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Il 24 febbraio 2022 non abbiamo scoperto l’esistenza dell’Ucraina. Non abbiamo scoperto neppure che la Russia di Vladimir Putin avesse ambizioni incompatibili con l’ordine europeo nato dopo la fine dell’Unione Sovietica. I segnali c’erano da anni, alcuni così evidenti che oggi è difficile guardarli senza chiedersi come sia stato possibile considerarli episodici.
Abbiamo scoperto, piuttosto, che per troppo tempo avevamo guardato verso Est senza vedere davvero che cosa stesse accadendo.
L’Europa ha reagito all’invasione russa con una compattezza che Putin probabilmente non aveva previsto. Le sanzioni sono arrivate rapidamente, insieme agli aiuti finanziari, umanitari e poi militari. Nel tempo il sostegno è cresciuto e molte delle linee che nei primi mesi sembravano invalicabili sono state progressivamente superate. Il Regno Unito, la Francia, la Germania, l’Italia, gli altri paesi europei e le istituzioni dell’Unione hanno finito per legare sempre più chiaramente la sicurezza dell’Ucraina alla propria.
Ma quasi sempre un passo dopo.
Gli armamenti sono arrivati sempre dopo che erano diventati indispensabili. Decisioni politiche sono arrivate dopo mesi di discussioni, che implicavano anche l’accettazione dei parlamenti nazionali e delle rispettive opinioni pubbliche, restìe a “entrare in guerra”.
Non credo però che il problema possa essere ridotto alla formula, comoda, ma insufficiente, di un’Europa burocratica e lenta. Il ritardo è stato più profondo. Prima di tardare nelle decisioni, abbiamo tardato nella comprensione.
Per molti anni abbiamo continuato a considerare l’Ucraina attraverso una geografia mentale sopravvissuta alla stessa Unione Sovietica. Formalmente indipendente, certamente europea, ma ancora collocata dentro una “sfera d’influenza” che davamo per scontata e nella quale Mosca sembrava conservare diritti che non avremmo mai riconosciuto a nessun altro Stato nei confronti di un vicino sovrano.
È questo il punto da cui bisogna partire. Non dagli F-16, dai missili o dai carri armati.
Da come guardavamo la carta geografica.
Il 24 febbraio 2022 e il crollo di un’illusione europea
Quando le truppe russe attraversarono su larga scala i confini dell’Ucraina la mattina del 24 febbraio 2022, l’Unione Europea definì immediatamente l’attacco un’aggressione ingiustificata e una violazione del diritto internazionale, chiedendo alla Russia il ritiro dal territorio ucraino entro i confini internazionalmente riconosciuti. Le prime sanzioni erano già state predisposte dopo il riconoscimento russo delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk e nelle ore successive ne arrivarono altre.
La risposta politica, quindi, non fu inesistente e neppure particolarmente lenta.
Il problema era ciò che era accaduto prima.
La guerra russo-ucraina non era cominciata quella mattina. Nel 2014 la Russia aveva annesso illegalmente la Crimea, mentre nell’Ucraina orientale era iniziato il conflitto nel Donbas, con il coinvolgimento russo e il sostegno alle forze separatiste. Anche allora l’Unione Europea aveva reagito con sanzioni, con il non riconoscimento dell’annessione e con misure economiche progressivamente più severe.
Eppure, nella percezione politica e soprattutto nell’immaginario di molta Europa occidentale, quella guerra riuscì per anni a rimanere una crisi.
La chiamavamo “crisi ucraina”. Cercavamo accordi per congelarla. Seguivamo Minsk, i cessate il fuoco, le violazioni dei cessate il fuoco, gli incontri diplomatici. Nel frattempo continuavamo in larga parte a commerciare con la Russia, a comprarne l’energia e a immaginare che il rapporto con Mosca potesse essere gestito attraverso quella combinazione europea di interdipendenza economica, dialogo e deterrenza moderata che aveva caratterizzato il periodo successivo alla Guerra fredda.
L’idea di fondo era rassicurante: la Russia poteva creare problemi, ma aveva interesse a restare dentro il sistema. Nessuno si accorse, nemmeno gli analisti più raffinati, del rancore che Putin covava contro l’Occidente e che venne fuori alla conferenza di Monaco del 2006. Ovviamente ce ne siamo accorti dopo, quando l’abbiamo rivista a posteriori.
Il 24 febbraio 2022 quell’idea è semplicemente saltata.
Non perché Putin fosse improvvisamente diventato diverso, ma perché la Russia aveva portato fino alle estreme conseguenze una logica che avevamo avuto davanti agli occhi per anni: l’indipendenza dei paesi nati dalla dissoluzione dell’URSS era pienamente accettabile, solo finché non entrava in conflitto con ciò che Mosca considerava la propria sfera d’influenza.
La Bielorussia aveva progressivamente trovato il proprio posto dentro questa architettura. Formalmente uno Stato sovrano, sostanzialmente sempre più dipendente dalla Russia sul piano politico, economico, militare e strategico.
Con l’Ucraina non aveva funzionato.
Ed è forse questa la parte che l’Europa aveva compreso meno.
L’Ucraina, però, quella mattina fece qualcosa che una parte dell’Europa non si aspettava.
Non cadde.
Tutti ricordiamo il celebre video-selfie del 25 febbraio, davanti agli edifici governativi di Kyiv: Zelensky, insieme al primo ministro e ad alcuni dei principali esponenti della sua amministrazione, mostra che la leadership ucraina è ancora nella capitale. “Siamo tutti qui. Siamo a Kyiv. Difendiamo l’Ucraina.”
President of Ukraine, Liberty Medal speech recalling “we are here”
E da quel momento cominciò a cambiare non soltanto la guerra.
Cominciò a cambiare anche il modo in cui la guardavamo.
Prima delle armi, abbiamo capito tardi che cosa fosse l’Ucraina
Per molti europei, per anni, l’Ucraina è rimasta un paese visto attraverso categorie quasi interamente postsovietiche.
Ogni pochi anni sembrava esserci un’elezione contestata, una nuova crisi politica, una protesta di piazza. Nel 2004 arrivò la Rivoluzione arancione, mentre Viktor Juščenko sopravviveva a un avvelenamento da diossina che ne avrebbe segnato per sempre il volto. Poi altri governi, altre tensioni, altre elezioni.
Tutto finiva per essere assorbito dentro una sorta di normalità geopolitica: l’Ucraina era instabile perché l’Ucraina era fatta così.
Sotto questa percezione sopravviveva un presupposto più profondo: che Kyiv dovesse comunque rimanere entro l’orbita di Mosca. Non necessariamente come provincia russa, ma come Stato con una sovranità limitata dalla geografia, dalla storia e dal peso del vicino. La traiettoria della Bielorussia di Aleksandr Lukašenko, progressivamente legata alla Russia sul piano politico, economico e militare, sembrava quasi una delle evoluzioni possibili e tutto sommato accettabili per l’intero spazio ex sovietico.
Anche l’annessione della Crimea nel 2014 venne assorbita con sorprendente rapidità nel paesaggio mentale europeo. La penisola era stata trasferita dalla Repubblica sovietica russa a quella ucraina nel 1954, quando entrambe facevano parte dell’URSS. Questo contribuì alla diffusione di una lettura molto comoda: Mosca avrebbe semplicemente rimesso mano a una vecchia sistemazione amministrativa sovietica.
Ma nel 2014 l’Unione Sovietica non esisteva più da ventitré anni. Esisteva uno Stato ucraino indipendente, con confini riconosciuti internazionalmente anche dalla Federazione Russa. Per di più gli accordi stipulati dopo la caduta dell’impero sovietico prevedevano che l’Ucraina cedesse tutto l’arsenale nucleare alla Russia, proprio in cambio della Crimea.
E non ci fu soltanto la Crimea.
Nel Donbas cominciò una guerra che per anni continuammo prevalentemente a chiamare “crisi ucraina”. Gli accordi di Minsk, i cessate il fuoco, le trattative e la ricerca di un congelamento del conflitto contribuirono a mantenerla dentro una dimensione regionale. Era certamente una guerra, ma riuscimmo a percepirla come qualcosa che poteva essere contenuto geograficamente e amministrato diplomaticamente.
È su questo retroterra che diventa particolarmente interessante la testimonianza di Pier Francesco Zazo, ambasciatore italiano a Kyiv dal 2021 al 2024. Nell’intervista concessa il 25 agosto 2026 a Sergiy Sydorenko per European Pravda, Zazo racconta quanto fosse ancora diffusa in Italia, persino in alcuni ambienti diplomatici, un’immagine dell’Ucraina come paese povero, corrotto, oligarchico e dotato di una debole identità nazionale.
European Pravda — intervista a Pier Francesco Zazo
L’intervista è del 25 agosto 2026, a cura di Sergiy Sydorenko.
Secondo Zazo, una parte importante di questa rappresentazione era stata costruita e alimentata per anni dalla narrativa russa: gli Stati nati dalla dissoluzione dell’URSS sarebbero rimasti, in fondo, culturalmente russi e destinati prima o poi a rientrare nella sfera di Mosca. Ancora nel 2021, ricorda, a Roma circolava l’idea che nell’Ucraina sudorientale i russofoni fossero discriminati dalle autorità di Kyiv.
Zazo decise allora di andare personalmente a Kharkiv e Odesa e di riferire a Roma ciò che osservava: persone che parlavano russo nella vita quotidiana e che, nello stesso tempo, si consideravano pienamente ucraine. Una distinzione elementare, ma fondamentale. La lingua utilizzata da una persona non determina automaticamente la sua appartenenza nazionale.
È difficile non vedere qui uno dei successi più duraturi della narrativa russa precedente al 2022: aver convinto una parte dell’Europa che l’identità ucraina fosse, se non artificiale, almeno incompleta.
La stessa sorpresa provocata dalla resistenza del 2022 ne fu una conseguenza.
Zazo ricorda che, alla vigilia dell’invasione, a Roma quasi nessuno credeva che Putin avrebbe davvero ordinato un attacco su vasta scala. Ancora più significativa fu la convinzione, una volta iniziata l’offensiva, che tutto sarebbe terminato nel giro di pochi giorni. Secondo l’ex ambasciatore, persino molti suoi colleghi ritenevano inevitabile un rapido collasso dello Stato ucraino.
Non accadde.
E quella resistenza produsse qualcosa che nessuna campagna diplomatica era riuscita a ottenere con altrettanta efficacia: costrinse l’Europa a osservare l’Ucraina non più come una zona di transizione fra Russia e Occidente, ma come un soggetto politico disposto a difendere la propria esistenza come Stato.
Come osserva ancora Zazo, dopo il 2022 cambiarono perfino gli strumenti culturali con cui l’Italia guardava al paese: aumentarono i libri disponibili sulla storia ucraina e divenne molto più difficile continuare a confondere identità ucraina e identità russa.
È forse questo il passaggio decisivo.
L’Ucraina non ricevette sostegno europeo perché l’Europa l’aveva già compresa fino in fondo. In parte accadde il contrario: resistendo, l’Ucraina costrinse l’Europa a comprenderla.
Da quel momento la questione non fu più stabilire se Kyiv avesse il diritto di sottrarsi alla sfera d’influenza russa.
Cominciò a diventare un’altra: fino a che punto l’Europa fosse disposta a sostenerla perché potesse farlo davvero.
Guardare la Russia da vicino e scegliere comunque Kyiv
Il mio rapporto con la Russia non è mai stato astratto.
Mi sono laureato in lingua russa all’allora Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste e ho trascorso un semestre invernale a Mosca, alla Facoltà di Filologia dell’Università Lomonosov. Conosco Mosca e San Pietroburgo e per anni ho avuto amici cari in Russia.
Per questo la frattura del 2022 non ha avuto per me soltanto una dimensione politica.
Dopo l’invasione dell’Ucraina ho “limitato” alcuni rapporti con persone che conoscevo da tempo. Non perché pretendessi dichiarazioni rituali o professioni di fede, ma perché anche quando si trovavano in Italia, quindi lontano dai rischi immediati della repressione russa, non riuscivano a prendere una posizione chiara contro Putin e contro la guerra.
La mia impressione, in diversi casi, è stata che non si trattasse nemmeno di una vera adesione ideologica. Era qualcosa di più ordinario e forse proprio per questo più difficile da accettare: la disponibilità a convivere con il sistema, purché il sistema garantisse una vita materialmente normale.
La Russia putiniana ha costruito con gran parte della propria società un patto implicito molto semplice: stabilità, consumi, sicurezza economica relativa e una quotidianità sufficientemente confortevole, in cambio di una progressiva rinuncia allo spazio politico, al dissenso e alla possibilità concreta di mettere in discussione il potere.
Un buon banco di prova di questo atteggiamento è stato Alexej Navalny. Anche tra russi colti, cosmopoliti e tutt’altro che fanaticamente putiniani, mi è capitato di sentirlo liquidare come opportunista, populista, troppo aggressivo nella comunicazione, quasi un prodotto del marketing politico occidentale. Navalny stesso respingeva l’etichetta di populista, osservando quanto fosse diventata elastica nel dibattito politico russo. (navalny.com)
Il punto, però, non era stabilire se Navalny fosse privo di ambizione politica o immune da critiche. Sicuramente era ambizioso e anche criticabile. Faceva denunce di soprusi, corruzione, in stile, passatemi il paragone, alla Report. Il punto era quanto facilmente il giudizio sul singolo oppositore diventasse un argomento per non scegliere affatto. Putin non andava bene, ma gli altri sarebbero stati uguali o peggiori; Navalny voleva soltanto il potere; protestare non avrebbe cambiato nulla. Il risultato pratico era la conservazione dello status quo.
Andrei Kolesnikov ha descritto questo meccanismo come una forma di conformismo di massa, tipica dei sistemi autoritari: non serve che la maggioranza aderisca entusiasticamente al potere, basta che si abitui alle sue regole e consideri ogni alternativa abbastanza sospetta da preferire ciò che già conosce. Nel 2021 osservava quanto Navalny mettesse a disagio proprio quella maggioranza passiva, costringendola a uscire dalla propria zona di comfort.
Carnegie Endowment — Why Navalny Makes Many Russians Uncomfortable
È una dinamica che riconoscevo anche in alcune persone a me vicine. E forse spiega meglio di molte dichiarazioni ideologiche come un sistema autoritario riesca a diventare, nel tempo, normalità quotidiana.
I supermercati possono essere pieni anche dentro un sistema autoritario.
È una banalità soltanto in apparenza. Perché uno degli errori più persistenti compiuti in Europa nei confronti della Russia è stato associare la modernizzazione materiale alla modernizzazione politica, come se la crescita dei consumi, i viaggi, le università internazionali e l’integrazione economica dovessero necessariamente produrre anche istituzioni più aperte.
Non è successo.
Ed è anche per questo che il mio sostegno a Kyiv oggi è pieno. Non nasce da un rifiuto della cultura russa, che continua a essere parte della mia formazione, né dalla cancellazione di ciò che ho conosciuto e amato di quel paese.
Nasce precisamente dalla distinzione fra una cultura e il sistema politico che pretende di rappresentarla.
Conoscere la Russia non obbliga a giustificarne le scelte.
Talvolta rende ancora più difficile farlo.
Regno Unito: quando la politica precede la prudenza europea
Se c’è un paese europeo che ha interpretato prima degli altri la guerra in Ucraina come una questione di sicurezza continentale, questo è stato il Regno Unito.
La linea britannica non è stata priva di calcoli politici, né immune dagli errori. Ma ha mostrato una continuità rara attraverso governi diversi, da Boris Johnson a Rishi Sunak, fino a Keir Starmer: sostenere Kyiv non come gesto temporaneo di solidarietà, ma come investimento strategico nella sicurezza europea.
Londra si è mossa presto sul terreno militare, nell’addestramento e nel coordinamento internazionale. Con Operation Interflex, avviata nel 2022 e progressivamente ampliata, oltre 63.000 militari ucraini sono stati addestrati nel Regno Unito. Nel 2026 il programma è entrato in una nuova fase, con formazione specialistica in ambiti come aviazione, medicina, ingegneria e logistica.
Il dato è importante non soltanto per la sua dimensione numerica. Mostra che il sostegno britannico è stato pensato presto in termini di capacità militare durevole, non soltanto come successione di pacchetti d’emergenza.
Lo stesso vale per il piano politico.
Nel gennaio 2024 Londra e Kyiv hanno firmato un accordo bilaterale di cooperazione sulla sicurezza. A questo si è aggiunta la 100 Year Partnership, che ha dato una cornice di lungo periodo alla relazione fra i due paesi e che oggi comprende anche cooperazione industriale, tecnologica e militare.
Nel 2026 il Regno Unito continua inoltre a co-guidare con la Francia la Coalition of the Willing (in italiano viene tradotto con “Coalizione dei Volenterosi”, ma come spesso accade ad opera dei media è una traduzione fuorviante, perché “Volenterosi”, fa pensare piuttosto a degli scolaretti. Sarebbe stato meglio dire: “Coalizione dei Volitivi”) e mantiene un impegno finanziario e militare consistente. Secondo i dati ufficiali britannici, il sostegno complessivo dall’inizio dell’invasione su vasta scala ha raggiunto £25 miliardi, di cui circa £16 miliardi in assistenza militare.
Anche la qualità degli aiuti dice molto della postura britannica. Nel giugno 2026 Londra ha annunciato un pacchetto da circa £750 milioni per 150.000 droni prodotti in Ucraina e oltre 350 missili e sistemi radar per la difesa aerea. Non si tratta più soltanto di trasferire equipaggiamenti disponibili, ma di sostenere direttamente la capacità industriale e tecnologica ucraina.
Il punto, però, non è costruire una graduatoria morale.
Il Regno Unito ha semplicemente accettato prima di altri una conclusione che in Europa è maturata più lentamente: se l’Ucraina perde la propria capacità di difendersi, il problema non resta confinato ai suoi confini.
C’è anche un paradosso politico difficile da ignorare.
Il paese che nel 2020 aveva completato la propria uscita dall’Unione Europea è stato tra quelli che hanno interpretato con maggiore rapidità la guerra come una questione eminentemente europea.
Brexit non ha trasformato il Regno Unito in una potenza esterna al continente.
Davanti alla Russia, la geografia ha continuato ad avere più peso delle architetture istituzionali.
Nel luglio 2026 questo paradosso è diventato ancora più evidente con l’accordo che consente al Regno Unito di partecipare al meccanismo europeo del Ukraine Support Loan da €90 miliardi, destinato al sostegno finanziario e alla difesa ucraina. Londra e Bruxelles hanno motivato esplicitamente l’intesa con l’interdipendenza delle rispettive industrie della difesa e con il principio che una Ucraina forte e sovrana costituisca parte della sicurezza europea.
Londra ha discusso certamente modalità, tempi e strumenti.
Molto meno il principio.
Per il Regno Unito la questione è diventata relativamente presto non se sostenere l’Ucraina, ma come rendere quel sostegno sufficientemente efficace e abbastanza lungo da incidere sull’esito della guerra.
È una distinzione che, negli anni successivi, anche il resto d’Europa avrebbe progressivamente fatto propria.
Italia: una trasformazione più profonda di quanto ricordiamo
Nel caso italiano, la guerra in Ucraina ha prodotto una trasformazione più profonda di quanto spesso ricordiamo.
Per decenni l’Italia aveva mantenuto con la Russia un rapporto particolare: relazioni economiche importanti, una forte dipendenza energetica, legami politici trasversali e una diffusa disponibilità a considerare Mosca un interlocutore con cui fosse sempre necessario mantenere aperto un canale privilegiato.
Il governo di Mario Draghi ruppe rapidamente questo schema.
Nell’intervista a European Pravda, Pier Francesco Zazo racconta che Draghi interpretò l’invasione come il superamento di una linea che rendeva impossibile continuare il rapporto precedente. Secondo l’ex ambasciatore, l’allora presidente del Consiglio italiano ebbe anche un ruolo rilevante nei primi tentativi occidentali di immobilizzare le riserve sovrane russe, materia che conosceva direttamente per la sua precedente esperienza alla guida della Banca centrale europea.
La frattura si manifestò anche sul terreno energetico.
L’Italia aveva costruito una parte significativa della propria sicurezza energetica sul gas russo. Ma dopo il febbraio 2022 il governo accelerò la ricerca di fornitori alternativi, soprattutto attraverso accordi con Algeria e Azerbaigian. Zazo sottolinea come Roma riuscì a ridurre la dipendenza dalla Russia con una velocità che, in quel momento, risultò maggiore di quella tedesca.
Ma il passaggio italiano forse più interessante non riguardò le sanzioni, né l’energia.
Riguardò l’Europa.
Il 16 giugno 2022, Draghi arrivò a Kyiv insieme a Emmanuel Macron, Olaf Scholz e al presidente romeno Klaus Iohannis. Pochi giorni dopo, il Consiglio europeo avrebbe riconosciuto all’Ucraina lo status di paese candidato all’ingresso nell’Unione.
Zazo, che accompagnava Draghi durante quella visita, attribuisce all’allora presidente del Consiglio italiano un ruolo determinante nel convincere Scholz ad accettare quella prospettiva. Racconta che il confronto era cominciato già durante il viaggio in treno verso Kyiv e che, fino alla conferenza stampa congiunta, non era ancora del tutto chiaro quale sarebbe stata la posizione pubblica del cancelliere tedesco. Macron era favorevole; Draghi, nella ricostruzione di Zazo, fu il più deciso nel sostenere che l’Ucraina dovesse ricevere una prospettiva europea concreta.
La testimonianza dell’ex ambasciatore coincide almeno nella sostanza con la posizione ufficiale assunta allora dall’Italia: già nel giugno 2022 la Farnesina rivendicava il contributo italiano alla concessione dello status di candidato e il sostegno al percorso europeo di Kyiv.
È un passaggio che merita di essere ricordato perché modifica la rappresentazione dell’Italia come semplice paese al seguito delle decisioni franco-tedesche.
In quel momento Roma contribuì invece a spostare la discussione su un terreno più radicale: l’Ucraina non doveva soltanto sopravvivere all’invasione. Doveva essere riconosciuta come parte del futuro politico europeo.
La caduta del governo Draghi poche settimane dopo non determinò un cambio di direzione.
L’arrivo di Giorgia Meloni aveva inizialmente suscitato preoccupazione a Kyiv, soprattutto per la presenza nella coalizione italiana di forze e personalità che negli anni precedenti avevano mostrato posizioni molto più accomodanti verso Putin. La linea della presidente del Consiglio, però, si è mantenuta nettamente diversa.
Zazo interpreta questa continuità attraverso due elementi: l’atlantismo di Meloni e la sua stessa concezione nazionale della politica, che la porterebbe a riconoscere nella resistenza ucraina una guerra per l’indipendenza e per la difesa della patria. È una lettura personale dell’ex ambasciatore, ma il dato politico è verificabile: il sostegno italiano a Kyiv non è stato interrotto dal cambio di maggioranza.
Nel 2026 la posizione ufficiale italiana continua infatti a definire il sostegno all’Ucraina politico, finanziario, economico, umanitario e militare. L’Italia partecipa alla missione europea di addestramento EUMAM, contribuisce agli strumenti finanziari europei destinati alle forze armate ucraine e ha stanziato dall’inizio dell’invasione circa 3 miliardi di euro di assistenza civile bilaterale, senza contare gli aiuti militari e i contributi forniti attraverso l’Unione Europea.
Questo non significa che il sostegno italiano sia privo di fragilità.
Significa però che bisogna distinguere due piani che spesso vengono confusi.
Da una parte c’è stata, dal 2022 a oggi, una notevole continuità della politica estera italiana.
Dall’altra esiste un dibattito interno molto più instabile, attraversato da stanchezza, ambiguità, posizioni filorusse e resistenze agli aiuti militari.
La prima ha retto finora più della seconda.
Ed è forse uno degli elementi meno scontati di questi quattro anni.
Germania: la Zeitenwende che ha richiesto tempo
La Germania rappresenta forse meglio di ogni altro paese europeo la distanza fra ciò che l’invasione dell’Ucraina ha reso evidente e il tempo necessario per tradurre quella consapevolezza in una nuova politica.
Per Berlino il 24 febbraio 2022 non significò soltanto scegliere come sostenere Kyiv. Significò mettere in discussione una parte rilevante della propria politica estera degli ultimi decenni.
Il rapporto con Mosca era stato costruito intorno a un principio semplice: commercio, interdipendenza energetica e dialogo avrebbero reso progressivamente meno conveniente il conflitto. Era una logica che affondava le proprie radici nella Ostpolitik, ma che dopo la Guerra fredda aveva assunto una dimensione soprattutto economica.
Il gas russo ne era diventato il simbolo più concreto.
Dopo l’invasione, Olaf Scholz utilizzò una parola destinata a diventare la formula politica di quella rottura: Zeitenwende, svolta epocale.
La parola arrivò rapidamente.
La svolta molto meno.
La Germania aumentò progressivamente il sostegno militare all’Ucraina, ma molte decisioni furono accompagnate da esitazioni, discussioni interne e timori legati all’escalation. Il caso dei carri Leopard 2 fu emblematico: Berlino autorizzò le consegne soltanto nel gennaio 2023, dopo mesi di pressioni da parte di Kyiv e degli alleati e nel quadro di una decisione coordinata con gli Stati Uniti.
Non era soltanto prudenza tattica.
Pesavano la memoria storica tedesca, la cultura strategica sviluppata dopo il 1945, la resistenza di una parte dell’opinione pubblica all’idea di un ruolo militare più assertivo e la difficoltà di accettare che una delle architetture economiche su cui la Germania aveva costruito la propria prosperità avesse prodotto anche una pericolosa dipendenza.
Queste ragioni aiutano a capire il ritardo.
Non ne cancellano il costo.
Negli anni successivi, però, la posizione tedesca è cambiata in modo sostanziale.
Con il governo di Friedrich Merz, la Germania del 2026 non è più descrivibile come il grande paese europeo riluttante a impegnarsi per l’Ucraina. Secondo i dati pubblicati dal governo federale il 24 agosto 2026, Berlino ha fornito oltre 43,3 miliardi di euro di assistenza civile bilaterale e ha già fornito o programmato circa 57,6 miliardi di euro di aiuti militari dall’inizio dell’invasione su vasta scala.
Nell’aprile 2026 Germania e Ucraina hanno inoltre sottoscritto una partnership strategica che prevede una cooperazione più stretta sulla sicurezza, sull’industria della difesa e sulla resilienza delle infrastrutture critiche. Nel documento congiunto Berlino definisce ormai il sostegno a Kyiv anche come parte della sicurezza europea, non più come una misura temporanea legata all’emergenza.
Il cambiamento più interessante non riguarda quindi soltanto l’entità degli aiuti.
Riguarda il linguaggio con cui la Germania giustifica oggi quegli aiuti.
Nel 2022 la domanda era ancora quanto fosse possibile sostenere l’Ucraina senza alterare troppo profondamente l’equilibrio strategico europeo.
Nel 2026 la posizione ufficiale tedesca parte da un presupposto diverso: una Ucraina forte, democratica e sovrana è importante anche per la sicurezza della Germania stessa.
La Zeitenwende, insomma, alla fine è arrivata.
Ma ha richiesto tempo.
Francia: la lenta caduta dei tabù
La Francia ha seguito una traiettoria diversa da quella britannica e tedesca.
Fin dall’inizio Emmanuel Macron ha sostenuto l’Ucraina, ma ha cercato più a lungo di altri leader europei di mantenere aperto uno spazio diplomatico con Mosca. Nei primi mesi della guerra questo approccio produsse anche formule controverse, come la necessità di non costruire una pace destinata a umiliare la Russia.
Era una posizione coerente con la tradizione francese di autonomia strategica e con l’ambizione di Parigi di restare interlocutore anche quando il dialogo sembrava ormai quasi privo di spazio.
Con il passare del tempo, però, il baricentro francese si è spostato.
Il cambiamento non è avvenuto attraverso una singola decisione, ma con la progressiva caduta di diversi tabù: prima sulla quantità e qualità delle armi fornite, poi sulla possibilità di colpire obiettivi militari russi collegati alle operazioni contro l’Ucraina, infine sul ruolo che gli europei stessi avrebbero dovuto assumere nel garantire la sicurezza futura di Kyiv.
Nel febbraio 2024 Francia e Ucraina hanno firmato un accordo bilaterale di cooperazione sulla sicurezza. Il documento non si limita all’assistenza durante la guerra: stabilisce come obiettivo una Ucraina libera, indipendente e capace di dissuadere nuove aggressioni, collega esplicitamente la sicurezza ucraina a quella euro-atlantica e sostiene il percorso di Kyiv verso UE e NATO.
È un passaggio importante perché segna il superamento dell’idea del sostegno come risposta temporanea a una crisi.
La Francia comincia a ragionare in termini di capacità militare ucraina permanente.
Questa evoluzione diventa ancora più evidente nel 2026.
Parigi e Kyiv hanno deciso di accelerare la cooperazione sull’aviazione da combattimento e sulla difesa aerea e antimissile. La dichiarazione congiunta del luglio 2026 prevede l’addestramento di piloti ucraini sui Rafale già nello stesso anno e autorizza la produzione in Ucraina, su licenza, delle bombe guidate AASM e dei missili SCALP.
Élysée — Joint declaration by France and Ukraine, 14 July 2026
Non è più soltanto una questione di consegnare armamenti francesi.
È un tentativo di integrare progressivamente le capacità militari e industriali ucraine dentro lo spazio europeo della difesa.
Parallelamente, la Francia ha assunto con il Regno Unito un ruolo centrale nella Coalition of the Willing, impegnata a costruire le condizioni di sicurezza che dovrebbero accompagnare un eventuale cessate il fuoco. Nel luglio 2026 la coalizione ha ribadito che una pace durevole dovrà essere sostenuta da garanzie politiche e giuridiche vincolanti e da una capacità multinazionale pronta a operare sul territorio ucraino, su richiesta di Kyiv, dopo la fine delle ostilità.
Ad agosto, Macron era ancora tra i co-presidenti della Coalition insieme alla leadership britannica e a Friedrich Merz, in una posizione ormai lontana dalla cautela diplomatica dei primi mesi del conflitto.
La traiettoria francese è quindi significativa, proprio perché non è lineare.
Parigi ha cercato inizialmente di mantenere contemporaneamente due possibilità: sostenere l’Ucraina e conservare un margine di interlocuzione con la Russia.
Con il prolungarsi della guerra, quella seconda possibilità si è progressivamente ridotta.
Non perché la diplomazia sia diventata inutile, ma perché è diventato sempre più difficile immaginare una soluzione stabile senza modificare prima il rapporto di forza che rendeva possibile l’aggressione.
La Francia è così passata dalla ricerca di uno spazio per il dialogo alla costruzione delle condizioni affinché un eventuale negoziato non parta dalla debolezza strutturale dell’Ucraina.
Le armi che arrivano dopo essere state dichiarate impossibili
È probabilmente qui che il sostegno europeo all’Ucraina mostra la sua contraddizione più difficile da ignorare.
Dal 2022 in poi, molte delle decisioni militari più importanti hanno seguito uno schema quasi identico: una richiesta ucraina viene giudicata inizialmente eccessiva o troppo rischiosa; segue una lunga discussione sull’escalation; la situazione sul campo peggiora o cambia; ciò che sembrava politicamente impossibile diventa progressivamente accettabile; infine la decisione viene presa.
Quasi sempre tardi rispetto al momento in cui Kyiv aveva cominciato a chiederla.
I carri armati occidentali costituiscono uno degli esempi più evidenti. Nel gennaio 2023 il Regno Unito annunciò la fornitura dei Challenger 2. Pochi giorni dopo anche la Germania autorizzò l’invio dei Leopard 2 e consentì agli altri paesi europei che ne disponevano di trasferirli all’Ucraina. Scholz difese quella prudenza sostenendo che fosse necessario agire soltanto attraverso uno stretto coordinamento con gli alleati. (bundesregierung.de)
La scelta aveva certamente una propria logica politica e militare. Ma resta il fatto che ciò che per mesi era stato considerato un salto qualitativo pericoloso divenne, nel giro di poche settimane, una componente normale del sostegno occidentale.
Lo stesso percorso si è ripetuto con l’aviazione.
Nel maggio 2023 Regno Unito e Paesi Bassi cominciarono a costruire una coalizione internazionale per sviluppare una capacità aerea moderna per l’Ucraina. A luglio undici paesi formalizzarono il programma di addestramento sui F-16; ad agosto Danimarca e Paesi Bassi annunciarono la futura cessione degli aerei. I primi piloti ucraini iniziarono l’addestramento britannico nell’estate dello stesso anno. (gov.uk) (government.nl)
Anche qui il punto non è sostenere che la trasformazione di una forza aerea possa avvenire premendo un interruttore. Servono piloti, tecnici, infrastrutture, logistica, manutenzione e una catena di addestramento complessa. Proprio per questo, però, ogni mese perso prima di avviare quel processo pesa più di un mese perso nella consegna di un equipaggiamento immediatamente utilizzabile.
Quando il primo gruppo di piloti concluse nel marzo 2024 la fase iniziale di formazione nel Regno Unito, erano trascorsi più di due anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala.
La stessa dinamica ha riguardato la difesa aerea.
I sistemi occidentali più avanzati sono diventati progressivamente indispensabili mentre la Russia intensificava gli attacchi con missili e droni contro città e infrastrutture energetiche. Nell’aprile 2024 la situazione era tale che il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg chiedeva apertamente agli alleati di scavare più a fondo nei propri arsenali e accelerare la consegna di Patriot, munizioni, artiglieria e capacità di attacco di precisione. La Germania aveva appena annunciato un ulteriore sistema Patriot.
La frase utilizzata allora da Stoltenberg merita di essere ricordata: sostenere l’Ucraina non era beneficenza, ma un investimento nella sicurezza degli stessi paesi NATO.
Ci erano voluti più di due anni perché un concetto del genere diventasse quasi ordinario nel linguaggio politico occidentale.
Anche le capacità a lungo raggio hanno attraversato soglie simili. Il Regno Unito fornì gli Storm Shadow nel 2023, mentre altri governi mantennero più a lungo limitazioni sia sugli armamenti sia sulle modalità del loro impiego. Ogni decisione veniva misurata attraverso la possibilità che Mosca la interpretasse come un’escalation.
La prudenza era comprensibile.
La deterrenza nucleare russa esiste. Il rischio di un allargamento del conflitto non è mai stato immaginario. I governi europei avevano il dovere di tenerne conto.
Ma esiste anche un rischio speculare, che per molto tempo è stato considerato meno attentamente: quello di comunicare alla Russia che ogni nuova soglia avrebbe richiesto mesi di esitazione occidentale prima di essere superata.
Il risultato è stato un sostegno spesso sufficiente a evitare il collasso dell’Ucraina, ma non sempre tempestivo rispetto alla trasformazione della guerra.
È difficile stabilire che cosa sarebbe accaduto se determinate capacità fossero state fornite sei mesi o un anno prima. La storia controfattuale diventa rapidamente propaganda quando pretende di contare battaglie vinte o vite salvate.
La domanda utile è un’altra.
Quanto è costato, sul piano strategico, arrivare ripetutamente alla decisione giusta soltanto quando la situazione aveva già reso evidente che quella precedente non bastava più?
Nel corso della guerra l’Europa ha dimostrato di saper superare quasi tutti i propri tabù militari.
Il problema è che spesso li ha superati uno alla volta, dopo averli difesi fino all’ultimo.
Italia: una linea stabile, un consenso più fragile
La continuità della politica estera italiana non coincide necessariamente con la stabilità del consenso interno.
Farnesina — L’Italia a sostegno dell’Ucraina
Dopo quattro anni e mezzo di guerra, la società italiana è molto meno compatta di quanto apparisse nelle settimane successive all’invasione. Pier Francesco Zazo lo dice con chiarezza nell’intervista a European Pravda: il sostegno politico all’Ucraina resta, ma la disponibilità a sostenere ancora a lungo anche il versante militare è diventata più debole.
Non è un fenomeno esclusivamente italiano.
Le guerre lunghe producono assuefazione, spostano l’attenzione, competono con nuove crisi e fanno crescere il desiderio di una soluzione, anche quando una soluzione semplice non esiste.
In Italia questa stanchezza incontra però un terreno politico particolare.
Nel centrodestra, la linea di Giorgia Meloni e di Forza Italia è rimasta sostanzialmente atlantista e favorevole al sostegno a Kyiv, mentre la Lega continua a esprimere posizioni più critiche sugli aiuti militari. Zazo considera proprio questa differenza uno dei fattori che obbligano Meloni a muoversi con maggiore cautela nella comunicazione pubblica sulla guerra.
Ma la frattura non attraversa soltanto la maggioranza.
Anche nell’opposizione il tema dell’Ucraina continua a produrre distanze difficili da ricomporre. Nell’estate 2026 il rapporto fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si è nuovamente complicato proprio sulle politiche di difesa e sul proseguimento degli aiuti militari. Giuseppe Conte ha ribadito che il M5S non voterà ulteriori invii di armi, pur continuando a definire l’Ucraina il paese aggredito e sostenendo la necessità di una soluzione negoziale. Nel campo progressista, le divergenze su Ucraina e riarmo restano una delle fratture più evidenti.
Sarebbe però troppo semplice ridurre tutto alla contrapposizione fra partiti filoucraini e partiti filorussi.
Esiste anche un pacifismo italiano più antico delle divisioni attuali, alimentato da culture politiche, cattoliche e sociali diverse. Zazo lo considera una componente strutturale del dibattito nazionale e una delle ragioni per cui il sostegno militare incontra più resistenze rispetto a quello umanitario o politico.
Il punto delicato è che il pacifismo, quando si confronta con una guerra di aggressione, deve rispondere a una domanda che non ha una soluzione moralmente comoda.
Che cosa significa chiedere la pace quando una delle due parti occupa il territorio dell’altra?
Invocare un negoziato è legittimo.
Molto più difficile è stabilire quali condizioni debbano esistere perché quel negoziato non coincida semplicemente con la ratifica del rapporto di forza prodotto dall’aggressione.
È anche in questo spazio che la comunicazione russa cerca di inserirsi.
Zazo sostiene che Mosca consideri l’Italia un “weak link”, un anello relativamente vulnerabile alla disinformazione e alla polarizzazione. È una sua valutazione, che va attribuita come tale. L’ex ambasciatore richiama la diffusione di narrative russe attraverso social network, media e circuiti politici e sottolinea quanto alcune rappresentazioni della guerra riescano ancora a trovare spazio nel dibattito italiano.
Non è necessario, però, immaginare una regia russa dietro ogni posizione contraria agli aiuti militari.
Sarebbe una semplificazione uguale e contraria a quelle che stiamo cercando di evitare.
La fragilità italiana nasce anche da fattori interni: la distanza geografica dal fronte, la memoria sempre più sbiadita dell’inizio della guerra, il costo economico percepito, la stanchezza verso un conflitto di cui non si intravede facilmente la conclusione.
Ed è proprio qui che si misura la maturità di una politica estera.
Sostenere una posizione quando è condivisa dalla quasi totalità dell’opinione pubblica è relativamente semplice.
Molto più difficile è mantenerla quando l’emergenza diventa durata, quando l’attenzione si sposta altrove e quando ogni nuova decisione deve essere spiegata di nuovo.
Finora la linea italiana ha retto.
La domanda non è se questa continuità sia destinata automaticamente a proseguire.
È se siamo ancora capaci di ricordare perché era cominciata.
L’Ucraina ha bisogno dell’Europa, ma l’Europa ha bisogno dell’Ucraina
A questo punto il discorso cambia scala.
Per quattro anni abbiamo parlato soprattutto di quanto l’Europa dovesse sostenere l’Ucraina. Di armi, finanziamenti, sanzioni, addestramento, ricostruzione, sicurezza energetica.
È stato inevitabile.
Ma continuare a descrivere il rapporto soltanto in questi termini rischia di lasciarci dentro una cornice ormai insufficiente: noi che aiutiamo loro.
La guerra ha progressivamente mostrato qualcosa di più complesso.
L’Ucraina ha bisogno dell’Europa per resistere, per ricostruire, per consolidare le proprie istituzioni e per costruire un futuro politico che non venga deciso a Mosca.
Ma anche l’Europa ha bisogno di un’Ucraina capace di restare indipendente.
Non per generosità.
Per interesse strategico.
È uno dei punti più netti dell’intervista di Pier Francesco Zazo a European Pravda. Secondo l’ex ambasciatore, il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea non dovrebbe essere letto soltanto come un premio politico concesso a un paese aggredito, ma come un rafforzamento della stessa Europa: sul piano militare, industriale, demografico e strategico.
È una prospettiva che nel 2022 sarebbe sembrata molto più radicale di quanto appaia oggi.
L’Ucraina ha sviluppato in questi anni una capacità militare, tecnologica e industriale maturata nelle condizioni peggiori possibili. Ha costruito esperienza operativa, adattamento, innovazione nella produzione di droni, difesa aerea, logistica e guerra elettronica.
Tutto questo non rende automaticamente semplice il suo futuro ingresso nelle strutture europee.
Ma rende sempre più difficile considerarlo soltanto come un problema da gestire.
C’è poi una questione istituzionale.
Zazo insiste sul limite del principio di unanimità all’interno dell’Unione, soprattutto quando un singolo governo può bloccare decisioni che riguardano la sicurezza collettiva. Il riferimento più evidente è a Viktor Orbán e alla capacità dell’Ungheria di rallentare o condizionare alcune scelte europee sull’Ucraina.
È un problema che supera la guerra stessa.
Un’Unione Europea più grande, chiamata a prendere decisioni rapide su difesa, politica estera e sicurezza, difficilmente potrà continuare a funzionare sempre attraverso meccanismi pensati per un continente molto diverso.
Anche questo, in fondo, è uno degli effetti della guerra.
L’Ucraina ha costretto l’Europa a interrogarsi non soltanto sui propri confini, ma sulla propria capacità di agire.
Per anni abbiamo considerato la politica di sicurezza come qualcosa che poteva essere delegato in larga parte alla NATO e agli Stati Uniti, mentre l’Unione si concentrava soprattutto sul mercato, sulla regolazione, sugli scambi e sulla costruzione di uno spazio economico comune.
Quell’equilibrio non è più sufficiente.
Non perché l’alleanza transatlantica abbia perso importanza.
Al contrario.
Ma perché una parte maggiore della responsabilità per la sicurezza del continente dovrà necessariamente essere europea.
L’Ucraina è diventata il luogo in cui questa consapevolezza si è formata nel modo più duro possibile.
Per questo la domanda su quanto ancora sostenerla comincia a essere meno interessante della domanda su quale Europa vogliamo costruire insieme a un’Ucraina che resterà comunque, geograficamente e politicamente, parte del nostro spazio.
Non sappiamo ancora quando finirà questa guerra.
Non sappiamo quali saranno le condizioni di una pace possibile né quali confini riuscirà a garantire.
Ma sappiamo qualcosa che nel 2022 non era affatto scontato.
L’Ucraina non è più una zona intermedia fra due mondi. Insomma, uno “stato cuscinetto”.
È uno dei luoghi in cui l’Europa sta decidendo che cosa vuole essere.
E questo cambia anche l’essenza stessa dell’Europa.
In altre parole, siamo a un bivio. Ma non possiamo e non dobbiamo cambiare idea proprio ora. Sarebbe fatale.
Chiosa
Questa guerra ci ha costretti a rivedere molte convinzioni che pensavamo consolidate.
Abbiamo scoperto che l’interdipendenza economica non basta a contenere un progetto imperiale, mosso da un istinto dittatoriale. Che la vicinanza culturale non coincide con l’appartenenza politica. Che uno Stato può parlare in parte russo, avere secoli di storia intrecciata con Mosca e scegliere comunque di essere altro.
Abbiamo scoperto anche qualcosa di meno comodo su noi stessi.
Per anni l’Europa ha guardato l’Ucraina come si guarda una periferia instabile: importante, ma non abbastanza da costringerci a cambiare davvero il nostro modo di pensare la sicurezza del continente.
Poi l’Ucraina ha resistito.
E da lì, lentamente, abbiamo cominciato a vedere meglio.
Abbiamo superato tabù che avevamo dichiarato invalicabili, rafforzato alleanze che pensavamo sufficientemente solide così com’erano, ridiscusso dipendenze energetiche, capacità militari, regole decisionali e perfino il significato politico dei nostri confini orientali.
Quasi nulla di tutto questo è avvenuto in tempo. Ma è avvenuto.
L’Europa ha avuto spesso paura di fare troppo e troppo presto. La storia di questi anni suggerisce invece che, molte volte, il rischio maggiore sia stato fare la cosa necessaria quando il ritardo l’aveva già resa più costosa.
Non sappiamo ancora come finirà la guerra.
Ma oggi sappiamo che l’Ucraina non è una parentesi della storia europea e non è un incidente geografico tra Est e Ovest.
Abbiamo imparato troppo tardi a guardare verso Est.
Almeno, finalmente, abbiamo cominciato a guardare davvero.
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