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Quando penso a mio nonno, prima ancora del suo volto mi tornano in mente alcuni suoni.
Il rumore regolare della macchina da cucire Singer di un modello della metà degli anni Dieci del secolo scorso, il tessuto che scorreva sotto le sue mani e, poco distante, la voce di una piccola radio Sony a transistor. Non era sempre accesa, o almeno non credo. Nella memoria dell’infanzia, però, le cose non rispettano necessariamente gli orari: finiscono per stare insieme, una accanto all’altra, come se avessero abitato per sempre la stessa stanza.
Mio nonno lavorava con calma.
Non ricordo movimenti nervosi, parole pronunciate in fretta o quel genere di agitazione che gli adulti spesso portano con sé e che i bambini percepiscono senza saperla nominare. Quando stavo con lui sentivo pace. Una pace concreta, non solenne: il tempo necessario per finire una cucitura, per ascoltare una notizia alla radio, per controllare l’ora sul suo orologio.
Molti anni dopo avrei scoperto che quell’uomo così quieto aveva trascorso un anno e mezzo nei campi di prigionia nazisti, come Internato Militare Italiano. In famiglia si sapeva che era stato prigioniero, ma l’argomento non veniva mai toccato. Come tanti altri IMI, aveva lasciato che il silenzio coprisse ciò che gli era accaduto.
Il tema della prigionia in Germania affiorò soltanto un paio di volte, durante quei pranzi con venti parenti nei quali una frase detta da qualcuno poteva improvvisamente aprire una porta. Ricordo lo zio di mia madre, prigioniero degli inglesi in India, che venne zittito con un paragone brusco: rispetto a ciò che aveva attraversato mio nonno, la sua era stata una mezza vacanza.
Mio nonno era presente nei suoi silenzi, la sua macchina da cucire e quella calma che sembrava mettere ordine nelle cose. Mai uno sbuffo, mai un’imprecazione, penso di averlo sentito urlare solo due o tre volte e sempre con me. Ma non mi ricordo che cosa avessi fatto di così grave per farlo arrabbiare. So però che se ero riuscito a farlo arrabbiare, doveva essere una cosa a suo modo importante.
Il sarto dei contadini
Mio nonno materno faceva il sarto in paese e lavorava soprattutto per i contadini. Confezionava i “vestiti della domenica” per i contadini del circondario, sì, perché i contadini la domenica si vestivano bene e venivano alla messa in paese: le donne entravano in chiesa e gli uomini si raccoglievano nella piazza antistante la chiesa a parlare di tutto: affari, politica, notizie, ciclismo e calcio.
La nostra non era una famiglia ricca e neppure i suoi clienti navigavano nell’oro. Il denaro circolava poco e il lavoro poteva essere pagato anche in un altro modo, più antico e immediato: con quello che la terra aveva prodotto.
Soprattutto d’estate, capitava che andassi con lui e con un suo amico nelle fattorie della campagna circostante a riscuotere i lavori fatti. “Riscuotere” è la parola che ricordo, anche se non tornavamo necessariamente con delle banconote. Tornavamo con cassette di frutta, pomodori, cipolle, aglio e con tutto ciò che in quel momento poteva offrire la campagna.
Per me bambino quelle visite erano una specie di spedizione.
Non ne comprendevo fino in fondo la necessità economica. Vedevo le strade fuori dal paese, le case coloniche, le persone che conoscevano mio nonno e ciò che veniva caricato per il viaggio di ritorno. Il suo lavoro aveva preso la forma di un paio di pantaloni, di una giacca aggiustata o di qualche altro capo cucito con precisione. Il pagamento prendeva invece il colore dei pomodori, l’odore dell’aglio e il peso di una cassetta di frutta.
Non credo che mio nonno considerasse tutto questo particolarmente poetico. Era semplicemente il modo in cui funzionavano le cose.
Aveva lavorato e andava a ricevere ciò che gli spettava. Non c’era miseria esibita e non c’era nemmeno quella retorica della vita contadina che abbiamo costruito molti anni dopo, quando abbiamo cominciato a guardare il passato come se fosse stato necessariamente più autentico del presente.
C’era poco denaro, un mestiere e relazioni fondate anche sulla conoscenza personale. C’era qualcuno che aveva bisogno del lavoro di un sarto e qualcuno che, non potendo o non volendo pagare tutto in contanti, dava ciò che aveva.
E poi c’ero io, che lo accompagnavo.
Forse una parte del lascito di mio nonno è cominciata proprio lì, senza che nessuno dei due lo sapesse: non nelle grandi dichiarazioni, ma nel tempo trascorso accanto a lui, mentre attraversavamo insieme le strade di campagna a bordo della Fiat 124 grigio topo dell’amico di mio nonno (mio nonno non aveva la patente auto).
I passaggi generazionali avvengono spesso così. Un adulto compie gesti che considera normali e un bambino li conserva, per decenni, come una forma di orientamento.
Mio nonno non mi spiegava la dignità del lavoro. Lavorava.
Non mi parlava del valore della calma. Era calmo.
E io, standogli vicino, sentivo che per qualche ora il mondo non aveva nessuna ragione di correre.
Un bell’orologio, ma d’acciaio
Mio nonno aveva un orologio Zenith. Lo aveva al polso tutti i giorni, non era l’orologio della domenica. Né erano tempi in cui qualcuno poteva permettersi di avere due orologi.
Lo aveva comprato intorno al 1956 o al 1957, quando ogni acquisto importante richiedeva tempo, risparmio e una decisione presa sul serio.
Era un bell’orologio, ma d’acciaio.
Mi piace ricordarlo così, senza aggiungere nobiltà che non aveva bisogno di avere. Non era d’oro, non era un oggetto da esibire e la nostra famiglia non apparteneva a un mondo in cui si compravano cose preziose con leggerezza.
Mio nonno faceva il sarto per i contadini.
Il valore di quello Zenith stava anche lì: nel fatto che lo avesse scelto e comprato con i soldi del proprio lavoro.
Per lui l’orologio era importante.
Non so se fosse una vera fissazione o semplicemente una forma di attenzione. So che guardava l’ora e che quell’oggetto al polso faceva parte di lui, quasi quanto la macchina da cucire.
Il tempo, nella sua vita, non era qualcosa di astratto.
Aveva l’ora del lavoro, quella del notiziario, quella del pranzo e quella delle previsioni del tempo. Le giornate seguivano un ritmo riconoscibile e lui sembrava abitarlo senza fretta.
Forse è anche per questo che, quando ero con lui, mi sentivo così tranquillo.
Non dava l’impressione di inseguire il tempo. Lo teneva vicino, al polso, e continuava a fare quello che stava facendo.
Oggi quello Zenith è qui con me.
Quando mio nonno morì, fu mia nonna a volere che l’orologio di mio nonno Mario venisse affidato a me. Di sicuro l’orologio non era l’oggetto più costoso, perché c’era la macchina da cucire, che andò in eredità a un altro ramo della famiglia. Ma tutti sapevano quanto fosse stato importante per lui il suo Zenith.
Lo conservo ancora. È in ottime condizioni ed è perfettamente funzionante.
Negli anni anch’io ho sviluppato una passione per gli orologi. Ho un paio di Casio G-Shock, oggetti molto diversi dal suo Zenith: grandi, resistenti, digitali, nati in un’altra epoca e con un’altra idea del tempo.
Forse, però, un filo esiste.
Non credo che le passioni si ereditino in modo ordinato. A volte passano attraverso un gesto osservato da bambini, un oggetto sempre presente o il modo in cui qualcuno controllava l’ora prima di tornare al proprio lavoro.
Quel vecchio Zenith continua a misurare un tempo diverso dagli altri.
Non soltanto le ore che passano, ma la distanza fra il bambino che guardava suo nonno cucire e l’uomo che oggi tiene il suo orologio tra le mani.
La Sony accanto alla macchina da cucire
Accanto alla macchina da cucire, mio nonno teneva una piccola radio Sony a transistor.
Era una SONY TR-630, bianca, compatta, costruita in Giappone. Aveva una linea pulita, quasi moderna ancora oggi, e una custodia in similpelle color nero che la proteggeva quando non veniva usata.
Quella custodia, a ripensarci adesso, può anche far sorridere.
Allora, però, diceva una cosa molto semplice: la radio era importante.
Non era uno dei tanti oggetti che entrano in casa, vengono usati per qualche anno e poi scompaiono. Era una cosa buona, comprata per durare e tenuta con cura. Mio nonno la usava sempre dentro la custodia nera di similpelle, che allora chiamavamo skai.
Io, però, ogni tanto la tiravo fuori per guardarla. Poi dovevo rimetterla subito al suo posto.
Mi sembrava un oggetto perfetto.
Mio nonno non la teneva necessariamente accesa tutto il giorno. La accendeva soprattutto quando si avvicinava l’ora delle notizie.
Anche questo aveva un ritmo.
La radio non riempiva ogni silenzio e non trasformava la stanza in un flusso continuo di voci. Entrava nella giornata in momenti precisi. C’era il lavoro, c’era il rumore della macchina da cucire e poi, a una certa ora, arrivava il notiziario.
Per qualche minuto il mondo entrava nella stanza.
Entravano le notizie dall’Italia e da luoghi che per me erano soltanto nomi. Entravano voci lontane, eventi che non comprendevo e parole pronunciate con quella compostezza che una volta apparteneva alla radio.
Mio nonno ascoltava e continuava a lavorare.
Forse rallentava appena il gesto. Forse alzava un poco il volume. Non saprei ricostruire ogni movimento con esattezza e non voglio inventarlo.
Ricordo però la sensazione. E ricordo che da bambino facevo persino l’imitazione di Ruggero Orlando: le voci delle notizie erano entrate anche nei miei giochi.
La voce della radio e quella della macchina da cucire potevano stare insieme senza disturbarsi. Il mondo esterno arrivava fino a noi, ma non invadeva tutto.
Oggi le notizie ci raggiungono prima ancora che abbiamo deciso di cercarle. Compaiono sul telefono appena svegli, si aggiornano mentre lavoriamo e continuano a inseguirci anche quando non abbiamo più nulla da chiedere.
Allora bisognava aspettarle.
Avevano un orario, un apparecchio e un luogo preciso da cui provenivano.
Forse è per questo che quella radio è rimasta così nitida nella mia memoria. Non era soltanto un mezzo per conoscere ciò che accadeva.
Era il punto in cui la piccola stanza di un sarto di paese incontrava il resto del mondo.
E lo faceva senza perdere la propria pace.
Aspettando Bernacca
La terza fissazione di mio nonno non aveva lancette, manopole o una custodia di skai.
Era il meteo.
Le previsioni del tempo erano uno degli appuntamenti televisivi che seguiva con maggiore attenzione. Su Rai 1 c’era il colonnello Edmondo Bernacca, con le sue carte, le linee tracciate sull’Europa e quel modo composto di spiegare che cosa sarebbe arrivato sopra le nostre teste.
Bisognava aspettarlo.
Non si poteva controllare il tempo in qualsiasi momento della giornata. Non c’erano applicazioni da aprire distrattamente, previsioni ora per ora, notifiche per la pioggia o mappe animate da consultare mentre si faceva altro.
C’era un orario, che era quello prima del telegiornale della sera.
A quell’ora ci si metteva davanti alla televisione e si ascoltava.
Mio nonno voleva sapere se avrebbe piovuto, se sarebbe tornato il sole, se il caldo avrebbe resistito ancora qualche giorno. Non so quanto si fidasse davvero delle previsioni. Probabilmente, come molti uomini abituati alla campagna, dopo Bernacca guardava anche fuori dalla finestra.
Il cielo conservava ancora una parte del proprio mestiere.
Il tempo atmosferico, per chi viveva e lavorava vicino ai contadini, non era soltanto un argomento con cui riempire una conversazione. Decideva il lavoro nei campi, la maturazione della frutta, la raccolta dei pomodori e perfino il momento in cui sarebbe stato possibile andare nelle fattorie.
Era attualità spicciola, ma concreta.
Oggi possiamo conoscere in pochi secondi la temperatura, l’umidità, la probabilità di pioggia e la direzione del vento in qualunque luogo del mondo. Possiamo controllare il meteo una prima volta, dimenticarlo e poi controllarlo di nuovo dieci minuti dopo, come se nel frattempo l’atmosfera dovesse aver cambiato idea.
Abbiamo molte più informazioni.
Non sono certo che abbiamo più pazienza.
Mio nonno aspettava Bernacca come aspettava il notiziario alla radio. Le cose arrivavano a un’ora stabilita e per qualche minuto meritavano attenzione.
L’ora si guardava sullo Zenith.
Le notizie si ascoltavano dalla Sony.
Il tempo lo raccontava Bernacca.
Ogni informazione aveva ancora il proprio oggetto, la propria voce e un momento preciso nella giornata.
Forse è anche questo che ricordo con tanta dolcezza: non un mondo necessariamente migliore, ma un mondo nel quale le cose sembravano avere più spazio tra loro.
E in quello spazio, accanto a mio nonno, respiravo anch’io.
Di ciò che era accaduto non parlava
Di ciò che gli era accaduto durante la guerra, mio nonno non parlò mai.
Era stato, suo malgrado, un Internato Militare Italiano. Dopo l’armistizio aveva trascorso un anno e mezzo nei campi, prima in Polonia e poi in Germania.
Io questo lo scoprii davvero soltanto molti anni dopo.
Da bambino conoscevo l’uomo tornato a casa, non il ragazzo che era stato portato via. Conoscevo il sarto, la macchina da cucire, lo Zenith al polso e la radio accesa all’ora delle notizie.
La parte precedente della sua vita restava chiusa.
Fu così per molti IMI. Tornarono e spesso non raccontarono. Ripresero a lavorare, costruirono famiglie e lasciarono che ciò che avevano attraversato rimanesse in una zona silenziosa della casa.
Mio nonno aveva alcune frasi che pronunciava con la calma con cui diceva quasi tutto.
Una di queste era:
“Non fidarti mai dei preti e dei militari.”
Da bambino non avevo gli strumenti per domandargli da dove venisse quella convinzione. Era una delle cose che diceva mio nonno e tanto bastava.
Quando conobbi la storia del suo internamento, almeno una metà di quella frase diventò improvvisamente chiarissima.
Si comprende bene perché non amasse i militari.
Sui preti, invece, non mi lasciò una documentazione altrettanto precisa.
Non credo che quella frase fosse il centro del suo pensiero e non voglio trasformarla in qualcosa di più grande di ciò che era. Era un avvertimento asciutto, nato probabilmente da esperienze che non aveva alcuna intenzione di spiegare fino in fondo.
Del resto, mio nonno non mi consegnava le proprie idee sotto forma di discorsi.
Le lasciava cadere ogni tanto, fra un gesto e l’altro, come si lascia sul tavolo una cosa che potrebbe servire in futuro.
Alcune le ho comprese subito.
Altre hanno dovuto aspettare molti anni.
Studia le lingue
Tra le pochissime raccomandazioni che mio nonno mi fece ce n’era una diversa dalle altre.
Mio nonno non era uomo di proclami. Parlava poco e non distribuiva consigli a ogni occasione. Proprio per questo, alcune sue frasi avevano un peso particolare.
“Studia le lingue.”
Non so da dove gli venisse quella convinzione così precisa.
Forse dalla guerra, dai paesi attraversati e dalle parole che non riusciva a capire. Forse dall’idea che conoscere una lingua permettesse di non restare chiusi dentro il proprio piccolo mondo.
Oppure, più semplicemente, aveva capito che le lingue potevano aprire porte.
Io quel consiglio lo presi sul serio.
Studiai tedesco e russo, andai a studiare in Germania e feci delle lingue una parte importante della mia formazione e del mio lavoro.
Allora non potevo sapere fino a che punto quella frase mi avrebbe accompagnato.
Per me bambino era soltanto una raccomandazione di mio nonno, pronunciata con la stessa calma con cui parlava del tempo, guardava l’orologio o ascoltava le notizie.
Molti anni dopo, però, mi accorsi che aveva indicato una direzione.
Le lingue mi hanno insegnato che le parole non coincidono mai perfettamente fra loro, che ogni cultura mette ordine nel mondo a modo proprio e che capire qualcuno richiede spesso di spostarsi, almeno un poco, dalla propria posizione.
Forse è anche per questo che la sua radio mi affascinava tanto.
Da quella piccola Sony arrivavano voci da fuori, nomi di città lontane, notizie di paesi che allora non sapevo ancora collocare bene su una carta.
Il mondo entrava nella stanza, prima ancora che io avessi imparato a raggiungerlo.
Mio padre, invece, mi diceva sempre di imparare a usare il computer.
Anche quello fu un consiglio che presi sul serio.
Mio nonno mi raccomandava le lingue. Mio padre il computer.
Alla fine ho passato buona parte della mia vita lavorando con entrambi.
Ma questa è già un’altra storia, e a mio padre spetterà un articolo tutto suo.
Chiosa — L’ora, le notizie, il tempo
Oggi lo Zenith di mio nonno è ancora con me.
La sua SONY TR-630, invece, non è arrivata fino a me. A un certo punto se ne perdono le tracce. Ne ricordo il bianco della plastica, la custodia di skai e la voce delle notizie accanto al rumore della macchina da cucire.
Nel mio studio tengo un’altra vecchia radio.
È una Geloso dei primi anni Cinquanta, comprata alla fine degli anni Novanta insieme a mio padre e poi fatta restaurare. Non era appartenuta a mio nonno, ma veniva da una persona che lo conosceva, nello stesso piccolo paese.
Non è la sua radio.
Eppure, ogni tanto, mi sembra che conosca la strada da cui proviene.
Forse gli oggetti non conservano davvero le persone. Siamo noi a consegnare loro una parte della memoria, perché abbiano qualcosa da restituirci quando il tempo è passato e le voci non si possono più ascoltare.
Mio nonno non mi lasciò grandi discorsi.
Mi lasciò un orologio d’acciaio, il ricordo di una radio bianca giapponese, l’attesa di Bernacca e poche frasi pronunciate con calma.
Mi disse di studiare le lingue.
Mi lasciò il modo in cui faceva bene il proprio lavoro, la cura con cui custodiva le cose e quella calma che non aveva bisogno di farsi notare.
Quando ero con lui sentivo pace.
Allora non sapevo che anche quella fosse un’eredità.
L’ora si guardava sullo Zenith.
Le notizie arrivavano dalla Sony.
Il tempo lo raccontava Bernacca.
E fra una cosa e l’altra c’era spazio.
Lo stesso spazio quieto che sentivo accanto a mio nonno e che, molti anni dopo, continuo ancora a cercare.
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