L’unico mio vero compleanno

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Il 13 febbraio 2019 nasce Pistakkio

Tempo di lettura: 4 minuti

Oggi è di nuovo il 13 febbraio.
Non amo le ricorrenze, ma alcune date restano appoggiate sulla scrivania come oggetti che non sposti.
Nel 2022, a blog appena aperto, scrivevo queste righe. Le rileggo oggi, senza correggerle troppo, perché raccontano un momento preciso.
Le lascio quasi intatte. Solo qualche parola ha bisogno di maturare.

È già passato qualche anno. I primi anni sono stati difficili, come per tutti, del resto e non voglio mettermi a scrivere qui dilungandomi oltre misura sulla ventottesima crisi mondiale del modello di business del capitalismo e dei complotti cinesi sul virus, diffuso per scopi geopolitici.

Anni di Pistakkio®, con alti e bassi, clienti pochi, altalenanti, collaborazioni magari anche brevi, ma tutto sommato buoni risultati, anche senza sfracelli. Tenere duro come tutt*, già tanto tenere botta. Socialità quasi azzerata, appuntamenti di lavoro azzerati o quasi, a parte quest’ultimo periodo. Preventivi tanti, interesse buono, poi si conclude relativamente poco. Se dovessi dare un voto a me stesso, mi darei 6+. Mai star fermi, prospettive promettenti, ma c’è sempre tanto da fare. Sviluppi futuri? Sì, fiducia e ottimismo non devono mai mancare. Proprio ieri sentivo in televisione una bella citazione di Benedetto Croce che, scrivendo allo storico Giustino Fortunato, dichiarò: “Se servisse a qualcosa, sarei pessimista!”.

È vero. Non serve essere pessimista. Tutti questi sfracelli di crescita esponenziale non si vedono all’orizzonte e non solo per il macroscenario internazionale, guerre più o meno verosimili alle porte. Ma anche il micro non è che sia tutto ‘sto roseo. Tanti fenomeni da baraccone, vedo in giro, anche nel mio settore del marketing. Colleghi che non dico millantino, ma troppo celodurismo, di cui mi sono stufato.

Questo quarto anno di Pistakkio® sarà quindi all’insegna del consolidamento dei sani rapporti di networking che ho instaurato in questo periodo.

Forse è deformazione professionale, dopo vent’anni passati a tradurre dal tedesco, ma il mondo tedesco è stato il mio mondo culturale, l’humus in cui mi sono formato come professionista e come giovane uomo. La cultura tedesca mi ha plasmato nel mio essere profondamente pragmatico, sebbene allo stesso tempo visionario (e, passatemi la confessione, anche un po’ romantico).

Ricordo una grande assemblea di una multinazionale tedesca, assemblea a cui non partecipai per lavoro, ma che vidi in streaming qualche tempo fa. Stava parlando il CEO di una grossa multinazionale tedesca dell’automotive e ricordo ancora l’esempio motivational che fece alla fine del suo discorso. Disse qualcosa come:

“[E quindi affinché possiamo andare avanti e ripartire…]
…Seife zusammenpacken und los!”

Cosa impensabile per un grande manager italiano. Francamente difficile anche da spiegare. L’azione dello “zusammenpacken” è l’azione di compattamento della vecchia saponetta che sta per finire, con quella nuova, intonsa. Le saponette sottili che stanno per esaurirsi non si buttano, bensì si ricompattano a quelle nuove, magari dello stesso tipo, così non si nota la differenza di fragranza!

“[E quindi affinché possiamo andare avanti e ripartire…]
…compattiamo la saponetta e via!”

Capite che in questo non c’è solo uno spirito di parsimonia, ma anche di resilienza (parola che va molto di moda, ma che alla fine torna sempre d’attualità a ognuna delle ventotto crisi degli ultimi anni). C’è una consapevolezza nel fronteggiare le difficoltà, a dispetto del fatto che una multinazionale abbia risorse ingenti, che però devono essere centellinate sempre, anche quando si parla di miliardi di euro.

Tralascio il fatto che un manager italiano non avrebbe mai potuto fare un esempio simile, nemmeno al bar in privato, figuriamoci all’assemblea dei soci o al resoconto agli azionisti. Gli industriali di casa nostra sono troppo impegnati a gustarsi gli aperitivi al bar di Confindustria per poter fare dei paragoni così azzardati. Troppo fighetti. Lascio a voi le definizioni. Magari viaggiano tronfi, a bordo di una delle automobili, il cui CEO aveva fatto questa metafora azzardata, ma efficace.

Oggi se vai su Google, vero analizzatore dei tempi, e scrivi “saponetta”, ecco che cosa ti compare.

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La autocompletion della SERP di “saponetta” su Google

Tanti progetti, quindi. E ricordatevi che il sapone liquido è anche meno ecologico! Molto meglio la saponetta, specialmente se è una bella saponetta neutra toscana all’olio di oliva! 🌳

Alcune scelte non invecchiano.
Si limitano a chiederti, ogni anno, se le rifaresti.
La risposta, per ora, è sì.

Blogging is an Attitude

Woman wearing multicolored sweater and red denim jeans near yellow vehicle
Woman wearing multicolored sweater and red denim jeans near yellow vehicle

Blogging is an Attitude

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Scrivere, come atto di connessione

C’è una verità scomoda che chiunque scriva, prima o poi, deve accettare: la scrittura non è un talento, è una postura. Non nasce da un’ispirazione divina, né da un momento di grazia. Nasce da una decisione. E, soprattutto, da un gesto che precede ogni idea brillante: sedersi e iniziare.

Viviamo immersi in una retorica tossica che ci racconta la scrittura come qualcosa di elitario, quasi iniziatico. Come se per scrivere servisse un permesso invisibile, una consacrazione esterna o, peggio ancora, l’approvazione di un pubblico che non conosciamo nemmeno. È una menzogna elegante, ma pur sempre una menzogna. Scrivere non è attendere. Scrivere è fare.

E fare, oggi, è un atto controcorrente.

L’unica regola che conta davvero

Per scrivere esiste una sola regola. Tutto il resto è letteratura, in senso ironico.

Il metodo per iniziare è disarmante nella sua semplicità, e l’ho imparato in un periodo storico in cui il mondo sembrava essersi fermato, ma le menti no: una pandemia, una casa che diventava tutto, un tempo sospeso che chiedeva di essere riempito di senso.

Il metodo è fatto di due soli passaggi:

  • siediti, mettiti comodo, in una posizione che non ostacoli il pensiero
  • fai l’unica cosa che devi fare: scrivi

Fine.

È così semplice da far cadere le braccia. Ed è proprio per questo che è così difficile. Perché non possiamo nasconderci dietro strumenti, corsi, rituali preparatori o alibi tecnologici. A un certo punto resta solo una tastiera, un foglio, e una domanda muta: hai davvero qualcosa da dire?

Il grande sabotatore: la distrazione permanente

Se c’è un nemico dichiarato della scrittura contemporanea, non è la mancanza di idee. È la frammentazione dell’attenzione. Quel piccolo oggetto rettangolare che teniamo sempre a portata di mano, utilissimo, geniale, ma spietato: lo smartphone.

Non è una crociata moralista, sia chiaro. Il problema non è lo strumento, ma l’uso compulsivo che ne facciamo. Ogni notifica è una micro-frattura del pensiero. Ogni scroll è un invito a non approfondire. E la scrittura, quella vera, vive invece di continuità, di immersione, di tempo non interrotto.

Scrivere significa accettare il silenzio. E oggi il silenzio fa paura.

Scrivere è un gesto sociale, non solitario

C’è un equivoco romantico duro a morire: lo scrittore come figura isolata, chiusa in una stanza, separata dal mondo. È un’immagine suggestiva, ma falsa. La scrittura è, per sua natura, un atto di connessione.

Scriviamo per entrare in relazione. Con chi leggerà, con chi non sarà d’accordo, con chi userà le nostre parole per costruire altro. Scrivere è un gesto di apertura, non di chiusura. È dire: io sono qui, questo è il mio punto di vista, prendilo, contestalo, portalo altrove.

In questo senso, la scrittura è profondamente politica, anche quando non parla di politica. È una dichiarazione di presenza nel mondo.

La “sharing attitude” come postura mentale

La cultura della condivisione non nasce dai social network. Nasce molto prima, dal desiderio umano di lasciare tracce, di non disperdere il pensiero. Internet ha solo accelerato e reso visibile qualcosa che esisteva già: la necessità di mettere in comune ciò che sappiamo.

Scrivere oggi significa accettare che il testo non ci appartiene più nel momento stesso in cui lo pubblichiamo. E va bene così. Anzi, è proprio lì che inizia la parte interessante. Quando le parole smettono di essere nostre e diventano relazione.

Non aspettare di essere pronto

Uno degli errori più raffinati, e quindi più pericolosi, è aspettare di sentirsi pronti. Pronti a scrivere meglio. Pronti ad avere più tempo. Pronti a essere all’altezza.

La verità è brutale e liberatoria allo stesso tempo: non si è mai pronti. La scrittura non premia la perfezione, premia la continuità. Premia chi accetta di scrivere male oggi, per scrivere meglio domani. Premia chi non delega il gesto a un futuro ipotetico.

Vai e fai

Alla fine, tutto si riduce a questo. Non a una filosofia complessa, non a una teoria sofisticata, non a un manifesto altisonante.

Vai e fai.

Siediti. Spegni il rumore. Accetta l’imperfezione. Scrivi una frase. Poi un’altra. Poi smetti. E domani ricomincia.

Scrivere non è dimostrare di essere speciali. È scegliere di essere presenti. In un mondo che ci vuole reattivi, veloci e superficiali, scrivere è un atto di resistenza gentile.

E non serve altro.