, ma disciplina nel riaprire: il lavoro non finisce, evolve.

Multipotenzialità: il coraggio di coniugare più vite in una

C’è una parola che tiene insieme tutti i miei “pezzi”: multipotenzialità. L’ho incontrata grazie a Emilie Wapnick e alla sua comunità di Multipotentialite: persone che non scelgono una sola etichetta, ma creano ponti tra competenze, passioni e mestieri. Non è dispersione: è sintesi. È la capacità di esplorare, combinare, inventare ruoli dove prima c’erano solo silos.

Dentro questa cornice, la mia SEO olistica ha trovato casa: non è un elenco di task, è ecologia delle decisioni. Vuol dire saper tenere insieme analisi e intuizione, calcolo e visione, dettaglio e insieme. Vuol dire accettare che i progetti non sono linee rette ma spirali: si avanza per cicli, si torna dove serve, si ritarano le priorità senza perdere la rotta.

Quando lavoro, il mio loop è semplice e infinito: osserva → ordina → orienta → opera → verifica → ritaratura → riprendi. È la versione artigianale del tuo plan–do–check–monitor–validate–assess–and re-begin: meno slogan, più pratica quotidiana. Qui la multipotenzialità è un vantaggio concreto: mi aiuta a cambiare scala (dal micro al macro), a tradurre i dati in scelte, a trovare nessi dove altri vedono solo liste.

Se ti riconosci in questa tensione, non chiederti “qual è la mia unica specializzazione?”. Chiediti piuttosto:

  • Quali fili so intrecciare meglio degli altri?
  • Quale sintesi posso offrire che nessuno sta offrendo?
  • Quale ritmo serve ora: profondità o ampiezza, focus o esplorazione?

La multipotenzialità non è una patente per fare tutto: è disciplina del mettere insieme. E, sì, lo puoi fare anche tu: iniziando dal nominare i tuoi frammenti e dal cercare il modo in cui possono suonare uno.

Ne scriverò ancora, in un pezzo dedicato a come la SEO diventa davvero olistica e multipotenziale nella pratica: progettazione, prioritizzazione radicale, cicli di monitoraggio e ritaratura. Intanto, questo manifesto è il mio invito: non scegliere una sola stanza. Aprile tutte, lascia che comunichino. È lì, nell’aria che passa di soglia in soglia, che spesso arriva l’idea giusta.

Prenditi il permesso (oserei dire: la “licenza poetica”) di essere Tutto

Se c’è una cosa che ho imparato è questa: non devi scegliere una sola parte di te. Puoi scegliere il modo in cui le tieni insieme. Puoi fare della tua multipotenzialità una bussola pratica, non un vezzo: ascoltare il jazz scandinavo quando serve spazio, afferrare una penna stilografica quando serve precisione, mettere il corpo in cammino quando serve mettere ordine alle idee (e il contatto con la natura aiuta tanto!), accendere la SEO olistica quando serve visione.

Non esiste una ricetta universale. Esiste il Tuo ritmo: la cadenza con cui osservi, ordini, orienti e operi; la pazienza con cui verifichi e ritari; il coraggio con cui riapri il processo ogni volta. Questo manifesto è il mio promemoria quotidiano: tenere insieme non è un compromesso, è un’arte.

Se ti risuona, prova a iniziare da qui:

  • Nomina i tuoi tasselli (lavoro, passioni, rituali).
  • Disegna un ponte tra due tasselli che non hai mai connesso.
  • Scegli una priorità per la tua settimana e togli il resto.

È sorprendente quanta luce entri quando smetti di chiudere le porte. E sì, lo puoi fare anche tu.

Una vita con le porte comunicanti

Alla fine, tutto quello che faccio — lavoro, passioni, rituali — vive in un’unica casa con porte comunicanti. A volte resto nel silenzio del jazz scandinavo, altre prendo la penna e graffio la carta, altre ancora allaccio le scarpe e cammino finché i pensieri trovano il loro passo. Poi torno alla SEO olistica, che è il mio modo di mettere ordine: ascoltare, scegliere, prioritizzare, creare connessioni, ritarare.

Questo è il mio invito: prenditi il permesso di essere tutto. Non perché serva fare mille cose, ma perché ciò che sei — davvero — merita di stare insieme. Lì, tra una stanza e l’altra, spesso passa l’idea giusta. Se questo manifesto ti ha parlato, portalo con te: apri una porta in più, oggi. E dimmi che cosa succede.


Chi è Emilie Wapnick (e perché parla anche di noi)

Emilie Wapnick è l’autrice che ha dato nome e dignità alla multipotenzialità: l’idea che alcune persone non abbiano “una sola vera chiamata”, ma più passioni e competenze da combinare in modo creativo. La sua TED Talk Why some of us don’t have one true calling (2015) ha portato il tema al grande pubblico e continua a ispirare milioni di persone nel mondo.

Nel libro How to Be Everything (HarperOne/HarperCollins) Wapnick mostra come progettare una vita e un lavoro che tengano insieme ampiezza, curiosità e senso, traducendo la multipotenzialità in pratiche quotidiane e scelte professionali sostenibili.

Accanto all’attività editoriale, Wapnick ha fondato Puttylike e la community Puttyverse, spazi dove i Multipotentialite si incontrano per confrontarsi su percorsi di carriera, business model e crescita personale senza rinunciare alla propria pluralità.

Uno dei contributi più utili (anche per chi fa SEO) sono i quattro modelli di lavoro per multipotenziali:

  • Group Hug → un ruolo multifaccia o un business che integra più competenze insieme;
  • Slashpiù lavori/attività in parallelo (“designer/teacher/consultant”);
  • Einstein → un day job stabile che finanzia progetti creativi laterali;
  • Phoenixcicli seriali di focus profondo su un’area, poi rinascita e cambio campo.
    Questi modelli aiutano a scegliere strutture di vita e lavoro coerenti con i propri ritmi, il bisogno di varietà e l’equilibrio tra denaro, significato e libertà.

Perché questo mi riguarda (e forse riguarda anche te): la multipotenzialità non è dispersione, è sintesi progettuale. È ciò che uso quando passo dalla strategia SEO alla scrittura, dal jazz scandinavo al cammino: non salto a caso, compongo. In questo senso, il lavoro di Wapnick è una cassetta degli attrezzi per dare forma a una vita complessa senza doverla ridurre.