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Il famoso dilemma della SEO
Nel mondo della SEO discutiamo quotidianamente di algoritmi, indicizzazione, semantica, ranking e intenzioni di ricerca. Ci confrontiamo su questioni tecniche piuttosto complesse, ma basta un articolo determinativo per mettere in difficoltà anche il professionista più navigato.
Si dice la SEO o il SEO?
La risposta dipende da che cosa intendiamo. Quando parliamo della disciplina, la SEO è la forma linguisticamente preferibile, perché l’acronimo Search Engine Optimization termina con Optimization, ovvero “ottimizzazione”, che è un sostantivo femminile in italiano. Quando invece ci riferiamo a chi esercita la professione, possiamo parlare di un SEO o una SEO, secondo il genere della persona.
Eppure, anche il SEO, riferito alla disciplina, è una forma diffusa. Non si tratta semplicemente di stabilire chi abbia ragione e chi torto.
Del resto, gli acronimi inglesi non arrivano in Italia accompagnati da un certificato di genere grammaticale. Prima o poi, qualcuno deve decidere quale articolo metterci davanti.
Perché si dice la SEO: tutto parte dall’ottimizzazione
Per sciogliere il dubbio dobbiamo prima sciogliere l’acronimo. SEO significa Search Engine Optimization, ovvero “ottimizzazione per i motori di ricerca”. La parola decisiva è l’ultima: Optimization.
In italiano, “ottimizzazione” è un sostantivo femminile. Ed è proprio questo a orientare la scelta dell’articolo determinativo.
La questione è stata affrontata anche dall’Accademia della Crusca, in una consulenza linguistica pubblicata il 12 febbraio 2021 e firmata dalla linguista Anna M. Thornton.
La spiegazione si basa su due principi: gli acronimi tendono a ereditare il genere grammaticale della parola principale dell’espressione da cui derivano e i termini stranieri possono assumere il genere del loro equivalente italiano.
Nel nostro caso, entrambi i principi conducono alla stessa soluzione: la SEO.
Non è una preferenza personale, né una convenzione inventata dai professionisti del settore. È una scelta che trova una giustificazione precisa nel funzionamento della lingua italiana.
Questo, però, non significa che la forma maschile sia scomparsa dall’uso. Anzi, è proprio qui che la questione diventa più interessante.
Ma allora perché si sente dire anche il SEO?
La grammatica suggerisce il femminile, ma l’uso quotidiano racconta una storia meno lineare.
Nella sua analisi, Anna M. Thornton ha esaminato il corpus Italian Web 2016, una raccolta di testi provenienti da pagine web in italiano. Il risultato è interessante: 1.924 occorrenze al femminile contro 1.747 al maschile. Una differenza modesta, che mostra quanto entrambe le forme fossero radicate nell’uso.
Attenzione, però: questi numeri non rappresentano un sondaggio tra professionisti, né fotografano necessariamente l’italiano di oggi. Inoltre, comprendono anche gli impieghi di SEO per indicare le persone, non soltanto la disciplina.
Come si spiega, allora, la diffusione del maschile?
La Crusca introduce un concetto interessante: l’opacità dell’acronimo. Quando una sigla entra nel linguaggio comune, chi la utilizza può conoscerne perfettamente il significato senza ricordare, o conoscere, le singole parole da cui deriva.
SEO finisce così per essere percepita come una parola autonoma. E poiché termina con la lettera “o”, l’italiano tende spontaneamente ad attribuirle il genere maschile.
Non è un fenomeno esclusivo del linguaggio digitale. La stessa consulenza cita il caso di ONU, acronimo di Organizzazione delle Nazioni Unite, che dovrebbe essere femminile, ma viene talvolta utilizzato al maschile.
In fondo, la lingua parlata non consulta ogni volta la propria documentazione tecnica prima di decidere come comportarsi. E gli acronimi, una volta entrati nell’uso, cominciano a vivere anche indipendentemente dalle parole che li hanno generati.
Accademia della Crusca – Il genere di SEO
Un SEO, una SEO: quando parliamo del professionista
Fin qui abbiamo parlato della SEO come disciplina. Ma che cosa succede quando la stessa sigla viene utilizzata per indicare chi se ne occupa professionalmente?
In questo caso cambia il riferimento e, di conseguenza, può cambiare anche l’articolo.
Possiamo dire un SEO quando ci riferiamo a un professionista uomo e una SEO quando parliamo di una professionista donna. L’acronimo non cambia forma, mentre l’articolo e gli eventuali aggettivi concordano con il genere della persona.
Qualche esempio:
- “La SEO di questo sito richiede un intervento tecnico.”
- “Marco è un SEO esperto di ottimizzazione per i motori di ricerca.”
- “Giulia è una SEO specializzata in contenuti multilingue.”
- “Mi occupo di SEO da molti anni.”
Sono formulazioni diverse, tutte comprensibili, nelle quali la stessa sigla assume funzioni differenti.
Naturalmente, nel linguaggio professionale incontriamo anche espressioni come SEO specialist, SEO expert o consulente SEO. Sono denominazioni che convivono nell’uso quotidiano e che permettono, quando serve, di rendere più esplicito il ruolo.
La distinzione fondamentale, quindi, non riguarda soltanto il genere grammaticale. Riguarda ciò a cui ci riferiamo: un’attività oppure una persona.
Il contesto, come spesso accade nella lingua, fa buona parte del lavoro. Anche quando chi parla preferirebbe risolvere tutto con una sigla.
Quando gli acronimi inglesi imparano l’italiano
Le parole straniere viaggiano con una certa disinvoltura. Attraversano confini, entrano nel linguaggio professionale, si infilano nelle conversazioni quotidiane e spesso conservano la forma originale. Ma non sempre portano con sé tutte le regole della lingua da cui provengono.
L’inglese, per esempio, non attribuisce ai sostantivi comuni un genere grammaticale come fa l’italiano. Quando importiamo una parola o un acronimo, dobbiamo quindi trovare il modo di inserirlo in un sistema che distingue continuamente tra maschile e femminile.
A volte ci affidiamo al significato, altre volte all’equivalente italiano, alla forma della parola o semplicemente all’abitudine. L’uso può consolidare una soluzione anche quando l’etimologia ne suggerirebbe un’altra.
Nel linguaggio tecnico questa convivenza è particolarmente evidente. Adottiamo termini inglesi per precisione, comodità o consuetudine, ma poi dobbiamo inserirli in frasi italiane, con i loro articoli, le concordanze e le inevitabili ambiguità.
Chi lavora con la documentazione tecnica multilingue conosce bene il problema: tradurre un termine non significa soltanto trovare una parola equivalente, ma capire quale funzione svolga nel contesto e come debba comportarsi nella lingua di destinazione.
La SEO non fa eccezione. È nata come acronimo inglese, è diventata parte del lessico professionale italiano e nel frattempo ha acquisito una propria autonomia linguistica.
E mentre possiamo discutere se abbia definitivamente trovato il suo genere grammaticale, il digitale ha già prodotto una nuova sigla con cui ricominciare da capo.
Dalla SEO alla GEO: cambia il motore, non la grammatica
Nel frattempo, mentre cercavamo di stabilire il genere grammaticale della SEO, il mondo della ricerca digitale ha introdotto un altro acronimo: GEO, ovvero Generative Engine Optimization.
Il termine indica l’ottimizzazione dei contenuti per migliorarne la visibilità nei sistemi di ricerca basati sulla AI generativa. La denominazione si è diffusa anche grazie a un lavoro scientifico intitolato GEO: Generative Engine Optimization, presentato alla conferenza KDD nel 2024.
Dal punto di vista linguistico, la questione è sorprendentemente familiare.
Cambia il tipo di motore, da Search Engine a Generative Engine, ma l’ultima parola resta Optimization. E poiché in italiano continuiamo a parlare di “ottimizzazione”, anche in questo caso la GEO è la forma grammaticalmente preferibile.
Se invece utilizziamo GEO per indicare una figura professionale, possiamo applicare per analogia la stessa distinzione: un GEO oppure una GEO, a seconda della persona.
Occorre però una precisazione. Mentre la questione del genere di SEO è stata affrontata esplicitamente dall’Accademia della Crusca, per GEO stiamo estendendo il medesimo ragionamento linguistico a un acronimo più recente. Anche l’utilizzo della sigla per designare direttamente un professionista è ancora poco stabilizzato.
La tecnologia può cambiare il modo in cui cerchiamo informazioni, ma non necessariamente le regole grammaticali con cui ne parliamo.
GEO: Generative Engine Optimization – DOI
Chiosa: anche gli algoritmi devono fare i conti con la grammatica
I motori di ricerca cambiano, gli algoritmi diventano più sofisticati e la AI generativa riscrive il modo in cui cerchiamo e troviamo informazioni. Intanto, noi continuiamo a discutere se davanti a una sigla di tre lettere sia meglio mettere “il” oppure “la”.
C’è qualcosa di rassicurante, e vagamente comico, in questa ostinazione della grammatica a sopravvivere alle rivoluzioni tecnologiche.
Del resto, possiamo affidare a un sistema di intelligenza artificiale la produzione di una risposta articolata, ma per formulare una domanda in italiano dobbiamo ancora fare i conti con articoli, concordanze e significati.
E mentre qualcuno starà probabilmente già coniando il prossimo acronimo destinato a rivoluzionare la ricerca online, la nostra vecchia grammatica italiana aspetta pazientemente di sapere se sarà maschio o femmina.
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