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Ci sono città che si visitano e città che, senza chiedere permesso, finiscono per entrare nella nostra biografia.
Berlino, per me, appartiene alla seconda categoria.
L’ho incontrata tre volte in dieci anni, nel 1980, nel 1985 e nel 1990. Tre soggiorni separati da intervalli quasi regolari, abbastanza lunghi da permettere alla città di cambiare e abbastanza brevi da lasciarmi ogni volta la sensazione di ritrovare qualcosa che conoscevo già.
Solo che non era mai davvero la stessa città.
La prima volta Berlino era ancora una città divisa che sembrava destinata a restarlo. La seconda volta il Muro continuava a essere una presenza concreta e apparentemente definitiva. La terza era già caduto, ma la Germania non era ancora riunificata.
In mezzo ci sono stati l’università, il mio amore per la lingua tedesca, lo studio per diventare traduttore, una persona importante, Peter Handke, Wim Wenders e un film che sarebbe diventato molto più di un film.
Alla fine Berlino sarebbe entrata perfino nella mia tesi di laurea.
Ma nel 1980 tutto questo era ancora molto lontano.
1980: la scoperta di Berlino Ovest
Avevo raggiunto Berlino per un corso di lingue e una vacanza studio.
Il gruppo era stato distribuito presso varie famiglie e io ebbi una fortuna che capii pienamente soltanto dopo: finii a Neu-Westend, in Oldenburgallee 54, in una delle zone residenziali più eleganti e tranquille di Berlino Ovest.
Case ordinate, verde, strade larghe, silenzio.
Poco distante c’era l’Olympiastadion.
Oggi lo guardiamo attraverso molti strati successivi di storia sportiva, ristrutturazioni e grandi eventi. Lì l’Italia ha vinto il Mondiale di calcio del 2006, ma io allora lo percepivo soprattutto come lo stadio delle Olimpiadi del 1936, quelle di Hitler che dà in escandescenze per le vittorie di Jesse Owens. Era lì, a poche centinaia di metri da dove abitavo, presenza monumentale e insieme stranamente quotidiana.
Ci passavo vicino come si passa accanto a qualcosa che appartiene ai libri di storia e che improvvisamente ha acquistato una dimensione fisica.
La famiglia che mi ospitava aveva due figli, Nicky e Andreas. Andreas aveva un anno più di me. Con loro camminavo, esploravo il quartiere e cominciavo a capire che Berlino non era soltanto quello che vedevo sulle cartine o nei libri di tedesco.
Era una città da percorrere.
La mattina, per andare a scuola, lasciavo quella Berlino residenziale e attraversavo la città verso tutt’altro paesaggio. Prendevo l’autobus a due piani della BVG, con la mia Sammelkarte, e passavo davanti all’allora nuovissimo ICC, Internationales Congress Centrum Berlin.
Quasi accanto, la Funkturm.
Le lezioni si tenevano alla Maison de France, all’altezza di Uhlandstraße, praticamente all’angolo del Kurfürstendamm.
Per chi ha conosciuto Berlino Ovest in quegli anni, il Ku’damm non ha bisogno di molte spiegazioni. Era una delle grandi arterie simboliche dell’Ovest: negozi, cinema, caffè, traffico, insegne, quella particolare energia urbana con cui Berlino Ovest cercava anche di ricordare a sé stessa di essere una capitale culturale pur trovandosi, geograficamente, nel mezzo della DDR.
Ogni giorno facevo quindi quasi inconsapevolmente un piccolo viaggio fra due Berlino: la quiete di Neu-Westend e la densità urbana del centro occidentale.
E nel mezzo c’era la lingua.
Quando il tedesco smette di essere una materia scolastica
Di quel primo soggiorno mi è rimasto un ricordo apparentemente minuscolo.
Entrai in un negozio per comprare un souvenir da portare a mia madre.
Non ricordo più che cosa comprai. Ricordo invece perfettamente la sensazione che provai parlando con la persona che avevo davanti.
Per la prima volta non stavo eseguendo un esercizio.
Non stavo traducendo mentalmente una frase preparata. Non stavo pensando alla declinazione, alla posizione del verbo o a quale preposizione dovessi usare.
Stavo semplicemente parlando in tedesco.
La conversazione funzionava.
Può sembrare un dettaglio insignificante, ma chi ha studiato seriamente una lingua straniera conosce quel momento.
Esiste un punto nel quale la lingua smette di essere qualcosa che si conosce e diventa qualcosa dentro cui si riesce ad abitare.
Credo che una parte del mio rapporto con il tedesco sia nata anche lì, in quel negozio di Berlino Ovest di cui non ricordo più il nome, ma che era sicuramente sul Ku’Damm, vicino alla scuola angolo Uhlandstraße.
Il souvenir è scomparso dalla memoria.
Quella conversazione no.
Una città normale circondata da un’anomalia
Naturalmente c’era il Muro.
Era impossibile dimenticarlo e allo stesso tempo la vita quotidiana sembrava organizzata proprio per riuscire a dimenticarlo.
Questo è uno degli aspetti di Berlino Ovest che oggi è forse più difficile restituire.
Noi tendiamo a ricordarla attraverso le immagini del Checkpoint Charlie, delle torrette di guardia, del filo spinato, della Porta di Brandeburgo isolata nella terra di nessuno. Tutto vero.
Ma una città non può vivere ventiquattr’ore al giorno contemplando la propria tragedia geopolitica.
La gente lavorava, prendeva la metropolitana, andava al cinema, faceva la spesa, beveva birra, litigava, s’innamorava. I bambini andavano a scuola. I ragazzi uscivano la sera.
E intorno a tutto questo esisteva una frontiera che non separava semplicemente due quartieri o due amministrazioni.
Separava due sistemi politici, due eserciti, due idee dell’Europa e del mondo.
Nel 1980 il Muro aveva già diciannove anni.
Per un ragazzo che arrivava dall’Italia poteva ancora sembrare qualcosa di assurdo. Per molti berlinesi era ormai diventato anche una componente del paesaggio, una presenza con cui si era costretti a costruire una normalità.
Io lo fotografai.
Non esistevano smartphone, naturalmente, e soprattutto non esisteva ancora quella necessità contemporanea di mettersi continuamente al centro dell’immagine.
Fotografavamo quello che avevamo davanti.
Fonte: Stiftung Berliner Mauer, Foto: Hans-Joachim Grimm.
Licenza: CC BY-NC-SA 4.0
Il Muro, le strade, gli edifici, le persone con cui eravamo.
Da qualche parte, probabilmente in soffitta, quelle fotografie del 1980 devono esserci ancora.
Quello che ricordo di quelle immagini continua a sorprendermi: in nessuna il Muro sembrava sul punto di scomparire.
Anzi.
Sembrava solidissimo.
Definitivo.
Quasi eterno.
Nove anni dopo sarebbe caduto.
1985: Berlino vissuta da dentro
Cinque anni dopo tornai a Berlino.
Nel frattempo molte cose erano cambiate nella mia vita. Studiavo alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste e la Germania era diventata qualcosa di molto più familiare di una destinazione per una vacanza studio.
Nel 1984, durante un altro soggiorno di studio a Lüdenscheid, avevo conosciuto Claudia.
Era nata a Berlino, a Wilmersdorf, anche se la famiglia si era poi trasferita in Nordrhein-Westfalen. Di Berlino aveva però conservato qualcosa che non aveva bisogno di essere spiegato: era la sua città.
Nel 1985 tornammo lì insieme.
Prendemmo una stanza allo Studentenheim in Wasgenstraße, a Zehlendorf, nel settore americano della città. Per un mese quella fu casa nostra.
Eravamo due studenti innamorati con una stanza, poco denaro, molto tempo e un’intera Berlino davanti.
Non serviva molto altro.
Vedere Berlino attraverso chi la ama
Nel 1980 avevo esplorato Berlino con la curiosità di chi arriva da fuori.
Cinque anni dopo la percorrevo accanto a una persona che vi era nata e che continuava a sentirla profondamente propria.
La differenza non era piccola.
Claudia conosceva Berlino non soltanto attraverso i monumenti o le fermate della metropolitana. La riconosceva. C’erano luoghi che per me erano nuovi e che per lei appartenevano a qualcosa di precedente, familiare, quasi fisico.
Facevamo quello che fanno due ragazzi quando hanno un mese davanti e nessuna particolare urgenza: camminavamo, prendevamo autobus e U-Bahn, visitavamo le Sehenswürdigkeiten e i musei, compresi quelli di Dahlem, ci fermavamo dove capitava, tornavamo nei posti che ci erano piaciuti.
Berlino entrava nella vita quotidiana.
Nel 1985 Berlino aveva anche gli occhi grigio-verdi di Claudia. Ma alcune cose non hanno bisogno di essere raccontate per intero.
Quello che importa qui è che una parte dell’amore che lei aveva per quella città passò anche a me.
E rimase.
Nel sud-ovest di Berlino, dove finiva un mondo
Zehlendorf aveva un carattere molto diverso dalla Berlino che ricordavo intorno al Ku’damm.
Verde, residenziale, quasi appartata in alcuni tratti. Si vedevano parecchie auto americane, perché i soldati di stanza a Berlino giravano per la città nella loro vita quotidiana, ma bastava spostarsi ancora verso sud-ovest perché la geografia apparentemente tranquilla mostrasse tutta la stranezza politica di quegli anni.
Non lontano c’era la Glienicker Brücke, il ponte fra Berlino Ovest e Potsdam che la Guerra fredda aveva trasformato in uno dei suoi luoghi più simbolici.
Lì gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si erano scambiati agenti e prigionieri.
Molti anni dopo Steven Spielberg avrebbe trasformato quel ponte in uno dei luoghi simbolici di Bridge of Spies. Per noi, nel 1985, non era ancora il set mentale di un film. Era un ponte reale dentro una geografia reale e dall’altra parte cominciava un altro sistema politico.
Era questo uno degli aspetti più strani di Berlino Ovest: potevi prendere un autobus, attraversare quartieri eleganti, costeggiare laghi e boschi e ritrovarti improvvisamente davanti a una frontiera mondiale.
Una giornata dall’altra parte
Durante quel soggiorno passammo anche una giornata a Berlino Est.
Il ricordo che ne conservo non è quello di un’improvvisa rivelazione politica. È molto più fisico.
I controlli.
I documenti.
L’attesa.
Il cambio di atmosfera.
Il colore delle cose, degli edifici di Berlino Est. Ovunque dominavano le tonalità di grigio e di marrone.
La sensazione di aver attraversato non tanto una frontiera fra due città, quanto la linea che separava due modi diversi di organizzare la realtà.
Venivamo da Berlino Ovest, con il suo traffico, le insegne, i negozi del Ku’damm, le automobili, i colori. Dall’altra parte tutto sembrava più trattenuto, più grigio, meno spontaneo.
Molti anni dopo, vedendo Das Leben der Anderen di Florian Henckel von Donnersmarck, avrei riconosciuto qualcosa di quella sensazione. Non perché un film possa riassumere la vita di milioni di persone nella DDR, né perché il mio sguardo di visitatore potesse capire davvero una società attraversandola per un giorno.
Ma alcune atmosfere restano.
E a volte il cinema riesce a dare loro una forma che la memoria aveva conservato senza riuscire a nominarla.
Il Muro che i berlinesi cercavano di non guardare
Anche nel 1985 il Muro era dappertutto e insieme continuava a essere qualcosa che la vita quotidiana tentava di relegare sullo sfondo.
Fonte: ELAB, Archiv der Versöhnungsgemeinde, tramite Stiftung Berliner Mauer.
Licenza: CC BY-NC-SA 4.0
Erano passati ventiquattro anni dalla sua costruzione.
Esistevano famiglie che quella divisione l’avevano subita direttamente e altre nelle quali ormai era cresciuta una generazione che non aveva mai conosciuto Berlino senza quella barriera.
Si erano create due normalità.
Ed era forse proprio questo l’aspetto più inquietante: ciò che all’inizio era stato percepito come inconcepibile aveva avuto abbastanza tempo per diventare ordinario.
A Checkpoint Charlie esisteva già da molti anni il Mauermuseum, il Museo del Muro.
Io lo ricordo ancora piccolo, quasi domestico rispetto a quello che sarebbe diventato in seguito. Poche sale, materiali raccolti uno accanto all’altro, documenti e oggetti legati ai tentativi di fuga.
Non aveva ancora l’aspetto di una grande macchina museale.
Sembrava più vicino alla memoria viva di quello che raccontava.
E raccontava soprattutto una cosa: l’inventiva disperata delle persone quando una frontiera decide che non possono più andare dall’altra parte.
Automobili modificate, passaggi nascosti, palloni, marchingegni, progetti improbabili e spesso pericolosissimi.
Il Muro appariva solido anche nel 1985.
Non ricordo nessuno che dicesse seriamente che sarebbe caduto.
Che sarebbe caduto da lì a quattro anni era semplicemente fantascienza.
Si discuteva di Est e Ovest, di NATO e Patto di Varsavia, di Reagan, di Mosca. Conoscere la Storia serve anche a capire quello che succede oggi tra Ucraina e Russia. Quell’anno al Cremlino era arrivato Michail Gorbačëv, ma nessuno poteva ancora sapere dove avrebbe condotto quello che stava cominciando.
La divisione di Berlino apparteneva semplicemente all’ordine delle cose.
O almeno così sembrava.
Quando lasciai la città alla fine di quel mese, non potevo sapere che non l’avrei mai più rivista in quel modo.
La volta successiva il Muro sarebbe stato ancora lì.
Ma non sarebbe più stato un confine.
Trieste, Handke e una Berlino che diventa pensiero
Dopo il 1985 passarono un paio d’anni prima che Berlino tornasse a cercarmi.
Questa volta, però, non dovetti prendere un treno o un aereo.
Ero a Trieste, immerso negli studi alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, e attraversavo uno di quei periodi nei quali le letture finiscono per mescolarsi senza chiedere il permesso alle discipline.
C’erano Paul Watzlawick, Martin Heidegger, T.W. Adorno.
E c’era Peter Handke.
Gli ultimi tre letti in tedesco, ovviamente.
Handke era entrato direttamente nel mio percorso universitario attraverso il corso di letteratura tedesca del professor Johann Drumbl. Non era quindi uno di quegli autori che si incontrano incidentalmente in una libreria o perché qualcuno li ha citati. Lo stavo leggendo, studiando, cercando di entrare dentro una scrittura capace di rendere estraneo quello che sembrava normale e di costringere lo sguardo a fermarsi dove altrimenti sarebbe passato oltre.
Fra quei testi c’era Die Angst des Tormanns beim Elfmeter.
Il titolo italiano, Prima del calcio di rigore, perde inevitabilmente qualcosa di quella costruzione tedesca così precisa e apparentemente elementare: l’angoscia del portiere davanti al calcio di rigore.
Quel testo era già diventato cinema molti anni prima attraverso Wim Wenders, che ne aveva tratto nel 1972 uno dei suoi primi lungometraggi. Il rapporto fra i due non era occasionale. Handke e Wenders appartenevano a un territorio culturale comune nel quale parola e immagine continuavano a passarsi il testimone.
A me interessava proprio quella zona di confine.
Forse perché studiavo lingue e traduzione, quindi ero già abituato all’idea che un significato, quando passa da un codice all’altro, non arrivi mai dall’altra parte completamente indenne.
O forse perché in quegli anni mi affascinava tutto quello che metteva in crisi il rapporto apparentemente semplice fra parole, immagini e realtà.
Wenders e le strade sulle quali qualcosa resta sospeso
Nel frattempo avevo cominciato a conoscere meglio anche il cinema di Wenders.
Im Lauf der Zeit, Nel corso del tempo, era un altro pezzo di quel mondo.
Due uomini attraversano in camion una Germania periferica, seguendo una linea che corre lungo il confine con la DDR. Riparano proiettori cinematografici, incontrano paesi, sale che stanno scomparendo, persone, silenzi.
Il film era stato girato nel 1975 proprio lungo quella frontiera, fra Lüneburg e Hof.
Non era Berlino.
Ma apparteneva alla stessa geografia mentale.
Frontiere. Strade. Luoghi laterali. Persone in movimento che sembrano cercare qualcosa senza riuscire, o forse senza volere, definirlo fino in fondo.
Io, intanto, vivevo a Trieste.
Non facevo il pendolare da Palmanova dal lunedì al venerdì: vivevo davvero in quella città e, come capita a quell’età, stavo anche cercando me stesso in un’altra terra di confine, sulla frontiera fra Italia e Jugoslavia, ancora dentro la geografia della Guerra fredda.
Mi piaceva quel cinema nel quale il viaggio non serviva necessariamente ad arrivare da qualche parte e nel quale i confini non erano soltanto territoriali, ma anche psichici.
Serviva a guardare.
E Berlino, che avevo già conosciuto due volte, cominciava lentamente a sovrapporsi anche a tutto questo.
Non più soltanto Neu-Westend, il Ku’damm, Zehlendorf, Checkpoint Charlie.
Stava diventando una città fatta anche di parole, cinema, letteratura.
Der Himmel über Berlin
Credo fosse la fine del 1987, o forse l’inizio del 1988.
Ricordo il cinema d’essai a Trieste molto più chiaramente della data.
Era il cinema vicino allo stadio, mai riscaldato, neanche d’inverno, ma dove ho visto svariati film. Fra questi, quello che mi cambiò la vita.
Quantomeno quella culturale.
Uno di quei film che salverei in caso di incendio.
Ancora oggi.
Andai a vedere Der Himmel über Berlin.
Wenders lo aveva girato fra il 1986 e il 1987. La sceneggiatura portava anche il nome di Peter Handke, insieme a quello di Wenders e Richard Reitinger. Il film alternava bianco e nero e colore e raccontava Berlino attraverso lo sguardo di due angeli che ascoltavano i pensieri degli uomini senza poter prendere parte realmente alle loro vite.
Per me l’effetto fu strano.
Quella città la conoscevo.
Avevo camminato per le sue strade. Avevo preso i suoi autobus e la sua metropolitana. Avevo attraversato il confine. Avevo visto il Muro da vicino e avevo vissuto per settimane dentro quella particolare normalità berlinese costruita intorno all’anomalia della divisione.
E adesso la ritrovavo sullo schermo trasformata in qualcos’altro.
Berlino diventava metafora senza smettere di essere Berlino.
Gli angeli osservavano una città separata non soltanto da un muro di cemento, ma da una quantità di muri invisibili: fra le persone, fra ciò che si pensa e ciò che si riesce a dire, fra il sapere e il vivere.
Damiel poteva ascoltare i pensieri degli uomini.
Poteva vedere molto più di loro.
Ma non poteva sentire il freddo, bere un caffè, toccare qualcuno, sanguinare.
Soprattutto, non poteva amare come un uomo.
Poi incontra Marion.
E sceglie di rinunciare alla condizione dell’angelo, al sapere senza esperienza, per entrare nella vita.
Per diventare uomo e amare una donna.
Non avevo bisogno di costruirci sopra nessuna equivalenza autobiografica.
Mi bastava sapere che quel film parlava di una città che avevo già imparato ad amare e che adesso Wenders e Handke riuscivano a mostrarmi da un punto di vista che non avevo mai immaginato.
Homer cerca Potsdamer Platz
Fra le figure del film ce n’era una che continuava a tornarmi in mente.
Homer, il vecchio narratore interpretato da Curt Bois.
Cammina cercando Potsdamer Platz.
Ma la Potsdamer Platz che ricorda lui non esiste più.
Prima della guerra era stata uno dei luoghi più animati d’Europa. Nella Berlino divisa era diventata uno spazio vuoto vicino al Muro, una ferita urbana, una terra di nessuno.
Homer attraversa quel vuoto cercando nella geografia presente una città che sopravvive soltanto nella memoria.
Forse era inevitabile che quella scena mi colpisse.
Berlino era già diventata per me una città nella quale i luoghi avevano sempre almeno due significati: quello che vedevi e quello che sapevi essere accaduto lì prima.
L’Anhalter Bahnhof.
Il Martin-Gropius-Bau.
Lo avevo sentito davanti all’Olympiastadion.
Lo avevo sentito attraversando il confine verso Est e camminando lungo Unter den Linden.
Adesso Wenders e Handke davano a quella sensazione una forma cinematografica.
C’era poi la Staatsbibliothek, con i suoi grandi spazi interni e gli angeli che si muovevano fra i lettori ascoltandone i pensieri.
Libri, parole, silenzio, voci interiori.
Vista da Trieste, quella Berlino finiva per sovrapporsi alle mie giornate universitarie.
La città che avevo scoperto nel 1980 e vissuto con Claudia nel 1985 entrava così in un altro territorio.
Non era più soltanto un luogo della mia memoria.
Stava diventando materia di studio.
Non lo sapevo ancora, ma qualche anno dopo sarei tornato proprio a Der Himmel über Berlin per scrivere la mia tesi di laurea.
Prima, però, dovevo tornare un’altra volta a Berlino.
E trovarla senza il Muro.
Luglio 1990: Berlino è libera, ma non ancora riunificata
Tornai a Berlino alla fine di luglio del 1990.
Questa volta andavo a trovare un’amica che aveva preso in affitto un appartamento in Turmstraße 44, ad Alt-Moabit.
Rimasi una decina di giorni.
Era passato meno di un anno dal 9 novembre 1989, ma abbastanza perché Berlino sembrasse già un’altra città.
Il Muro non era più una frontiera operativa.
Non decideva più chi poteva passare e chi no.
Non separava più due mondi impermeabili.
Ma era ancora lì.
Fisicamente.
A tratti intatto, altrove mutilato, bucato, coperto di scritte, preso d’assalto da turisti, curiosi, berlinesi e da tutti quelli che volevano portarsi a casa un pezzo di una cosa che fino a pochi mesi prima sembrava inamovibile.
La Germania, intanto, non era ancora riunificata.
La DDR esisteva ancora.
Il trattato che avrebbe portato all’unificazione non era ancora stato firmato e la decisione formale sull’adesione della Germania Est alla Repubblica Federale sarebbe arrivata soltanto nelle settimane successive.
In quei giorni Berlino viveva quindi in una specie di tempo intermedio.
La vecchia città divisa era finita.
Quella nuova non esisteva ancora del tutto.
Alt-Moabit e la città quotidiana
La Turmstraße mi mostrò subito una Berlino diversa da quella di Neu-Westend e da quella più ordinata e residenziale di Zehlendorf.
Alt-Moabit era già allora un quartiere composito, popolare, multietnico.
In strada c’erano piccoli negozi turchi e siriani, frutta e verdura esposte fuori dalle botteghe, kebab, pizzerie, gli immancabili Schnell-Imbiss.
E würstel.
Naturalmente würstel.
A Berlino andava forte la Currywurst.
Con la Schultheiss Bier.
Non c’era niente di scenografico in tutto questo ed era proprio per questo che mi piaceva.
Era Berlino che viveva.
Non la Berlino del Checkpoint Charlie, non quella del Reichstag o della Porta di Brandeburgo, ma quella dei quartieri dove le persone compravano il pane, rientravano dal lavoro, bevevano una birra in piedi e parlavano lingue diverse nello spazio di pochi metri.
Dopo Neu-Westend e Zehlendorf era ancora un’altra faccia della stessa città.
Più rumorosa. Più mescolata. Meno composta.
E forse, in quel momento, più adatta di qualunque altro posto a una Berlino che stava cercando di capire che cosa sarebbe diventata.
Prendersi un pezzo di Storia con il cric
Naturalmente tornammo al Muro.
Se non ricordo male eravamo nei pressi della Bernauer Straße.
Ma questa volta il rapporto era completamente diverso.
Nel 1980 lo avevo fotografato.
Nel 1985 continuavo a percepirlo come una struttura permanente.
Nel 1990 potevo prenderlo a martellate.
O quasi.
Ricordo che usai il cric dell’automobile della mia amica per riuscire a staccarne un pezzo.
Oggi quell’immagine mi sembra quasi assurda.
Una struttura costruita per impedire fisicamente alle persone di passare dall’altra parte, sorvegliata per decenni da torrette, militari e sistemi di sicurezza, era diventata improvvisamente materiale da demolizione.
Un blocco di cemento.
Qualcosa da scheggiare e portarsi via.
Noi visitatori lo facevamo con quella leggerezza inevitabile che arriva quando la Storia, dopo essere stata minacciosa per troppo tempo, perde improvvisamente il proprio potere.
Non credo che allora stessi pensando a tutto questo.
Volevo semplicemente un pezzo del Muro.
E me lo presi.
Il gesto aveva qualcosa di infantile e insieme di profondamente concreto.
Quello stesso cemento che nel 1980 mi era sembrato definitivo adesso poteva stare nel portaoggetti del cruscotto di una macchina.
Una città che ricomincia a comunicare con sé stessa
La parte più interessante, però, non era il Muro che cadeva.
Era quello che stava succedendo intorno.
Si poteva finalmente attraversare una città che per quasi trent’anni era stata costretta a interrompersi.
Strade che erano finite contro una barriera tornavano ad avere una direzione.
Quartieri che avevano vissuto schiena contro schiena potevano ricominciare a guardarsi.
Il centro storico tornava improvvisamente accessibile come uno spazio unitario.
Andammo a Mitte.
Camminammo nei luoghi che cinque anni prima avevo raggiunto passando attraverso controlli e documenti.
Adesso si entrava e si usciva.
Senza quella pressione.
Senza dover percepire ogni spostamento come un attraversamento politico.
La città sembrava più grande non perché avesse acquistato nuovi chilometri quadrati, ma perché aveva smesso di avere zone proibite.
Kreuzberg, prima che diventasse un’idea di Kreuzberg
Tornai anche a Kreuzberg.
Lo ricordavo dal 1980 come un quartiere addossato al Muro, con una forte presenza turca, popolare, non particolarmente rassicurante agli occhi di chi arrivava da fuori.
Era una semplificazione, naturalmente.
Kreuzberg era stato già negli anni Settanta e Ottanta uno dei centri della scena alternativa, delle occupazioni e della controcultura berlinese, mentre la presenza turca ne aveva segnato profondamente l’identità sociale.
Nel 1990, però, qualcosa cominciava a cambiare nel modo in cui quel quartiere veniva percepito.
Con la caduta del Muro, Kreuzberg non era più schiacciato contro il margine orientale di Berlino Ovest.
Quello che prima era periferia geopolitica stava diventando improvvisamente centro.
Era ancora ruvido, multiculturale, alternativo.
Non era certo il Kreuzberg gentrificato e costoso che sarebbe arrivato molto più tardi.
Ma si intuiva già che quella parte di Berlino avrebbe acquisito un peso completamente diverso nella città riunificata.
Io, con la semplificazione di allora, cominciavo a vederci anche studenti, artisti, intellettuali, alternativi.
Gente che sceglieva Kreuzberg proprio perché non assomigliava ad altro.
Il quartiere che nel 1980 mi era sembrato marginale cominciava a sembrarmi centrale per un’altra idea di Berlino.
La città fra due date
Riguardando oggi quel soggiorno, la cosa che mi colpisce di più è la data.
Fine luglio 1990.
Il 9 novembre 1989 era già passato.
Il 3 ottobre 1990 non era ancora arrivato.
Per qualche mese è esistita una Berlino nella quale il Muro aveva perduto il proprio significato, ma le due Germanie esistevano ancora formalmente.
Una città già libera, mentre la Germania unita ancora non esisteva.
Io in quella fessura ci sono passato proprio fisicamente, oltreché mentalmente.
Non credo che allora ne percepissi fino in fondo l’eccezionalità.
Quando si è dentro agli eventi, raramente si ha la sensazione ordinata della Storia.
Ci sono soltanto strade, persone, rumori, birre bevute in piedi, quartieri nuovi da esplorare.
E un pezzo di cemento nel portaoggetti.
Qualche mese dopo, il 3 ottobre, la Germania sarebbe stata ufficialmente riunificata.
La Berlino nella quale ero arrivato per la prima volta dieci anni prima non esisteva più.
Ma non avevo ancora finito con lei.
Quando Berlino diventa una tesi
Alla fine tornai ancora a Berlino.
Non fisicamente.
Questa volta ci tornai attraverso le parole.
Quando arrivò il momento di scegliere la tesi di laurea alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste, Der Himmel über Berlin era ormai diventato per me qualcosa di molto diverso da un film amato.
Dentro c’erano troppe cose che avevano accompagnato quegli anni.
C’era Berlino.
C’era la lingua tedesca.
C’era Peter Handke.
C’era Wim Wenders.
C’era la traduzione: le parole che cambiano quando attraversano una frontiera linguistica e il problema di restituire in un’altra lingua non soltanto quello che qualcuno dice, ma il modo in cui lo dice.
Scelsi quindi di lavorare sulla traduzione e sul doppiaggio italiano di Der Himmel über Berlin.
Era un territorio quasi inevitabile per chi studiava traduzione.
Un film costruito in larga parte sulle voci.
Pensieri ascoltati dagli angeli.
Monologhi interiori.
Parole che spesso non vengono pronunciate per essere ascoltate dagli altri personaggi, ma dal pubblico.
Una scrittura nella quale la lingua di Handke non è semplicemente dialogo cinematografico e nella quale tradurre significa continuamente decidere che cosa possa attraversare il confine fra due lingue senza perdere troppo di quello che aveva prima.
Il doppiaggio aggiungeva un altro passaggio.
Una voce ne sostituiva un’altra.
Il ritmo doveva trovare un nuovo corpo.
Le parole dovevano entrare dentro tempi, pause e immagini che erano già stati definiti in un’altra lingua.
In fondo era ancora una questione di confini.
Avevo passato anni a incontrarli dappertutto.
Il confine fra Berlino Ovest e Berlino Est.
Quello fra Italia e Jugoslavia, mentre vivevo e studiavo a Trieste.
Quello fra parola e immagine nei film di Wenders.
Quello fra la lingua tedesca e quella italiana.
E forse anche quelli meno facili da indicare su una carta geografica.
Dalla prima conversazione al doppiaggio
A ripensarci oggi, mi piace soprattutto una coincidenza.
Nel 1980 uno dei ricordi più forti che avevo portato via da Berlino era stato quello di una conversazione normalissima in un negozio.
Per qualche minuto avevo scoperto che il tedesco non era soltanto la lingua che studiavo.
Potevo starci dentro.
Anni dopo mi ritrovavo a concludere il mio percorso universitario interrogandomi su che cosa accadesse proprio a quella lingua quando qualcuno cercava di trasportarla in italiano.
In mezzo c’era stata Berlino.
Non come fondale.
Come filo.
Prima l’avevo scoperta.
Poi l’avevo vissuta.
Poi, inevitabilmente, l’avevo amata.
Wenders e Handke mi avevano insegnato a guardarla ancora una volta, da un’altra prospettiva.
E alla fine mi ero messo a studiarla.
Non la città in senso urbanistico o storico, naturalmente.
La sua voce.
O meglio, il modo in cui quella voce poteva attraversare un’altra lingua e continuare, almeno in parte, a essere sé stessa.
Mi laureai con quella tesi.
E Berlino, iniziata dieci anni prima come una vacanza studio, era ormai entrata definitivamente nella mia storia.
E nella mia vita.
Chiosa
Sono passati molti anni da quelle tre Berlino.
La città di oggi è un’altra ancora.
Potsdamer Platz non è più la terra vuota nella quale Homer cercava una piazza scomparsa. Il Muro sopravvive in frammenti, memoriali, fotografie, musei, tracce nell’asfalto e pezzi conservati nei cassetti di qualcuno.
Il 3 ottobre la Germania celebra la propria riunificazione.
Per me quella data contiene anche qualcosa di più piccolo e personale.
Mi ricorda che nell’estate del 1990 ero passato attraverso una Berlino sospesa fra due epoche: il Muro aveva già smesso di dividere, ma la Germania non era ancora una.
E mi ricorda soprattutto quanto possano cambiare i luoghi mentre noi continuiamo a portarli dentro nella forma nella quale li abbiamo conosciuti.
La Berlino del 1980 per me avrà sempre un autobus a due piani della BVG che passa accanto all’ICC e alla Funkturm, una Sammelkarte in tasca e un ragazzo che scopre con una certa sorpresa di riuscire a parlare tedesco.
Quella del 1985 avrà Zehlendorf, Checkpoint Charlie, una giornata dall’altra parte del Muro a visitare la Museumsinsel.
E sì, anche un paio di occhi grigio-verdi.
Quella del 1990 avrà la Turmstraße, gli Schnell-Imbiss, la Schultheiss, secondo me sottovalutata, strade che ricominciavano improvvisamente a portare da qualche parte e un pezzo di cemento staccato dal Muro con il cric di un’automobile.
Non so se si possa davvero tornare nella stessa città.
Forse no.
Forse torniamo sempre in un luogo nuovo portandoci dietro tutti quelli che abbiamo conosciuto prima.
Per questo la mia Berlino non è una città sola.
Sono almeno tre.
E continuano ancora oggi a parlarsi.
Storia, coscienza, responsabilità
Quattro letture per orientarsi nella storia senza farsi portare via.
- Quando la rabbia aveva un suono: i Rage Against the Machine e Seattle ’99 Quando la musica diventa linguaggio politico e la protesta prova ancora a parlare al mondo, prima di essere ridotta a rumore.
- Cinquant’anni senza Pier Paolo Pasolini: un ricordo che brucia ancora Pasolini come coscienza irrisolta del Paese: scomodo allora, necessario oggi.
- Capire la disfatta di Caporetto Una sconfitta che non fu solo militare, ma morale e sistemica. E che continua a dire molto più di quanto si pensi.
- Giornata nazionale IMI: mio nonno Listrani Mario, Medaglia d’Onore La storia vista dal basso, dalla scelta individuale di dire no, anche quando costa tutto.