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G8 di Genova 2001: avevamo capito, ma abbiamo perso
Venticinque anni dopo il G8 di Genova 2001, il rischio più grande non è dimenticare le immagini. Quelle, in qualche modo, sono rimaste: il corpo di Carlo Giuliani sull’asfalto di piazza Alimonda, i corridoi della scuola Diaz, i volti tumefatti, le mani alzate, la caserma di Bolzaneto. Il rischio vero è ricordare soltanto le immagini e rimuovere le domande.
Non scrivo per celebrare la nostra giovinezza. Non c’è alcun tempo perduto da lucidare, nessuna fotografia di gruppo nella quale cercarsi con venticinque anni di meno. Io a Genova non c’ero. E proprio per questo non voglio appropriarmi della memoria di chi era in quelle strade, di chi fu picchiato, arrestato, umiliato o di chi da allora porta una ferita che non è mai diventata davvero passato.
In quei giorni lavoravo a Radio Città 103 di Bologna, dentro una rete di informazione indipendente collegata a Indymedia, anche se io stavo preparando la puntata del venerdì sera della mia trasmissione di musica jazz. Genova arrivò anche da noi attraverso collegamenti, voci, messaggi e racconti di prima mano. Non era ancora il mondo delle dirette verticali e delle indignazioni con scadenza a ventiquattr’ore. Le testimonianze avevano un peso fisico. Restavano addosso.
Oggi non mi interessa dire dove fossi io. Mi interessa ricordare che cosa stava chiedendo quel movimento e perché il potere politico, economico e mediatico preferì ridurlo a un problema di ordine pubblico.
Prima delle cariche c’erano delle domande
Genova veniva dopo Seattle 1999, quando la protesta contro il WTO aveva incrinato il racconto della globalizzazione come processo naturale, inevitabile e benefico per definizione. Non si contestava il fatto che il mondo fosse connesso. Si contestava chi stabiliva le regole di quella connessione, chi ne incassava i vantaggi e chi ne pagava il costo.
Dentro il Genoa Social Forum convivevano oltre mille associazioni, movimenti, sindacati, realtà cattoliche, ambientalisti, terzomondisti, pacifisti e gruppi radicali. Non era un soggetto puro, compatto o immune da contraddizioni. C’erano portavoce discutibili, ambizioni personali, ingenuità politiche e differenze profonde. C’erano anche gruppi violenti che devastarono parti della città, colpirono beni pubblici e privati e trasformarono alcune strade in un campo di battaglia.
Riconoscerlo è necessario. Usarlo per cancellare tutto il resto è disonesto.
In quelle piazze si parlava di debito dei Paesi poveri, giustizia climatica, diritti del lavoro, tassazione delle transazioni finanziarie, accesso ai farmaci, privatizzazione dei servizi, guerra, migrazioni, potere delle multinazionali e controllo democratico delle istituzioni sovranazionali. Temi diversi, certamente. Non erano però un’accozzaglia: erano le conseguenze di una stessa scelta politica, quella di rendere merci, capitali e catene produttive sempre più mobili lasciando diritti, salari, welfare e democrazia fermi alla frontiera.
Ci chiamarono “no global”, come se fossimo contrari alle cartine geografiche, ai viaggi e alla posta elettronica. Poi arrivò un’etichetta ancora più comoda: anarchici, insurrezionalisti, nemici del progresso. Una definizione abbastanza larga da contenere chiunque e abbastanza sprezzante da evitare una risposta.
Non prevedemmo tutto. Ma avevamo riconosciuto il meccanismo
Dire oggi “avevamo ragione” richiede cautela. Nessuno nel 2001 disponeva della sceneggiatura dei venticinque anni successivi. Non c’è la controprova che politiche diverse avrebbero evitato una pandemia, impedito ogni delocalizzazione o fermato il riscaldamento globale. La storia non offre un ambiente di staging nel quale cambiare una variabile e rilanciare il test.
Ma la direzione l’avevamo capita.
Il clima non era un tema decorativo
Se nei primi anni Duemila si fosse cominciato a ridurre sul serio le emissioni di CO₂, anziché rinviare, negoziare eccezioni e affidarsi alla buona volontà dei mercati, oggi il volume cumulativo di gas serra nell’atmosfera sarebbe inferiore. Non è un’opinione generazionale: l’IPCC lega esplicitamente ogni incremento del riscaldamento alle emissioni accumulate e ricorda che ogni frazione di grado evitata riduce danni e rischi.
Non avremmo un pianeta senza eventi estremi. Avremmo però avuto più tempo, più margine e probabilmente meno riscaldamento da gestire. Quel tempo è stato consumato come una materia prima gratuita.
L’industria non è sparita, ma abbiamo ceduto pezzi di sovranità
Scrivere che l’industria italiana è stata “azzerata” sarebbe falso: l’Italia conserva una base manifatturiera importante. È però difficile negare l’erosione di interi distretti (siderurgia, automotive), la perdita di competenze, la pressione sui salari e la dipendenza da una supply chain collocata a migliaia di chilometri. Gli studi di OCSE e Commissione europea hanno mostrato che delocalizzazione, concorrenza delle importazioni, tecnologia e scelte industriali hanno agito insieme. Non esiste una causa unica, ma neppure l’innocenza del mercato globale.
La Cina e l’India non “ci hanno fatto le scarpe” per una loro colpa antropologica. Hanno perseguito strategie industriali mentre le nostre classi dirigenti consentivano alle imprese di inseguire il costo più basso, spesso senza pretendere reciprocità sociale, ambientale e commerciale. Abbiamo chiamato efficienza ciò che, in molti casi, era trasferimento del rischio: i margini restavano privati; la disoccupazione, la cassa integrazione e la desertificazione produttiva diventavano costi collettivi.
Proteggersi da questa forma di globalizzazione non avrebbe significato chiudere le frontiere. Avrebbe significato governare le dipendenze, tutelare il lavoro, conservare capacità produttiva strategica e imporre alle merci importate standard paragonabili a quelli richiesti a chi produce qui. L’Unione europea ha cominciato a muoversi in questa direzione molto più tardi e soltanto in parte. Se si fosse iniziato il giorno dopo, forse oggi non ci ritroveremmo con Shein e Temu, vetrine planetarie dell’ultra-low cost, e con la promessa di poter “fare shopping come un miliardario”.
La mobilità globale trasporta anche la vulnerabilità
Non possiamo affermare che senza la globalizzazione non avremmo avuto il Covid-19. Possiamo affermare che reti di trasporto iperveloci, urbanizzazione, pressione sugli ecosistemi e scambi globali accelerano la diffusione delle malattie emergenti. L’Organizzazione mondiale della sanità studiava questo rapporto già nei primi anni Duemila.
L’immagine della zanzara che sale su un aereo non è soltanto una battuta. Velivoli e traffici internazionali possono trasportare vettori, mentre persone e merci permettono agli agenti patogeni di attraversare continenti in poche ore. West Nile, dengue e chikungunya appartengono a questa geografia mobile; Ebola ha modalità di trasmissione diverse e non va infilata nello stesso esempio entomologico.
Il problema non è viaggiare. È aver costruito una circolazione planetaria efficientissima per le merci e assai meno robusta per la prevenzione, la sanità pubblica e la cooperazione scientifica.
Giulietto Chiesa e le transenne della democrazia
In G8/Genova, pubblicato da Einaudi già nel 2001 e riproposto da Mimesis nel 2021, Giulietto Chiesa non offre una ricostruzione giudiziaria completa. Scrive da testimone diretto, con la forma di un diario, e dichiara apertamente la parzialità del proprio sguardo. È proprio questo il valore del libro: registra ciò che vede prima che la memoria sia riordinata in una versione “ufficiale”.
Chiesa osserva una città divisa in zone, chiusa da reti metalliche e container, sorvolata dagli elicotteri e trasformata in scenografia bellica. La domanda che attraversa quelle pagine non riguarda soltanto la gestione dell’ordine pubblico: quanto può dirsi democratico un potere che, per incontrarsi, deve separarsi fisicamente dalla società con barriere sempre più alte?
Il libro registra anche il progressivo venir meno delle distinzioni. I Black Bloc, i cortei autorizzati, le tute bianche, i passanti, i giornalisti e chi cercava riparo finirono dentro una rappresentazione indistinta del pericolo. Secondo Chiesa, il 21 luglio quella confusione divenne una vera caccia all’uomo. A venticinque anni di distanza, la sua cronaca resta utile non perché risolva ogni controversia, ma perché mostra il passaggio decisivo: le questioni politiche scompaiono e al loro posto rimane soltanto il dispositivo di sicurezza.
È un libro breve, da leggere ancora oggi. Non come reliquia militante, ma come taccuino di un cedimento democratico osservato mentre accadeva.
Carlo Giuliani, senza santini e senza rimozione
Il 20 luglio 2001 Carlo Giuliani, ventitré anni, fu ucciso in piazza Alimonda da un proiettile sparato dal carabiniere ausiliario Mario Placanica dall’interno di un Defender assediato e attaccato da un gruppo di manifestanti. Carlo aveva raccolto un estintore, non era lì per caso, condivideva le proteste, ma quella mattina stava per andare al mare con un amico, che lo convinse ad andare a “dare un’occhiata”. Il mezzo passò poi due volte sul suo corpo. Sono fatti documentati, non una liturgia.
Il procedimento penale fu archiviato nel 2003 sulla base della legittima difesa. Nel 2011 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì, con maggioranze non sempre unanimi, che non vi era stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione. Anche questo appartiene alla storia e va detto.
Dire tutto non significa chiudere tutto. Come ricorda sua sorella Elena nell’intervista a Repubblica che mi ha spinto a tornare su questi fatti, la memoria non deve trasformare Carlo Giuliani in un santino da venerare genuflessi. Deve impedire che la sua vita venga ridotta agli ultimi secondi prima dello sparo e che il contesto scompaia dall’inquadratura. La richiesta della famiglia non è mai stata una vendetta rituale, ma uno spazio pubblico nel quale ricostruire responsabilità, decisioni e catene di comando.
Carlo non rappresenta da solo Genova e Genova non può essere ridotta a Carlo. Ma il suo corpo a terra resta il punto nel quale il conflitto politico smise di essere una metafora.
Diaz e Bolzaneto: qui non esiste più alcun “forse”
Nella notte tra il 21 e il 22 luglio la polizia fece irruzione nelle scuole Diaz-Pertini e Diaz-Pascoli, utilizzate come dormitorio e centro operativo del Genoa Social Forum. Le violenze furono definite “macelleria messicana” dallo stesso vicequestore Michelangelo Fournier durante il processo. Anni dopo, nella sentenza Cestaro contro Italia, la Corte europea qualificò come tortura il trattamento subito da Arnaldo Cestaro e indicò l’inadeguatezza dell’ordinamento italiano nel punire quei fatti.
A Bolzaneto persone fermate e ormai sotto il controllo dello Stato subirono percosse, minacce, umiliazioni, insulti politici e sessuali, privazione di cure e contatti con gli avvocati. Nel 2017 la Corte europea, nei casi Azzolina e altri e Blair e altri contro Italia, parlò di tortura e di un luogo di detenzione divenuto zona di illegalità. Rilevò inoltre che prescrizioni, indulti, difficoltà nell’identificazione e assenza all’epoca di un reato specifico avevano impedito sanzioni effettive.
Tra chi contribuì a rompere il muro ci fu Marco Poggi, infermiere dell’amministrazione penitenziaria in servizio a Bolzaneto. Scelse di raccontare ciò che aveva visto dall’interno, pagando quella testimonianza anche sul piano personale e professionale. Il suo caso ricorda una cosa essenziale: un apparato non è un blocco antropologico. Anche nei luoghi in cui il diritto viene sospeso può esserci qualcuno che decide di non chiamare normalità ciò che ha davanti.
Amnesty International documentò uso eccessivo della forza, arresti arbitrari, maltrattamenti e violazioni della libertà di espressione e riunione, chiedendo una commissione d’inchiesta effettiva. La formula secondo cui Genova sarebbe stata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale” è stata poi ripetuta ovunque e attribuita ad Amnesty. Più ancora del superlativo, contano i fatti accertati e le condanne internazionali: su Diaz e Bolzaneto non siamo più nel territorio delle opinioni contrapposte.
Il governo Berlusconi si era insediato da poche settimane. La destra proveniente dal Movimento Sociale Italiano, già portata nell’area di governo nel 1994 attraverso Alleanza Nazionale, vi rientrava con un peso ancora maggiore. Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio, fu presente a lungo nella centrale operativa e nella caserma dei carabinieri di Forte San Giuliano. Il ministro dell’Interno era Claudio Scajola. Non serve inventare ordini mai provati per riconoscere una responsabilità politica: la gestione dell’ordine pubblico avvenne dentro un clima securitario nel quale il dissenso fu trattato come un nemico interno e l’accertamento successivo delle responsabilità rimase insufficiente.
Uno Stato democratico non si misura da come tratta chi gli somiglia, ma da come esercita la forza contro chi lo contesta. A Genova quella misura saltò.
Mary Black e il paradosso del Black Bloc
Il 25 luglio 2001 — una data che per noi italiani coincide con l’anniversario della caduta del fascismo — AlterNet pubblicò Letter from Inside the Black Bloc, firmata con lo pseudonimo Mary Black. La lessi attraverso la rete della stampa indipendente nell’immediatezza dei fatti, forse già il giorno successivo alla sua diffusione. Non era un’analisi composta a distanza: era una rivendicazione scritta mentre Genova era ancora presente nei corpi e negli occhi.
Mary Black spiegava che il Black Bloc non era un’organizzazione dotata di capi e iscritti, ma una tattica praticata da gruppi di affinità: anonimato, assenza di gerarchie, azione diretta e obiettivi scelti per il loro valore simbolico. Rivendicava inoltre una distinzione che il racconto pubblico aveva cancellato: danneggiare la proprietà di una multinazionale non equivale a ferire una persona. Le vetrine, nella sua lettura, non erano bersagli casuali, ma rappresentazioni materiali di una violenza economica molto meno fotografabile.
Quell’argomento non va liquidato come il delirio di una teppista. Conteneva una critica precisa alla gerarchia dei danni: la vetrina infranta scandalizza immediatamente, mentre lo sfruttamento, la povertà e la distruzione ambientale prodotti lungo una filiera rimangono spesso senza volto. Ma la lettera contiene anche, letta oggi, il limite della tattica che difendeva.
La scelta di non avere un centro proteggeva l’autonomia dei gruppi e rendeva più difficile ricondurre tutti a una sola catena di comando. Rendeva però fragilissimo il controllo sul significato delle azioni. Distruggere produce visibilità; non garantisce comprensione. Nel circuito mediatico restò il gesto, scomparve il bersaglio simbolico. La vetrina rotta finì per rappresentare duecentomila persone, mentre debito, clima, lavoro, farmaci e servizi pubblici sparirono dall’inquadratura.
Una vetrina distrutta non è un corpo ferito. Ma una tattica può essere moralmente distinguibile dalla violenza sulle persone e, nello stesso tempo, rivelarsi politicamente disastrosa. Il Black Bloc ottenne l’attenzione che cercava, ma non riuscì a governarne il significato: il gesto rimase visibile, mentre le ragioni della protesta scomparvero.
Non tutto ciò che accadde nelle strade fu violenza gratuita e immotivata. Tuttavia poté essere raccontato così, perché il gesto era immediato e il discorso che avrebbe dovuto spiegarlo venne inghiottito. Anche in questo senso a Genova perdemmo tutti quanti.
Abbiamo perso anche il vocabolario
Il movimento non fu sconfitto soltanto dalle cariche, dalle divisioni interne o dalla paura successiva. Fu sconfitto quando perse il diritto di nominare i problemi.
“Globalizzazione” divenne modernità. “Flessibilità” sostituì precarietà. “Competitività” rese presentabile la compressione dei salari. “Razionalizzazione” accompagnò i tagli ai servizi e l’“ottimizzazione dei rami secchi”. “Efficienza” giustificò filiere lunghissime e dipendenze strategiche. Chi chiedeva limiti veniva descritto come un nemico del futuro.
Nel frattempo la ricchezza si è concentrata, il lavoro si è frammentato, sanità e assistenza sono state trattate sempre più spesso come costi, non come infrastrutture civili. Figure come Elon Musk incarnano una concentrazione di denaro, tecnologia e potere comunicativo che nel 2001 sarebbe sembrata perfino caricaturale. Donald Trump ha trasformato le ferite sociali prodotte anche da quel modello in carburante politico, promettendo protezione mentre rafforza un potere costruito sulla disuguaglianza. Non occorre aggiungere insulti: il quadro è già abbastanza eloquente.
La sconfitta più amara è questa. Molti temi che allora appartenevano a una critica internazionalista e sociale sono stati raccolti, deformati e rivenduti dalle destre nazionaliste. La sinistra di governo, che aveva contribuito a presentare la mondializzazione come destino, ha spesso lasciato loro il campo. Al posto della solidarietà tra lavoratori sono arrivati i confini contro i più deboli. Al posto del controllo democratico sui capitali è subentrata la guerra tra poveri.
La memoria non è un anniversario
Elena Giuliani parla di memoria attiva, viva. È l’unica forma di memoria che oggi abbia senso.
Non serve tornare a Genova per dirci che eravamo giovani, generosi e dalla parte giusta. Non eravamo tutti dalla parte giusta e non avevamo ragione su tutto. Alcuni scelsero la violenza. Alcuni leader si rivelarono inadeguati. Alcune analisi erano fragili e alcuni slogan semplificavano ciò che pretendevano di spiegare.
Ma le domande fondamentali erano lì: chi governa l’economia globale? Chi paga la transizione? Quanto può arretrare lo Stato sociale prima che la democrazia diventi soltanto una procedura? Che cosa accade quando il potere economico attraversa liberamente i confini e il potere dei cittadini no? Quanto a lungo possiamo emettere, consumare, delocalizzare e privatizzare i guadagni scaricando altrove i danni?
Non furono ascoltate. Fu più comodo mostrare una vetrina rotta, pronunciare la parola “insurrezionalisti” e considerare archiviato il fascicolo.
Chiosa: avevamo capito, ma abbiamo perso
In un articolo dedicato a Seattle ’99 ho scritto: abbiamo perso, ma avevamo ragione. Venticinque anni dopo Genova, quella frase ha bisogno di una correzione minima.
Non avevamo ragione su tutto. Avevamo però capito il meccanismo: una globalizzazione senza governo democratico avrebbe concentrato ricchezza e potere, indebolito il lavoro, messo in concorrenza tutele incompatibili, consumato risorse e trasformato ogni crisi locale in una propagazione globale.
Abbiamo perso perché quel meccanismo è diventato il paesaggio. Ci viviamo dentro al punto da scambiarlo per natura.
Ricordare Genova non significa celebrare una generazione sconfitta. Significa riaprire le domande che furono chiuse con le transenne, i manganelli e una definizione di comodo. Dietro quelle domande non c’era un mondo perfetto. C’era almeno il tentativo di impedire che questo diventasse l’unico possibile.
Fonti essenziali
- Amnesty International, Italy: G8 Genoa policing operation of July 2001.
- Corte europea dei diritti dell’uomo, Giuliani and Gaggio v. Italy, 24 marzo 2011.
- Corte europea dei diritti dell’uomo, Cestaro v. Italy, 7 aprile 2015.
- Corte europea dei diritti dell’uomo, Azzolina and Others v. Italy e Blair and Others v. Italy, 26 ottobre 2017.
- Carlo Gubitosa, Bolzaneto: denunciare e perdere il lavoro, Altreconomia, 2002.
- Giulietto Chiesa, G8/Genova, Einaudi, 2001; nuova edizione G8. Genova 2001, Mimesis, 2021.
- Mary Black, Letter from Inside the Black Bloc, AlterNet, 25 luglio 2001.
- IPCC, Climate Change 2023: Synthesis Report.
- World Health Organization, Globalization and infectious diseases: a review of the linkages, 2004.
- OECD, Offshoring, Reshoring, and the Evolving Geography of Jobs, 2024.
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