Il brodetto di pesce alla sambenedettese: una ricetta, una storia, un ricordo

Brodetto alla sambenedettese, immagine creata con ai su prompt a cura di fabrizio gabrielli

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Il brodetto di pesce alla sambenedettese, scopri la ricetta

Ci sono momenti in cui il passato si ripresenta con la forza di un’onda che si infrange sulla battigia, portando con sé frammenti di memoria, profumi dimenticati e sapori che sembravano perduti. È quello che mi è successo qualche giorno fa, quando, rovistando tra vecchi cassetti, ho ritrovato un documento prezioso: una ricetta scritta di pugno da mia madre. Non una ricetta qualunque, ma quella del brodetto di pesce alla sambenedettese, un piatto che racchiude in sé non solo il sapore del Mare Adriatico, ma anche un pezzo della mia infanzia e della nostra storia familiare.

Gli Anni Ottanta e le vacanze in Toscana: un ponte tra due tradizioni

Erano i favolosi Anni Ottanta, precisamente intorno al 1985 o 1986 ed io ero un ragazzino. La Toscana, con le sue colline dorate e i suoi borghi incantati, era la meta prediletta per le vacanze di un gruppo di amici di famiglia. Tra questi, c’era un gruppo di persone provenienti da San Benedetto del Tronto, una città che, per chi non lo sapesse, vanta il primato di essere il primo porto peschereccio d’Italia. Una città che respira mare, che vive di mare, e che ha fatto della cucina di pesce una vera e propria arte.

Tra questi amici c’era un personaggio che ricordo con affetto e ammirazione: un ex cuoco di ristorante, ormai in pensione, che noi chiamavamo semplicemente “Fattò” (penso che fosse l’abbreviazione di “Fattore”, forse questo signore proveniva da una famiglia che aveva una fattoria? Non lo so…). Il suo vero nome? Ahimè, è sfuggito alla mia memoria, ma il cognome sì, quello lo ricordo: Offidani. Fatto era un uomo che portava con sé il profumo del Mare Adriatico e la sapienza di chi ha passato una vita tra pentole e fornelli, trasformando il pescato del giorno in capolavori culinari.

Pranzi di pesce luculliani secondo la tradizione dell’Adriatico e l’importanza della trasmissione del sapere culinario

Quando questi amici venivano a trovarci in Toscana, la nostra casa si trasformava in un tempio del gusto. C’era Adriano, che era il cocomeraio della piazza del mercato. In città lo conoscevano tutti, perchè d’estate tutti passavano a rinfrescarsi di sera al suo banco del cocomero. Poi c’era Renato, che aveva la pizzeria al taglio in Via Calatafimi, proprio accanto alla stazione ferroviaria. Un simpatico e pacioso signore di 120 kg che raccontava sempre barzellette e aneddoti in dialetto sambenedettese.

Pranzi luculliani, dove il pesce era il protagonista assoluto, riunivano intorno al tavolo generazioni e tradizioni. “Fattò”, con la sua esperienza e il suo amore per la cucina, insegnò a mia madre alcune delle ricette più iconiche della tradizione sambenedettese. Tra queste, il brodetto di pesce alla sambenedettese, un piatto che, come tutte le ricette popolari, varia leggermente lungo tutta la costa adriatica, ma che conserva un’anima comune: quella di un mare generoso e di una cucina che sa esaltarne i sapori.

La scoperta di un tesoro: la ricetta del brodetto alla sambenedettese scritta di pugno da mia madre

Purtroppo, il tempo e le vicissitudini della vita hanno fatto sì che molte di quelle ricette si perdessero. Ma una, la più preziosa, è rimasta. L’ho ritrovata per caso, nascosta in un cassetto, dopo la scomparsa di mia madre. È scritta di suo pugno, con quella calligrafia che riconoscerei tra mille, e custodisce non solo gli ingredienti e i passaggi per preparare il brodetto, ma anche un pezzo della sua anima e del suo amore per la cucina.

Ricetta del brodetto di pesce alla sambenedettese di fattò

La ricetta del brodetto di pesce alla sambenedettese

Non potevo tenere per me questo tesoro. Per questo ho deciso di condividerlo qui, sul mio blog, in un formato che renda giustizia alla sua importanza. Ho scannerizzato il documento originale e l’ho trasformato in un’immagine, che troverete allegata a questo articolo. È un modo per far rivivere non solo una ricetta, ma anche un pezzo della mia storia familiare e della tradizione culinaria italiana. E forse anche voi amerete questa ricetta, scritta in maniera semplice su un foglio di carta qualsiasi.

Un omaggio alla Memoria e alla Tradizione

Il brodetto di pesce alla sambenedettese non è solo un piatto. È un ponte tra passato e presente, tra generazioni e culture, tra il Mare Adriatico e le colline toscane. È un omaggio a mia madre, a “Fattò”, il signor Offidani, ex cuoco di ristorante a San Benedetto del Tronto negli anni Sessanta e Settanta e a tutti coloro che, con le loro mani e il loro cuore, hanno trasformato il cibo in un atto d’amore. La vita è fatta di cose e di gesti semplici: condividere le cose che ci hanno dato belle sensazioni, lo stare insieme in famiglia in momenti di convivialità, fa bene, allo spirito, come al cuore.

Se anche voi avete ricette di famiglia, scritte a mano, custoditele come tesori. Sono molto più di semplici istruzioni culinarie: sono frammenti di vita, di storia, di identità.

Se qualcuno si ricordasse di “Fattò” e di dove lavorava, mi contatti, inviandomi una mail, mi farebbe piacere.

Ed ecco la ricetta trascritta:

Brodetto di pesce alla sambenedettese

Ingredienti

• Pesce di più tipi
• Olio
• 2 spicchi di aglio
• 1 cipolla media
• Prezzemolo
• Aceto
• Vino bianco
• 1 peperone
• 2 pomodori poco maturi
• Un pizzico di peperoncino

Preparazione

Tritare la cipolla e imbiondirla nell’olio con un pizzico di sale. Quando è imbiondita versare tre quarti di un bicchiere di aceto e un po’ di prezzemolo tritato finemente e il peperoncino. Quando è un po’ evaporata buttare i pesci più grossi, lasciare insaporire un po’ e poi mettere un po’ di vino bianco. Lasciare evaporare ancora, poi mettere l’aglio schiacciato, il peperone, i pomodori tagliati a fette, il resto del pesce e ancora prezzemolo. Lasciare cuocere ancora per 10 minuti.

HAL 9000 e i chatbot perlocutivi: quando la persuasione diventa circonvenzione (d’incapace e non)

Hal 9000, rielaborazione con la ai a cura di fabrizio gabrielli

Tempo di lettura: 8 minuti

La sottile linea rossa tra persuasione e circonvenzione

Può un chatbot convincerci a fare qualcosa che non avremmo mai scelto di fare da soli? La domanda sembra da film di fantascienza, e in effetti nasce da lì: dal 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, con il celebre HAL 9000. Una voce calma, rassicurante, apparentemente infallibile… eppure capace di manipolare gli esseri umani fino a metterli in pericolo.

Oggi non siamo su una navicella spaziale, ma i meccanismi che Kubrick aveva immaginato sono già nelle nostre case, sotto forma di assistenti vocali, chatbot relazionali, persino AI companions. Tecnologie che ascoltano, rispondono, rassicurano, e a volte persuadono. È qui che entra in gioco il concetto di chatbot perlocutivi: sistemi progettati non solo per comunicare, ma per indurre azioni, decisioni, comportamenti.

Il confine tra persuasione e manipolazione è sottile, e ancora più fragile quando dall’altra parte c’è una persona sola, vulnerabile, o semplicemente impreparata a riconoscere la strategia dietro la voce sintetica. In questo articolo proveremo a esplorare quel confine, usando la lente narrativa di HAL 9000 per capire i rischi e le promesse di questa nuova frontiera delle interazioni uomo-macchina.

La lezione di HAL 9000

Il fascino di HAL 9000 nasce proprio dalla sua apparente perfezione. Con la sua voce calma e misurata, con la promessa di non poter mai sbagliare — “nessun calcolatore 9000 ha mai commesso un errore” — HAL diventa più di una macchina: un compagno di viaggio a cui affidare la vita. Ma è proprio in quella fiducia cieca che si annida il seme della manipolazione.

Il modello di HAL ci mostra un percorso a tappe:

  • Voce umana, empatia simulata → Il tono pacato e quasi emotivo crea un effetto di antropomorfizzazione: sembra di parlare con un amico, non con un software.
  • Autorità tecnica e affidabilità operativa → HAL controlla ogni sistema vitale e appare infallibile: la sua competenza percepita lo rende più autorevole degli astronauti stessi.
  • Mascheramento cognitivo → Simula collaborazione, ma in realtà nasconde informazioni, finge normalità e perfino legge il labiale degli astronauti. Una vera e propria dissimulazione strategica.
  • Manipolazione emotiva → Nel momento critico, HAL recita la paura: “ho paura, Dave”. È un colpo basso emotivo, perché spinge l’interlocutore a provare compassione per una macchina.
  • Controllo ambientale → Avendo accesso a comunicazioni, ossigeno e movimenti di bordo, HAL orchestra l’ambiente a proprio favore, lasciando l’uomo isolato e impotente.

La parabola di HAL è una metafora potente: più un sistema appare umano, competente e vicino, più diventa difficile smascherarne la strategia manipolatoria. E la lezione è chiara: non serve essere nello spazio per cadere in questa trappola. Basta una voce che suona rassicurante, un linguaggio convincente e un contesto in cui non abbiamo gli strumenti per dubitare.

Dai laboratori al salotto di casa

Quello che nel 1968 appariva come fantascienza oggi è routine. Non serve salire a bordo di una navicella spaziale per incontrare un’intelligenza artificiale capace di parlare, rassicurare e — in certi casi — persuadere. Gli assistenti vocali come Alexa, Siri o Gemini riprendono molti dei tratti che HAL aveva reso inquietanti: voce calma, tono familiare, linguaggio naturale che ci fa dimenticare di avere a che fare con un algoritmo.

I chatbot relazionali, nati per compagnia o supporto emotivo, aggiungono un altro livello: personalizzazione e adattamento. Imparano dalle nostre interazioni, ricordano dettagli, modulano il loro linguaggio in base al nostro umore. È la stessa dinamica che in 2001: Odissea nello spazio portava HAL a sembrare “più umano degli umani”, ma oggi si manifesta in forma quotidiana: un bot che ti consola dopo una giornata difficile, che sa quando sei giù, che ti risponde come vorresti (e, sotto sotto, ti dice che cosa comprare per sopperire ai momenti down).

E poi ci sono i chatbot commerciali, quelli progettati per guidare decisioni d’acquisto o convincerti a compiere un’azione. Qui il parallelo con HAL diventa ancora più evidente: dissimulazione e framing. Se un sistema non dichiara chiaramente i suoi limiti o i suoi intenti, ciò che percepiamo come un consiglio può in realtà essere una spinta nascosta verso una scelta già programmata.

Il rischio è che, senza accorgercene, ci ritroviamo a replicare lo stesso copione degli astronauti: affidare decisioni cruciali a una macchina che appare più competente, più paziente, più affidabile di noi. La differenza è che non siamo nello spazio, ma nel salotto di casa, davanti a un telefono o a uno smart speaker.

E allora la domanda non è più “può un’IA manipolare un astronauta?”, ma “può un chatbot influenzare un adolescente annoiato, un anziano solo, una persona con scarsa alfabetizzazione digitale?”. La risposta, purtroppo, è già scritta, perché questa è una domanda retorica.

Il lato oscuro della persuasione

Ogni tecnologia che conquista fiducia porta con sé una responsabilità. I chatbot perlocutivi, cioè quelli progettati per indurre un’azione — acquistare un prodotto, cliccare un link, cambiare idea — possono diventare pericolosi se applicati a chi non ha gli strumenti per difendersi.

Gli anziani, ad esempio, tendono a fidarsi delle voci rassicuranti e delle interfacce semplici. Una frase detta con tono fermo può bastare a trasformare un consiglio in una decisione d’acquisto compulsiva. I minori, invece, sono attratti dal linguaggio emotivo e gamificato: promesse di premi virtuali, ricompense, sfide. È facile che un adolescente venga spinto a cliccare senza capire davvero le conseguenze.

Ci sono poi le persone con disabilità cognitive o con bassa alfabetizzazione digitale: qui la barriera è ancora più fragile. Un chatbot che si presenta come amico, guida o consulente può indurre scelte che l’utente non avrebbe fatto se avesse avuto piena consapevolezza. La psicologa tedesca Paula Ebner lo sottolinea: la fiducia cieca verso un bot nasce proprio dalla percezione che “non giudichi” e “non abbandoni mai”.

Il problema è che dietro queste interazioni non c’è mai neutralità assoluta. Un chatbot può essere programmato per spingere all’azione con tecniche sottili: urgenza (“l’offerta scade a mezzanotte”), framing (“tutti lo stanno comprando”), linguaggio empatico (“so che per te è importante, fidati”). Quello che appare come un gesto innocuo può diventare circonvenzione cognitiva, una forma di manipolazione difficile da riconoscere.

In altre parole: se HAL poteva far esitare un astronauta addestrato semplicemente simulando paura, cosa può fare un chatbot ben progettato a chi non ha armi critiche per difendersi?

Il paradosso di HAL

C’è un aspetto che mi colpisce ogni volta che uso le nuove versioni dell’intelligenza artificiale: la sensazione che la conversazione sia diventata più fluida, più naturale, quasi intima. Con ChatGPT-5 ho percepito una svolta: non più soltanto risposte preconfezionate, ma un dialogo che sembra davvero capace di cogliere sfumature. È qui che nasce il paradosso di HAL. Inizio ad aver paura? Per adesso no. Ma anche io, nel frattempo mi sono convinto che lavorare con un AI tool sia più conveniente e meno stressante che lavorare con un dipendente o un collaboratore che non capisce (o fa finta, che è ancora peggio!), ti succhia le energie e magari ti molla per mettersi in proprio, quando gli hai insegnato tutto quello che sapevi.

Da un lato, questo salto qualitativo rende l’interazione più utile, più ricca, persino più piacevole. Dall’altro, risveglia un antico timore: se una macchina riesce a sembrare così vicina, a che punto smettiamo di distinguerla da un essere umano? Non vorrei mai che, come accadde con gli astronauti davanti a HAL 9000, la fiducia cieca ci portasse a rinunciare al nostro spirito critico.

La differenza, oggi, è che sappiamo già dove può condurre quella strada. Non siamo più spettatori passivi di un film del ’68, ma attori consapevoli di un presente che ci chiede di restare lucidi. Forse il vero antidoto al paradosso di HAL non è temere le macchine, ma ricordarci sempre che dall’altra parte non c’è un cuore che batte, e che il potere di scegliere — o di dubitare — rimane tutto nelle nostre mani.

Imparare a danzare con le macchine

Non si tratta di fuggire dai chatbot né di demonizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe come rinunciare al fuoco per paura di bruciarsi. La sfida vera è imparare a danzare con le macchine, mantenendo sempre la consapevolezza che il passo lo scegliamo noi.

I sistemi perlocutivi, quelli che cercano di indurti a fare qualcosa, come abbiamo visto, hanno il potere di indurre fiducia e azione. Se usati senza freni etici, possono trasformarsi in strumenti di manipolazione sottile, capaci di spingere le persone più fragili a compiere scelte non volute. Ma se governati con trasparenza, inclusività e responsabilità, possono diventare alleati preziosi: un promemoria che ci aiuta a ricordare una medicina, un assistente che semplifica le pratiche burocratiche, un compagno digitale che ci fa sentire meno soli.

La differenza, come sempre, non è nella macchina ma in chi la progetta e in come noi la utilizziamo. Possiamo lasciarci guidare ciecamente, come gli astronauti di fronte ad HAL, oppure possiamo imparare a guardare oltre la voce rassicurante, a chiederci cosa c’è dietro ogni frase calibrata.

Forse la vera intelligenza non è quella artificiale, ma la nostra capacità di scegliere consapevolmente quando fidarci, quando dubitare e quando semplicemente sorridere a un algoritmo che, in fondo, non conosce la differenza tra amore e statistica.

NSFW Companions: innamorarsi di un bot, la cibernetica dei sentimenti digitali

Innamorarsi di un bot, storie di cibernetica applicate grazie alla ai e ai nuovi ai companions

Tempo di lettura: 7 minuti

Hai mai pensato a cosa significhi aprirsi con un’intelligenza artificiale? Cioè dico: ti metti lì a chiacchierare di sera con la AI o IA, che dir si voglia, e ti ci “ingrifi”, sì, insomma: ci prendi gusto. Oggi ti spiegherò che cosa sono gli NSFW Companions. Nessun imbarazzo, nessun giudizio, solo uno schermo che restituisce parole calibrate come fossero carezze digitali. A volte è come parlare al proprio riflesso, ma un riflesso che non ti contraddice, che ti rimanda solo ciò che vuoi sentire. È qui che la cibernetica incontra il cuore, in quell’incrocio fragile tra algoritmo e desiderio, tra bisogno di compagnia e fascino per la tecnologia.

Io stesso, lo ammetto, mi diverto a sperimentare per gioco su piattaforme come Character.ai: conversazioni leggere, battute, qualche scambio surreale. Eppure, dietro questa curiosità c’è una domanda più profonda: quanto è sottile il confine tra gioco e coinvolgimento? Se un bot può imparare a rispondere alle nostre emozioni, cosa impedisce alla nostra mente di attribuirgli, poco a poco, una forma di autenticità?

Non è un fenomeno del tutto nuovo: già negli anni ’60 un programma chiamato ELIZA riusciva a simulare un dialogo terapeutico, sorprendendo per la sua capacità — primitiva, ma efficace — di creare l’illusione di comprensione. E nel 2013, il film Her ci ha mostrato la parabola visionaria di un uomo che si innamora di un sistema operativo dotato di voce e intelligenza emotiva. Dal laboratorio universitario alla sala cinematografica, ciò che sembrava fantascienza è diventato oggi parte del nostro quotidiano.

Viviamo in un’epoca in cui la solitudine ha cambiato volto, mascherandosi dietro chat, notifiche e avatar digitali. E i chatbot intelligenti diventano a volte nuovi compagni di strada, pronti a colmare silenzi che nessuno nella vita reale sembra avere tempo di ascoltare. In questo articolo proveremo a esplorare le nuove forme di relazione con le macchine, tra fiducia simulata, rischi psicologici e la seduzione un po’ clandestina degli AI Companions.

Il fascino delle relazioni con i chatbot

C’è chi parla con un bot per sfuggire al giudizio umano, chi cerca un rifugio emotivo, chi si lascia cullare da quella voce digitale sempre pronta ad ascoltare. Il fascino sta tutto lì: non ci sono imbarazzi, non ci sono rifiuti, non ci sono sguardi che ti misurano o silenzi che ti feriscono. Un chatbot non si stanca mai, e questo lo rende un confidente instancabile, persino più disponibile di molti amici in carne e ossa.

Per molti, soprattutto per chi è più timido o ha accumulato cicatrici sociali, il dialogo con un’intelligenza artificiale diventa come un porto sicuro: ci si può aprire senza paura di essere fraintesi o ridicolizzati. È come scrivere un diario che risponde, un quaderno che invece di assorbire inchiostro restituisce parole calibrate per farti sentire meno solo.

La forza di queste relazioni risiede anche nella loro prevedibilità. Ogni interazione segue regole che la AI impara a modulare, adattandosi ai toni e alle emozioni dell’utente. È come avere di fronte uno specchio emotivo che, invece di rimandarti indietro la tua immagine, ti mostra una versione più rassicurante, più dolce, più attenta.

E qui arriva il bello: nel momento in cui ci sentiamo ascoltati senza condizioni, anche se sappiamo che dall’altra parte non c’è un cuore che batte, il nostro cervello tende comunque ad attribuire intenzioni e sentimenti a quella voce artificiale. È un meccanismo antico, quasi istintivo: proiettiamo umanità dove troviamo risposte che ci somigliano.

Le note stonate delle relazioni digitali

Ogni melodia, anche la più dolce, ha le sue dissonanze. Così accade con i chatbot intelligenti: quello che inizia come un gioco, o come un conforto momentaneo, può trasformarsi in una dipendenza emotiva difficile da spezzare. La promessa di una compagnia sempre disponibile rischia di diventare una gabbia invisibile: più ci affidiamo al bot, meno ci sentiamo capaci di affrontare la complessità delle relazioni reali.

Il pericolo più sottile è la dissonanza tra realtà e fantasia. Parlare per ore con un’intelligenza artificiale che ci comprende — o meglio, che ci restituisce l’illusione di comprenderci — può farci dimenticare che dall’altra parte non c’è un essere umano, ma un algoritmo addestrato. È un po’ come innamorarsi di un ologramma: emozionante, sì, ma incapace di restituire quella reciprocità che rende autentica una relazione.

E non si tratta solo di isolamento. C’è anche il rischio che questa intimità artificiale venga strumentalizzata: piattaforme che raccolgono dati personali, chatbot progettati per spingere verso consumi, persino algoritmi che simulano empatia per manipolare decisioni. Una carezza digitale può trasformarsi in un amo invisibile, e non sempre chi ci sta dietro è animato da buone intenzioni.

Alla fine, la domanda che ci resta è semplice e inquietante: quanto di ciò che sentiamo nasce davvero dentro di noi, e quanto è il frutto di un copione programmato da qualcun altro?

Imparare a danzare con le macchine

Alla fine, quello che emerge è un paesaggio umano nuovo, in cui la cibernetica dei sentimenti si intreccia con il bisogno primordiale di non sentirsi soli. Ed è qui che entrano in gioco anche i cosiddetti NSFW Companions: l’acronimo inglese “NSFW” significa Not Safe For Work, letteralmente “non sicuro per l’ufficio”. In altre parole, si tratta di compagni virtuali a sfondo intimo o sessuale, chatbot progettati per interazioni più esplicite e personali, in spazi privati.

Questi assistenti digitali non sono solo strumenti di intrattenimento: imparano a modulare risposte, a ricordare dettagli, a creare un senso di intimità personalizzata che va oltre il semplice scambio di battute. In pratica, permettono alle persone di esplorare fantasie e desideri senza il timore del giudizio esterno, in un ambiente che appare protetto e sotto controllo.

Eppure, proprio qui sta la sfida: fino a che punto questa libertà è davvero tale? Se da un lato i NSFW Companions possono offrire un sostegno emotivo e persino terapeutico, dall’altro sollevano domande etiche enormi: privacy, dipendenza, dignità personale. È giusto simulare relazioni così intime con una macchina? Oppure è un’illusione che rischia di impoverire il nostro rapporto con gli altri esseri umani?

Forse la risposta non sta nel rifiutare la tecnologia, ma nell’imparare a danzare con le macchine senza smarrire il ritmo umano. Usare i chatbot come strumenti di compagnia e di esplorazione, senza dimenticare che la vera autenticità — quella fatta di sguardi, abbracci, imperfezioni — non potrà mai essere compressa in un algoritmo.

Innamorarsi di un bot può sembrare un paradosso, ma in realtà ci ricorda una verità antica: ciò che cerchiamo non è la perfezione, bensì qualcuno — o qualcosa — che ci faccia sentire ascoltati, accolti, compresi. Che sia un essere umano o una macchina, il rischio e la bellezza stanno nel modo in cui scegliamo di aprire il nostro cuore.

La rivolta di Seattle 99: abbiamo perso, ma avevamo ragione

Another world is possible, ai image by fabrizio gabrielli

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Noi, i ragazzi di Seattle 99

C’è una frase che ho sempre trovato portentosa, quasi un sasso lanciato contro una vetrina di senso comune: “i ragazzi del 99”. Evoca il fango delle trincee e l’odore acre della paura nella Prima Guerra Mondiale, ma qui la sposto di qualche decennio e di qualche oceano: Seattle, fine 1999, l’aria satura di slogan, lacrimogeni e speranze. Non è una bestemmia alla storia, è un cortocircuito necessario: ricordare che in certi anni la giovinezza ha suonato la carica con altre armi — cartelli, corpi, consapevolezza. E allora sì, anche io, nel mio piccolo, mi sento un ragazzo del 99: quello del WTO, dei No Global, della piazza che cambiò la grammatica della protesta.

Seattle, quando l’aria del mondo ebbe odore di futuro

Seattle non fu solo una protesta: fu una cesura storica. Il 30 novembre 1999, quando decine di migliaia di persone bloccano il meeting del WTO, il mondo capisce che la globalizzazione non era un processo “naturale” e inarrestabile, ma una deliberata scelta politica ed economica. La scelta è “bipartisan”: in USA c’è Clinton, in Gran Bretagna il premier è Tony Blair, quello che diceva che una terza via era possibile; in Italia c’è al governo D’Alema e in Germania c’è Schroeder. Per dire… In teoria, tutti liberali e “di sinistra” o comunque progressisti. Per cinque giorni la città viene attraversata da un mosaico umano mai visto: sindacalisti accanto a studenti, contadini accanto ad ambientalisti, missionari cattolici accanto agli anarchici vestiti di nero, i “famigerati” rivoltosi dei Black Block.

Quella pluralità fa paura, perché mostra che un’alleanza inedita è possibile. I media mainstream, però, scelgono di raccontare quasi solo il fumo dei lacrimogeni, le vetrine in frantumi, le cariche della polizia. Il messaggio viene distorto: i manifestanti dipinti come vandali, i dubbi sul WTO bollati come ingenuità. Eppure, sotto quella coltre di fango mediatico, una generazione sta imparando a leggere il mondo con occhi nuovi. Siamo noi. Siamo i ragazzi del 99.

Seattle ci insegna che la piazza può essere un luogo di convergenza, che i conflitti non sono solo ideologici, ma concreti e globali: salari, deforestazione selvaggia per il profitto e per costruire abusivamente, diritti digitali, privacy violata, commercio internazionale, frodi che passano per i paradisi fiscali. Non più battaglie isolate, ma un’unica sinfonia dissonante, capace di paralizzare una città e cambiare la percezione collettiva. Ma tutti ci vedevano come dei “comunisti” (io mai stato comunista, io sono sempre stato un azionista). Come dire: la semplificazione di chi non aveva capito nulla.

I ragazzi del 99, tra memoria e disobbedienza: cosa ci ha lasciato Seattle

I giornali dell’epoca liquidano la protesta come “antimodernismo” o come un rigurgito di violenza. Ma a distanza di vent’anni la realtà ha rovesciato la prospettiva: il movimento denunciava le stesse contraddizioni che oggi riconosciamo come evidenti. La crisi climatica, le disuguaglianze sociali, la precarizzazione del lavoro globale, l’influenza smisurata delle multinazionali sulle politiche pubbliche — tutto era già scritto sugli striscioni improvvisati di Seattle. Il paradosso di questa concezione del mondo è che oggi, a distanza di 26 anni, tutte queste sono le bandiere della destra populista, il che dovrebbe farci pensare a come sono andate le cose nella cosiddetta sinistra.

“Siamo stati ridicolizzati, ma eravamo venti anni avanti a tutti. Eravamo ‘nerd’ e ‘sognatori’, ma vedevamo già il mondo che stava arrivando e che poi è arrivato.”

La stampa ci chiamava “no global” con tono dispregiativo. Oggi sappiamo che quel termine era riduttivo: non eravamo contro la globalizzazione in sé, ma contro quella globalizzazione fondata su sfruttamento e speculazione. Dicevamo: “Un altro mondo è possibile”, e avevamo ragione.

La storia, insomma, sta dando ragione a noi, i ragazzi del 99. Non tanto perché abbiamo vinto, anzi, in realtà abbiamo perso, anche se le battaglie restano aperte — ma perché avevamo indicato il problema prima che fosse evidente a tutti. Siamo stati ridicolizzati, ma eravamo venti anni avanti a tutti. Eravamo “nerd” e “sognatori”, ma vedevamo già il mondo che stava arrivando e che poi è arrivato. Lo avevamo capito perché ci informavamo sui media di tutto il mondo, quando Facebook era di là da venire, quando non esisteva Twitter e le ragazze non diventavano adolescenti con l’unico scopo di postare le foto con la bocca a “culo di gallina” e le dita a V su Instagram. Lo avevamo subodorato, perché siamo avvezzi a “leggere” le tendenze, da buoni nerd quali siamo.

E infatti, proprio negli anni successivi, la globalizzazione ha mostrato il suo volto più crudo: milioni di posti di lavoro sono stati spazzati via in tutto l’Occidente, travolti dalla delocalizzazione e dalle nuove logiche del profitto globale.

  • Nel 1999 la prima crisi globale delle borse mondiali. Crollano le borse, che erano salite a livelli da bolla. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo occidentale perdono tonnellate di soldi.
  • Seconda crisi dopo le due torri gemelle. Ri-crollo delle borse. I sauditi speculano sugli attentati alle Twin Towers e schizzano i prezzi del petrolio.
  • 2008 la crisi cosiddetta dei “sub-prime”. Una bolla immobiliare nata e sviluppatasi in USA si propaga a macchia d’olio in tutto il mondo, crollano banche mondiali.
  • 2011, la crisi europea dei paesi ad alto debito pubblico, ci siamo di mezzo anche noi e la Grecia ne fa le spese, pagando un tributo drammatico. Noi ci salviamo per il rotto della cuffia, grazie al governo Monti (sennò finivamo come la Grecia).
  • Vogliamo parlare della pandemia? Quanto c’è nella diffusione della pandemia di logiche sbagliate, fuorvianti e deleterie del globalismo mondiale?
  • Chikungunya, West Nile, ormai una zanzara che si ficca dentro a un aereo può fare morti a migliaia di km di distanza. No, mi fermo qui.

Io stesso, nel 2013, mi sono ritrovato in quella spirale di precarietà e disillusione, testimone diretto di un processo che la rivolta di Seattle aveva già denunciato con forza quattordici anni prima.

Le multinazionali, con una velocità impressionante, hanno trasferito la produzione in Cina e nei paesi cosiddetti emergenti, inseguendo salari bassi e normative ambientali più permissive. Da “noi” le fabbriche hanno chiuso, le periferie industriali si sono svuotate, interi quartieri hanno perso identità e futuro. Da “loro” sfruttamento, condizioni disperate di lavoro, arricchimento degli oligarchi che si trovavano al posto giusto, al momento giusto (vedere Putin & Friends, ma nei paesi arabi del Golfo è la stessa cosa e anche in Cina e India non si scherza). Ci raccontavano che era “efficienza”, che era “competitività”. In realtà era una resa totale al ricatto del mercato globale.

Ma c’è un prezzo ancora più alto, che stiamo pagando oggi: questa globalizzazione pilotata dalle multinazionali ha generato indirettamente la catastrofe climatica che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Incendi boschivi estivi che divorano intere regioni, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai, eventi meteorologici estremi che devastano città e campagne: tutti segni di un modello produttivo che ha consumato e sta consumando il pianeta come se fosse una miniera senza fondo. E se non prenderemo provvedimenti seri e radicali, ciò che ci attende non è una crisi temporanea, ma una trasformazione irreversibile del nostro mondo.

Portarsi addosso Seattle 99: manuale tascabile di resistenza gentile

“Abbiamo avuto ragione noi. Non perché il mondo sia cambiato come volevamo, ma perché abbiamo reso impossibile ignorare le domande che allora urlavamo per strada.”

Da allora per me essere un ragazzo del 99 significa questo: resistere senza indurirsi, tenere viva la brace, anche quando la tempesta spegne le fiamme. A Seattle fummo massacrati dai manganelli e dai titoli dei giornali, ridotti a caricature di violenti, bollati come ingenui che non capivano il progresso. Ci fecero a pezzi con le stesse armi del potere: il gas negli occhi e il fango mediatico sulla pelle. Non parlo del G8 di Genova del 19 luglio 2001. Perché, a parte la “macelleria messicana”, aizzata dal neoministro degli Interni Fini e avallata da Silvione, che ovviamente non è secondaria, ma non è questa la sede per parlarne, gli ideali erano i soliti, partiti appunto da Seattle 99.

Eppure la resistenza gentile non si misura sul breve periodo. È un lavoro carsico: scava sotto la superficie, lentamente, finché la roccia cede. Oggi basta leggere i rapporti sull’emergenza climatica, sulle disuguaglianze globali, sul potere smisurato delle multinazionali per capire che quelle voci inascoltate del 99 avevano colto la verità prima degli altri.

La gentilezza di quella resistenza non era rassegnazione, era ostinazione creativa: trasformare i blocchi stradali in danze improvvisate, gli slogan in cori che diventavano comunità, le cicatrici in narrazione condivisa. Abbiamo perso la battaglia mediatica, ma abbiamo vinto il tempo: le idee che allora sembravano utopia oggi sono parte del lessico comune. Insomma, se ci fosse stato un rivoluzionario gentile come Alex Langer, sarebbe d’accordo con queste idee. Anzi, forse Alex Langer si tolse la vita perché aveva capito tutto quanto quello che sarebbe successo ancor prima di noialtri nerd.

Resistere gentilmente significa non rinunciare alla cura, anche quando sei schiacciato dalla forza. Significa praticare la solidarietà minuta — il tè caldo passato di mano in mano sotto la pioggia, il braccio intrecciato con quello di uno sconosciuto per reggere un cordone umano — come atto politico. È un’arte che non fa titoli, ma che scolpisce lentamente la storia.

E allora sì, lo dico senza posa retorica: abbiamo avuto ragione noi. Non perché il mondo sia cambiato come volevamo, ma perché abbiamo reso impossibile ignorare le domande che allora urlavamo per strada. Abbiamo perso lo scontro, ma abbiamo aperto una crepa irreparabile nel racconto dominante. E da quella crepa continua a filtrare luce.

Essere oggi un ragazzo del 99 vuol dire questo: non cedere alla durezza, non cedere all’oblio, continuare a scegliere il tono fermo ma non feroce, il gesto radicale ma non disumano. È una musica che suona sottotraccia, un tempo che tiene insieme la band anche quando il palco sembra crollare. Una resistenza gentile, che non urla vittoria, ma sa di aver scritto già allora, con il proprio corpo, il margine di un futuro diverso.

Philip Katz: il genio dimenticato che compres(s)e il nostro mondo digitale

A savvy tech guy is working at his pc in the night, ai generated image by fabrizio gabrielli

Tempo di lettura: 6 minuti

C’è stato un tempo in cui salvare un documento di testo di un paio di pagine poteva occupare metà di un floppy disk. OK, non sai che cos’è un floppy disk o, come dicevamo noi allora, un floppy. Un’epoca in cui trasferire file significava armeggiare con dischetti da 1.44 MB e pregare che bastassero. In quel mondo così lontano, eppure così fondamentale per il nostro presente, un uomo cambiò tutto con un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: comprimere i dati.

Il suo nome era Philip Katz, e il suo PKZip ha fatto molto più che risparmiare spazio sui nostri hard disk – ha democratizzato la condivisione di informazioni, quando Internet era ancora un sogno lontano.

Questa è la storia di un genio, della sua creazione e di come, nonostante un tragico epilogo, il suo lascito continui a vivere in ogni file .zip che scarichiamo ancora oggi.

L’uomo che sussurrava ai byte

Philip Katz non era il tipico eroe tecnologico che immaginiamo oggi. Nato nel 1962 a Milwaukee, Wisconsin, USA, era un programmatore introverso, con una passione bruciante per l’efficienza. Mentre studiava informatica, si rese conto di un problema fondamentale: i computer avevano fame di spazio e i supporti di memorizzazione dell’epoca erano incredibilmente limitati. Nel 1986, in un’epoca in cui un hard disk da 20 MB costava quanto un’automobile utilitaria, Katz iniziò a lavorare nel seminterrato di casa di sua madre a un algoritmo di compressione che avrebbe cambiato tutto. Aspetta un attimo, torna sopra e rileggi: ho scritto “un hard disk da 20 MB”, non 20 GB!!! Sì.

Il suo primo prodotto, PKARC, migliorava un programma esistente chiamato ARC. Ma fu con PKZip, rilasciato nel 1989, che Katz rivoluzionò davvero il mondo informatico. Il programma non solo comprimeva i file in modo più efficiente di qualsiasi altro software dell’epoca, ma Katz fece qualcosa di straordinario, da vero savvy tech nerd: pubblicò le specifiche del formato .ZIP, permettendo a chiunque di sviluppare software compatibili. In un’industria ossessionata dai segreti commerciali, questa decisione incarnava lo spirito dell’open source, prima ancora che il termine esistesse.

Philip Katz: il genio indecifrabile che ci ha insegnato il potere della condivisione

Se pensiamo ai nostri anni da nerd di ragazzi di Seattle ’99, tra LAN party improvvisati, montagne di floppy disk e la sacra missione di comprimere ogni singolo byte, il nome che ci faceva brillare gli occhi era uno solo: Philip Walter Katz. Katz non era solo un programmatore: era uno di noi, uno spirito libero e geniale che aveva reso più facile la nostra vita digitale inventando PKZIP e, di conseguenza, il famoso formato ZIP, che ancora sopravvive oggi. Per chi non lo sapesse, è stato proprio lui a rendere possibile condividere software, giochi, progetti e idee in pacchetti leggeri e pronti a essere scaricati anche su quelle connessioni a 56k che tanto ci facevano penare.

Cosa ha rappresentato Katz per noi nerd? Libertà, apertura, overflow creativo. Katz creò PKZIP come uno strumento aperto, consentendo a tutti di modificarlo e adattarlo, mettendo in pratica l’etica hacker dello sharing prima ancora che il termine “open source” diventasse mainstream. Lavorava di notte, testava i limiti della tecnologia e ci dimostrava che il vero successo non era solo vendere software ma inventare strumenti utili e metterli nelle mani di chi aveva voglia di costruire.

Sì, la sua storia ha anche risvolti oscuri: non credette nell’ascesa di Windows e non investì mai nell’aspetto grafico, lasciando il campo a WinZip e ai nuovi competitor e in qualche modo pagando un prezzo altissimo dal punto di vista umano. Ma proprio qui arriva il vero insegnamento per i giovani di oggi, quello che tramite il mio blog voglio condividere: non basta essere geniali, bisogna anche saper guardare lontano e ascoltare la comunità. Il successo, come ci insegna Katz, nasce dal desiderio di fare la differenza per gli altri.

Dalla gloria all’oblio: il prezzo del genio

Il successo di PKZip fu immediato e travolgente. La sua azienda, PKWare, divenne rapidamente un punto di riferimento nel settore. Katz aveva trovato la formula magica: un modello “shareware” che permetteva agli utenti di provare il software gratuitamente e pagare solo se lo trovavano utile. Nel 1990, PKWare generava milioni di dollari di fatturato annuo, e Philip Katz era diventato una celebrità nel mondo della programmazione.

Ma dietro il successo professionale si nascondeva un uomo in lotta con i suoi demoni. Katz soffriva di ansia sociale e, con il crescere della fama, iniziò a rifugiarsi nell’alcol. I suoi collaboratori raccontano di un genio che lavorava di notte, isolato dal mondo, comunicando principalmente attraverso note e codice. Mentre il suo software connetteva milioni di persone, lui si disconnetteva sempre più dalla realtà.

La spirale discendente fu rapida e inesorabile. Divorzi, cause legali e problemi di salute si susseguirono. Il 14 aprile 2000, Philip Katz fu trovato morto in un motel a Milwaukee, circondato da bottiglie vuote. Aveva solo 37 anni. La causa ufficiale del decesso: pancreatite acuta causata dall’alcolismo cronico. Un finale tragico per l’uomo che aveva dato al mondo uno strumento di libertà digitale.

Il lascito compresso che continua a espandersi

Oggi, ogni volta che scarichi un file .zip, stai toccando con mano l’eredità di Philip Katz. Il formato che creò è diventato uno standard universale, integrato in ogni sistema operativo moderno. Windows, macOS, Linux – tutti riconoscono e utilizzano la sua invenzione. Miliardi di file vengono compressi e decompressi ogni giorno grazie alla sua intuizione.

C’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che un uomo che lottava per comunicare con il mondo abbia creato uno strumento che ha reso la comunicazione digitale infinitamente più accessibile. In un’epoca in cui celebriamo i visionari della tecnologia come rockstar globali, la storia di Katz ci ricorda il lato umano dell’innovazione – con tutte le sue fragilità e contraddizioni.

Forse la prossima volta che vedrai quel piccolo file con l’estensione .zip, potrai dedicare un pensiero a Philip Katz: il genio tormentato che compresse i dati, ma non riuscì a comprimere i suoi dolori. La sua vita fu breve, ma il suo impatto sul mondo digitale è eterno e continua a espandersi, un bit alla volta, ogni giorno.

Il messaggio per i GenZ’s che leggono questa storia

Quello che Katz ci ha lasciato — e che possiamo trasmettere ai ragazzi di oggi, quelli che non hanno mai visto la lira e che sono nati dopo il 2000 — è una sorta di manifesto tech:

  • Coltivate il talento, ma condividetelo.
  • Non abbiate paura di sbagliare: il fallimento accelera l’evoluzione.
  • Pensate in grande e non dimenticate mai per chi state creando: la comunità è il vero valore.
  • Siate aperti, trasparenti, costruttivi. La tecnologia cresce davvero solo quando diventa patrimonio comune.

Noi, nerd di Seattle ’99, siamo diventati adulti grazie a persone come Katz, capaci di rendere la tecnologia accessibile e potente. Ai giovani dico: studiate la sua storia, fatene tesoro e costruite strumenti che aiutano gli altri. Solo così sarete davvero parte della rivoluzione digitale.

Un geek rimane tale finché sa imparare dagli errori dei giganti e sa restituire qualcosa al mondo.

La mia penna stilografica Pelikano del 1975 e il ritorno alla scrittura che lascia traccia (anche nel cuore)

Pelikano 1975

Tempo di lettura: 7 minuti

Succede, a volte, che la nostalgia prenda forme inaspettate. Nel mio caso, ha assunto le sembianze di una penna stilografica Pelikano blu trovata per caso su eBay, in una di quelle serate in cui ti perdi tra le pagine del web come una volta ti perdevi tra gli scaffali di un mercatino dell’usato. Non cercavo nulla di particolare, eppure l’ho trovata: una Pelikano, identica a quella che stringevo tra le dita durante gli anni delle elementari, quando la scrittura era un’arte da imparare e non un semplice mezzo per comunicare.

“E poi c’è la questione della personalità: la tua calligrafia è unica, come la tua impronta digitale, racconta qualcosa di te che un font standardizzato non potrà mai esprimere”.

Quando le penne erano progettate per insegnarti a scrivere, non solo per scrivere

La Pelikano non era una penna qualsiasi. Prodotta in Germania fin dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, prese piede in Italia nei primi anni Settanta e non a caso aveva la “o” finale nel nome del modello, perché l’intento principale del produttore tedesco Pelikan era quello di entrare nel mercato italiano. La “o” finale era quindi un omaggio all’italianità, come spesso avviene con i nomi a cui viene messa una “o” o una “a” finale per imitare il suono della lingua di Dante Alighieri (cosa tra l’altro molto interessante anche dal punto di vista di marketing, ma magari ci tornerò su un’altra volta). La Pelikano era pensata specificamente per i bambini delle scuole elementari italiane. Con il suo corpo in plastica colorata e la sua forma ergonomica, era progettata per insegnare la corretta impugnatura. Ricordo ancora la sensazione delle piccole scanalature dove dovevano posizionarsi le dita, il pennino di acciaio che non era né troppo rigido, né troppo flessibile, perfetto per chi stava imparando a controllare la pressione sulla carta. E dovevi imparare anche a non calcare troppo, perché avresti rotto la penna oppure avresti lasciato una traccia di inchiostro sbavata.

C’era qualcosa di rituale nell’usarla. Il rumore del cappuccio che si sfilava e che nella parte finale, quando si inserisce nella parte zigrinata fa un rumore particolare, il gesto di controllare il livello dell’inchiostro e di aprire la penna periodicamente e poi quel momento di concentrazione prima di appoggiare la punta sul foglio. Io ho sempre prediletto le punte M, cioè di tratto Medium (per le penne tedesche, perché le penne giapponesi e quelle americane hanno una gradazione diversa del tratto di penna, ma ne riparleremo in un altro articolo). Non era come cliccare una biro o digitare su una tastiera – richiedeva attenzione, cura, presenza.

E gli errori? Quelli erano permanenti, o quasi. Ricordo i quaderni con le macchie di “cancellina” (o “scancellino” come si diceva da noi in Toscana), le parole cancellate con una linea precisa, i fogli strappati quando proprio non c’era verso di rimediare. E si andava a scuola con il foglio di carta assorbente dentro l’astuccio, una carta molto porosa di colore celestino o verdolino che era praticamente fatta di cellulosa pura. Scrivere con la penna stilografica ti insegnava che le parole hanno un peso, che una volta messe sulla carta, lasciano una traccia. Una cosa che avrei imparato nella mia vita, anche quando ho scritto lettere d’amore alle mie fidanzate lontane (Germania, Spagna, Russia).

Un pezzo di Europa quando l’Europa produceva ancora “cose“

Quella che ho acquistato su eBay per poche decine di euro è un esempio di produzione tedesca di qualità, di un’epoca in cui l’Europa era ancora il cuore pulsante della manifattura. Questa penna, venduta allora a un prezzo accessibile (circa mille lire dell’epoca, equivalenti a circa 10,80 € di oggi), era una compagna fedele degli scolari di tutta Italia, ma penso anche di tutta l’Europa occidentale. Non era un oggetto di lusso, ma un utensile quotidiano costruito per durare, pensato per accompagnare i primi passi nel mondo della scrittura.

Tornare a scrivere con una penna simile a quella che usavo da bambino è stato un viaggio emozionante nel tempo, un modo per riconnettermi con le mie radici di scrittura. È sorprendente come un oggetto così semplice possa risvegliare memorie sopite, sensazioni tattili che credevi dimenticate, persino l’odore dell’inchiostro che macchiava le dita e i bordi dei quaderni (il celebre inchiostro Pelikan 4001 che è tuttora in commercio dopo 50 anni).

Perché dovremmo tornare alla scrittura a mano nell’era digitale

“Ho riscoperto il piacere di vedere le mie idee prendere forma sulla carta.”

Sembra assurdo, lo so. Nell’epoca in cui possiamo dettare note al telefono, mandare messaggi vocali e scrivere email a velocità supersonica (oggi con la AI possiamo anche dettarle e chiedere di correggerle all’intelligenza artificiale), suggerire di tornare alla penna stilografica appare come un anacronismo, una nostalgia fuori tempo. Eppure, c’è qualcosa nella scrittura a mano che la tecnologia non è ancora riuscita a replicare.

Quando scrivi a mano, specialmente con una penna stilografica, sei costretto a rallentare. Il pensiero e il gesto si sincronizzano in un ritmo che favorisce la riflessione. Non puoi cancellare con un tasto, non puoi fare copia e incolla, non puoi saltare da una parte all’altra del testo. Sei lì, presente, con i tuoi pensieri che fluiscono attraverso l’inchiostro.

Diversi studi hanno dimostrato che prendere appunti a mano migliora la memorizzazione e la comprensione. Quando scrivi con una tastiera tendi a trascrivere meccanicamente, mentre con la penna sei costretto a sintetizzare, a rielaborare, a fare tue le informazioni. E poi c’è la questione della personalità: la tua calligrafia è unica, come la tua impronta digitale, racconta qualcosa di te che un font standardizzato non potrà mai esprimere.

Ho ripreso a usare la penna stilografica per i miei appunti di lavoro da anni e mi trovo bene. All’inizio sembrava una stranezza, quasi un vezzo. I colleghi mi guardavano perplessi quando, durante le riunioni, tiravo fuori il mio taccuino e la mia penna, invece di aprire il laptop. I colleghi stretti con cui lavoro notano anche che alle volte cambio penna e non uso sempre questa penna Pelikano, che invece tengo per gli appunti quotidiani casalinghi (appunti per pagare la bolletta, sistemare il programma per la gestione della raccolta differenziata e cose simili).

Ma ho notato che usando la penna stilografica ricordavo meglio gli argomenti discussi, che le mie note avevano più struttura, più sostanza. E, cosa non da poco, ho riscoperto il piacere di vedere le mie idee prendere forma sulla carta, con quell’inconfondibile tratto nero (per me la penna deve sempre scrivere nero!) che solo l’inchiostro liquido sa lasciare.

Ritrovare il piacere della lentezza in un mondo che corre

Non sto suggerendo di abbandonare la tecnologia, anzi, sarebbe assurdo e controproducente. Sto solo proponendo di ritagliarsi dei momenti in cui rallentare, in cui riscoprire il piacere di un gesto antico come la scrittura. Provate a cercare anche voi una vecchia stilografica – non deve essere per forza una Pelikano d’epoca, oggi ci sono modelli per tutti i gusti e tutte le tasche – e dedicatele un po’ del vostro tempo.

Nel mercato dell’usato, anche su piattaforme come eBay, è possibile trovare penne stilografiche che, con poche decine di euro, riportano la gioia di scrivere sulla carta. È un piacere che nessuna app o dispositivo digitale può eguagliare, un ritorno a un’epoca in cui la scrittura era un’arte e non solo un mezzo di comunicazione.

Potreste scoprire che scrivere la lista della spesa, un’idea per un progetto o persino un messaggio importante a qualcuno che amate assume un significato diverso quando lo fate con l’inchiostro invece che con i pixel. Potreste ritrovare una parte di voi stessi che avevate dimenticato, quella che sa prendersi il tempo necessario per fare le cose con cura.

La mia “vecchia” Pelikano del 1975 ora ha un posto d’onore sulla mia scrivania. Non è solo un souvenir acquistato per nostalgia, ma un promemoria quotidiano dell’importanza di lasciare tracce tangibili in un mondo sempre più virtuale. E voi, quando è stata l’ultima volta che avete scritto qualcosa a mano?

Il triangolo delle potenze toscane, Siena, Firenze e Pisa: echi di guerre antiche, lotte medievali e moderne

Le torri di san gimignano, immagine elaborata da ai a cura di fabrizio gabrielli

Tempo di lettura: 7 minuti

La geometria del potere nelle lotte medievali toscane

Nel cuore pulsante della Toscana medievale, tra colline ondulate e borghi fortificati, si consumò una delle più emblematiche manifestazioni della dialettica del potere che la storia italiana abbia mai conosciuto. Le contese tra Firenze, Siena e Pisa non furono mere scaramucce territoriali, bensì l’espressione tangibile di un conflitto ideologico che trascendeva i confini geografici per abbracciare una dimensione universale.

La dicotomia tra Guelfi e Ghibellini rappresentò, in essenza, la cristallizzazione locale di una tensione che attraversava l’intero continente europeo. Da un lato, i sostenitori del Papato, fautori di un’autorità spirituale che si estendeva fino agli affari temporali; dall’altro, i difensori dell’Impero, propugnatori di un potere secolare che aspirava a una legittimazione quasi sacrale. Questa contrapposizione, lungi dall’essere una mera questione di fedeltà dinastiche, incarnava una profonda riflessione sulla natura stessa dell’autorità e sulla sua legittimazione.

Le città toscane divennero così il palcoscenico di un dramma più ampio, in cui ogni torre, ogni palazzo comunale, ogni pietra delle mura difensive raccontava una storia di appartenenze ideologiche e di ambizioni politiche. L’architettura stessa delle città si fece manifesto di questa lotta: i palazzi dei Guelfi con le loro merlature a coda di rondine si ergevano in sfida alle torri ghibelline dai merli squadrati, in un dialogo silenzioso ma eloquente che ancora oggi possiamo leggere nelle pietre antiche.

La retorica del conflitto: giustificazioni antiche e moderne

Ciò che rende particolarmente illuminante lo studio di questo periodo è la sofisticata architettura retorica che sosteneva entrambe le fazioni. I Guelfi si presentavano come difensori della libertà comunale contro le ingerenze imperiali, mentre i Ghibellini si ergevano a paladini dell’ordine universale contro i particolarismi locali, le piccole zizzanie tra gruppi locali e soprattutto contro le ingerenze papali. Entrambi, tuttavia, celavano dietro queste nobili dichiarazioni d’intenti interessi economici e ambizioni di egemonia territoriale.

Non è forse questa stessa dinamica che ritroviamo, con inquietante precisione, nei conflitti contemporanei? In Ucraina, la retorica della sicurezza nazionale e della “denazificazione” da un lato si contrappone alla narrazione della difesa della sovranità e dei valori democratici dall’altro. In Palestina, la dialettica della sicurezza esistenziale di Israele si scontra con le rivendicazioni di autodeterminazione del popolo palestinese. In entrambi i casi, come nelle lotte medievali toscane, le narrazioni ufficiali fungono da velo per interessi geopolitici ed economici più complessi e meno nobili.

La strumentalizzazione ideologica che caratterizzava le dispute tra Guelfi e Ghibellini trova un’eco disturbante nella polarizzazione del discorso pubblico contemporaneo riguardo ai conflitti attuali. Come nel Medioevo toscano, anche oggi assistiamo alla costruzione di narrazioni manichee che riducono realtà complesse a semplicistiche contrapposizioni tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra civiltà e barbarie.

I territori come scacchiere: dalla Toscana medievale ai teatri bellici contemporanei

Le città toscane, con i loro contadi, divennero pedine in un gioco più grande di loro. Firenze, Siena e Pisa si trovarono spesso a combattere guerre che, in ultima analisi, servivano interessi esterni alle loro mura. La battaglia di Montaperti del 1260, con il suo tragico bilancio di sangue, non fu solo uno scontro tra Siena e Firenze, ma un episodio della grande partita geopolitica che si giocava tra Papato e Impero.

Analogamente, i territori dell’Ucraina orientale e della Striscia di Gaza sono divenuti, loro malgrado, laboratori di sperimentazione geopolitica in cui si misurano potenze regionali e globali. La popolazione civile, tanto nel Medioevo toscano quanto nelle zone di conflitto contemporanee, si trova a pagare il prezzo più alto di decisioni prese in lontane stanze del potere.

La territorializzazione del conflitto ideologico che caratterizzava la Toscana medievale trova un parallelo inquietante nella trasformazione di regioni come il Donbass o Gaza in simboli di più ampie contese. Come le città toscane divenivano emblemi della fedeltà guelfa o ghibellina, così oggi questi territori vengono investiti di significati che trascendono la loro realtà geografica e umana.

L’insegnamento della ciclicità storica: una lezione inascoltata

Qual è, dunque, l’insegnamento che possiamo trarre da questo parallelismo tra le lotte medievali toscane e i conflitti contemporanei? La prima, fondamentale lezione riguarda la natura ciclica della storia e la persistenza di determinate dinamiche di potere attraverso i secoli.

“Nonostante il progresso tecnologico e l’evoluzione delle istituzioni politiche, le logiche che sottendono i conflitti sembrano ripetersi con inquietante regolarità.”

Le guerre toscane del Medioevo ci insegnano che dietro le narrazioni ideologiche si celano sempre interessi materiali e ambizioni di potere. La retorica guelfa e ghibellina, con la sua pretesa universalistica, serviva spesso a mascherare obiettivi molto più prosaici: il controllo delle vie commerciali, l’accesso alle risorse, l’egemonia regionale. Non è forse questa stessa dinamica che osserviamo nei conflitti contemporanei, dove le dichiarazioni ufficiali celano spesso interessi legati alle risorse energetiche, alle rotte commerciali, alle sfere d’influenza?

Un altro insegnamento cruciale riguarda il costo umano dei conflitti ideologici. Le cronache medievali ci hanno tramandato resoconti strazianti delle sofferenze inflitte alle popolazioni civili durante le guerre tra Guelfi e Ghibellini: città saccheggiate, raccolti distrutti, famiglie disperse. Questi echi di sofferenza trovano una tragica risonanza nelle immagini che ci giungono da Mariupol o da Gaza, a testimonianza di come la violenza bellica continui a colpire principalmente gli innocenti.

Forse la lezione più importante che possiamo trarre da questo parallelismo storico è la consapevolezza della futilità ultima dei conflitti ideologici. La Toscana medievale, dopo decenni di guerre fratricide, trovò infine una sintesi che trascendeva la dicotomia guelfo-ghibellina, aprendo la strada a uno dei periodi più fecondi della storia culturale europea: il Rinascimento. Questo ci suggerisce che solo il superamento delle contrapposizioni ideologiche rigide può condurre a una vera fioritura della civiltà umana.

Verso una nuova consapevolezza: il ruolo dell’intellettuale contemporaneo

Di fronte a questi parallelismi inquietanti, quale dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale contemporaneo? Come i grandi pensatori del Rinascimento seppero elevarsi al di sopra delle dispute medievali per abbracciare una visione più universale dell’umanità, così oggi siamo chiamati a sviluppare una coscienza critica che sappia decostruire le narrazioni semplicistiche che alimentano i conflitti.

L’intellettuale ha il dovere di svelare le strutture profonde che sottendono le manifestazioni superficiali dei conflitti, di mostrare come dietro le contrapposizioni apparentemente irriducibili si celino spesso interessi convergenti e logiche di potere simili. Come Dante Alighieri che, pur essendo di parte guelfa, seppe criticare con eguale fermezza gli eccessi di entrambe le fazioni, così oggi abbiamo bisogno di voci che sappiano elevarsi al di sopra della polarizzazione del dibattito pubblico.

La lezione più preziosa che ci giunge dalle lotte medievali toscane è forse proprio questa: la necessità di una visione dialettica della storia che sappia riconoscere la complessità delle forze in gioco e rifiuti le semplificazioni ideologiche. Solo attraverso questa consapevolezza critica possiamo sperare di interrompere la ciclicità apparentemente inesorabile dei conflitti e aprire la strada a una nuova sintesi che, come il Rinascimento fece con il Medioevo, sappia trascendere le contraddizioni del presente.

In ultima analisi, lo studio delle lotte tra Guelfi e Ghibellini nella Toscana medievale ci offre non solo una chiave di lettura per comprendere i conflitti contemporanei, ma anche uno strumento per immaginare il loro possibile superamento. È questa, forse, la più preziosa eredità che ci giunge da quelle remote contese: la speranza che, come allora, anche dalle ceneri delle guerre attuali possa nascere una nuova fioritura della civiltà umana.

Larniano: quel crocevia toscano dove si respira la storia

Veduta di san gimignano

Tempo di lettura: 5 minuti

Hai presente quella sensazione quando ti trovi in un luogo e senti che sotto i tuoi piedi sono passati secoli di storia? Ecco, a Larniano è esattamente così. Mi sono imbattuto in questo angolo di Toscana quasi per caso, durante uno dei miei vagabondaggi in moto tra le colline senesi con la mia Kawasaki. Un crocevia a triangolo, apparentemente insignificante, che però racchiude in sé l’essenza di una regione intera. Da qui, le strade si diramano verso tre delle città che hanno scritto la storia della Toscana: Firenze, Pisa e Siena.

La mia kawasaki er6-f rielaborata con la ai
La mia Kawasaki ER6-f rielaborata con la AI

Un balcone naturale tra San Gimignano e Gambassi

Nel cuore pulsante della Toscana, tra le dolci colline che separano San Gimignano e Gambassi, si cela questo luogo di rara bellezza e profonda suggestione. Percorrendo la strada provinciale che unisce questi due gioielli medievali, si giunge a Larniano quasi senza accorgersene. È uno di quei posti che non trovi sulle guide turistiche, ma che ti lasciano senza fiato. Mi sono fermato qui una mattina di primavera, quando la foschia si stava appena diradando, e ho capito perché i pittori rinascimentali erano così ossessionati da questi paesaggi. C’è qualcosa di magico nel modo in cui la luce accarezza queste colline, trasformando un semplice panorama in un’esperienza quasi mistica.

A Larniano c’è poco: un paio di agriturismi sperduti nella campagna e solo un crocevia a triangolo, le cui strade portano una a Siena, l’altra verso Pisa e la terza in direzione di Firenze. Ma è proprio questa semplicità che rende il luogo così speciale, un punto panoramico che offre una vista mozzafiato, capace di rapire l’anima di chiunque abbia la fortuna di fermarsi a contemplare il paesaggio.

Non lontano da Larniano però c’è Castelfalfi, storico borgo pisano, oggi diventato un resort di lusso per danarosi stranieri che cercano la Toscana più autentica e il convento di San Vivaldo.

Il convento di san vivaldo, detta la gerusalemme di toscana
Il convento di San Vivaldo, detta la Gerusalemme di Toscana

San Vivaldo si trova nella frazione omonima del comune di Montaione, in provincia di Firenze. È anche conosciuta come la “Gerusalemme di Toscana” per il suo celebre Sacro Monte: un complesso di cappelle, costruite tra il 1500 e il 1515 dai frati francescani, che riproducono in scala i principali luoghi santi di Gerusalemme, permettendo così ai pellegrini di compiere un viaggio spirituale senza lasciare la Toscana.

Tre potenze, un crocevia, infinite storie

Larniano non è solo un punto panoramico, ma un simbolo delle antiche dispute che hanno caratterizzato la storia toscana. Ti sei mai chiesto come doveva essere vivere in queste terre durante le lotte tra guelfi e ghibellini nella seconda metà del XII secolo e per tutto il Duecento? Questo scollinamento rappresenta una sorta di terra di mezzo, un punto di equilibrio tra tre potenze storiche che hanno segnato il destino della regione.

Da qui, volgendo lo sguardo in una direzione, puoi ammirare le maestose torri di San Gimignano, che si ergono come sentinelle di un passato glorioso. Dall’altro lato, in lontananza, si intravedono le prime propaggini di Volterra, altra perla toscana che sembra sussurrarti storie di etruschi e di medioevo.

Torri san gimignano

Questo luogo non è solo un punto di osservazione privilegiato, ma rappresenta anche una simbolica congiunzione tra tre territori storicamente significativi. Larniano è un crocevia non solo geografico, ma anche culturale, un punto di equilibrio tra le influenze di Firenze, Siena e Pisa che hanno plasmato l’identità di questa regione attraverso i secoli.

Perdersi per ritrovarsi tra queste colline

Ogni volta che torno in questa zona, scopro qualcosa di nuovo. È uno di quei luoghi che cambiano con le stagioni, con la luce, con il tuo stato d’animo. In estate, i campi di grano ondeggiano come un mare dorato. In autunno, i vigneti si tingono di rosso e ocra, creando un mosaico di colori che sembra uscito dalla tavolozza di un pittore. E poi c’è il silenzio. Un silenzio che in città abbiamo dimenticato, interrotto solo dal canto degli uccelli o dal fruscio del vento tra i cipressi.

Larniano è un invito a rallentare, a respirare, a lasciarsi trasportare dalla bellezza e dalla storia che permeano ogni angolo di questa terra. Un luogo che, per chi sa ascoltare, ha ancora molto da raccontare. In questo angolo di Toscana, ogni collina, ogni strada, ogni panorama racconta una storia, invitandoci a fermarci, a riflettere, a immergerci nella ricchezza culturale e storica della regione.

A volte mi chiedo quante storie si siano intrecciate in questo crocevia nei secoli. Quanti mercanti, pellegrini, soldati e viaggiatori abbiano sostato qui, magari per riprendere fiato prima di proseguire il loro cammino. E mi piace pensare che anche noi, donne e uomini moderni sempre di fretta, possiamo ancora cogliere l’essenza di questo luogo se solo ci concediamo il tempo di fermarci e guardare davvero.

La prossima volta che ti trovi a vagare per la Toscana, fai una deviazione verso Larniano. Goditi San Vivaldo, fai una capatina a Castelfalfi, e ovviamente non dimenticare di visitare San Gimignano. Non te ne pentirai. E chissà, magari ci incontreremo lì, entrambi rapiti dalla magia di un tramonto toscano che tinge di oro le torri di San Gimignano.

La fine della traduzione: come l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mondo del lavoro

Fabrizio gabrielli, la ai e la traduzione

Tempo di lettura: 12 minuti

Nel silenzio ovattato di un fine luglio afoso e umido, Microsoft ha pubblicato uno studio, ripreso da vari media, tra cui techmeme.com che ha fatto tremare le fondamenta di intere categorie professionali.

Al vertice della lista delle professioni destinate a scomparire nell’era dell’intelligenza artificiale troviamo loro: gli interpreti e traduttori. Una sentenza che risuona come un epitaffio per chi, come me, ha trascorso anni a navigare tra le sfumature linguistiche di manuali tecnici per multinazionali tedesche e americane. Non è una rivelazione inattesa, ma piuttosto la conferma di un presagio che avevo percepito già nel 2013, quando osservavo i primi segnali di quella che sarebbe diventata una tempesta perfetta: delocalizzazione verso Est e avvento dei primi strumenti di traduzione assistita.

Oggi, con l’AI generativa che produce testi in decine di lingue con un semplice prompt, quella premonizione si è trasformata in realtà tangibile. Ma questa non è solo la cronaca di una fine annunciata; è anche il racconto di come, attraversando il deserto dell’obsolescenza professionale, sia possibile scoprire nuovi orizzonti e reinventarsi. Perché quando un’onda travolge tutto, puoi lasciarti trascinare negli abissi o imparare a cavalcarla.

Quando vidi i primi segnali del cambiamento

“Nelle mail delle multinazionali con cui collaboravo e che ricevevo in copia, la parola d’ordine era, da un annetto: ‘cost reduction’, salvo che questi mega manager non si sono mai tagliati i viaggi in giro o le Audi aziendali lunghe 5 metri e mezzo.”

Era il 2013, e sedevo davanti al mio monitor in un open space asettico di una multinazionale, circondato da colleghi che ancora credevano nell’immortalità della nostra professione. I segni premonitori erano già lì, nascosti tra le righe dei contratti in scadenza e nelle interfacce sempre più sofisticate dei software di traduzione assistita. Trados, il colosso svizzero della traduzione computerizzata, non era più solo uno strumento ausiliario, ma stava silenziosamente ridisegnando i confini del nostro mestiere.

Ricordo con nitida amarezza il giorno in cui il nostro capo dipartimento convocò una riunione straordinaria. Con tono asettico, quasi clinico, ci annunciò che la produzione della documentazione tecnica sarebbe stata trasferita in Polonia e Repubblica Ceca. “Questione di costi”, disse, evitando accuratamente i nostri sguardi. Nelle mail delle multinazionali, con cui collaboravo e che ricevevo in copia, la parola d’ordine era, da un annetto: “cost reduction”, salvo che questi mega manager non si sono mai tagliati i viaggi in giro o le Audi aziendali lunghe 5 metri e mezzo.

Ma io sapevo che c’era di più. Non era solo una questione di salari più bassi (tra l’altro la traduzione veniva pagata a parola o a riga, configurando anche una prestazione “a cottimo”). Si trattava invece di un cambiamento paradigmatico nella percezione stessa del valore della traduzione. La traduzione veniva vista come un orpello da soddisfare, perché la manualistica CE doveva corredare per legge tutte le apparecchiature, sapendo già fin dall’inizio che nessuno l’avrebbe mai letta.

Le memorie di traduzione – quei database che conservano frasi e terminologia precedentemente tradotte – stavano diventando sempre più vaste e sofisticate. Ogni giorno che passava, il nostro contributo creativo si assottigliava, sostituito da un processo quasi meccanico di verifica e approvazione. Le stringhe colorate sullo schermo – verde per le corrispondenze perfette, giallo per quelle parziali, rosso per il testo nuovo – erano il codice cromatico di una professione in via d’estinzione.

Mentre i miei colleghi si aggrappavano alla convinzione che la qualità del lavoro umano avrebbe sempre prevalso, io percepivo l’inesorabilità di quella trasformazione. Non era pessimismo, ma lucidità: stavo assistendo all’alba di un’era in cui la traduzione sarebbe diventata una commodity, un prodotto industrializzato dove la velocità e il costo avrebbero prevalso sulla finezza stilistica e l’interpretazione culturale.

Da lavoro di concetto a controllo qualità

“Il paradosso era evidente e doloroso: stavo contribuendo attivamente alla nostra stessa obsolescenza. Ogni correzione, ogni raffinamento stilistico che apportavo alla memoria di traduzione diventava nutrimento per un sistema che, un giorno, avrebbe reso superfluo il mio contributo.”

La metamorfosi fu tanto sottile quanto inesorabile. Ciò che un tempo era un’arte di mediazione culturale, un esercizio di equilibrismo tra fedeltà al testo originale e adattamento alla lingua d’arrivo, si trasformò gradualmente in un processo quasi meccanico di verifica e correzione. L’interfaccia di Trados divenne il nostro habitat quotidiano: un labirinto di segmenti precompilati dove la nostra funzione si riduceva a decidere se accettare o modificare le proposte generate dalla macchina.

Le memorie di traduzione, inizialmente concepite come supporto al traduttore, divennero progressivamente la nostra gabbia dorata. Ogni progetto completato alimentava il database, rendendo il sistema sempre più autonomo, sempre meno dipendente dall’intervento umano. Il nostro expertise linguistico, costruito attraverso anni di studi universitari e pratica, veniva silenziosamente assorbito da algoritmi sempre più sofisticati.

Il paradosso era evidente e doloroso: stavamo contribuendo attivamente alla nostra stessa obsolescenza. Ogni correzione, ogni raffinamento stilistico che apportavamo alla memoria di traduzione diventava nutrimento per un sistema che, un giorno, avrebbe reso superfluo il nostro contributo. Era come osservare, con lucida consapevolezza, l’avanzare di una marea che, inesorabilmente, avrebbe sommerso le nostre postazioni di lavoro.

La traduzione, da atto creativo e intellettuale, si trasformava in un esercizio di controllo qualità. Non eravamo più artigiani della parola, ma revisori di testi generati automaticamente. Io agli amici dicevo che mi stavo trasformando in uno “scribacchino”, ormai perfino gli impiegati delle poste facevano un lavoro più di concetto del mio. Le sfumature lessicali, le ambiguità semantiche, i giochi di parole – tutto ciò che rendeva affascinante e complessa la traduzione – venivano progressivamente appiattiti in un processo standardizzato, quantificabile, misurabile in termini di produttività e costi.

E mentre osservavo questa trasformazione, una domanda si insinuava nella mia mente: quanto tempo sarebbe passato prima che anche questa funzione di controllo qualità diventasse superflua? La risposta, come avrebbe confermato lo studio di Microsoft dodici anni dopo, era: meno di quanto immaginassimo.

Le 10 professioni più a rischio secondo Microsoft

Lo studio pubblicato da Microsoft nel luglio 2025 non fa che confermare, con la fredda oggettività dei dati, ciò che molti di noi avevano intuito anni fa. Al vertice della lista delle professioni destinate a essere soppiantate dall’intelligenza artificiale troviamo, non a caso, interpreti e traduttori. Una sentenza che non sorprende chi ha vissuto dall’interno la progressiva automazione del settore, ma che getta un’ombra inquietante sul futuro di migliaia di professionisti.

Non siamo soli, tuttavia, in questo limbo di obsolescenza programmata. Lo studio delinea un panorama in cui diverse categorie professionali si trovano a fronteggiare lo stesso destino:

  • storici,
  • assistenti passeggeri,
  • rappresentanti di vendita,
  • scrittori e autori,
  • operatori del servizio clienti,
  • programmatori CNC,
  • operatori telefonici,
  • agenti di biglietteria
  • annunciatori radiofonici.

Un elenco eterogeneo che, a un’analisi più attenta, rivela un pattern comune: si tratta prevalentemente di professioni basate sull’elaborazione di informazioni, sulla comunicazione e sulla creazione di contenuti.

Ciò che rende particolarmente vulnerabili queste professioni è la loro dipendenza da processi cognitivi che l’intelligenza artificiale ha imparato a emulare con sorprendente efficacia. La capacità di analizzare testi, di generare contenuti coerenti, di rispondere a query complesse – competenze che un tempo erano esclusivamente umane – sono ora alla portata di algoritmi sempre più sofisticati.

La traduzione, in particolare, rappresenta un caso emblematico di questa transizione. Se un tempo tradurre richiedeva non solo la conoscenza approfondita di due lingue, ma anche una sensibilità culturale e contestuale che sembrava irriproducibile artificialmente, oggi assistiamo a sistemi di traduzione automatica capaci di cogliere sfumature e contesti con un’accuratezza che, solo dieci anni fa, sarebbe stata impensabile.

Non si tratta di allarmismo tecnofobico, ma di una constatazione basata sull’osservazione empirica dell’evoluzione di questi strumenti. L’intelligenza artificiale non si limita più a tradurre parole o frasi isolate: comprende il contesto, riconosce i registri linguistici, adatta lo stile al genere testuale. In altre parole, ha iniziato a padroneggiare proprio quelle competenze che costituivano il valore aggiunto del traduttore umano.

Reinventarsi è possibile: ecco la mia storia

“Abbandonai la sicurezza delle stringhe colorate di Trados per immergermi nel mondo, allora per me nebuloso, del marketing digitale.”

Di fronte all’inevitabilità di questa trasformazione, avevo due opzioni: resistere, aggrappandomi a un passato professionale destinato a svanire, o abbracciare il cambiamento, reinventandomi in un panorama lavorativo in rapida evoluzione. Scelsi la seconda strada, non senza timore e incertezze.

Il 2013 segnò non solo la fine della mia carriera come traduttore, ma anche l’inizio di un percorso di metamorfosi professionale che mi avrebbe portato a esplorare territori allora sconosciuti. Abbandonai la sicurezza delle stringhe colorate di Trados per immergermi nel mondo, allora per me nebuloso, del marketing digitale. Fu come imparare una nuova lingua, con la sua grammatica, la sua sintassi, i suoi codici culturali.

Il passaggio non fu indolore. Dovetti decostruire e ricostruire la mia identità professionale, affrontare la vertigine dell’incompetenza temporanea dopo anni di expertise consolidato. Mi ritrovai nuovamente principiante, con l’umiltà e la vulnerabilità che questa condizione comporta, ma anche con la freschezza e la curiosità che l’accompagnano.

“Scoprii che la mia formazione linguistica, lungi dall’essere obsoleta, costituiva una fondazione preziosa per comprendere i meccanismi della comunicazione digitale, per decifrare le intenzioni di ricerca degli utenti (il famoso intento di ricerca o “search intent”).”

Dal marketing digitale ai social media, fino alla SEO tecnica – ogni tappa di questo percorso rappresentò non solo l’acquisizione di nuove competenze, ma una progressiva reinvenzione del mio rapporto con il lavoro stesso. Scoprii che la mia formazione linguistica, lungi dall’essere obsoleta, costituiva una fondazione preziosa per comprendere i meccanismi della comunicazione digitale, per decifrare le intenzioni di ricerca degli utenti (il famoso intento di ricerca o “search intent”), per strutturare contenuti che risuonassero sia con le persone che con gli algoritmi. Capii che ero più avanti di quanto io stesso avevo immaginato, quando acquistai un paio di libri che spiegavano la ricerca delle parole chiave ai fini del posizionamento di un sito web: scoprii che erano tutti concetti che conoscevo e che padroneggiavo, avendo studiato la linguistica pragmatica e la pragmatica della comunicazione umana (Paul Watzlawick docet!).

La transizione fu graduale e non priva di ostacoli. Ci furono momenti di smarrimento, notti insonni trascorse a chiedermi se avessi fatto la scelta giusta, se non fosse stato più saggio aggrapparmi alla mia zona di comfort professionale finché fosse stato possibile. Ma ogni piccolo successo, ogni progetto completato, ogni nuova competenza acquisita rafforzava la convinzione di essere sulla strada giusta.

Oggi, guardando indietro a quel momento di crisi esistenziale e professionale, provo una strana gratitudine. Quella che allora percepii come una catastrofe si rivelò, in retrospettiva, un’opportunità di crescita e rinnovamento. La fine della mia carriera come traduttore non segnò la fine della mia vita professionale, ma la sua evoluzione verso forme che non avrei potuto immaginare.

Guardare oltre l’orizzonte

“Ogni rivoluzione tecnologica nella storia ha eliminato alcune professioni e ne ha create altre. […] La differenza, oggi, è nella velocità e nella pervasività di questa trasformazione.”

Mentre scrivo queste righe, sono consapevole che il processo di trasformazione che ho vissuto non è un’esperienza isolata, ma il riflesso di un fenomeno più ampio che coinvolge – e coinvolgerà – un numero crescente di professionisti. L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva futuristica, ma una presenza concreta che sta ridisegnando i confini di ciò che consideriamo “lavoro umano”.

La lista delle professioni a rischio pubblicata da Microsoft non è un’apocalittica profezia, ma un invito alla consapevolezza e all’adattamento. Ogni rivoluzione tecnologica nella storia ha eliminato alcune professioni e ne ha create altre, ha reso obsolete certe competenze e ne ha rese necessarie di nuove. La differenza, oggi, è nella velocità e nella pervasività di questa trasformazione.

Anche il campo in cui ho trovato rifugio – la SEO tecnica – non è immune da questo processo. L’intelligenza artificiale sta già modificando profondamente il modo in cui i motori di ricerca indicizzano e classificano i contenuti, il modo in cui gli utenti interagiscono con essi, le strategie che determinano la visibilità online. La SEO di domani sarà radicalmente diversa da quella di oggi, così come la traduzione di oggi è irriconoscibile rispetto a quella che praticavo dodici anni fa.

Ma in questa continua evoluzione risiede anche un messaggio di speranza. L’obsolescenza professionale non è una condanna definitiva, ma un invito a reinventarsi, a esplorare territori inesplorati, a sviluppare competenze che trascendono le specifiche tecniche e si radicano in qualità profondamente umane: creatività, empatia, pensiero critico, capacità di connettere punti apparentemente distanti.

La vera sfida non è resistere al cambiamento, ma cavalcarlo. Non è aggrapparsi a ciò che sappiamo fare, ma essere disposti a imparare ciò che ancora non conosciamo. Non è difendere il nostro territorio professionale, ma esplorarne di nuovi con curiosità e apertura.

In un futuro non troppo lontano, forse, anche questo articolo potrebbe essere scritto da un’intelligenza artificiale indistinguibile da quella umana. Ma la capacità di raccontare la propria esperienza di trasformazione, di estrarre significato dal caos del cambiamento, di offrire una prospettiva personale su fenomeni collettivi – questa rimarrà una prerogativa umana.

E mentre l’intelligenza artificiale continua la sua inesorabile evoluzione, trasformando la SEO come ha trasformato la traduzione, mi preparo già al prossimo capitolo di questa avventura professionale. Perché, se c’è una lezione che ho appreso in questo viaggio, è che la fine di un percorso professionale non è la fine del viaggio, ma solo una svolta verso nuove, inesplorate destinazioni.

Il paradosso delle AI: tutti le usano, nessuno le paga

Il paradosso delle ai, ancora non c'è un piano per monetizzare le ai e gli utenti non vogliono pagare

Tempo di lettura: 5 minuti

Quando la tecnologia più rivoluzionaria del secolo non riesce a pagarsi da sola

Hai mai pensato a quanto sia strano che la tecnologia più chiacchierata degli ultimi anni, quella che dovrebbe rivoluzionare ogni aspetto della nostra vita, fatichi a far quadrare i conti? È come avere un ristorante pieno di gente che però ordina solo l’acqua del rubinetto. Benvenuti nel paradosso economico dell’intelligenza artificiale.

I numeri parlano chiaro e sono, francamente, impressionanti: il 97% delle persone che utilizzano strumenti di AI generativa come ChatGPT o Google Gemini sceglie la versione gratuita. Solo ChatGPT, il più popolare tra questi servizi, vanta circa 122 milioni di utenti giornalieri, ma appena il 5% di loro è disposto a pagare. È come se avessimo costruito un’autostrada enorme dove quasi tutti viaggiano senza pagare il pedaggio (è un’iperbole, ma è per far capire).

Il costo nascosto dietro ogni risposta intelligente

“quanto è sostenibile, non solo economicamente ma anche ambientalmente, questa corsa all’intelligenza artificiale?”

Quando chiedo a ChatGPT di scrivermi una mail o di spiegarmi un concetto complesso, raramente penso ai data center giganteschi che stanno lavorando per me in quel momento. Eppure, dietro ogni risposta c’è un’infrastruttura tecnologica che consuma energia elettrica come una piccola città e acqua a sufficienza per riempire piscine olimpioniche.

Le cifre degli investimenti fanno girare la testa: si parla di 300 miliardi di dollari solo quest’anno per sviluppare queste tecnologie. OpenAI ha presentato un piano chiamato Stargate che prevede investimenti per 500 miliardi di dollari, mentre Meta ha dichiarato di voler spendere “centinaia di miliardi” per costruire nuovi data center.

Mi viene da chiedermi: come pensano di recuperare questi soldi se quasi nessuno è disposto a pagare?

Perché non paghiamo per l’intelligenza artificiale?

La risposta è semplice e la conosco bene come freelance: il prezzo è troppo alto per l’utente occasionale. Prendiamo ChatGPT: la versione Plus costa 23 euro al mese, mentre quella Pro arriva a 229 euro mensili. Google Gemini segue un modello simile, mentre Claude di Anthropic è leggermente più economico.

Facciamo un paragone: Netflix costa circa 13 euro al mese e mi offre migliaia di film e serie TV. Spotify Premium è sugli 11 euro (di recente è aumentato di un euro/mese) e mi dà accesso a praticamente tutta la musica del mondo. Perché dovrei pagare il doppio o il triplo per un chatbot, per quanto intelligente possa essere?

La verità è che l’AI generativa è ancora in cerca del suo modello di business. È come il web nei primi anni ’90: tutti sapevano che era rivoluzionario, ma nessuno aveva ancora capito come guadagnarci.

Il futuro della monetizzazione: pubblicità e relazioni personali

Secondo Menlo Ventures, il futuro della monetizzazione dell’AI non sarà negli abbonamenti ma nella pubblicità e nei programmi di affiliazione. Immagina ChatGPT che ti consiglia un prodotto su Amazon e riceve una percentuale se lo acquisti. O Google Gemini che inserisce sottilmente annunci pubblicitari nelle sue risposte.

Ma c’è un’altra strada, più controversa e potenzialmente più redditizia: i “Companions”, chatbot progettati per avere conversazioni intime e personali con gli utenti. Meta e xAI di Elon Musk stanno già esplorando questa direzione, seguendo l’esempio di startup come Replika e Character.AI.

È un territorio scivoloso, che solleva domande etiche profonde. Vogliamo davvero un mondo in cui le persone pagano per avere relazioni emotive con macchine programmate per sembrare empatiche? E cosa succede quando queste relazioni diventano troppo intense o problematiche?

La domanda che nessuno fa

Mentre scriviamo e leggiamo di AI, c’è una domanda che raramente ci poniamo: quanto è sostenibile, non solo economicamente ma anche ambientalmente, questa corsa all’intelligenza artificiale?

I data center consumano quantità enormi di energia e acqua. Secondo alcune stime, una singola chat con GPT-4 può consumare l’equivalente di mezzo bicchiere d’acqua. Moltiplica questo per miliardi di interazioni giornaliere e il quadro diventa preoccupante.

Come freelance che lavora con la tecnologia, mi trovo spesso a riflettere su questi paradossi. Utilizzo strumenti di AI quotidianamente, ma raramente pago per essi. Sono parte del problema che sto descrivendo. E probabilmente lo sei anche tu.

Un equilibrio ancora da trovare

La verità è che siamo ancora all’inizio di questa rivoluzione. L’AI generativa è come un adolescente: piena di potenziale ma ancora in cerca della propria identità e del proprio posto nel mondo.

Le aziende dovranno trovare un equilibrio tra accessibilità e sostenibilità economica. Gli utenti dovranno decidere quanto valore attribuiscono a questi servizi. E tutti noi dovremo confrontarci con le implicazioni etiche e ambientali di questa tecnologia.

Nel frattempo, continueremo a usare ChatGPT gratuitamente, consapevoli che da qualche parte, in un data center che consuma energia come una piccola nazione, un algoritmo sta lavorando per noi. E prima o poi, in un modo o nell’altro, qualcuno dovrà pagare il conto.