Motore di ricerca in ottica privacy : cercare non è mai neutrale

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Una scelta europea che parla di fiducia

Dal 4 giugno 2026 il Parlamento europeo imposterà Qwant come motore di ricerca predefinito sui browser Microsoft Edge e Mozilla Firefox usati internamente. Gli utenti potranno cambiarlo, quindi non siamo davanti a un obbligo tecnico. Il punto è un altro: un’istituzione europea ha deciso di intervenire su una delle abitudini digitali più invisibili e più decisive, cioè il motore attraverso cui cerchiamo informazioni.

Vista da lontano, sembra una scelta amministrativa. In realtà riguarda la privacy motore di ricerca, cioè il rapporto tra domanda, tracciamento, fiducia e modello economico. Quando cerchiamo qualcosa online non stiamo solo digitando parole. Stiamo consegnando intenzioni: richieste banali, dubbi medici, problemi legali, paure economiche, curiosità politiche, domande intime.

La privacy non comincia quando abbiamo qualcosa da nascondere. Comincia nel momento in cui formuliamo una domanda. Questa è la parte che spesso si perde nella discussione pubblica. Continuiamo a parlare di browser, cookie, impostazioni, consenso, banner e compliance, ma il gesto iniziale resta quasi sempre fuori campo. La ricerca online è diventata una forma di confessione tecnica.

Per questo la notizia su Qwant mi interessa, anche se Qwant non è il mio motore preferito. Non lo considero una redenzione francese della ricerca online, né il prodotto definitivo da opporre a Google con entusiasmo da tifoseria. Ha limiti, pubblicità, risultati a volte generici e compromessi evidenti. Però il gesto del Parlamento europeo conta perché sposta il tema dal piano della comodità a quello della fiducia.

Il default non è mai neutrale

Partiamo da un presupposto: la maggior parte delle persone non cambia mai le impostazioni. Non entra nei pannelli del browser, non modifica il motore predefinito, non valuta davvero le alternative. Usa quello che trova già apparecchiato. È normale: nessuno può trasformare ogni micro-scelta digitale in un referendum personale. Non è una questione di sentirsi pseudo-nerd, la pigrizia la fa da padrona in tutti i campi e quello che stiamo vedendo con la AI che ci assiste in tutto è solo l’inizio.

Proprio per questo le impostazioni che troviamo di default valgono moltissimo. Chi controlla le impostazioni di default controlla la normalità. Decide quale intermediario diventa invisibile, quale modello economico viene percepito come naturale e quale relazione con i dati resta sullo sfondo.

Per anni abbiamo trattato Google come un rubinetto. Aprivi, usciva conoscenza: sembrava il paese di Bengodi.

Solo che quel rubinetto non era collegato a una sorgente neutrale, ma a una delle infrastrutture pubblicitarie più potenti della storia digitale: Google Ads. Questo non significa che ogni risultato sia manipolato in modo grossolano. Significa una cosa più sottile: ogni ricerca produce dati, ogni dato produce valore e ogni valore si inserisce dentro un modello economico.

Quando il modello dominante è pubblicitario, la domanda dell’utente smette di essere solo una domanda. Diventa un segnale commerciale. Un frammento di profilo. Un indizio di intenzione. Una traccia che può essere aggregata, interpretata, monetizzata o usata per alimentare ambienti sempre più predittivi.

Il problema non è usare Google per lavoro. Sarebbe una posizione ingenua, soprattutto per chi fa SEO, come chi scrive qui dentro. Il problema è fingere che l’ambiente di ricerca dominante sia privo di conseguenze. Non lo è. Ogni motore di ricerca ha un proprietario, una giurisdizione, una cultura industriale, una politica dei dati e un modo specifico di ordinare il mondo.

Dalla ricerca rumorosa alla ricerca tracciata

Negli ultimi anni la ricerca online è diventata più affollata. Box AI, snippet, moduli pubblicitari, suggerimenti, risposte automatiche, caroselli, schede, widget, mappe e micro-interfacce provano a rispondere prima ancora che l’utente abbia finito di capire bene che cosa sta cercando.

Il fastidio non è solo estetico, oserei dire quasi caleidoscopico. Il punto non è rimpiangere il vecchio web dei link blu, anche se una pagina dei risultati più asciutta aiuterebbe parecchio. Il punto è capire chi sta occupando lo spazio mentale della domanda.

La ricerca AI-first tende a comprimere il percorso. Presenta una risposta pronta, spesso plausibile, talvolta utile, qualche volta sbagliata e quasi sempre molto sicura di sé. Riduce il tragitto tra dubbio e risposta. In certi casi è comodo. In altri casi impoverisce l’atto stesso della ricerca, perché toglie valore al passaggio intermedio: leggere più fonti, confrontare risultati, sbagliare query, tornare indietro, seguire un link laterale.

La conoscenza non nasce sempre dalla risposta più rapida. Spesso nasce dall’attraversamento. Da tre risultati aperti, da una fonte che contraddice la prima, da una pagina laterale che non cercavi, ma che ti costringe a riformulare meglio la domanda.

Quando questo percorso viene tracciato, profilato e monetizzato, non perdiamo solo un pezzo di privacy. Perdiamo una parte della libertà cognitiva che rende la ricerca utile. La ricerca online privacy non è quindi un tema da smanettoni ombrosi. È una questione di igiene mentale e di autonomia.

Aaron Swartz e il tragitto verso la conoscenza

Qui torna inevitabilmente in mente Aaron Swartz. Non come santino laico da appendere sopra il router, ma come figura radicale e concreta. Swartz non si è battuto perché potessimo scegliere tra due interfacce più eleganti. Si è battuto perché la conoscenza non venisse chiusa, filtrata, recintata e concessa a condizioni decise da pochi.

La sua idea più forte era semplice: l’informazione ha una dimensione pubblica. Non tutto può essere ridotto a proprietà, pedaggio o accesso condizionato.

Swartz è l’inventore del Really Simple Syndicate, il feed RSS che vedi in giro dappertutto e lui non prese un soldo per questa invenzione.

Questo valeva per gli articoli scientifici, per gli archivi, per le biblioteche digitali e vale ancora oggi per il modo in cui arriviamo alle informazioni.

Un motore di ricerca non possiede solo i risultati che mostra. Possiede, in parte, il tragitto che ci conduce verso quei risultati. Decide che cosa vediamo prima, che cosa resta sotto, che cosa viene riassunto, che cosa viene monetizzato e quali fonti diventano visibili o marginali.

Dentro questa prospettiva, la privacy non è una fissazione individuale. È la condizione che permette di fare domande senza essere subito trasformati in bersaglio. Non significa sparire. Significa conservare uno spazio non colonizzato tra curiosità e mercato.

Questa distinzione è decisiva. Dire “non ho nulla da nascondere” è una risposta pigra, oltre ad essere una delle più grandi castronate che uno possa dire dopo una cena al ristorante al quarto bicchiere (a patto che non si guidi!). La privacy non serve solo a proteggere segreti. Serve a proteggere il diritto di pensare, cercare, sbagliare e cambiare idea senza che ogni passaggio venga registrato come materia prima.

Qwant è un segnale, non una soluzione

Detto questo, è meglio evitare la mitologia. Qwant non è il Sacro Graal. Nei miei test personali non sempre restituisce risultati convincenti. A volte è generico. A volte mescola contesti. Se cerco “Pistakkio”, può ancora tirare fuori gelaterie, bar e vendita di pistacchi, cosa che per me non è esattamente un dettaglio irrilevante.

Questo però non annulla il valore del gesto europeo. Una scelta può essere significativa anche quando il prodotto scelto non è perfetto. Anzi, forse proprio qui sta la parte più interessante: non serve innamorarsi di Qwant per capire che il monopolio culturale del motore predefinito è un problema.

Il Parlamento europeo sta dicendo, in modo piccolo ma leggibile, che la ricerca non può essere lasciata automaticamente agli stessi pochi attori globali. Non è una rivoluzione. Non è la liberazione della SERP. Però cambia il vocabolario: scegliere un motore di ricerca impostato sulla privacy diventa tema istituzionale, non solo preferenza da appassionati nerd come me. Sotto la formula della sovranità digitale c’è una domanda pratica: a chi raccontiamo le nostre incertezze quotidiane? La barra di ricerca sembra muta e neutrale. In realtà appartiene sempre a qualcuno.

DuckDuckGo, Brave, Ecosia: compromessi diversi

Se devo scegliere nella pratica quotidiana, oggi sono più vicino a DuckDuckGo che a Qwant. Non perché DuckDuckGo sia puro, immacolato o privo di compromessi. È un’azienda statunitense e questo, dentro un ragionamento europeo, conta. Però resta uno strumento serio, con una promessa chiara: meno tracciamento, più protezione della privacy, meno sensazione di consegnare ogni esitazione mentale a una macchina pubblicitaria.

DuckDuckGo non promette la rivoluzione. Promette un rapporto meno predatorio con la ricerca. È una differenza meno eroica, ma più utile.

Poi c’è Brave Search, che uso come banco di prova. Mi interessa perché lavora sull’idea di un indice indipendente e mostra quanto cambi il web quando cambi lente. Non è sempre perfetto. A volte è ruvido, ma questa ruvidità ricorda che i risultati sono sempre il prodotto di un indice, di un algoritmo e di criteri di rilevanza.

C’è anche Ecosia, motore tedesco che collega la ricerca a progetti ambientali. Anche qui, niente santini: ci sono pubblicità, accordi tecnici e modelli economici. Però Ecosia ha avuto un merito: mostrare che una barra di ricerca può portarsi dietro una visione del mondo. Cercare può alimentare pubblicità comportamentale oppure sostenere progetti ambientali. Non è la stessa cosa.

Firefox e Mozilla restano dentro questa zona intermedia, imperfetta, ma preziosa. Firefox non è automaticamente “powered by DuckDuckGo”, ma permette di impostarlo come motore predefinito. Questa combinazione ha ancora qualcosa di sano: un browser non completamente assorbito dalla logica della piattaforma dominante e un motore che prova a limitare il tracciamento.

Il punto non è fare la classifica dei motori di ricerca privacy come se fossero aspirapolveri. Il punto è riconoscere che non esiste il motore puro. Esistono compromessi diversi: qualità dei risultati, privacy, indipendenza dell’indice, sostenibilità economica, pubblicità, AI integrata, giurisdizione, trasparenza.

Scegliere tra questi compromessi non è eroismo. È manutenzione ordinaria della propria vita digitale.

La privacy non è paranoia

La parola privacy è stata a lungo trattata come una fissazione. Una cosa da informatici sospettosi, da persone che coprono la webcam e leggono condizioni d’uso con la pazienza di chi traduce Čechov dalla lingua originale. Poi, lentamente, abbiamo capito che forse quella prudenza non era paranoia. Era anticipo.

Privacy non significa nascondersi. Significa poter respirare senza essere misurati in ogni gesto. Significa poter cercare una domanda fragile, imprecisa o provvisoria senza trasformarla subito in un profilo commerciale.

La privacy nella ricerca online è lo spazio tra la domanda e il mercato. Quello spazio si è assottigliato. Non con un colpo secco, ma per accumulo: annunci sempre più pertinenti, feed sempre più calibrati, suggerimenti sempre più invasivi, ambienti digitali che sembrano conoscere le intenzioni prima ancora che siano formulate con chiarezza.

Se cerco online dei rimedi per la stitichezza, voglio poter essere libero di non essere “rincorso” dal retargeting di tutti i siti del mondo che offrono rimedi sulla stitichezza.

Il problema non è che qualcuno sappia che abbiamo cercato una ricetta, una scarpa o il meteo di domani. Il problema è l’abitudine. Abbiamo iniziato a considerare normale che ogni gesto cognitivo produca valore per qualcun altro.

Questo passaggio è il cuore dell’articolo. Una ricerca non è solo un input tecnico. È una traccia di pensiero. Se quella traccia viene archiviata, aggregata, monetizzata e ricondotta dentro modelli opachi, allora la questione non riguarda più soltanto la riservatezza individuale. Riguarda il modo in cui impariamo, decidiamo e interpretiamo il mondo.

L’Europa lenta e la concentrazione del potere

Ogni volta che l’Europa prova a intervenire sul digitale, arriva l’obiezione prevedibile: troppi vincoli, troppa burocrazia, troppe regole, poca innovazione. Una parte di critica è fondata. L’Europa può essere lenta, macchinosa e capace di produrre norme dalla grazia stilistica di un manuale tecnico tradotto male.

Però l’assenza di regole non produce automaticamente libertà. Molto spesso produce concentrazione di potere. Il digitale statunitense ci ha dato strumenti straordinari e servizi efficienti. Negarlo sarebbe infantile. Ma ci ha dato anche piattaforme fuori scala, dipendenza infrastrutturale, pubblicità comportamentale, cattura dell’attenzione e una confusione crescente tra spazio pubblico e proprietà privata.

Quando infrastrutture private diventano piazze pubbliche di fatto, il problema non resta tecnico. Diventa culturale e anche politico (in senso lato). Se ciò che trattiene l’attenzione viene premiato più di ciò che aiuta a capire, prima o poi il conto arriva: sfiducia, polarizzazione, perdita di contesto, difficoltà crescente nel distinguere una fonte solida da un urlo ben distribuito.

La scelta europea su Qwant non risolve tutto. Non basta cambiare un default per creare autonomia tecnologica. Però segnala che alcuni spazi della vita digitale non possono essere regolati soltanto dalla comodità, dalla pubblicità e dalla crescita trimestrale.

La ricerca online è uno di questi spazi. Non perché sia sacra, ma perché è il punto in cui milioni di persone formulano ogni giorno domande che orientano scelte, opinioni, consumi, paure, decisioni professionali e pezzi interi della vita privata.

Scegliere da svegli, senza fare la “vispa Teresa”

Alla fine, la domanda giusta non è soltanto: Google, Qwant, DuckDuckGo, Brave, Ecosia o Firefox? Quella è la domanda visibile, ed è utile. Ognuno deve trovare il proprio equilibrio tra comodità, qualità dei risultati, lavoro quotidiano e protezione dei dati.

La domanda più profonda è un’altra: che tipo di spazio mentale vogliamo abitare quando cerchiamo qualcosa?

Un motore di ricerca è una stanza, una lente, una dogana. Decide che cosa mettere davanti, che cosa lasciare indietro, che cosa monetizzare, che cosa comprimere in una risposta immediata e quali alternative rendere meno visibili. Quando quella stanza è piena di pubblicità, tracciamento, AI e suggerimenti, non siamo più davanti a un semplice strumento. Siamo dentro un ambiente.

E gli ambienti ci cambiano. Ci abituano a certe forme di risposta. Ci rendono meno pazienti con le fonti. Ci spingono a scambiare rapidità per chiarezza e chiarezza per verità. Ne ho parlato in questo articolo un po’ di tempo fa, quando mi chiedevo che cosa penserebbe Pier Paolo Pasolini della AI, se fosse ancora vivo oggi.

Per questo la privacy dentro al motore di ricerca non è un dettaglio tecnico. È una domanda sul rapporto tra conoscenza, fiducia e potere. Possiamo continuare a usare Google quando serve (io, per ragioni di lavoro sono praticamente costretto ad usarlo, perché Google presidia il 93% dei motori di ricerca). Possiamo preferire DuckDuckGo, provare Brave, tenere d’occhio Qwant o usare Ecosia per ragioni ambientali. Il punto non è la purezza. Il punto è la consapevolezza.

Qwant non è il punto. DuckDuckGo non è il punto. Brave non è il punto. Ecosia non è il punto. Nemmeno Google, se preso da solo e non come ambiente totale e totalizzante, è tutto il punto.

Il punto è smettere di fingere che fare le ricerche online sia neutrale.

Cercare significa fidarsi. E fidarsi significa consegnare una parte di sé: una curiosità, un timore, un bisogno, una lacuna, una fame di sapere. I compromessi sono inevitabili, ma almeno scegliamoli da svegli.

Anche una ricerca lascia traccia. La domanda, oggi, è a chi vogliamo affidarla.

Nota finale — Il mio browser di default è Brave Browser con Brave Search come motore di ricerca predefinito. Non è perfetto, ma è il migliore compromesso per le mie esigenze personali. Per ragioni di lavoro non posso inibire Google come motore di ricerca o ambiente di ricerca. Siamo passati dalla Search Engine Optimization alla Search Environment Optimization, e ignorarlo sarebbe poco serio.