Cloudflare Outage, 18 novembre 2025: ricostruzione verosimile di come si è spento il web (secondo me 😊)

Fabrizio gabrielli, seo expert, si tiene la testa tra le mani davanti a un errore cloudflare 502/503 sul laptop, scrivania caotica e kawasaki anni ’70 sullo sfondo. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio

Tempo di lettura: 9 minuti

Un articolo tecnico-narrativo che parla di fragilità digitale, rollout falliti e la nostra illusione di onnipotenza informatica

🔰 DISCLAIMER (leggetelo davvero)

Lo scrivo subito, senza girarci intorno:
quello che leggerai è una ricostruzione verosimile, non un report ufficiale di Cloudflare.

Non esistono – almeno al momento in cui scrivo – informazioni pubbliche sulle specifiche righe di codice, sui moduli Rust effettivamente coinvolti o su quale componente abbia innescato la cascata che ha portato al blackout mondiale del 18 novembre 2025.

Questa è una ricostruzione tecnica possibile, plausibile, credibile… ma non verificabile.

E c’è un’altra cosa che voglio confessare, per trasparenza totale.

👉 Io uso Cloudflare. Uso i loro servizi a pagamento.
E fabri.news è hostato su Cloudflare.

Sì, il giorno dell’outage, anche questo sito è andato giù.
Sono stato colpito come tutti. E come tanti, mi sono ritrovato a guardare una schermata bianca pensando:

“Se è giù Cloudflare, è giù il mondo.”

E dunque ciò che leggerai qui è la mia interpretazione tecnica, sì, ma anche un tentativo di capire e far capire che cosa significhi, davvero, costruire il nostro futuro digitale sopra fondamenta così sottili.

Potrebbe essere andata così.
Oppure no.
Ma ciò che conta è cosa ci insegna questa possibilità.

🧩 1. Il giorno in cui Internet tossì… e tutti capimmo di essere malati

Il 18 novembre 2025, intorno alle 12:20 CET, accade qualcosa di strano.

Prima piccoli rallentamenti.
Poi servizi che non caricano.
Poi errori intermittenti.
Poi silenzio.

Silenzio digitale, s’intende: il tipo di silenzio che fa paura ai professionisti del web più di qualsiasi blackout elettrico. Perché un blackout elettrico ha cause ovvie.

Quando cade Internet, invece, tutto è più opaco, più inquietante, più… tecnicamente metafisico.

In poche decine di minuti smettono di funzionare:

  • ChatGPT
  • X (ex Twitter)
  • Spotify
  • Amazon
  • SEOZoom
  • Ahrefs
  • Perplexity AI
  • Claude (Anthropic)
  • migliaia di SaaS
  • milioni di siti corporate

Compreso questo: fabri.news.

“Cloudflare è giù” è il messaggio che rimbalza da un backend Slack all’altro, da un dev al suo collega, da un sysadmin all’altro.

E quando Cloudflare è giù, tu puoi essere tranquillo, bilanciato, resiliente, avere Kubernetes distribuito e serverless replicato:
se cade l’intermediario, cadi anche tu.

L’autostrada era perfetta.
Le auto erano perfette.
Era il casello ad essere esploso.

🔍 2. Il cuore nascosto del web: cosa fa davvero Cloudflare

Se chiedi a un cittadino medio cosa sia Cloudflare, ti risponderà:
“un’azienda tech” (ammesso che lo sappia).

Se lo chiedi a un addetto ai lavori, ti dirà:

“una CDN, un firewall, un reverse proxy, un DNS, un edge network”.

La verità?
Cloudflare è un sistema circolatorio.

Un’infrastruttura capillare da cui passa circa il 20% del traffico Internet mondiale: un numero che dovrebbe far tremare i polsi. E non perché sia male — Cloudflare offre servizi eccellenti — ma per la concentrazione di responsabilità.

Tecnicamente, Cloudflare è un insieme di:

  • centinaia di data center “edge”
  • migliaia di nodi autonomi
  • servizi distribuiti
  • principi di sicurezza zero-trust
  • moduli scritti in Rust, Go, Zig, Lua, Python
  • rollout rapidi di configurazioni globali

E soprattutto:
un livello di automazione tale che una singola scelta sbagliata può diventare globale in millisecondi.

Per capirci: quando un ingegnere Cloudflare clicca “apply”, quell’apply non è come il nostro “aggiorna plugin”.

È un comando planetario.

⚙️ 3. PARAGRAFO TECNICO 1 — Come si propaga un errore in una rete edge globale

Ogni volta che Cloudflare aggiorna una configurazione, parte una propagazione ottimistica.

Significa che presume che il nuovo file sia valido e lo distribuisce rapidamente ai suoi edge nodes.

In un mondo perfetto, la validazione dovrebbe impedire errori.
Nel mondo reale, a volte, una condizione logica sfugge.

Ecco un esempio immaginario, ma molto plausibile, in Rust:

fn apply_config(new_config: Config) {

    if new_config.version <= CURRENT_CONFIG.version {

        log::warn!("Outdated config received");

    } else {

        // ❗ E qui inizia il problema

        CURRENT_CONFIG = new_config;

    }

}

In pratica:
un controllo insufficiente sulla validità del payload.

Un apply() troppo permissivo.

Una piccola leggerezza.
Una minuscola riga di codice.

Una farfalla nello Zimbabwe batte le ali, e un reverse proxy a Singapore va in overload.

💥 4. PARAGRAFO TECNICO 2 — L’istante esatto del collasso

Ogni ingegnere di sistemi distribuiti conosce il suono sordo del panico nei log.

La parte peggiore degli incidenti è il momento in cui capisci che ormai il rollback non basterà.

In un processo di propagazione massiva, se uno dei moduli critici — firewall rules, load balancing config, certificate routing — riceve un valore sbagliato, può comportarsi così:

match validate(new_config) {

    Ok(_) => commit(new_config),

    Err(e) => panic!("Critical config error: {:?}", e), // 🚨

}

Quel panic!() è la pistola di Sarajevo dell’ecosistema digitale.

Perché un panic locale, in un edge isolato, è recuperabile.

Ma un panic sincronizzato su 50, poi 150, poi 400 edge nodes…
è uno tsunami.

Tempo stimato del collasso:
sotto i 2 minuti.

🌐 5. PARAGRAFO TECNICO 3 — L’effetto farfalla digitale

Il più grande paradosso dei sistemi distribuiti è che il loro punto di forza (parallelismo) è anche la loro debolezza.

Esempio Rust verosimile:

async fn propagate_config(cfg: Config) {

    for edge in ALL_EDGES {

        tokio::spawn(async move {

            let _ = edge.apply(cfg.clone()).await;

        });

    }

}

Il problema?
Tokio, l’executor asincrono di Rust, è troppo veloce.

La propagazione è istantanea.
Troppo istantanea.

Il “rumore” di una configurazione sbagliata si cristallizza attraverso la rete come una vibrazione perfetta.

È come se qualcuno battesse le mani dentro una cattedrale e ogni superficie riflettesse il suono in modo costruttivo, amplificandolo invece di disperderlo.

🪫 6. PARAGRAFO TECNICO 4 — L’oscurità: quando mezzo web diventa 502

All’inizio, gli errori sono piccoli.
Timeout.
Latenza anomala.
Alcune regioni che rispondono più lente del solito.

Poi, una cascata:

  • 502 Bad Gateway
  • 520 Unknown Error
  • 525 SSL Handshake Failed
  • 523 Origin Unreachable

Ogni edge in panic smette di fare da ponte.

Ogni server origin dietro Cloudflare diventa non raggiungibile dal mondo.

È come un blackout elettrico, ma non dell’energia:
dell’instradamento stesso della realtà digitale.

Ed è qui che fabri.news smette di rispondere.
Per la prima volta dalla sua esistenza.

E per qualche minuto, mentre guardo la pagina bianca, penso:

“Questa è la cosa più vicina a un attacco al tessuto stesso di Internet che abbiamo mai visto.”

🧠 7. PARAGRAFO CONCETTUALE — La resilienza che pensavamo di avere e che non abbiamo

Viviamo nell’illusione che il web sia resiliente, distribuito, anti-fragile.
In parte è vero.
In parte… è una fiaba.

Il problema non è tecnico, ma sistemico:

  • Pochi grandi provider
  • Tanta automatizzazione
  • Rollout planetari istantanei
  • Dipendenza invisibile fra servizi
  • Assenza di fallback glocal

Il web è come una città moderna:
se chiudi un ponte secondario non succede nulla.
Se chiudi un ponte principale, la città si blocca.
Se chiudi tutti i ponti contemporaneamente, la città collassa.

Il 18 novembre 2025, è successo questo.

📈 8. PARAGRAFO SEO — Cosa vede Google quando tutto esplode

Google è più intelligente di quanto pensiamo, ma anche più vulnerabile.

Quando rileva errori 500 su larga scala, fa tre cose:

  1. Sospende il crawl attivo per non peggiorare la situazione.
  2. Riduce il crawl budget, perché presume un problema lato server.
  3. Posticipa l’aggiornamento dell’indice.

Nel breve periodo, non ci sono danni permanenti.
Nel medio periodo, può esserci instabilità.

La soluzione?

Audit, osservazione, monitoraggio.

Link utili:

🧱 9. PARAGRAFO FILOSOFICO — Il web come costruzione antropologica fragile

Internet non è una rete di computer:
è una rete di compromessi:

  • compromessi economici (efficienza > sicurezza),
  • compromessi culturali (velocità > resilienza),
  • compromessi sociali (centralizzazione > ridondanza).

Ogni scelta tecnica è una scelta di civiltà.

Quando il web cade, non è solo un problema informatico:
è un problema antropologico.

Rivela la nostra dipendenza, la nostra fiducia mal riposta, la nostra ingenuità costruttiva.

🌍 10. PARAGRAFO GLOCAL — Perché il futuro potrebbe essere locale, non planetario

Non sto dicendo che dobbiamo abbandonare Cloudflare.
Io stesso continuerò a usarlo.

Ma il futuro del web passa da:

  • provider più piccoli
  • infrastrutture più vicine alle persone
  • diversificazione
  • strategie glocal
  • data center di prossimità

Esempi interessanti – Ti presento l’hosting di fabri.news e di Pistakkio:

Il futuro è un mosaico.
Non è un monolite.

📡 11. PARAGRAFO TECNICO FINALE — La versione “corretta” del codice che avrebbe evitato il disastro

Una possibile variante Rust che avrebbe potuto salvare il sistema:

pub fn safe_apply(cfg: Config) -> Result<(), ConfigError> {

    if !cfg.is_valid() {

        return Err(ConfigError::Invalid);

    }

    if cfg.version <= CURRENT.load(Ordering::SeqCst) {

        return Err(ConfigError::Outdated);

    }

    CURRENT.store(cfg.version, Ordering::SeqCst);

    Ok(())

}

Un return in più.
Un guardiano in più.
Una riga evitata.

A volte la resilienza è minuscola.
E grandissima.

🟩 12. ARE WE READY? — La prossima volta che il mondo si spegnerà, capiremo meglio perché

Questo articolo non vuole essere un atto d’accusa.
Né una tragedia greca.
Né un manuale di “ecco cosa Cloudflare ha sbagliato”.

Cloudflare è un servizio fantastico, creato da persone competenti di livello mondiale, a cui io, umile SEO Expert, non sarei giammai nemmeno degno di “legare i lacci dei sandali”. Cloudflare tra l’altro mette il suo servizio a disposizione gratuitamente per tutti. Infatti, Cloudflare offre un piano gratuito spettacolare e anche la VPN di Cloudflare, che si chiama 1.1.1.1, è gratuita per tutti, anche via smartphone.

Quindi, questo articolo è solo il tentativo di leggere un evento globale come:

  • un warning,
  • una possibilità,
  • un caso di studio,
  • un invito a progettare un web migliore.

Il 18 novembre 2025 ci ha ricordato che:

  • Internet è straordinaria, ma fragile.
  • L’automazione è potente, ma crudele.
  • La centralizzazione è efficiente, ma pericolosa.
  • La resilienza è un’arte, non un optional.

E che anche un sito piccolo come fabri.news può cadere insieme ai giganti.

Ma può anche risorgere.
E raccontarlo.

📎 LINK UTILI & RISORSE

Perché l’idraulico ha sempre ragione

Illustrazione ironica di fabrizio accanto a un idraulico che sistema un lavandino allagato in una cucina moderna. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 5 minuti

La resa del consulente digitale

Conosci quella sensazione quando torni a casa dopo otto ore di call con un cliente importante del Nord Italia, tre report, una dashboard che non si aggiorna, e pensi:

“Oh, oggi ho fatto il mio dovere nel mondo.“

È allora che accade l’inevitabile: “zac”, il destino ti punisce come solo il destino sa fare: apri il rubinetto e non esce acqua.

È in quel momento, esatto, che capisci come funziona davvero la società contemporanea: non comanda la politica, non comanda l’economia, non comando io (che pure lavoro con multinazionali del web).

Comanda l’idraulico.
E ha sempre ragione.
Sempre.

Quando lavori con i big, ma vincono i tubi

Il mio lavoro, per chi avesse avuto la fortuna di vivere finora in un eremo camaldolese, consiste nel passare da un algoritmo a un cluster come un equilibrista tra due palazzi. È un mestiere “pulito”, elegante: energia mentale, occhi rossi alla sera che non riesco nemmeno a guardare la TV, caffeina in endovena.
Parliamo di AI, KPI, ROI e altre tre lettere che fanno molto fatturato.

Poi però succede che alle 7 di mattina mi lavo la faccia e il lavandino gorgoglia come una balena in fin di vita.
E capisco subito chi comanda.

Spoiler: non sono io.

Perché mentre io passo settimane ad aggiornarmi, tipo


“oh, questa settimana studiamo il nuovo modello linguistico che sostituirà quello della settimana scorsa”,


lui arriva con la sua chiave inglese, lo stesso modello del ’97, mai aggiornata, e mi dice:

“Eh, qui ll’è tutto da rifare!”.

Ebbene sì: il mio idraulico parla come Gino Bartali.

E tu non osi nemmeno chiedere cosa sia questo “Tutto”.
Ha ragione.
A priori.

Formazione avanzata contro il quaderno a quadretti

Io, per fare il mio mestiere, investo: corsi, masterclass, software, abbonamenti, certificazioni che scadono più presto dello yogurt. Certo, vedo bella gente, giro ai convegni con la pennina roller gel che scrive bene e ho una carriera costruita con pazienza certosina, tra linee guida, aggiornamenti e quella sensazione costante di essere sempre due versioni indietro.

L’idraulico invece ha un altro tipo di formazione.
Non “più semplice”.
Più… definitiva.

L’idraulico non si aggiorna: è aggiornato per natura.
Lui sa.
Come il monaco Zen sa illuminarsi, lui sa individuare all’istante la perdita che tu non sapevi nemmeno di avere.

E non ha bisogno, né di webinar, né di newsletter del settore, né di RSS feed da seguire per essere aggiornato sulle ultime baggianate che ha detto il capo di Google o quello di OpenAI.
All’idraulico basta guardare quel tubo con l’aria di chi sta giudicando la tua intera esistenza.

Tu vorresti quasi giustificarti.

“Guardi, sì, forse è colpa mia, magari non ho mantenuto correttamente il flusso…”

E lui, serafico:
“Eh, appunto”.

Ha lo stesso tono di voce di mia nonna, quando a sei anni rientravo a casa con 2 minuti e 32 secondi di ritardo per la cena.

L’economia parallela del tubo flessibile

Io fatturo 40 euro l’ora, con fattura elettronica, IVA, ritenuta di acconto, contributi, marca da bollo, dichiarazione dei redditi e, volendo, pure l’accompagnamento musicale.
Tu lo sai quanto resta pulito?
Non lo voglio nemmeno dire, che divento tarantolato.

L’idraulico?
25 euro l’ora.
A voce.
Senza ricevuta, ma proprio per evitare di appesantirti, come ti dice lui con quella premura da zio buono.

E il bello è che lo paghi volentieri.
Con un entusiasmo che non mostri nemmeno per Amazon Prime.

Hai notato che l’idraulico non ti propone mai “preventivi”?
No, lui annuncia.
Come l’oracolo di Delfi.

“Sono 180”.

Non dice euro. Dice “180”.
È una cifra assoluta, cosmica, incontestabile.

Tu paghi.
Senza contrattare.
Non ti sogneresti mai di chiedere:

“Mi fa un report dettagliato dei costi?”
Che poi è quello che chiedono a me!

Perché l’idraulico non consegna report, consegna la salvezza.

L’idraulico, figura archetipica del nostro tempo

Il punto è semplice: l’idraulico non vende ore, non vende competenze, non vende materiali.
Vende pace mentale.
Che è la valuta più preziosa dell’epoca contemporanea.

Io posso ottimizzare funnel, gestire un server all’altro capo del mondo per un e-commerce che fattura milioni, scrivere articoli, integrare automazioni sofisticate, migliorare Core Web Vitals e persino spiegare a un cliente perché

“Google non ce l’ha con te, ce l’ha con tutti”.

Ma se un tubo decide di suicidarsi,
se la caldaia inizia dà vita a uno sciopero selvaggio e smette di scaldare l’acqua,
se la lavatrice inizia a vibrare come un Boeing al decollo…
Beh, la mia competenza diventa irrilevante.

È in quel momento che ti rendi conto della natura profonda del mondo:
viviamo in una società che funziona grazie a pochi eroi invisibili.
E il primo della lista è sempre lui.

La morale, per quanto amara, è che l’idraulico vince sempre

Non fraintendetemi: amo il mio lavoro, amo l’AI, amo la SEO, amo persino i clienti che mandano messaggi vocali da 6 minuti con la frase “proprio una cosa veloce”.
È la mia vita professionale, la mia vocazione, la mia passione nerd.

Ma devo riconoscere un principio fondamentale del Creato:

L’idraulico vince sempre.
E il banco vince sempre.
E l’idraulico è il banco.

Lui arriva, sistema con la sua chiave del ’97 e se ne va.
E tu, sconfitto, ma ossequioso, con gli inchini in stile “tempio giapponese”, gli apri la porta come se stessi salutando un sacerdote che ha appena celebrato un rito di purificazione domestica.

Io posso salvarti il sito.
Lui ti salva la vita.

E chi salva la vita…
ha sempre ragione.

Cinquant’anni senza Pier Paolo Pasolini: un ricordo che brucia ancora

Figura maschile di spalle, senza cappello, capelli alla pasolini, che cammina con il cappotto sulla spiaggia notturna di ostia sotto un lampione; mare scuro a destra, palette con dominanza di verde. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 12 minuti

Sai quella sensazione quando una voce del passato ti parla con una chiarezza quasi offensiva, come se conoscesse già le nostre debolezze di oggi? A me succede con Pier Paolo Pasolini. Cinquant’anni dopo la notte di Ostia, il suo sguardo rimane un lampo, una ferita luminosa. Non ho la pretesa di farne l’esegeta; mi porto addosso, piuttosto, l’eco di un incontro che mi ha raddrizzato la schiena e cambiato il lessico interiore. Tre anni fa, nel centenario della nascita, provai a dirlo in un pezzo che s’intitolava “Un fascio di nervi che ancora ci scalda il cuore”. Oggi torno su quella brace: non si è mai spenta.

Il primo attrito: Pasolini tradotto a voce bassa

Il mio primo contatto con Pasolini è stato chirurgico e intimo: tradurre. All’università, sotto la guida del professor Klein a Trieste, mi misi a maneggiare gli “Scritti corsari” come si maneggia un coltello: facendo attenzione a non perdere sangue, a non perdere senso. Tradurre Pasolini — renderne in tedesco la densità e quella sua prosa che s’impenna, si spezza, torna a correre — è stato un rito di passaggio. Capisci che non è semplice lessico: è temperatura emotiva, è posizione politica del corpo. Ogni parola trascina con sé l’odore di un’Italia che si sta trasformando, e che lui fiuta prima degli altri.

Lì ho imparato una cosa che, in fondo, mi ha tenuto compagnia fino ad oggi: la lingua è un atto di responsabilità. Se la pieghi male, mente. Se l’ascolti, ti costringe a guardarti allo specchio.

La TV, il consumismo, l’omologazione: il futuro che ci ha avvisati

Le apparizioni televisive di Pasolini — scoperte postume, come cartoline mandate da un tempo che ci aveva già previsto — mi hanno sempre dato la stessa scossa: profeta riluttante che leggeva il presente con una ferocia quasi clinica. Nella sua diagnosi del consumismo e dell’omologazione c’era qualcosa che andava oltre la polemica: un cordone sanitario messo intorno all’anima. Quando Pasolini parlava di una mutazione antropologica, non stava facendo poesia: stava tenendo un rapporto in diretta con il futuro.

E qui arriva il bello (o il difficile): oggi che viviamo immersi in algoritmi che selezionano la nostra fame, in video virali e nella recita permanente dei politici-influencer, quelle parole suonano come una sveglia senza snooze. L’idea che la TV avrebbe trasformato la politica in spettacolo era solo il primo atto; il secondo — i social — ha privatizzato la piazza e messo l’ego in franchising. Pasolini aveva visto benissimo: il rischio non è la volgarità del linguaggio, ma la perdita di realtà. E quando perdi realtà, perdi anche bellezza.

Guardare i film (o farsi guardare da loro)

Confesso una cosa scomoda: non sono mai riuscito a finir di vedere un film di Pasolini senza pause, andirivieni, fiato corto. Ho provato con Il Decameron, ho tentato con Medea, mi è rimasto incagliato nella memoria questo film girato nella laguna di Grado, dove ero spesso quando studiavo all’Università di Trieste — la densità delle immagini mi spingeva fuori bordo e subito mi richiamava dentro. Poi, di recente, un documentario su Accattone visto su Rai Storia mi ha riaperto la porta: ho capito che non è “difficile” Pasolini; difficile sono io, che cerco il conforto della trama, la carezza del ritmo, mentre lui ti mette davanti corpi, fame, desiderio, colpa. Ti chiede di sottrarre scenografia per guardare le facce. Ti chiede attenzione.

Forse i suoi film non si “guardano”: ti guardano. E non sempre siamo pronti.

Pasolini come grammatica morale (per non diventare cinici)

C’è un Pasolini critico, giornalista, corsaro; un Pasolini poeta che sa che il dolore ha grammatica, non solo volume; e c’è un Pasolini che ci serve oggi come bussola morale, quando la tentazione è cedere al cinismo. Perché è comodo — lo so benissimo — archiviare tutto sotto il registro del “sono tutti uguali, non cambia niente”. E invece no: nelle sue pagine migliori, Pasolini ti ricorda che scegliere è ancora possibile, che la lingua può ancora riposizionare il mondo di mezzo centimetro, quanto basta per far entrare più luce.

In fondo, quello che mi rimane addosso — e che vorrei rimanesse a chi passa di qui — è l’idea che la realtà meriti una cura linguistica. Non è manierismo: è etica. Se non scegliamo le parole, qualcun altro sceglierà il racconto al posto nostro.

Una cartolina al ragazzo che sono stato

C’è un’immagine che mi torna spesso: io, vent’anni, con quaderni fitti e una penna che graffia; fuori, una città di confine; dentro, una fame d’aria. Scopro Pasolini non come monumento, ma come difetto di fabbrica che mi autorizza a non essere dritto, a stare storto quando serve, a resistere quando la resa si traveste da buon senso. È una cartolina che spedisco al ragazzo che sono stato: non diventare impermeabile. Lascia che le cose ti feriscano; solo le ferite insegnano.

E quando torno a rileggerlo — i Corsari, Le ceneri di Gramsci, certe interviste che sembrano interrogatori al paese — ritrovo sempre quel tono da testimone scomodo. Scomodo, sì, ma necessario.

Cinquant’anni dopo: cosa ci chiede PPP

Forse, oggi, il modo più onesto di celebrarlo è metterci in discussione. Non farne un santino, ma una domanda aperta. Cosa ci chiede Pasolini, adesso? Di disobbedire alla pigrizia con cui consumiamo storie; di difendere le minoranze senza trasformarle in alibi; di non arrenderci alla rassegnazione. E poi — lo dico da autore, da lavoratore della parola — ci chiede di essere radicali nella cura: meno slogan, più verità. Meno rumore, più stile. Non per estetismo, ma perché lo stile è responsabilità: è il modo in cui stiamo al mondo.

E sì, c’è ancora quell’oscura chiamata alla bellezza. Non quella levigata dei feed, ma la bellezza imperfetta, contraddittoria, che si siede sul bordo della realtà e non la inganna.

Se oggi scrivo questo, è per dichiarare — a me per primo — che Pasolini mi serve: come un promemoria contro l’indifferenza, come una disciplina del pensiero, come una musica irregolare che impedisce alla coscienza di addormentarsi. L’articolo di tre anni fa era un grazie di pancia. Questo è un impegno: tenere accesa la bruciatura delle sue parole, lasciarle lavorare, non anestetizzarle.

Perché certi fuochi — i migliori — non scaldano soltanto. Bruciano. E ci obbligano a cambiare pelle.

Il famoso articolo “Io so”, pubblicato il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera

L’articolo “Io so”, scritto da Pier Paolo Pasolini e pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, rappresenta una delle denunce più potenti e celebri sui cosiddetti “misteri italiani” legati agli anni delle stragi, delle trame eversive e delle complicità tra poteri occulti e apparati dello Stato.​

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”

Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Contesto e significato

Pasolini si riferiva in particolare al periodo della “strategia della tensione” che caratterizzò l’Italia fra gli anni Sessanta e Settanta, segnata da attentati come quello di Piazza Fontana (Milano, 1969), Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e la Stazione di Bologna (1980). In questo contesto di paura e instabilità, l’articolo si fa portavoce di un’accusa durissima contro chi, a vario titolo, aveva pianificato e coperto questi atti di terrorismo per mantenere lo status quo e proteggere il potere.​

Il contenuto della denuncia

Nel testo, Pasolini ripete più volte la frase “Io so”, facendo un uso sapiente della figura retorica dell’anafora. L’incipit “Io so” viene ripetuto a inizio di più frasi per rafforzare il messaggio.​ Pasolini aggiunge però: “ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Questa formula sconvolgente serve a denunciare apertamente che le trame e le responsabilità erano, nella realtà, conosciute e diffuse tra gli intellettuali e i cittadini più attenti, ma che il sistema, compresa la magistratura e la stampa, impediva di trasformare queste conoscenze in giustizia effettiva. Pasolini dichiara di conoscere i nomi dei responsabili delle stragi e dei tentati colpi di Stato, ma sostiene che non può provarlo giudiziariamente; la sua è una verità “intellettuale”, composta mettendo insieme fatti apparentemente frammentari e privi di logica, formando così un quadro coerente che il potere cerca di mantenere oscuro.​

“Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato ‘golpe’ (e che in realtà è una serie di ‘golpe’ istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna*.

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.”

Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974

(* n.d.r.: Pasolini si riferisce alla strage sul treno Italicus del 1974, non a quella ancora più efferata del 2 agosto 1980)
Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Clicca qui, se vuoi leggere l’articolo “Io so” di Pasolini in versione integrale, tratto dal sito del Corriere della Sera.

Il ruolo degli intellettuali

L’articolo è anche un atto d’accusa verso la classe politica e un appello al ruolo civile degli intellettuali, che secondo Pasolini devono denunciare i meccanismi occulti del potere, anche a rischio della propria sicurezza personale. Denuncia la delusione per il silenzio e la complicità degli altri intellettuali dell’epoca, ritenendo che la loro funzione originaria di “coscienze critiche” stesse ormai scomparendo.​

Un’eredità di denuncia

“Io so” viene ancora oggi ricordato come un manifesto della libertà di stampa, dell’importanza di non tacere davanti alle ingiustizie e come testimonianza dello scandalo della corruzione e dell’omertà che segnava l’Italia di quegli anni. Molti vedono nella morte violenta di Pasolini, avvenuta nel 1975, proprio una conseguenza della sua scomoda posizione pubblica e delle verità che la sua voce aveva osato sfiorare.​

Dietro l’articolo “Io so” c’è la straordinaria capacità di Pasolini di individuare, denunciare e narrare i meccanismi più occulti e oscuri del potere, anticipando – con intuizione quasi profetica – molti degli sviluppi e delle contraddizioni della storia italiana contemporanea.

Quali sono i riferimenti storici citati nell’articolo “Io so”

L’articolo “Io so” di Pier Paolo Pasolini contiene numerosi riferimenti storici espliciti agli eventi più drammatici della storia italiana tra gli anni ‘60 e ‘70, citando stragi, golpe (colpi di Stato tentati), movimenti politici e apparati di potere.​

Eventi storici citati

  • Strage di Milano (Piazza Fontana, 12 dicembre 1969): Pasolini denuncia i responsabili della strage avvenuta nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, primo grande episodio della “strategia della tensione”.​
  • Stragi di Brescia (Piazza della Loggia, 28 maggio 1974) e Bologna (treno Italicus, 4 agosto 1974): cita i mandanti e gli autori delle violenze bombarole attribuite all’estrema destra neofascista e a gruppi eversivi.​
  • Golpe e colpi di Stato: si riferisce ai tentativi di sovvertire la democrazia attraverso la minaccia golpista messa in atto da gruppi di potere legati ai “vecchi fascisti” e ai vertici delle istituzioni, supportati – secondo l’autore – da enti come la CIA, la mafia e i colonnelli greci.​
  • Crisi politica post-1968: fa riferimento alla reazione del potere ai moti del ‘68 e ai movimenti progressisti, leggi sui diritti civili e il referendum sul divorzio, come momenti in cui certi gruppi di potere avrebbero orchestrato atti eversivi per “tamponare” la spinta riformatrice.​

Personaggi e responsabilità

Pasolini parla dei “vecchi fascisti”, di gruppi neofascisti, dei “potenti” ai vertici dello Stato e di agenti stranieri, senza mai fare nomi, ma sottolineando il coinvolgimento di “persone serie e importanti”.​

Apparati coinvolti

  • CIA e colonnelli greci: riferisce il coinvolgimento di poteri internazionali (soprattutto statunitensi) e la complicità di forze straniere nella destabilizzazione italiana.​
  • Mafia: cita indirettamente l’apporto della criminalità organizzata nelle trame dei golpe e delle stragi.​

Questi riferimenti servono a dimostrare la profondità della denuncia di Pasolini sulla corruzione e la manipolazione dello Stato italiano in quegli anni.

Una chiosa “corsara”

E allora, cinquant’anni dopo, Pasolini ci fa ancora da specchio: non per restituirci una posa, ma per mostrarci le storture necessarie a rimanere umani. Non gli dobbiamo un altare: gli dobbiamo attenzione, quella specie rara di ascolto che separa il giudizio rapido dalla verità scomoda. Se “Io so” è stato un pugno sul tavolo della Storia, oggi è il nostro turno di dire “io vedo, io capisco” o, almeno, ci provo: i fili tirati, le parole svuotate, le bellezze addomesticate. E di scegliere, ogni volta, da che parte stare con la lingua e con le parole.

Per questo, più che commemorarlo, preferisco riconoscerlo in noi: nel rifiuto del cinismo di comodo, nella scelta di una cura linguistica che non anestetizzi, nella difesa di una bellezza contraddittoria che non fa sconti. Le braci del pezzo di tre anni fa erano vere; oggi ardono ancora. Sta a noi soffiare — non per fare spettacolo, ma perché quei fuochi continuino a bruciare le menzogne e a scaldare il coraggio.

Il dodecalogo del freelancer – La mia Vision

Scrivania di un freelance all’alba: taccuino “dodecalogo del freelancer”, penna stilografica blu, laptop chiuso, caffè caldo e poster jazz. — immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Dodici cose che ho capito, da quando mi occupo di digital marketing Tempo di lettura: 5 minuti Ho elaborato il mio personalissimo Manifesto del Freelancer, riferito in particolare alla mia attività di SEO Expert, SEO Specialist, come creatore e fondatore di una piccola startup come Pistakkio Marketing, ma che può …

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Come mi sono innamorato della Kawasaki

Bambino in un bar italiano anni ’80 interrompe il flipper e guarda una kawasaki z1300 verde parcheggiata al sole. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

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Un amore nato al bar di paese tra flipper e motori

Ci sono storie che si radicano nell’infanzia, come semi gettati in un terreno fertile, e che germogliano lentamente fino a diventare parte della nostra identità. La mia passione per Kawasaki è una di queste. Ha preso forma in un bar di paese, negli anni ’80, tra il clangore dei flipper e il rombo di un motore che sembrava provenire da un altro mondo. Ogni volta che ci penso, rivedo quel pavimento a scacchi sbrecciato, l’odore di caffè e tabacco, e la luce pomeridiana che tagliava il banco come una lama d’ambra.

Il bar come microcosmo sociale negli anni Ottanta

Negli anni ’80 il bar italiano era un universo a sé stante, un microcosmo pulsante di vita. C’era il bullo di periferia col chiodo, la ragazza in minigonna che rideva forte e che passava per farsi guardare, il pensionato con il giornale piegato in quattro e poi c’ero io: un bambino che giocava a flipper con dedizione assoluta. Sapevo calcolare rimbalzi e traiettorie, ma c’era qualcosa che riusciva a staccare le mie dita dalle palette: il suono di una moto che si avvicinava. Bastavano due note — un borbottio grave e una vibrazione lunga — e tutto il locale andava in dissolvenza. Uscivo di corsa, lasciando la pallina a metà strada verso il bonus.

La Kawasaki Z1300: un monumento su due ruote

Arrivava sempre dopo pranzo un giovane uomo, sulla trentina. Ai miei occhi di bambino era un eroe. Indossava occhiali scuri, una giacca di pelle vissuta, e non parlava quasi. Ma non era lui la calamita: era la sua Kawasaki Z1300. Sei cilindri, una presenza che occupava lo spazio anche da spenta, una linea che mescolava arroganza e armonia. Era una di quelle muscle motorbikes che negli ’80 incarnavano potenza e status symbol, con il suo design audace e il motore ipertrofico. Ogni bullone sembrava raccontare una promessa: strada, velocità, distanze che si accorciano.

Il rombo del motore che rapisce il bambino (io)

Ricordo quel suono come si ricorda una voce amata. Lo riconoscevo da lontano, prima ancora che la moto comparisse all’angolo. Era un richiamo irresistibile: lasciavo il tavolo, correvo fuori, mi mettevo di lato, a distanza di rispetto, per non disturbare il rito. Il proprietario finiva il caffè, infilava i guanti, girava la chiave. La Z1300 tossiva un istante col classico rumore del motore di avviamento elettrico (che in quegli anni era stata una grande innovazione) e poi ruggiva, piena, rotonda, con una nota che s’allungava come una scia. Quando partiva con una sgassata breve, sembrava un grido di libertà. In quei secondi capivo — senza parole — che le passioni non si spiegano: ti succedono.

Una geografia sentimentale fatta di curve

Crescendo ho imparato a leggere il mondo con la mappa delle curve. L’Appennino, le strade tra Volterra e San Gimignano, gli scollinamenti dove la luce cambia a ogni tornante: sono diventati una geografia sentimentale. Sulla moto, il tempo si dilata, il fruscìo dell’aria si mescola al battito del cuore; l’orizzonte si sposta appena un po’ più in là, come una promessa sempre rinnovata. Ogni viaggio è un montaggio: città che si sgranano in campagne, ponti che tagliano fiumi, gallerie che ti restituiscono all’aperto come se rinascessi.

La fedeltà alle cose che parlano di te

Quando finalmente ho potuto permettermi una moto, non ho avuto dubbi: doveva essere Kawasaki. Ne ho avute diverse, ognuna con il suo carattere, ma nessuna ha tradito quella grammatica di spinta, equilibrio e sincerità meccanica che avevo imparato nel bar. Oggi la mia compagna di viaggio è una Kawasaki ER6-F nera. Non troppo potente, ma grintosa quanto basta per regalare brividi. Con la sua semicarenatura, trasforma l’autostrada in una riga tracciata netta e le provinciali in una calligrafia di curve. Mi perdona gli errori, mi chiede attenzione, restituisce sempre presenza.

Kawasaki er6f

Rituali minimi: accendere, ascoltare, partire

Ci sono gesti che diventano preghiera laica. Girare la chiave, percepire il tic dei relè, ascoltare il primo respiro del motore, dosare la frizione quando ancora la città non è del tutto sveglia. Sono dettagli, eppure tengono insieme le giornate. In quel minuto prima di partire, la mente si mette in riga: le urgenze si appiattiscono, restano solo corpo e strada. È l’istante in cui capisci che non guidi per arrivare, ma per stare nel tragitto.

Cosa mi dice davvero Kawasaki

Mi chiede di essere onesto con la guida, di non fingere assetti né coraggio, di rispettare la fisica e gli altri. Mi regala controllo quando tutto intorno sembra andare fuori fuoco; mi ricorda che la libertà non è un assolo rumoroso, ma un’armonia di limiti e desideri. In anni di trasformazioni personali e professionali, Kawasaki è stata un metronomo: a ogni accelerata una scelta, a ogni frenata una riflessione, a ogni curvone un piccolo atto di fiducia.

Il rombo di un ricordo che non smette di chiamarmi

La Kawasaki non è un marchio, è un simbolo. È il suono che mi ha rapito da bambino, la visione di un uomo che sembrava un eroe, la sensazione di libertà che solo due ruote possono regalare. Ogni volta che salgo sulla ER6-F e premo l’avviamento, quel bar degli anni ’80 torna intero: il flipper sospeso, la porta che sbatte, il sole che scivola sulla carrozzeria verde della Z1300. Sento il cuore accelerare, come allora. E capisco che certe passioni non invecchiano: maturano. Diventano una lingua segreta con cui ti parli meglio.



Le passioni non si spiegano, si vivono.
Se vuoi scoprire come Kawasaki è diventata per me un simbolo di libertà e identità, leggi la mia storia.

A dieci anni dal Creathon di Lucca: un viaggio tra innovazione, turismo e resilienza

Fabri giovane, maglioncino dolcevita “british green”, al tavolo di un hackathon notturno in un palazzo storico di lucca: laptop chiusi, post-it colorati, badge “creathon 2015”, spilla colibrì accanto a una tazzina; pioggia sul davanzale in pietra. — immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 7 minuti

Ci sono date che restano addosso come il profumo di una notte d’ottobre. L’8–9 ottobre 2015 ho partecipato al Creathon di Lucca, una maratona di idee organizzata dal Lubec, dal Polo Tecnologico Lucchese e dalla Camera di Commercio di Lucca. Oggi quell’evento si chiama Createch; per me, però, resterà sempre Creathon: il nome delle notti insonni, dei post-it sulle dita, della passione che ti brucia in tasca come un fiammifero appena acceso. Questo pezzo è il mio modo di dire “grazie” a quella scintilla: dieci anni dopo, la vedo ancora lampeggiare nel buio.

Il Creathon: 24 ore dove il tempo corre e tu impari a restare

Ventiquattro ore che sembrano un secolo. I corridoi di un palazzo storico nel cuore di Lucca, il pavimento fresco sotto le suole, il ronzio dei portatili, turni notturni presi come in guardia medica, e l’adrenalina che fa il resto. Il Creathon non era solo un hackathon: era una palestra di realtà, una prova di resilienza vestita da gioco.

Ti sei mai chiesto cosa succede quando idee, stanchezza e desiderio si incontrano nella stessa stanza? Succede che nascono progetti che, per qualche ora, ti sembrano possibili come l’alba.

L’idea di colibrì: turismo diffuso, leggero, radicato

Con due compagni d’avventura presentammo Colibrì, un’app per il turismo diffuso: leggera come il suo nome, radicata nel territorio toscano, scalabile, come si dice, quando hai più sogni che budget. Volevamo un modello capace di spostare l’attenzione dai soliti itinerari alle vene capillari del paesaggio: borghi minori, artigiani, strade secondarie. Un turismo che non divora, impollina.

Non so se fosse troppo ambiziosa o semplicemente troppo in anticipo su noi tre. So che il Creathon ci concesse il lusso più raro: immaginare in grande senza chiedere permesso.

Un terzo posto nazionale che pesa come una medaglia interiore

Arrivammo terzi, a livello nazionale. Una classifica è un numero; alcuni numeri, però, sono bussola. Ricordo la stretta di mano del Presidente Giani (allora era però il Presidente dell’Assemblea Regionale), la foto che tengo gelosamente in archivio, l’orgoglio semplice di chi ha dato tutto quello che aveva in 24 ore. Quella foto — la pubblicherò qui — non racconta però il retroscena: mia madre se n’era andata da poco. La felicità e il lutto si tenevano per mano, come certe coppie che capisci da subito che non si lasceranno più.

E qui arriva il bello (e il difficile): il dopo. L’euforia scema, i capitoli amministrativi bussano: società, investimenti, visioni che non si incastrano. I miei ex compagni scelsero altre strade, SNC, poi SRL, senza di me. Non entro nei dettagli — non è questo il luogo — ma oggi so che fu un bene: quel taglio netto mi costrinse a scegliere me stesso e a fondare Pistakkio SEO Agency. Dalle ceneri di Colibrì nacque la mia rinascita.

Perdita e rinascita: quando il progetto cade, ma tu resti in piedi

Non è vero che “basta crederci”. A volte non basta. Ma se impari a tenere il timone anche quando il vento gira, il mare non ti cancella. Ho preso la disciplina e l’energia imparate a Lucca e le ho seminate in un terreno più mio: la SEO fatta con cura artigiana, sostenibile, umana. Se Colibrì era il volo, Pistakkio è diventata la rotta.

Dieci anni dopo: cosa resta davvero

Dieci anni sono una lunga pausa tra un’idea e la sua eco. Se chiudo gli occhi, sento ancora il rimbombo delle voci nel salone coi soffitti alti e le volte affrescate, la luce fredda dei neon, le voci basse alle tre di notte, l’odore di caffè e cartone. Una poltrona per schiacciare un pisolino, mentre gli altri due compagni di avventura, continuano a lavorare sui dettagli del Canvas Aziendale. Ma soprattutto sento tre lezioni che non hanno smesso di lavorarmi dentro.

Tre lezioni che mi porto dietro dal Creathon

  • L’innovazione è relazione. Non è solo tecnologia: è il modo in cui una comunità si organizza attorno a un bisogno reale. Senza ascolto, un’idea resta rumore.
  • La resilienza è una competenza. Non ti cade addosso: la alleni. Si chiama dormire poco, correggere al volo, presentare con le ginocchia che tremano.
  • La sconfitta è un’istruttrice severa. Toglile la parte di ego, tieniti la parte di metodo. È lì che, un giorno, riconoscerai la tua voce.

A chi mi chiede: “Lo rifaresti?” rispondo: sì, ma con la mitezza di chi ha imparato che non è correndo più forte che arrivi prima; arrivi meglio quando sai dove stai andando.

Grazie Lucca, grazie Creathon: il futuro come atto di gratitudine

Vorrei ringraziare Lucca — le mura, la città che respira piano, i palazzi che sanno ascoltare — e chi rese possibile quella maratona: il Polo Tecnologico Lucchese, Nico Cerri, con cui ci sentiamo di tanto in tanto, la Camera di Commercio e la rete di persone che, senza fare troppo rumore, accese interruttori dentro tanti di noi. La mia Pistakkio nasce lì: non dal podio, ma dall’urgenza che quelle 24 ore mi hanno infilato nelle tasche. A Lucca ho continuato il mio percorso professionale e di rilancio, frequentando due corsi sul marketing dedicato alle startup. Ed è lì che ho conosciuto il mio attuale consulente tributario e commercialista, dott. Gino Fontana. Vi posso assicurare che prima di incontrare lui, avevo cambiato tipo 5 professionisti in 5 anni. Ma vale la regola: quando trovi un commercialista con cui instauri un rapporto di vera, sana fiducia, è come trovare un tesoro.

Dieci anni dopo, penso a mia madre. A come sarebbe stata fiera di quel terzo posto e di questo cammino. Penso a quelle ventiquattr’ore di allora, e lei mi rassicura dall’aldilà:

“Tranquillo, ce la farai. Forse non come avevi immaginato, ma come serviva davvero”.

E se dovessi riassumere tutto in una sola immagine, sceglierei un colibrì che, dopo avere sfiorato cento fiori in una notte, finalmente trova il ramo giusto su cui posarsi. L’innovazione vola; la resilienza atterra. Fra i due, si costruisce una vita. Grazie a Juri e Niccolò che si sono fatti la loro srl, senza chiedermi nulla. Non so se leggerete mai questo articolo, ma sappiate che anche se mi aveste chiesto di entrare nella vostra snc avrei detto di no, perché il mio orizzonte era diverso dal vostro. Vi auguro tutto il meglio, ancora oggi, a distanza di dieci anni.

Coda leggera, per chi ama i dettagli (e le strade laterali)

Creathon ha cambiato nome in Createch; io ho cambiato pelle in Pistakkio. Il filo non si è spezzato: si è fatto più spesso. Se ti occupi di turismo, ricordati che diffuso non vuol dire sparso: vuol dire connesso. Se fai impresa, tieni a mente che non tutte le società nascono per stare insieme. E se perdi un progetto, non perderti: la cosa migliore che puoi costruire forse porta il tuo nome.

Come tutelare la propria sicurezza, collegandosi alla rete Wi-Fi Frecciarossa di Trenitalia

Fabri con testa rasata e dolcevita “british green” legge “jazz på svenska” sul frecciarossa; laptop chiuso, luce calda sul finestrino. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 5 minuti

Sul Frecciarossa, ogni volta che parte il Wi-Fi, succede una magia.
Decine di laptop si aprono all’unisono, come fiori digitali dopo la pioggia 😅.
C’è chi si collega al gestionale, chi apre il CRM, chi scarica contratti e chi — temerario — fa login al conto in banca.
Tutti con quell’aria serena tipo:

“Io sono un professionista, non sono uno sprovveduto, so cosa sto facendo”.

Spoiler: non lo sanno affatto. 😅

Perché dietro quella connessione gratuita che promette “velocità e comfort”, c’è una delle reti più pericolose che un lavoratore del digitale possa usare.
E il bello (si fa per dire) è che molti non stanno mettendo a rischio solo se stessi — ma anche i dati sensibili dei loro clienti.

💭 Il mito del Wi-Fi comodo

La rete Wi-Fi Frecciarossa di Trenitalia è pensata per offrire connettività base a tutti i passeggeri, ma il suo design non privilegia la sicurezza.
Non c’è autenticazione individuale, il traffico passa da un’infrastruttura condivisa e — dettaglio cruciale — l’uso delle VPN è esplicitamente bloccato.
In pratica, ti stai collegando a una rete pubblica senza possibilità di creare un tunnel cifrato: un paradiso per chi intercetta pacchetti o fa man-in-the-middle.

⚠️ Il rischio invisibile

Molti pensano: “Al massimo rischio le mie credenziali”.
Sbagliato.
Se lavori come libero professionista o gestisci dati di terzi, ogni sincronizzazione cloud, ogni email, ogni backup automatico può esporre frammenti di informazioni sensibili: nomi, contratti, accessi, password temporanee.
Collegarsi a una rete non cifrata significa — in termini tecnici — aprire finestre su dati che non dovrebbero mai viaggiare in chiaro.
E se quei dati appartengono ai tuoi clienti, la responsabilità ricade su di te.

🧩 Quando la VPN non è un’opzione

Trenitalia blocca quasi tutte le porte tipiche usate dalle VPN (OpenVPN, WireGuard, IPsec).
Questo rende impossibile creare un tunnel cifrato classico.
Certo, qualche workaround esiste (come l’SSH tunneling su porta 443), ma non è una soluzione praticabile per l’utente medio.
La verità è che in quel contesto non c’è un modo realmente sicuro per operare su dati riservati.
La connessione è pensata per navigare, non per lavorare.

🧠 Checklist nerd: sopravvivere al Wi-Fi del treno 🚄

Ecco la checklist ragionata per sopravvivere alla Wi-Fi di Trenitalia (e probabilmente anche a quella di Italo).

🚨 Premessa

Le reti Wi-Fi pubbliche (come Frecciarossa, bar, hotel o coworking) sono comode, ma anche il parco giochi preferito dei curiosi digitali 🕵️‍♂️. Ecco come sopravvivere senza farsi sniffare i pacchetti.

🧠 1. Evita login e operazioni sensibili

Niente home banking, pannelli admin o CRM. Meglio aspettare una rete sicura o usare hotspot personale.

📶 2. Usa l’hotspot del tuo smartphone

Il tethering 4G/5G è cifrato end-to-end dal tuo operatore e molto più sicuro di una rete condivisa.

🧱 3. Forza HTTPS ovunque

Attiva la modalità HTTPS-Only nel browser per impedire connessioni non cifrate.

🧩 4. Attiva DNS cifrati

Usa Cloudflare (1.1.1.1), Quad9 (9.9.9.9) o Google DNS (8.8.8.8) con DoH/DoT per evitare manomissioni dei nomi di dominio.

🦾 5. Blocca connessioni in ingresso

Su Windows attiva il firewall integrato; su macOS accendi la Stealth Mode; su mobile prova NetGuard o Lockdown Mode.

🧊 6. Naviga in modalità pulita

Usa un browser isolato (Firefox Focus, Brave, Guest Mode) solo per le reti pubbliche.

🕵️‍♀️ 7. Blocca tracciatori e script

Installa estensioni come uBlock Origin, Privacy Badger o NoScript.

🚫 8. Disattiva condivisioni

Spegni AirDrop, file sharing, visibilità del dispositivo e tutto ciò che può esporre il tuo device sulla rete.

🧹 9. Pulisci le tracce a fine sessione

Cancella cache, cookie e cronologia. Dimentica la rete e, se vuoi fare il nerd vero, fai anche un flush DNS 😎.

Riepilogo della checklist

🔒 Azione💡 Cosa fare
1. Evita login sensibiliNiente home banking, pannelli admin o CRM.
2. Usa il tuo hotspot 4G/5GÈ cifrato end-to-end dal tuo operatore.
3. Forza HTTPS ovunqueAttiva la modalità “HTTPS-Only” del browser.
4. Attiva DNS cifratiCloudflare (1.1.1.1), Quad9 o Google DNS (DoH/DoT).
5. Blocca traffico in ingressoFirewall attivo, “Stealth Mode” su macOS.
6. Browser pulito o sandboxatoGuest Mode o Firefox Focus.
7. Blocca tracciatori e scriptuBlock Origin, Privacy Badger, NoScript.
8. Disattiva condivisioniAirDrop, file sharing e “visibilità dispositivo”.
9. Logout e pulizia finaleCancella cache, cookie e “dimentica rete”.

👉 Bonus per i più smanettoni: puoi usare un tunnel SSH travestito da HTTPS (porta 443), ma solo se sai davvero cosa stai facendo.
Nel dubbio, meglio leggere un libro.

🔐 Una questione etica prima che tecnica

Chi lavora nel digitale non protegge solo i propri dati, ma anche quelli altrui.
Ignorare le condizioni di sicurezza di una rete pubblica significa mettere a rischio la fiducia stessa del cliente.
È una forma di negligenza professionale tanto quanto dimenticare un backup o riutilizzare la stessa password ovunque.
Saper dire “no, aspetto di essere offline per lavorare su questo” è un atto di consapevolezza, non di inefficienza.


La prossima volta che sali su un Frecciarossa, osserva chi ti circonda: decine di laptop aperti, connessioni attive, file che viaggiano nell’aria.
E ricordati che, tra quelle rotaie e quelle onde Wi-Fi, l’unico firewall davvero efficace è la prudenza.

Le migliori penne roller gel: Pentel Energel BL 437 e Pilot Hi-Techpoint V7

Due penne roller gel—pentel energel bl 437 e pilot hi-techpoint v7—su taccuino aperto, luce calda da studio. Immagine generata da ai, a cura di fabrizio gabrielli, seo expert, ceo & founder di agenzia seo pistakkio.

Tempo di lettura: 6 minuti

Le penne roller gel che non ti tradiscono: Pentel Energel BL 437 e Pilot Hi-Techpoint V7

Ci sono giorni in cui la scrittura deve scorrere senza chiedere permesso. Niente rituali, niente converter, niente dita blu (anche se un po’ mi mancano). In quei giorni apro l’astuccio e vado di roller gel: pratiche, sincere, immediate. Oggi porto sul tavolo le migliori penne roller gel, due compagne che, tra un espresso e un appunto al volo, non mi hanno mai lasciato a secco: Pentel Energel BL 437 e Pilot Hi-Techpoint V7.

Perché proprio le roller gel (quando la stilografica resta a riposo)

Le stilografiche sono poesia, ma la vita è anche treni che frenano, piani d’appoggio precari e riunioni in piedi. In quei contesti, la penna deve accendersi e scrivere—punto. Le roller gel uniscono tre cose che amo: tratto pieno, scorrevolezza da liquido e asciugatura rapida. Zero sbavature, anche per i mancini (vi vedo, fratelli del rovescio). E sì, presentarsi senza ditate d’inchiostro a volte evita spiegazioni superflue.

Nota personale: non porto mai la mia penna stilografica in viaggio. Nel 2000 mi capitò di perdere in treno una Sheaffer Prelude satinata, un’altra penna straordinaria, semplice, economica, ma spettacolare. E da allora seguo questa regola.

Pentel Energel BL 437: minimalismo che fila via liscio

La Pentel Energel BL 437 è come quel walking bass che tiene insieme il brano: non si mette in mostra, ma se manca te ne accorgi subito. Corpo rigido e pulito, niente gommini “comfort” che ti viziano la presa: c’è una zigrinatura onesta che fa il suo lavoro anche con mani umide.

Cosa mi piace davvero

  • Meccanismo retrattile: una pressione e via. In tasca, in taschino, in corsa.
  • Punta 0.7 mm: un Medium che riempie la pagina con linee nette, mai grasse.
  • Gel a rapida asciugatura: appunti veloci, nessun fantasma di inchiostro sul bordo della mano.
  • Prezzo gentile: la qualità sta in ciò che fa, non in ciò che promette.

Il neo? Non si ricarica: quando finisce, si smonta e si va in differenziata (plastica/metallo) e si passa alla successiva. Per me, a questo prezzo e con questa resa, è un compromesso accettabile. La tengo dove serve affidabilità istantanea: in borsa, accanto al taccuino operativo.

Pilot Hi-Techpoint V7: rigore tecnico con un filo d’eleganza

La Pilot Hi-Techpoint V7 è il mio righello mentale: precisa, quasi tecnica. Non è retrattile—ha il cappuccio, e lo porta con una certa dignità da tavolo da disegno. Se ti piace la sensazione di incidere un’idea più che appoggiarla, amerai il suo modo di mordere la carta.

Cosa mi conquista

  • Punta 0.7 mm: stessa “misura” della Pentel, ma con feeling più chirurgico, da pennarello a china.
  • Cappuccio: protegge la punta a sfera a inchiostro liquido e trattiene l’umidità; si riapre e scrive subito.
  • Fusto da strumento: richiama rapidograph e tavole tecniche; nerd del design: eccovi serviti.
  • Scorrevole e pulita: la linea resta coerente anche su carte più assorbenti.

Anche qui, usa e getta. Il prezzo è contenuto, la resa professionale. La tengo sulla scrivania, per bozze di wireframe, schemi, lettering pulito.

Pentel vs Pilot: due groove diversi, stessa band

Se la Energel è funk (piede che batte e flusso costante), la Hi-Techpoint è cool jazz (linee pulite, controllo del respiro). La prima vince in praticità in movimento: clic e scrivi. La seconda domina nella precisione: cappuccio, concentrazione, tratto deciso.

  • Vuoi una penna tuttofare da campo? Vai di Pentel Energel BL 437.
  • Cerchi definizione e sensazione tecnica? Pilot Hi-Techpoint V7 tutta la vita.

In entrambi i casi parliamo di strumenti onesti: niente fronzoli, qualità del segno e ritmo mentale che non si spezza.

La scelta giusta dipende (anche) dalla carta e dalla mano

Piccolo trucco da maniaco gentile della carta: qualunque roller gel rende meglio su fogli lisci o leggermente patinati (i classici 90–100 g/m² da taccuino serio). Su carte troppo assorbenti il gel si allarga un filo; su carte molto lisce fila via che è un piacere. Se scrivi veloce o sei mancino, resta sullo 0.7 mm: bilancia visibilità e dry-time. Se lavori spesso in micro-spazi, valuta il 0.5 (ma qui oggi restiamo sul medium che non delude).

Il gesto, la traccia, la musica della mano

Scrivere con queste penne è ritmo. La Energel accompagna le checklist e le note a margine senza mai inciampare. La Pilot ti invita a rallentare mezzo secondo per disegnare meglio le curve delle lettere. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: parole leggibili, idee che restano. E quando stacco dalla stilografica, non ho la sensazione di tradire nulla: sto solo cambiando strumento per rispettare il contesto.

Quando uso quale (diario d’officina)

  • Treno, bar, camminata con sosta improvvisata → Pentel Energel BL 437. È il mio “click & go”.
  • Scrivania, briefing, titolazioni di bozza → Pilot Hi-Techpoint V7. È il mio “linea pulita”.

Due penne, due scene. Entrambe con una cosa in comune: non ti fanno perdere il filo quando il pensiero corre più veloce della mano.

In sintesi (senza giri di parole)

Se cerchi una roller gel affidabile: prendi la Pentel Energel BL 437. Se vuoi precisione e carattere tecnico: Pilot Hi-Techpoint V7. Nessuna delle due pretende attenzioni speciali, entrambe scrivono da subito, asciugano in fretta, non sbavano. E soprattutto costano il giusto, che non guasta.

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