Alex Langer: l’uomo che sognava un mondo più verde e giusto

Alex langer, as a cyberpunk hero, ai generated image by monica

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Introduzione

Ti sei mai chiesto come sarebbe il mondo se tutti avessimo il coraggio di vivere secondo i nostri ideali più profondi? Alex Langer è stato uno di quegli esseri umani che ha provato a farlo davvero, sprofondando nell’abisso del suicidio, forse proprio per l’utopia di riuscirci.

Politico, pacifista, ambientalista, ponte tra culture e lingue diverse, Langer ha attraversato il Novecento come un funambolo in equilibrio tra utopia e pragmatismo. La sua storia merita di essere raccontata, oggi più che mai.

Un sudtirolese europeo, che mise l’Europa davanti a tutto

Alexander Langer nasce a Vipiteno nel 1946, in un Alto Adige/Südtirol ancora ferito dalla guerra e diviso da tensioni etniche profonde, provocate anche dal fascismo, che avrebbe voluto fare terra bruciata della cultura locale per nazionalizzarla e normalizzarla. Figlio di una famiglia ebraica di lingua tedesca, cresce bilingue in un territorio conteso, imparando fin da bambino cosa significhi essere “ponte” tra mondi diversi. Questa capacità di abitare le frontiere diviene la sua caratteristica più preziosa: tedesco tra gli italiani, italiano tra i tedeschi, cristiano tra i laici, ambientalista tra i politici tradizionali.

“Essere traditori della propria tribù è la condizione per essere costruttori di pace”

Alex Langer

E lui lo fu davvero, rifiutando di dichiararsi appartenente a uno specifico gruppo linguistico durante il censimento del 1981 in Alto Adige, gesto che gli costa l’esclusione dai pubblici uffici nella sua terra. Ma Langer non è tipo da fermarsi davanti alle barriere, anzi: le trasforma in ponti.

Verde non per moda, ma per necessità

Quando in Italia l’ecologia è ancora considerata un vezzo da “fighetto” hippie, Langer ha già capito che sarebbe stata la grande questione del futuro.

Non per una moda passeggera, ma per necessità. La sua visione dell’ambientalismo non era mai separata dalla giustizia sociale:

“Non ci può essere conversione ecologica senza giustizia sociale”

Alex Langer

E aggiungeva che la svolta verde doveva essere “socialmente desiderabile”, non imposta dall’alto.

Fondatore dei Verdi in Italia e protagonista di quelli europei, porta in Parlamento Europeo (dove viene eletto nel 1989) un modo nuovo di fare politica: concreto, attento alle persone reali, capace di unire rigore morale e pragmatismo. Chi lo ha conosciuto, racconta di un uomo che parlava cinque lingue e sapeva ascoltare in tutte, che viaggiava in treno per ridurre l’impatto ambientale quando nessuno ci pensava ancora, che viveva come predicava.

Un ponte tra le culture

In Alto Adige, le tensioni etniche a volte sfociavano in rancore o ostilità aperta. Langer, tuttavia, non solo era testimone di queste tensioni, ma cercava anche delle soluzioni. Piuttosto che alimentare i conflitti, credeva nella creazione di piattaforme di dialogo. Il suo obiettivo era promuovere la riconciliazione, considerando la diversità non come un peso, ma come una forza. Quando iniziò a studiare e ad esplorare il mondo, aveva già interiorizzato l’approccio dell’ascolto attento, del rispetto e dell’affermazione della possibilità di unità nella diversità. Questo contesto iniziale costituisce la base per comprendere perché, durante tutta la sua carriera politica, abbia sostenuto politiche inclusive e l’interazione pacifica tra gruppi apparentemente disparati.

Una visione radicale della democrazia

L’impegno di Langer per la democrazia andava oltre la retorica di routine. Egli vedeva la democrazia non semplicemente come un processo elettorale, ma come una pratica quotidiana di collaborazione e rinnovamento continuo. Per lui, la vera democrazia significava condividere le responsabilità, rispettare le voci delle minoranze e creare strutture inclusive. All’inizio degli anni ’80, aveva deciso di canalizzare esplicitamente le sue energie nella politica, ridefinendo il dibattito sull’ecologia, il dialogo interculturale e la partecipazione di base.

Difensore della coscienza ambientale

Uno degli aspetti più sorprendenti della visione di Langer, soprattutto considerando quanto appaia oggi lungimirante, era il suo impegno per le questioni ambientali. In un’epoca in cui le preoccupazioni ecologiche erano in gran parte liquidate come marginali, Langer insisteva sul fatto che l’ambiente doveva essere al centro della governance etica. Ha contribuito a fondare o ispirare numerosi movimenti politici verdi in Italia, chiedendo politiche che riducessero l’inquinamento, proteggessero la biodiversità e trasformassero i modelli di consumo. Il suo approccio combinava una comprensione accademica dei dilemmi ecologici con un impulso morale a prendersi cura del pianeta. Nel corso della sua breve ma appassionata carriera, Langer ha rifiutato di separare l’ambientalismo dalla giustizia sociale, sottolineando un aspetto che nel frattempo è divenuto realtà: cioè che le comunità più vulnerabili ai cambiamenti climatici e alla scarsità delle risorse sarebbero state inevitabilmente emarginate. Cosa che col riscaldamento climatico stiamo vedendo e vedremo sempre più.

Il movimento verde in Italia

Contribuendo a fondare il movimento verde in Italia, Langer ha introdotto un modo di pensare alla politica che ha sfidato lo status quo. Mentre i partiti tradizionali spesso si limitavano a dichiarazioni di facciata a favore dell’ambientalismo, i Verdi sostenevano un programma completo. La prospettiva di Langer integrava questioni sociali, pacifismo e responsabilità ecologica in un unico quadro. Incoraggiava l’impegno a livello comunitario, convinto che i decreti dall’alto raramente bastano a stimolare un cambiamento autentico. Nel sostenere soluzioni locali che riconoscono le responsabilità universali, Langer ha dimostrato un acuto senso dell’urgenza e dell’empowerment. Questo quadro risuona fortemente nel discorso climatico moderno, confermando il suo status di figura politica molto avanti rispetto al suo tempo.

Col senno di poi, Langer non avrebbe mai approvato lo sbarco dei Verdi italiani nel carrozzone della sinistra. Ma tant’è, questa è un’altra storia e forse è anche la ragione per cui in Italia i Verdi sono sempre rimasti un partitino del cavolo, destinati non solo ad essere ininfluenti, ma addirittura confinati in un alveo politico che della sinistra ha davvero poco.

Colmare le divisioni in Europa

Al di là dell’ambientalismo, Langer ha dimostrato un profondo impulso umanitario a riconciliare le divisioni nel continente europeo. Durante gli anni ’90, l’Europa si è trovata ad un bivio, con i conflitti balcanici che hanno frantumato l’unità che molti avevano sperato potesse ispirare la fine della Guerra Fredda. Il ruolo di Langer nel richiamare l’attenzione sulle guerre nell’ex Jugoslavia sottolinea la sua caratteristica propensione alla compassione (intesa in senso latino di “com-passione”, cioè il comprendere la parte più profonda delle passioni) e alla costruzione di ponti. Ha guidato campagne a favore della risoluzione non violenta dei conflitti e del sostegno umanitario, credendo nella necessità fondamentale di riconoscere l’umanità condivisa che supera le categorie nazionali, etniche o religiose. Questo impegno a colmare le divisioni era indissolubilmente legato alle sue precedenti esperienze nella sua terra di origine, l’Alto Adige. C’era una profonda autenticità nelle sue richieste di pace, che facevano risuonare le sue parole in molti contesti anche al di fuori dei consessi della politica.

Forza personale e natura enigmatica

Le convinzioni politiche di Langer erano indissolubilmente legate alle sue forze personali. Era profondamente introspettivo, guidato dall’empatia e spinto a tradurre la sua bussola morale in azioni concrete. Tuttavia, la sua natura rimaneva in qualche modo enigmatica. Univa un senso di responsabilità incrollabile a un comportamento calmo, quasi sobrio, in contrasto con gli stili roboanti o combattivi che spesso dominano la scena politica. Se da un lato la sua umiltà gli ha fatto guadagnare il rispetto di amici e collaboratori, dall’altro lo ha talvolta messo in una posizione di svantaggio in un universo politico che premia le voci più forti. Tuttavia, chi lo conosceva personalmente riconosceva il fuoco che alimentava i suoi sforzi e la sua gentile determinazione che non vacillava mai.

La compassione come principio guida

Per Langer, la compassione non implicava compiacenza. Né significava ignorare gravi ingiustizie. Al contrario, comportava la ricerca di soluzioni che rispettassero la dignità di tutte le parti. A suo avviso, la compassione era un’etica applicata che, nel contesto dei problemi sociali o ambientali, richiedeva un’azione informata e decisiva. Questa enfasi morale sull’empatia spiega perché abbia dedicato così tanti sforzi alle campagne a favore dei diritti degli immigrati, della dignità del lavoro e della responsabilità istituzionale. Ha costantemente chiesto una legislazione a tutela dei senza voce. Credeva che le manifestazioni di vera empatia – da parte di individui, governi e intere comunità – potessero portare a un clima in cui le risoluzioni pacifiche fossero la norma piuttosto che l’eccezione.

Costruire una cultura della tolleranza

Con il compito di navigare in un ambiente in cui la xenofobia cresceva facilmente, sia nel contesto locale dell’Alto Adige che in Europa in generale, Langer ha assunto il complesso compito di promuovere la tolleranza. Egli vedeva la tolleranza come qualcosa di più di una passiva accettazione o di una convivenza riluttante; era una posizione proattiva per costruire relazioni, promuovere il dialogo e arricchire reciprocamente le prospettive di ciascuno. Anziché dividere le comunità in maggioranze e minoranze, sosteneva politiche che riconoscessero gli interessi comuni. Il suo approccio era particolarmente rivoluzionario in un’epoca in cui la retorica populista e i forti sentimenti nazionalisti spesso oscuravano gli appelli all’unità. Chiedendo misure proattive per unire le comunità multiculturali, Langer ha gettato le basi per approcci volti a mitigare i conflitti in un mondo sempre più globalizzato.

Eredità e influenza

Il vero valore di una figura politica spesso emerge solo molto tempo dopo che questa ha lasciato la scena pubblica. Nel caso di Langer, la sua morte a Firenze sembrava aver interrotto una carriera che prometteva decenni di attivismo ponderato. Tuttavia, i semi che ha piantato hanno continuato a crescere. Nel corso del tempo, le questioni ambientali sono diventate protagoniste del dibattito politico. Inoltre, la richiesta di una politica più empatica in un mondo sempre connesso fa eco a molti degli appelli iniziali di Langer. Le sue strategie politiche, le sue filosofie sociali e il suo attivismo ambientale continuano quindi a vivere nelle piattaforme dei moderni partiti verdi, nei gruppi di difesa della comunità e in innumerevoli individui che condividono le sue convinzioni.

Ispirazione per le generazioni attuali

Le generazioni più giovani, in particolare, possono scoprire nei scritti e nei discorsi di Langer un tesoro di ispirazione. Quando si confrontano con il ritmo frenetico degli effetti del cambiamento climatico o con la crisi globale dei rifugiati, possono trovare lezioni preziose nel suo approccio olistico. Per affrontare efficacemente le questioni locali o globali, Langer raccomandava di ascoltare attentamente tutte le voci coinvolte, promuovere la comprensione reciproca e riconoscere l’interconnessione. L’enfasi sulla cooperazione sottolinea come egli abbia trasceso il dominio puramente politico, abbracciando una filosofia che riconosce la fragile trama della vita sulla Terra. La sua visione esortava le persone a riconoscere che la solidarietà, la tutela dell’ambiente e il pensiero a lungo termine non sono semplici opzioni, ma imperativi etici indispensabili.

Sensibilizzazione educativa e impegno nella comunità

Langer attribuiva grande importanza all’istruzione e alla sensibilizzazione della comunità, considerandoli componenti fondamentali per costruire la resilienza democratica. Derideva qualsiasi idea secondo cui la risoluzione dei dilemmi internazionali fosse di esclusiva competenza di pochi esperti o politici d’élite. Al contrario, credeva che le soluzioni migliori spesso emergessero dalla collaborazione di base, dove cittadini di diversa estrazione sociale scambiavano storie, imparavano gli uni dagli altri e adottavano obiettivi comuni. Questo approccio risuona con forza nei tempi moderni, in cui i social media facilitano le connessioni globali istantanee, ma possono anche alimentare la disinformazione o l’antagonismo. L’amorevole insistenza di Langer sul dialogo aperto e sulla comunicazione veritiera costituisce un contrappeso attraente alle possibilità tossiche insite nel rapido scambio di informazioni.

La strada da percorrere

Riflettendo sulle sfide ancora in evoluzione del XXI secolo, dalle crisi ambientali alle nuove forme di populismo, non si può fare a meno di constatare che gli avvertimenti e le intuizioni di Alex Langer erano sorprendentemente preveggenti. L’instabilità climatica costringe ora le nazioni a confrontarsi con questioni difficili quali l’adozione delle energie rinnovabili, le strategie di conservazione e l’equità intergenerazionale. Parallelamente, i flussi di rifugiati continuano a mettere in evidenza le lacune nel nostro senso di responsabilità collettiva. La frammentazione politica tra i continenti e la difesa degli interessi dei pochi sottolinea la necessità disperata di leader impegnati in un approccio olistico e inclusivo. Ognuna di queste questioni urgenti riecheggia i problemi affrontati da Langer, prima ancora che molti politici ne riconoscessero l’importanza. Studiando la sua vita e applicando le sue metodologie, le società contemporanee potrebbero costruire la resilienza necessaria per navigare in acque sempre più turbolente.

Continuare la discussione

Le commemorazioni della vita di Langer portano inevitabilmente a nuove discussioni sull’etica politica e i doveri morali degli individui che ricoprono posizioni di potere. Egli rappresenta un monito che la politica non dovrebbe essere un’arena per l’autopromozione o la ricerca di guadagni a breve termine. Al contrario, nel senso più ideale, potrebbe diventare una nobile impresa volta a promuovere il bene comune, un principio che Langer ha sostenuto con tenacia. Per coltivare i semi della trasformazione che ha piantato, i leader presenti e futuri devono unire idee visionarie ad azioni compassionevoli. Ciò significa continuare a colmare le divisioni culturali, difendere il benessere del pianeta e sostenere una prospettiva profondamente umanistica sulla governance.

L’eredità di un profeta disarmato

Il 3 luglio 1995, a Firenze, Alex Langer decide di porre fine alla sua vita, lasciando un biglietto che diceva

“i pesi mi sono divenuti insopportabili”.

La sua morte fu un trauma per chiunque lo avesse conosciuto o avesse seguito il suo lavoro. Come capita spesso ai profeti disarmati, forse vedeva più lontano di quanto la società del suo tempo fosse pronta a guardare.

Oggi, quasi trent’anni dopo, molte delle sue intuizioni si sono rivelate profetiche: la necessità di un ambientalismo non ideologico ma concreto, l’importanza del dialogo interculturale, l’urgenza di ripensare un modello di sviluppo più sostenibile e umano. “Continuate in ciò che è giusto”, scrisse nel suo ultimo messaggio. E forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo: non come un’icona intoccabile, ma come un compagno di strada che ci ha indicato una direzione possibile. Più lenta, più faticosa, ma infinitamente più umana.

Il gesto finale però ci dice che anche lui si sentiva inascoltato, indifeso e incapace di poter incidere o scalfire la politica che già allora era intrisa di celodurismo. Anzi, probabilmente le cose sono peggiorate e lo vediamo tutti i giorni nel 2025. Con genocidi, guerre iniziate per capriccio imperiale e schiaffi alla Storia secolare di amicizia tra le nazioni.

Ricordare Alex Langer a trent’anni dalla sua scomparsa è un esercizio emozionante e illuminante. Il ricordo del suo spirito tranquillo, ma appassionato mostra come fosse sempre all’avanguardia, sostenendo politiche che i leader attuali sono ancora riluttanti ad adottare.

La sua vita ha dimostrato come un impegno politico autentico richieda empatia, sensibilità culturale e responsabilità ecologica. Il suo talento nel negoziare le tensioni culturali, nel promuovere l’armonia sociale e nell’ispirare riforme ambientali significative rivela una fede incrollabile nella capacità di cooperazione dell’umanità. Membro del Parlamento europeo, giornalista, insegnante, attivista: ha ricoperto molti ruoli, ma non ha mai perso di vista i principi universali che hanno guidato il suo lavoro.

Anche se la società moderna è alle prese con sfide senza precedenti – cambiamenti climatici, instabilità geopolitica, crescenti disuguaglianze sociali – la saggezza di Alex Langer rimane potente. Ha ricordato alla gente una politica fondata sulla gentilezza, sulla comprensione profonda e sul rispetto dei limiti della natura. Grazie alla sua attualità senza tempo, la sua eredità rimane un modello vivente, che continua a ispirare chiunque sia alla ricerca di una strada migliore per il futuro.

Lungi dallo svanire, la sua memoria e il suo messaggio si sono rafforzati nel tempo, dimostrando che le idee più illuminate possono trascendere una singola vita, un decennio o un contesto culturale. Facendo eco al suo invito a “imparare il linguaggio degli altri”, troviamo un punto di riferimento per navigare in un mondo sempre più complesso, in cui lo spirito di Alex Langer, a trent’anni dalla sua scomparsa, potrebbe ancora essere la luce guida di cui abbiamo così disperatamente bisogno.

L’esperienza interiore della battaglia da assediato

La copertina del libro di ernst jünger, la battaglia come esperienza interiore, 1922 piano b

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Non ci inventiamo nulla, nemmeno nel 2025. Tutte le emozioni, tutte le sensazioni provate da un essere umano hanno già trovato espressione nel passato.

Ti sei mai chiesto cosa passa nella mente di un soldato mentre fissa il vuoto prima dell’assalto? Quella sensazione di terrore e adrenalina che nessuno vorrebbe mai provare, eppure così profondamente umana.

L’esperienza interiore del combattimento

L’esperienza interiore della battaglia è stata descritta subito dopo la Prima Guerra Mondiale da Ernst Jünger, in un libriccino di cento pagine, “La battaglia come esperienza interiore” (titolo originale: “Der Kampf als inneres Erlebnis”, 1922) o poco più che è disponibile anche su Amazon. Ernst Jünger, ufficiale tedesco nella Prima Guerra Mondiale, ha dato voce a quell’esperienza in un libro che, a distanza di un secolo, risuona con inquietante attualità. Nel suo “La battaglia come esperienza interiore”, Jünger ci porta in un viaggio crudo e viscerale attraverso l’animo umano sotto il fuoco nemico, una testimonianza che oggi, guardando ai conflitti contemporanei, appare tristemente profetica.

Ernst junger

È il libro di un ufficiale dell’esercito imperiale germanico, l’autore, appunto. Uscito fresco, fresco a pochi anni di distanza dalla disfatta tedesca nella Grande Guerra, è un libro caleidoscopico, descrittivo degli stati d’animo di un soldato (colto, già scrittore prima che iniziasse la guerra e decidesse di partire volontario per il fronte). Il linguaggio è crudo, non volutamente crudele, solo asetticamente descrittivo, ma estremamente eloquente di ciò che significa ritrovarsi in guerra.

Pensavamo tutti che certe descrizioni potessero appartenere al passato, quantomeno in Europa, anche se alla fine dello scorso secolo, la guerra in Bosnia ci aveva già dato una dimostrazione di che cosa significhi assuefarsi alle fosse comuni e ai massacri. Ma tralasciando il passato, in questi mesi stiamo rivivendo sul suolo europeo le stesse descrizioni, che ci vengono fatte dai grandi giornalisti, inviati sul territorio, come Lorenzo Cremonesi, Francesca Mannocchi e altri ancora.

Jünger non è stato solo un soldato, ma un osservatore acuto dell’animo umano in condizioni estreme. Nel suo libro, pubblicato nel 1922 a pochi anni dalla disfatta tedesca, descrive con linguaggio asciutto e preciso cosa significhi trovarsi faccia a faccia con la morte.

“La battaglia rientra nelle grandi passioni. Devo ancora vedere qualcuno che non si lasci scombussolare dal momento del trionfo”

scrive Jünger, catturando quella strana miscela di terrore ed esaltazione che pervade chi si trova in prima linea.

Ciò che colpisce del suo racconto è l’assenza di retorica patriottica. Non ci sono eroi o vigliacchi, solo uomini che affrontano l’orrore con i mezzi emotivi a loro disposizione. Le battute scherzose tra commilitoni prima dell’assalto, quel cameratismo che nasce quando si condivide la consapevolezza che tra cinque minuti si potrebbe essere morti. E poi quel “grido folle e protratto” che esce dalla gola prima della carica, “un canto antico e tremendo, che risale all’alba dell’uomo”.

Jünger descrive anche il tempo che si dilata nell’attesa dell’attacco, quei minuti che sembrano ore mentre si controlla ossessivamente l’orologio.

“Il tempo diventa un nemico più temibile del fuoco avversario”, scrive, “perché è nel silenzio che la paura trova spazio per crescere”.

È in questi momenti che i soldati sviluppano rituali personali, gesti scaramantici che servono più a mantenere la sanità mentale che a garantire la sopravvivenza.

L’eco della grande guerra nelle trincee in Ucraina

Pensavamo che certe descrizioni appartenessero ormai ai libri di storia, almeno in Europa. Eppure, un secolo dopo Jünger, ci ritroviamo a leggere resoconti simili dalle trincee ucraine. Le immagini che arrivano dal fronte orientale europeo sembrano uscite direttamente dalle pagine del suo libro: soldati che vivono sottoterra per settimane, il rumore costante dell’artiglieria, l’attesa snervante interrotta solo dal terrore improvviso.

La battaglia rientra nelle grandi passioni. Devo ancora vedere qualcuno che non si lasci scombussolare dal momento del trionfo. Sarà così anche domani, quando, dopo una breve lotta all’ultimo sangue, dopo aver scatenato strumenti raffinatissimi, dopo aver messo in campo le forze gigantesche di cui è capace l’uomo moderno, fisseremo il brulichio della forra. Allora sì che uscirà dalla bocca spalancata di uno di noi quel grido folle e protratto che ci è spesso riecheggiato nelle orecchie. È un canto antico e tremendo, che risale all’alba dell’uomo: nessuno avrebbe mai pensato che fosse ancora così vivo in noi.

Ernst Jünger ci descrive i momenti prima dell’assalto, le battute scherzose tra i soldati, la sensazione di cameratismo che fa stringere legami profondi con altri giovani uomini che potrebbero scomparire dopo soli cinque minuti. Jünger ci descrive l’odore del sangue, gli schizzi, la cedevolezza dei cadaveri in putrefazione sotto gli stivali, mentre si cammina sul terreno fangoso.

L’accerchiamento. L’essere ormai in trappola, proprio come accade in queste ore ai ragazzi ucraini e russi. Senza nemmeno poter combattere, con quel grido atroce che prelude la battaglia, perché i soldati nemici hanno deciso di assediarli per fame, secondo metodi medievali che pensavamo ormai appartenenti al passato.

A testa alta, lasciamo sventolare i nostri pensieri al vento. Morire come si deve, questo sì che lo possiamo fare: andare incontro al buio minaccioso con audacia battagliera ed energia vitale. Non lasciarsi spiazzare, sorridere fino alla fine e che il sorriso sia la nostra maschera. È già qualcosa.
Il massimo per l’essere umano è morire da valoroso. Gli dèi immortali devono invidiarlo per questo.

La guerra in Ucraina ci ha ricordato che la natura umana non è cambiata. Nonostante la tecnologia, i droni, le armi intelligenti, l’esperienza del soldato rimane quella descritta da Jünger: l’odore del sangue, gli schizzi, la cedevolezza dei cadaveri in putrefazione sotto gli stivali mentre si cammina nel fango. Le lettere e i diari dei soldati ucraini raccontano di quella stessa trasformazione interiore descritta da Jünger: l’iniziale shock che lascia posto a una strana calma, quasi una rassegnazione che permette di continuare a funzionare in mezzo all’orrore.

La disumanizzazione e il ritorno all’istinto primordiale

“Nella battaglia moderna l’uomo diventa materia, diventa carne da cannone”,

scrive Jünger in uno dei passaggi più crudi del libro. È questa riduzione dell’umano a oggetto che più colpisce nella sua narrazione. Il soldato diventa un ingranaggio in una macchina più grande, perde la sua individualità ma, paradossalmente, proprio in questa perdita ritrova un istinto primordiale che lo riconnette alla sua natura più profonda.

Jünger parla di come, dopo giorni di combattimento ininterrotto, si entri in uno stato alterato di coscienza.

“Si vive in una dimensione parallela, dove il tempo scorre diversamente e le normali regole morali vengono sospese”.

È quello che i psicologi militari oggi chiamano “stato di combattimento”, una condizione neurologica in cui il cervello attiva meccanismi ancestrali di sopravvivenza.

Ciò che rende la testimonianza di Jünger così preziosa è che non giudica questa trasformazione. Non la celebra come fanno i nazionalisti, né la condanna come fanno i pacifisti. La osserva, la descrive, la accetta come parte dell’esperienza umana in condizioni estreme.

“Non si può comprendere la guerra senza averla vissuta e chi l’ha vissuta non potrà mai spiegarla completamente a chi non c’era”.

Il valore della testimonianza in un’epoca di guerra asettica

Perché leggere Jünger oggi? Proprio perché viviamo in un’epoca in cui la guerra viene presentata come un videogioco, con immagini di droni che colpiscono bersagli lontani e statistiche che sostituiscono i volti umani. Il suo racconto ci riporta alla cruda realtà di cosa significhi essere in battaglia, non come strategia su una mappa, ma come esperienza viscerale.

“Non lasciarsi spiazzare, sorridere fino alla fine e che il sorriso sia la nostra maschera. È già qualcosa”,

scrive Jünger in un passaggio che racchiude tutta la tragica dignità dell’essere umano di fronte all’abisso. Non c’è gloria nella guerra, sembra dirci, solo la possibilità di affrontarla senza perdere completamente la propria umanità.

In un mondo dove la guerra torna a essere una possibilità concreta in Europa, le parole di Jünger non sono solo un documento storico, ma un monito. Ci ricordano che dietro ogni conflitto ci sono esseri umani che vivono un’esperienza che li segnerà per sempre, se avranno la fortuna di sopravvivere. E forse, proprio in questa consapevolezza, possiamo trovare un motivo in più per cercare la pace.

Mentre osserviamo le immagini dei bombardamenti in Ucraina, delle città ridotte a scheletri di cemento, dei civili in fuga, dovremmo tenere a mente le parole di Jünger:

“La guerra rivela l’uomo a se stesso”.

Quello che vediamo non è sempre edificante, ma è necessario guardarlo in faccia se vogliamo davvero comprendere cosa significa essere umani, nel bene e nel male.

Ma non si può non stare dalla parte di chi è stato aggredito vigliaccamente, dopo che il dittatore Putin ha deciso di prendersi gioco del mondo interno, compreso dei suoi soldati.

It’s Decluttering Time: quando una casa piccola ti induce a fare i conti con il passato

Decluttering time

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Sono finalmente in fase di decluttering. Quella parola giapponese che non mi viene mai in mente – ah sì, “konmari” – ma che in realtà è solo un modo elegante per dire “sto facendo ordine tra le mie cose”. Dopo un aprile e maggio passati a guardare la pioggia battere contro i vetri, il sole di giugno mi ha finalmente dato il permesso di affrontare quella montagna di oggetti che si è accumulata sugli scaffali e nelle due soffitte. Vivendo in una casa mediamente piccola, ogni centimetro quadrato conta e la sensazione di soffocamento tra le proprie cose diventa presto insopportabile. Ma quello che non avevo previsto è che, scavando tra scatole e cassetti, avrei finito per scavare anche nei miei ricordi. Un classico: ti metti a guardare le cose nei cassetti e nel fare la cernita, trovi i biglietti del museo con cui sei andato anni addietro con la tua ex (vade retro! 😄 ) e il blocchetto di appunti con la calligrafia di mia madre.

Fabri decluttering green

I quaderni del passato: Mosca, 1994

L’altro giorno, mentre rovistavo tra vecchi quaderni, ne ho trovato uno che usavo a Mosca nel 1994. Ero uno studente di scambio alla facoltà di filologia dell’Università Lomonosov, giovane e pieno di sogni, immerso nell’apprendimento della lingua russa. Sfogliandolo, sono riemersi numeri di telefono di persone con cui ho condiviso quel periodo della mia vita: Mikhail, simpaticissimo, Andrej (con cui ho tagliato i ponti dopo l’invasione dell’Ucraina!), e persino il contatto di una vecchia fiamma, Elena (in russo però si dice “Elèna”, con l’accento sulla seconda “e”), con cui ho avuto una storia molto coinvolgente.

È strano come un semplice oggetto possa contenere così tanti ricordi, alcuni dolci, altri ora tinti di amarezza. Da una parte, queste pagine ingiallite mi hanno riportato a momenti di spensieratezza; dall’altra, mi hanno fatto rendere conto di quante cose inutili continuo a tenere in casa. Ho deciso di conservare questo quaderno, sia perché contiene ancora fogli bianchi da utilizzare, sia come testimonianza tangibile di quell’esperienza formativa a Mosca. Ma per il resto, era ora di fare pulizia.

Il clustering domestico: un approccio da SEO manager

Nel mio lavoro di SEO Expert, sono abituato a fare la cosiddetta content clusterization, cioè la catalogazione e la clusterizzazione dei contenuti: in pratica si stabilisce:

Definizione di content clusterization
“A che cosa e quanto serve una pagina web nell’economia del posizionamento di un sito web”.

E mi sono reso conto che posso applicare lo stesso principio al decluttering domestico. Si parte spazio per spazio, suddividendo mentalmente la stanza in base a cassetti, scaffali, mensole. Dopodiché, si comincia a sistemare, categorizzare, eliminare.

Ho deciso di fare un repulisti radicale: vecchi CD che non ascolto più, DVD ormai obsoleti nell’era dello streaming, materiale di marketing accumulato negli anni e che non mi serve più. Persino i libri della mia vita passata da traduttore, inclusi pesanti dizionari enciclopedici UTET e volumi di lingua tedesca, sono finiti nel mirino della mia operazione pulizia. Ho tenuto solo qualcosa di simpatico: ad esempio il libro di fiabe tedesche che studiavo al liceo “Deutsche Märchen und Sagen”, ma anche il “Faust” di Goethe o altre opere meritevoli. I dizionari li tengo, ma non quelli tecnici, ormai si trova tutto online su Reverso o DeepL, che tra l’altro è un sito tedesco.

È un lavoro impegnativo e per nulla semplice, ma aiuta a razionalizzare non solo gli spazi fisici, ma anche il modo in cui pensiamo nella vita quotidiana. La clusterizzazione degli spazi domestici migliora l’organizzazione fisica, tanto quanto il nostro approccio mentale alla gestione delle informazioni. In fondo, decluttering e SEO hanno più in comune di quanto si possa pensare: entrambi cercano di creare ordine nel caos.

Oggetti, ricordi e decisioni difficili

In soffitta ho trovato la poltroncina sulla quale è morto mio babbo nel giugno 2003, durante quella terribile ondata di calore, la prima e la più tremenda che si ricordi, a tal punto che è rimasta negli annali meteorologici. Da allora ne sono venute altre, forse anche peggiori, ma io nel frattempo ho installato l’aria condizionata a casa e soffro meno il caldo dentro casa. Ho guardato a lungo quella poltroncina blu, le ho persino scattato una foto, come per darle un ultimo saluto. Poi ho deciso: andrà all’isola ecologica nel container degli Ingombranti. Ci sono oggetti che portano con sé un peso emotivo troppo grande per essere conservati. E poi, per ricordare mio padre, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, non ho certo bisogno di una poltroncina malferma e sbilenca.

La poltroncina di nazzareno

La soffitta era un vero museo degli orrori domestici: una cucina a gas con forno installata da mio padre 25 anni fa, un paio di sanitari che avevo messo io nel 2013, e una quantità impressionante di cianfrusaglie.

Tra queste, ho scoperto fotografie del mio battesimo e album fotografici in formato diapositive, completi di proiettore.

Il proiettore probabilmente finirà rottamato, ma farò digitalizzare le diapositive che voglio conservare, incluse quelle della mia prima fidanzata tedesca, Claudia. È curioso come tendiamo ad accumulare oggetti fisici come ancore ai nostri ricordi, quando in realtà i ricordi vivono dentro di noi, non nelle cose.

Decluttering fisico, decluttering mentale

Questo periodo di pulizia intensiva coincide finalmente con il bel tempo, dopo mesi di pioggia incessante. Riesco a fare tutte le operazioni all’aperto fra soffitta e terrazzo, anche se fa caldo. Mi sono reso conto che è come fare una sessione di palestra: sto monitorando le calorie e vedo che questo lavoro mi sta facendo allenare più di quanto immaginassi.

Liberarsi delle cose che non si usano più è probabilmente anche catartico, come dicono i giapponesi con il loro metodo konmari. C’è una leggerezza che deriva dal possedere meno, dall’essere circondati solo da oggetti che hanno un valore o un’utilità reale. Forse è questo il vero significato del decluttering: non è solo mettere in ordine gli spazi fisici, ma anche fare spazio dentro di noi per nuove esperienze, e nuovi ricordi che entreranno nella nostra vita. E mentre guardo i sacchi pieni di oggetti pronti per essere donati o buttati, sento che non sto perdendo nulla di importante. Anzi, sto guadagnando qualcosa di più prezioso: spazio per respirare, per vivere, per essere.

Il decluttering secondo l’usanza giapponese: il metodo di Marie Kondo

Il decluttering in Giappone è legato al metodo di Marie Kondo, conosciuto come KonMari. In giapponese, il concetto di liberarsi del superfluo e riordinare la casa viene espresso con parole come:

  • 断捨離 (danshari): una filosofia che significa “separarsi dalle cose inutili”, composta dai caratteri “rinunciare”, “scartare” e “separarsi”.
  • 片付け (katazuke): che significa semplicemente “riordinare” o “mettere in ordine”.

Marie Kondo, la famosa consulente giapponese, ha reso popolare il termine KonMari per indicare il suo metodo di decluttering, che si basa sull’eliminare tutto ciò che non “scatena gioia” e sull’organizzare ciò che resta in modo funzionale e armonioso.

Come funziona il metodo giapponese di decluttering

  • Il metodo KonMari si basa su criteri emotivi: si tiene solo ciò che suscita felicità o ha un forte legame affettivo.
  • Il processo prevede di affrontare le categorie in ordine: abiti, libri, carte/documenti, oggetti vari (komono), ricordi.
  • L’obiettivo è creare spazi che favoriscano il benessere e la concentrazione, eliminando il superfluo e organizzando ciò che resta in modo funzionale.

Tabella comparativa: termini giapponesi legati al decluttering

TermineSignificatoNote sull’uso
KonMariMetodo di Marie KondoFamoso a livello globale
DanshariSepararsi dal superfluoFilosofia di vita giapponese
KatazukeRiordinare, mettere in ordineTermine generico
KomonoOggetti vari, cianfrusaglieCategoria nel metodo KonMari

Per parlare di decluttering in giapponese, i termini corretti sono KonMaridanshari o katazuke

Separarsi dagli oggetti non solo superflui, ma anche da quelli che non suscitano più emozione, è un pilastro della filosofia giapponese del decluttering, in particolare nel Metodo KonMari.

Marie Kondo invita a valutare ogni oggetto non solo in base alla sua utilità, ma soprattutto in base all’emozione che suscita: la parola chiave è infatti “gioia provocata dalla scintilla” o “spark joy” (in inglese questo concetto è assai più immediato). L’atto di toccare gli oggetti e percepire se trasmettono ancora emozioni positive diventa il criterio principale per decidere se conservarli o lasciarli andare. Questo approccio permette di liberarsi senza sensi di colpa, perché si riconosce che ogni oggetto ha avuto un ruolo e un tempo nella propria vita, ma non è necessario trattenerlo se non risveglia più emozioni autentiche.

La filosofia del decluttering, in questa accezione, va oltre il semplice “buttare via il superfluo”: diventa un percorso di riorganizzazione emotiva e mentale. Fare spazio nel proprio ambiente significa anche fare spazio dentro di sé, alleggerendo il peso del passato e delle cose che non rispecchiano più chi siamo nel presente. Questo processo aiuta a raggiungere uno stato di leggerezza e benessere, favorendo una maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e dei propri bisogni.

Esbjörn Svensson: il pianista che ha ridefinito il jazz contemporaneo

A black piano

Tempo di lettura: 16 minuti

Introduzione

Hai mai ascoltato un brano che ti ha fatto pensare “Questo è jazz, ma è anche qualcos’altro”? Se sì, probabilmente stavi ascoltando Esbjörn Svensson Trio, meglio conosciuto come E.S.T. (si pronuncia “I, Es, Ti”). Nel panorama musicale degli ultimi trent’anni, pochi artisti hanno saputo ridefinire i confini del jazz come il pianista svedese Esbjörn Svensson. Con il suo approccio innovativo e la capacità di fondere elementi classici, elettronici e rock in un linguaggio jazzistico del tutto originale, Svensson ha creato un suono che continua a risuonare anche dopo la sua tragica scomparsa. Facciamo un viaggio attraverso la vita e l’eredità musicale di uno dei più influenti pianisti jazz europei.

Dalle radici svedesi a fenomeno globale

Nato il 16 aprile 1964 in Svezia, Esbjörn Svensson inizia il suo percorso musicale come tanti: lezioni di pianoforte e prime band durante gli anni del liceo. Ma è nel 1990 che la sua storia prende una piega decisiva, quando forma il suo primo gruppo con l’amico d’infanzia Magnus Öström alla batteria. Tre anni dopo, con l’arrivo del bassista Dan Berglund, nasce ufficialmente l’E.S.T.

Il trio pubblica il suo primo album “When Everyone Has Gone” nel 1993, ma è solo a metà degli anni ’90 che inizia a farsi notare nella scena jazz scandinava. La svolta internazionale arriva con “From Gagarin’s Point of View” (1999), che cattura l’attenzione della critica europea. E sai qual è la cosa più sorprendente? In un’epoca in cui il jazz faticava a trovare nuovo pubblico, E.S.T. riempiva sale da concerto normalmente riservate alle rock star, attirando anche ascoltatori che non si erano mai avvicinati al jazz.

Un suono oltre le etichette

Cosa rendeva così speciale la musica di Svensson? Innanzitutto, il rifiuto delle etichette.

“Non suoniamo jazz, suoniamo musica E.S.T.”

Esbjörn Svensson

diceva spesso il pianista. E aveva ragione. Il suo trio creava paesaggi sonori dove il lirismo nordico incontrava ritmi rock, improvvisazioni jazz e sottili manipolazioni elettroniche.

Ascoltando brani come “Believe, Beleft, Below” o “Tuesday Wonderland”, ti accorgi subito che c’è qualcosa di diverso: melodie accessibili ma mai banali, strutture che respirano e si espandono, e quella sensazione di spazio tipica della musica scandinava. Svensson aveva il dono raro di creare momenti di pura bellezza melodica per poi disgregarli in improvvisazioni audaci, mantenendo sempre un equilibrio perfetto tra complessità e immediatezza.

E poi c’era l’interazione tra i tre musicisti: non il classico schema “solista accompagnato”, ma un vero dialogo a tre voci, dove il basso di Berglund poteva diventare protagonista, tanto quanto il pianoforte, e la batteria di Öström, non si limitava a tenere il tempo, ma dipingeva colori e tessiture.

L’eredità interrotta

Il 14 giugno 2008, durante un’immersione subacquea a carattere privato nell’arcipelago di Stoccolma, Esbjörn Svensson perde la vita in un tragico incidente. Aveva solo 44 anni e il trio stava lavorando all’integrazione di nuovi elementi elettronici nella loro musica, esplorando territori ancora inesplorati.

La notizia colpisce come un fulmine a ciel sereno il mondo della musica. Svensson se ne va nel momento di massima creatività, lasciando un vuoto impossibile da colmare. L’album postumo “Leucocyte”, registrato pochi mesi prima della sua morte e pubblicato nell’autunno 2008, mostra quanto il trio stesse spingendosi oltre, con sonorità più sperimentali e strutture ancora più libere.

Ma sapete qual è il vero paradosso? A volte ci vuole la scomparsa di un artista per comprenderne appieno l’importanza. Oggi, a più di quindici anni dalla sua morte, l’influenza di Svensson è più evidente che mai. Decine di trii pianistici contemporanei, da GoGo Penguin a Mammal Hands, devono qualcosa all’approccio innovativo dell’E.S.T.

Ascoltare oltre il silenzio

Cosa resta quando un musicista se ne va? Restano le note, certo, ma anche qualcosa di più profondo: un modo di pensare la musica. E.S.T. ci ha insegnato che il jazz può essere accessibile senza compromessi, che la tradizione può dialogare con l’innovazione, e che le etichette musicali sono solo convenzioni da superare.

Se non hai mai ascoltato Esbjörn Svensson, ti suggerisco di iniziare da “Seven Days of Falling”, o da “Strange Place for Snow” due album che catturano perfettamente l’essenza del trio. Chiudi gli occhi e lasciati trasportare da quelle note che sembrano raccontare storie nordiche, fatte di spazi infiniti e luce obliqua.

In un’intervista, Svensson disse una volta:

“La musica è come l’acqua, trova sempre la sua strada”.

Esbjörn Svensson

Un’immagine potente che, col senno di poi, si è rivelata tristemente profetica. Ma è anche un promemoria per dirci che la sua musica continua a fluire, a trovare nuovi ascoltatori, a ispirare nuovi musicisti. E forse è questo il segno più autentico di grandezza: continuare a vivere attraverso le note, anche quando il silenzio sembra aver avuto l’ultima parola.

Quando incontrai Esbjörn Svensson e il suo trio: ricordi di una notte bolognese di inizio 2003

Era una di quelle serate di fine marzo in cui Bologna non sa decidere se appartenere ancora all’inverno o concedersi alla primavera. L’anno era il 2003 e il Bologna Jazz Festival, appena rinato dopo anni di silenzio, aveva portato in città uno dei trii più innovativi della scena europea: l’Esbjörn Svensson Trio. Ricordo che il concerto finale fu quello di McCoy Tyner Trio, allora il trio vivente più famoso al mondo, forse eguagliato solo dall’immenso Oscar Peterson.

Io ero redattore musicale per Radio Città Fujiko di Bologna, che allora aveva ancora il vecchio nome di Radio Città 103 e al venerdì sera conducevo un seguitissimo show di musica jazz, dove presentavo le novità jazzistiche e anche le interviste a chi passava in città (e quelli erano anni in cui, senza falsa modestia, la scena jazzistica di Bologna era tra le prime in tutta Italia, a partire dai due storici locali bolognesi del jazz dal vivo, la Cantina Bentivoglio e il Chet Baker Jazz Club di Via Polese 7°).

Il concerto che cambiò la mia percezione del jazz

Il teatro nel centro storico non era nemmeno gremito, perché il concerto ebbe luogo di venerdì sera, ma stranamente, per una città così amante della musica come Bologna, il rinato Bologna Jazz Festival ancora non aveva avuto una diffusione come poi accadde negli anni a venire: un’anomalia per un concerto jazz in quegli anni. Sul palco, tre figure quasi anonime e molto distanziate tra loro iniziarono a tessere sonorità che oscillavano tra la più pura tradizione jazzistica e territori inesplorati. Erano in tour per promuovere “Strange Place for Snow”, album appena uscito che stava ridefinendo i confini del genere, e io ero lì, con il mio taccuino e una curiosità che non riuscivo a contenere.

Ricordo perfettamente il momento in cui Svensson, durante l’esecuzione di “Behind the Yashmak”, si alzò leggermente dal pianoforte per manipolare direttamente le corde all’interno dello strumento, creando riverberi e armonici che sembravano provenire da un altro mondo. Il pubblico trattenne il respiro. Io smisi di prendere appunti. Ci sono momenti in cui devi semplicemente esserci, e quello era uno di quelli.

Dalla musica alle parole: l’intervista in hotel

Dopo il concerto, grazie a un contatto preso in precedenza con l’ufficio stampa della casa discografica ACT Music, riuscii a organizzare un’intervista con il trio. Ci incontrammo nella hall del loro hotel, uno di quei luoghi anonimi che i musicisti in tour attraversano come fantasmi.

Svensson mi colpì subito per la sua semplicità. Mi sembrava di conoscerlo da una vita. Non ero emozionato, come mi accadde altre volte, quando intervistai dei mostri sacri nella mia carriera di redattore musicale. Nessuna posa da star, nessun atteggiamento da musicista tormentato. Solo un uomo sorridente e una passione contagiosa quando parlava di musica. “Sai,” mi disse mentre il cameriere ci portava due birre,

“Per noi ogni concerto è come un’immersione. Non sai mai cosa troverai laggiù, ma devi fidarti dei tuoi compagni.”

Esbjörn Svensson

Non potevo immaginare quanto quella metafora dell’immersione sarebbe diventata tragicamente profetica anni dopo.

Berglund, il bassista, era il più silenzioso dei tre, ma quando parlava lo faceva con una precisione chirurgica. Mi raccontò della sua passione per il metal e di come cercasse di portare quell’energia nelle sue linee di basso. Öström, il batterista, era invece un fiume in piena di aneddoti e riflessioni sulla scena musicale europea. In quella intervista saltò fuori che è sempre stato Magnus a trovare i titoli super creativi alle canzoni del gruppo.

Una jam session storica alla Cantina Bentivoglio di Giovanni Serrazanetti

“Ti va di venire con noi alla Cantina Bentivoglio? Ci hanno detto che stasera c’è una jam session interessante,” mi chiese Svensson al termine dell’intervista. Come potevo rifiutare?

La Cantina Bentevoglio, con il suo soffitto basso e l’aria densa di fumo e note, era ed è il tempio del jazz bolognese (sebbene la scena musicale bolognese non sia più quella di un tempo a causa delle varie crisi). Quella sera, sul minuscolo palco, si esibiva nientemeno che Mulgrew Miller con Nils Henning Ørsted Pedersen, altro gigante del contrabbasso jazz. Il locale era stipato all’inverosimile, ma riuscimmo a trovare un tavolo in un angolo a metà del locale su una delle panche di legno.

Fu surreale osservare Svensson mentre ascoltava altri musicisti. I suoi occhi seguivano le mani di Miller sulla tastiera con la stessa intensità con cui un bambino segue le evoluzioni di un mago. “Vedi,” mi sussurrò a un certo punto,

“Miller suona ancora nella tradizione, ma la rispetta così profondamente da poterla reinventare ogni volta. È questo che cerchiamo di fare anche noi, a modo nostro.”

La serata si prolungò fino alle tre di notte. Non bevemmo nemmeno tanto, forse due birre a testa, ma parlammo di Keith Jarrett e perfino degli Abba e della genialità di Björn, di Bill Evans e della musica elettronica, di come il jazz europeo stesse trovando finalmente una sua voce distintiva dopo decenni di imitazione dei maestri americani.

Un addio che non sapevo di dare

Quando ci salutammo, all’uscita della Cantina, Svensson mi strinse la mano un po’ più a lungo del necessario. “Grazie per l’intervista,” disse. Non si riferiva solo all’intervista, ma a qualcosa di più profondo, a quella connessione che a volte si crea tra chi fa musica e chi la riceve, la elabora, la racconta. Con Magnus ci salutammo ancora più calorosamente, dati i miei trascorsi da batterista e dato che durante la serata avevamo parlato di pattern batteristici e scherzato sulla tradizione percussionistica scandinava (che è fortissima!).

Non potevo sapere che quello sarebbe stato il nostro primo e ultimo incontro. Cinque anni dopo, la notizia della sua scomparsa mi raggiunse mentre leggevo un blog di jazz, il sito di Jazzthing.de. Ricordo di aver messo su “Seven Days of Falling” e di essere rimasto immobile ad ascoltarlo, ripensando a quella notte bolognese in cui, per qualche ora, avevo avuto il privilegio di entrare nel mondo di uno degli artisti più innovativi della sua generazione.

Oggi, quando ascolto i CD di E.S.T., ritrovo frammenti di quella conversazione, echi di risate nella Cantina Bentevoglio, il modo in cui Svensson inclinava leggermente la testa quando parlava di armonia. La musica ha questo potere straordinario: trasformare i ricordi in qualcosa di vivo, pulsante, presente.

E forse è proprio questo il lascito più grande di Esbjörn Svensson: averci insegnato che la musica non è solo ciò che ascoltiamo, ma anche ciò che ricordiamo, ciò che portiamo con noi. Come quella notte di marzo a Bologna, sospesa tra inverno e primavera, tra tradizione e innovazione, tra parole e note.

Gli eredi nordici di E.S.T.: Espen Eriksen e Tord Gustavsen

Quando il pianoforte di Esbjörn Svensson smise di suonare quel tragico giugno del 2008, lasciò un vuoto che sembrava impossibile da colmare. Eppure, come spesso accade nella storia della musica, l’influenza di un grande innovatore continua a riverberarsi attraverso le opere di chi ne raccoglie l’eredità. Nel panorama del jazz nordico contemporaneo, due nomi in particolare hanno saputo sviluppare un linguaggio personale che, pur richiamando l’approccio rivoluzionario di E.S.T., ha trovato strade originali: Espen Eriksen e Tord Gustavsen.

Espen Eriksen Trio: la melodia come bussola

La prima volta che ascoltai “You Had Me at Goodbye”, album d’esordio dell’Espen Eriksen Trio pubblicato nel 2010, ebbi una sensazione di déjà vu emotivo. Non era una copia di E.S.T., tutt’altro, ma c’era qualcosa in quella combinazione di melodie cristalline e spazi silenziosi che evocava lo spirito del trio di Svensson.

Eriksen, pianista norvegese classe 1974, ha formato il suo trio con Andreas Bye alla batteria e Lars Tormod Jenset al contrabbasso (sostituito poi da Audun Erlien). Il loro approccio è caratterizzato da una semplicità quasi disarmante: melodie immediate che si sviluppano con pazienza, ritmi che respirano senza fretta, e un’attenzione maniacale al suono d’insieme.

“Non cerchiamo di impressionare nessuno con virtuosismi tecnici,”

Espen Eriksen

disse Eriksen durante un’intervista qualche anno fa.

“Preferiamo raccontare storie attraverso melodie che restino in testa, che abbiano un impatto emotivo diretto.”

Espen Eriksen

È proprio questa accessibilità melodica a ricordare l’E.S.T., ma mentre Svensson amava spingersi verso territori più sperimentali ed elettroniciEriksen rimane ancorato a un suono acustico essenziale, quasi minimalista. Brani come “In the Mountains” o “Komeda” mostrano questa capacità di dire molto con poco, di creare atmosfere evocative con pochi, precisi tratti sonori.

Tord Gustavsen: la spiritualità del silenzio

Se Eriksen rappresenta la chiarezza melodica dell’eredità di SvenssonTord Gustavsen ne incarna la dimensione più contemplativa e spirituale. Il pianista norvegese, classe 1970, ha debuttato con il suo trio nel 2003 con “Changing Places”, proprio mentre l’E.S.T. stava raggiungendo l’apice della popolarità.

Gustavsen, però, che ha sempre tratto ispirazione anche dalla sua profonda religiosità, ha sempre seguito un percorso molto personale. La sua musica affonda le radici nel gospel e negli inni della chiesa luterana norvegese, trasfigurati attraverso una sensibilità jazz contemporanea. Il risultato è un suono introspettivo, quasi meditativo, dove ogni nota sembra pesata con cura certosina.

“Il silenzio è importante quanto il suono,”

Tord Gustavsen

ama ripetere Gustavsen. 

“È nello spazio tra le note che la musica respira e trova il suo significato più profondo.”

Tord Gustavsen

Con il bassista Harald Johnsen (scomparso prematuramente nel 2011) e il batterista Jarle VespestadGustavsen ha creato un linguaggio fatto di sussurri sonori, di dinamiche controllate, di tensioni che si risolvono con pazienza zen. Ascoltando brani come “The Ground” o “Being There”, è impossibile non percepire una connessione spirituale con certa produzione dell’E.S.T., soprattutto quella più riflessiva di album come “Seven Days of Falling”.

Due approcci, una stessa radice

Ciò che accomuna Eriksen e Gustavsen, oltre all’evidente influenza di Svensson, è un approccio tipicamente nordico al jazz: quella capacità di creare spazi sonori ampi, di evocare paesaggi, di lasciare che la musica si sviluppi organicamente senza forzature.

Entrambi rappresentano quella che il critico Stuart Nicholson ha definito “glocalization” del jazz: un processo in cui musicisti di diverse aree geografiche assimilano la tradizione jazzistica americana per poi reinterpretarla attraverso la propria sensibilità culturale. Nel caso dei pianisti nordici, questo si traduce in un’attenzione particolare al folk scandinavo, alla musica classica europea e, nel caso di Gustavsen, alla tradizione liturgica.

Ma c’è una differenza fondamentale tra i due: mentre Eriksen sembra più interessato alla narrazione melodica, alla costruzione di brani che abbiano una struttura chiara e riconoscibile, Gustavsen è più attratto dall’esplorazione timbrica, dalla ricerca di sonorità che sfumino i confini tra composizione e improvvisazione.

Oltre l’imitazione: trovare la propria voce

Sarebbe riduttivo, però, considerare Eriksen e Gustavsen come semplici epigoni di Svensson. Entrambi hanno sviluppato un linguaggio distintivo che, pur riconoscendo il debito verso l’E.S.T., ha saputo evolversi in direzioni originali.

Eriksen, con album come “Never Ending January” (2015) e “Perfectly Unhappy” (2018), ha affinato un approccio sempre più essenziale, dove la melodia diventa il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto il resto. La sua è una musica che non ha paura di essere accessibile, che cerca la comunicazione diretta con l’ascoltatore.

Gustavsen, dal canto suo, ha ampliato progressivamente la sua tavolozza sonora, introducendo elementi elettronici e collaborando con musicisti di diverse tradizioni, come nel recente “The Other Side” (2018), dove il suo pianoforte dialoga con l’elettronica sottile.

L’eredità che continua

Una sera, durante un concerto di Gustavsen al Blue Note di Milano, mi ritrovai a chiudere gli occhi durante l’esecuzione di “The Gaze”. Per un istante, ebbi la sensazione che Svensson fosse ancora lì, da qualche parte, che il suo spirito continuasse a vivere attraverso quelle note sospese, quei silenzi eloquenti, quella capacità di trasformare il pianoforte in un veicolo di emozioni pure. Avevo già smesso di lavorare in radio e quindi ero a vedere quel concerto in forma privata.

Ed è forse questo il lascito più importante di E.S.T.: aver aperto una strada che altri hanno potuto percorrere, aver dimostrato che il jazz europeo poteva trovare una voce autentica, libera dai dogmi della tradizione americana.

Eriksen e Gustavsen, con le loro differenze stilistiche e concettuali, rappresentano due possibili evoluzioni di quella rivoluzione gentile iniziata da Svensson. Non sono imitatori, ma continuatori di un discorso interrotto troppo presto, musicisti che hanno saputo raccogliere un testimone prezioso per portarlo in territori ancora inesplorati.

E mentre li ascolto, non posso fare a meno di pensare che, da qualche parte, Esbjörn stia sorridendo, soddisfatto di vedere come i semi che ha piantato continuino a dare frutti così ricchi e diversi.

Skandi jazz: quando il Nord Europa reinventa le Blue Notes

Jazz club oslo, made with chat gpt

Tempo di lettura: 15 minuti

Immagina di alzare il bicchiere in un brindisi sussurrato: “Skål”, dici agli amici. Intorno a te, il calore dell’estate si fonde con la brezza sottile che arriva da lontano. In cuffia, o in sottofondo, parte un brano di jazz scandinavo, quello che gli appassionati come me chiamano anche “Skandi Jazz” e in un attimo sei trasportato tra fiordi silenziosi e cieli che non finiscono mai.


Il fascino nordico delle “Blue Notes”

C’è qualcosa di unico in questi suoni. È come se la musica sapesse raccontare le luci soffuse di un tramonto artico, il fruscio del vento tra le betulle e il profumo salmastro dell’oceano che accarezza le coste norvegesi. È un jazz che non cerca di stupire con virtuosismi, ma ti invita a chiudere gli occhi e a lasciarti trasportare dalle atmosfere evocative che suscita.

Ascoltando questi brani, è facile immaginare una piccola barca che scivola lenta su un fiordo, o una camminata solitaria tra rocce coperte di muschio. Ogni nota sembra un riflesso dell’acqua, un’eco che si perde tra le montagne.


Il “Nordic Tone”: il silenzio che canta al cuore

I critici lo chiamano “Nordic Tone”, ma è più di un suono: è un respiro. È il silenzio che diventa musica. Qui, gli strumenti parlano piano, come se non volessero disturbare la quiete ma solo accompagnarla. È un jazz che lascia spazio all’immaginazione, che non dice tutto, ma lascia intendere molto.

Pensa alla prima volta che hai sentito “Khmer” di Nils Petter Molvær.

Quelle note di tromba, sospese tra elettronica e malinconia, sembrano nebbia che si dissolve lentamente. È musica che non si limita a suonare: dipinge paesaggi, racconta storie di solitudini e incontri.


Le radici: il jazz anni ’50, Stoccolma e la svolta europea

A metà degli anni ’50, Stoccolma diviene tappa obbligata per i grandi del jazz americano, primo fra tutti Miles Davis con il suo Quintet. Non dimentichiamoci, nel suo gruppo, oltre agli “altri”, c’è anche John Coltrane e nel Sestetto si unisce Julian “Cannonball” Adderley. Qui, tournée storiche del quintetto – tra cui concerti del 1960 e 1967 – segnano una svolta per la scena locale: ascoltare il “Birth of the Cool” dal vivo fu un’esperienza rivoluzionaria per i jazzisti scandinavi.

Nel 1960, Davis e Coltrane registrano al Konserthuset brani come “’Round Midnight”, testimoniando le potenzialità del quintetto di ridefinire il groove del jazz internazionale. Nel 1967–69, la band – con Hancock, Shorter, Holland, Williams – porta a Stoccolma sonorità psichedeliche, lanciate verso la fusion e l’avanguardia post- “Bitches Brew”.

Queste tournée dimostrano che il jazz non è solo improvvisazione: era un linguaggio vivo, capace di dialogare con gli artisti scandinavi. Dopo quei concerti, nascono nuove tradizioni: la scansione lenta delle note, l’uso del silenzio, la combinazione di melodie folk con strutture modali e colori, tracce presenti nel jazz nordico odierno.


Lo shimmer del “Nordic Tone”

Il risultato di quell’influenza storica? Un approccio musicale in cui ogni spazio, ogni pausa ha un significato. Non c’è fretta, non c’è impeto fine a sé stesso. C’è solo il colore delle note, sospese come iceberg sotto un cielo che cambia in continuazione.


Il quintetto di Miles Davis degli anni ’50 pianta il seme

Il quintetto modale di Miles Davis e Coltrane passa il testimone a una generazione di musicisti scandinavi, portando con sé l’eleganza del cool jazz, il rigore degli arrangiamenti e l’audacia dell’improvvisazione. Da Stoccolma, questa corrente musicale si diffonde in Svezia, Norvegia e Danimarca, portando al formarsi di scuole jazzistiche raffinate, all’attenzione da parte del pubblico e all’emergere di voci proprie, capaci di restituire il jazz in una dimensione nuova, nordica e contemplativa.


L’eredità: l’eco di Miles nei fiordi

Oggi, quando ascoltate Tord Gustavsen, Jan Garbarek o Esbjörn Svensson, state raccogliendo l’eredità di quei concerti mitici. Quel modo di “prendersi tempo”, di far parlare lo strumento senza sovrapporsi, viene direttamente da quegli esordi. Il silenzio e il filtro emotivo che caratterizzano lo Skandi Jazz sono figli di quella rivoluzione europea del jazz.


Dal cool jazz delle tournée di Miles Davis alla rivoluzione scandinava

Durante gli anni ’50 e ’60, Stoccolma e Oslo diventano palcoscenici fondamentali per la diffusione del jazz. La tournée di Miles Davis e il suo quintetto – con John Coltrane, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb – giunge al Konserthuset di Stoccolma il 22 marzo 1960, pochi mesi dopo l’uscita di Kind of Blue. Quel concerto – registrato per la radio svedese – offre ai musicisti locali l’ascolto dal vivo di una svolta modale, un linguaggio musicale che mescola silenzi, colori nuovi e una scansione ritmica che sarebbe poi diventata fonte d’ispirazione per la scena nordica.

Il 31 ottobre 1967, il secondo “Second Great Quintet” – con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams – torna a Stoccolma, registrando brani come “Footprints”, “’Round Midnight” e “Agitation”, sempre al Konserthuset.

Questa doppia esperienza – tra acustico e psichedelico, fra modale e fusion – dimostra quanto il jazz potesse evolvere, pur mantenendo un minimo sorriso nel silenzio, e innesca una risonanza nelle menti creative scandinave.


Festival e innovazione a Oslo

Anche Oslo gioca un ruolo cruciale. Nel primo dopoguerra, club come il Grand Hotel e l’Hotel Bristol ospitano big band e pionieri del jazz, da Coleman Hawkins nel 1935 a Django Reinhardt negli anni ’30. Dopo la guerra, città come Oslo e Stoccolma divengono crocevia per musicisti americani come Quincy Jones, Don Cherry e Ornette Coleman. Il Cosmopolite Scene, nato negli anni ’90 a Majorstua e poi spostato nel 2008 al club Soria Moria, riunisce generazioni di artisti nordici e internazionali, diventando un centro di sperimentazione, world music e jazz moderno, un crocevia vivo tra radici e avanguardia

cosmopolite.no


L’eredità nordica del jazz

Quegli storici concerti a Stoccolma e Oslo lasciano un segno indelebile. I musicisti scandinavi comprendono che il jazz poteva non limitarsi a esibizioni virtuosistiche: poteva essere contemplazione, dialogo con le proprie radici, sintesi di folk, elettronica, minimalismo. Quello spirito dà origine a quella luce sospesa che oggi chiamiamo Nordic Tone.


I pionieri e le nuove voci

Il grande maestro dello “Skandi Jazz” è Jan Garbarek, con il suo sax, che è come il canto di un gabbiano che si perde nel vento. L’intuizione è ovviamente di Manfred Eicher che lo porta alla sua ECM di Monaco di Baviera, una casa di produzione discografica che gioca un ruolo centrale nella diffusione del Nordic Tone scandinavo in tutto il mondo. Ma questa musica è viva, sempre in movimento, come l’acqua che scorre lenta sotto i ponti di legno norvegesi.

Do qualche consiglio:

  • Tord Gustavsen e il suo piano che sa di rugiada mattutina.
  • Mathias Eick, con la tromba che evoca l’eco dei monti.
  • Bobo Stenson, le sue dita che accarezzano i tasti come neve fresca.
  • Esbjörn Svensson Trio (E.S.T.), che ha trasformato il piano jazz in un orizzonte infinito.

Sono voci che si mescolano come il vento tra i pini, creando un linguaggio musicale unico e inconfondibile.


Perché ascoltare Skandi Jazz?

A volte la vita è troppo piena di parole, di rumori. In quelle serate calde, con una birra ghiacciata tra le mani e i tuoi amici intorno, lo “Skandi Jazz” è la colonna sonora perfetta. Non ti assale, non chiede nulla: ti accoglie con dolcezza e ti accompagna piano, come un vecchio amico che ti conosce da sempre.

Anche chi di solito storce il naso davanti al jazz si ritrova rapito. C’è qualcosa di ipnotico in queste melodie: sembrano semplici, ma sotto la superficie si nasconde una profondità che ti invita a tornare, ancora e ancora.


Tord Gustavsen

Nato a Oslo nel 1970 e cresciuto tra le atmosfere della chiesa e del gospel rurale, Tord Gustavsen ha sviluppato una poetica musicale che riprende l’essenziale dei suoni nordici e li arricchisce di introspezione, atmosfera spirituale e grande sensibilità espressiva. Dopo gli studi in psicologia all’Università di Oslo e in jazz al Conservatorio di Trondheim (1993–1996), ha proseguito con un dottorato in musicologia, approfondendo il tema del paradosso dell’improvvisazione tra teoria e sentimento.

La sua musica trae forza dalla semplicità, da uno spazio sonoro che respira, intessuto di meme religiosi e armonie familiari. Ogni brano sembra un piccolo esercizio di meditazione: le note non riempiono, ma dialogano con il silenzio. Gustavsen ha saputo trasformare l’essere nordico in narrazione musicale, facendo del pianoforte un cantore silenzioso di emozioni. Un’eredità che continua a influenzare il jazz europeo e a rendere lo “Skandi jazz” un luogo sonoro dove il tempo si dilata e il cuore ritrova calma.

Non so se possa interessarvi o meno, ma da tre anni a questa parte Tord Gustavsen è l’artista che ascolto di più su Spotify, cosa che mi viene notificata ogni anno con l’ormai celeberrimo rito dello Spotify Wrapped!


Espen Eriksen

Il pianista Espen Eriksen, nato a Haugesund nel 1974, guida l’omonimo trio dal 2007. La sua musica unisce il minimalismo meditativo — simile a quello di Tord  Gustavsen — a una sensibilità intimista, costruendo melodie che sembrano carezze sull’acqua. Cinque album con Rune Grammofon hanno consolidato il suo stile lirico e contemplativo.

In un concerto estivo, potresti chiudere gli occhi e sentire l’eco dell’acqua placida tra le montagne: le dita di Eriksen pettinano l’aria, Jenset ne scandisce il flusso, Bye lo accarezza con ritmicità che pare un respiro. La loro musica cresce lentamente, come il sorgere del sole artico, infondendo alla stanza calma, luce e presenza perfetta per uno “Skål” silenzioso davanti a una birra fresca.

Ascolta questo album e mi ringrazierai


Rebekka Bakken

Voce quasi ipnotica e versatile, Rebekka Bakken (nata il 4 aprile 1970) mescola jazz, folk e pop con un’estensione vocale che spazia su tre ottave. Nei suoi album reinterpretati, come Always On My Mind (2023), trasforma pezzi classici in paesaggi sonori emotivi, accendendo la sua autenticità scandinava. Voce calda, suadente e affascinante. Donna bellissima, ha avuto anche problemi di alcool, risolti, e l’ascolto sempre volentieri. Di lei ti consiglio questo album, “The Art of How to Fall”, un titolo molto emblematico dei problemi che ha avuto e un’esortazione alla resilienza.

Già dalle esperienze in gruppi scolastici e soul-rock fino al trasferimento a New York negli anni Novanta, Bakken ha affinato uno stile personale fatto di sfumature emotive e interpretazioni intense. Album recenti come Always on My Mind (2023) e Little Drop of Poison mostrano la sua capacità di reinventarsi, gratificando i classici con sincerità e vivacità, pur restando intimamente vicina al pubblico. La poesia delle sue interpretazioni – a volte sussurrata, a volte arrabbiata, sempre autentica – ricorda le luci che danzano sull’acqua del fiordo al tramonto. Ti sembra di sentire il vento – quando le sue parole vibrano negli accordi – e, sollevando il bicchiere, ti perdi in quell’eco nordico e intima, personale.


Sidsel Endresen

Una voce sperimentale e libera, Sidsel Endresen (1952) è pioniera del jazz vocale nordico. La sua traiettoria spazia dal folk alla sperimentazione elettronica, creando un linguaggio universale e senza confini. La si ascolta ancora oggi con gran devozione, come si può guardare una bella auto alla Mille Miglia. Di lei ascolta questo album.


Silje Nergaard

Silje Nergaard (nata il 19 giugno 1966) è la voce jazz norvegese di maggiore successo commerciale: At First Light (2001) è stato l’album jazz più venduto in Norvegia. Le sue collaborazioni includono Pat Metheny, John Scofield e la Metropole Orchestra. La seguo su Instagram, ogni tanto l’ho esortata a scendere in Italia, ma è spesso in concerto in Germania, dove lo Skandi Jazz è molto apprezzato nei clubs.


Viktoria Tolstoy

Cantante svedese di origini russe (nata il 29 luglio 1974), si è fatta conoscere prima nel pop e poi nel crossover jazz. Ha collaborato con Esbjörn Svensson su White Russian (Blue Note, 1997), fondendo eleganza lirica a radici classiche.


Till  Brönner

Anche se tedesco, Till  Brönner (nato il 6 maggio 1971) è considerato il “Chet Baker del Nord”: la sua tromba e voce mescolano jazz contemporaneo, fusion e pop. Cresciuto tra Roma e Colonia, ha brillato per eleganza e sensibilità melodica. Negli anni ha saputo fondere sonorità anche hip hop al jazz e ha mescolato con sapienza i nuovi suoni provenienti dal Nord Europa, con quelli del mix musicale presente in Germania e rappresentato dal movimento della rivista Jazzthing.


Retrospettiva: Esbjörn Svensson (1964 2008)

Fondatore dell’Esbjörn Svensson Trio (E.S.T.), nato il 16 aprile 1964, Esbjörn ha rivoluzionato il jazz europeo. Il trio, fondato nel 1993, combinava jazz, rock ed elettronica ed è stato l’unica band europea ad apparire in copertina su Down Beat. Il linguaggio del suo Trio ha fuso rock, elettronica, improvvisazione, trasformando il trio in scultori del suono. Nel cuore di una serata estiva, il ricordo di e.s.t. può apparire come un’ombra confortante, un suono che continua a echeggiare come l’acqua calma dei fiordi dopo che il sole si è ritirato.

La sua morte, per un tragico incidente di immersione il 14 giugno 2008 nell’arcipelago di Stoccolma, segna la fine prematura di una leggenda: aveva 44 anni. L’eredità di E.S.T. continua con l’E.S.T. Symphony, che reinventa le composizioni in versione orchestrale. Il postumo album 301, registrato nel 2008, ha aggiunto significative gemme alla sua eredità.

Del Trio non posso non consigliare il loro album della tournée del 2003, che vi linko sotto, Strange Place for Snow, uscito alla fine del 2002, quando vennero a Bologna all’appena rinato Bologna Jazz Festival. C’ero anche io, come redattore musicale accreditato, perché lavoravo a Radio Città Fujiko, dove per anni ho condotto un programma di musica jazz, molto seguito in città, che si chiamava “Somethin’ Else” (dal 1999 al 2003). Ho conosciuto e intervistato il Trio in una serata che non scorderò mai (era fine marzo 2003) e dopo il concerto siamo anche andati in Cantina Bentivoglio a bere a una birra e ad ascoltare nientemeno che Mulgrew Miller che suonava con NHØP!!! Una serata indimenticabile! Penso anche che sia arrivato il momento di condividere quella intervista, lo farò presto!


Special Mention: Dulcis in fundo ➡️ Niels-Henning Ørsted Pedersen (NHØP) 🎻

Tra i giganti che hanno definito il suono del jazz europeo, Niels-Henning Ørsted Pedersen (1946–2005), conosciuto affettuosamente come NHØP, spicca per la sua maestria assoluta al contrabbasso. Nato a Osted, in Danimarca, Pedersen iniziò a suonare in giovane età e a soli 15 anni divenne membro fisso al leggendario Jazzhus Montmartre di Copenaghen, dove accompagnò mostri sacri come Dexter Gordon, Ben Webster e Sonny Rollins. Dotato di una tecnica straordinaria e di un suono caldo e rotondo, NHØP portava la potenza ritmica e melodica del contrabbasso a un livello raro, capace di farsi voce solista e di creare un dialogo fluido con ogni strumento accanto a lui.

Pedersen era noto per la sua velocità impressionante e la capacità di “cantare” attraverso le corde: ascoltarlo in brani come Cheryl o in registrazioni con Oscar Peterson (con cui suonò a lungo) è come vedere l’acqua scorrere veloce tra le rocce di un fiordo norvegese, potente e inarrestabile ma sempre elegante. Le collaborazioni con artisti come Joe Pass e Philip Catherine rivelano la sua versatilità: dal be-bop incalzante alle ballate più sussurrate, NHØP portava sempre un tocco di classe e intensità lirica, unendo virtuosismo e rispetto profondo per la musica.

Il suo contributo al jazz scandinavo – e mondiale – è indelebile: nelle sue note, la tradizione americana del contrabbasso si fondeva con un senso nordico di spazio e poesia. Ogni esibizione era un invito ad ascoltare in profondità, a lasciarsi cullare da linee di basso che non erano solo accompagnamento, ma vere e proprie melodie in movimento. NHØP è un punto fermo nel panorama del jazz europeo, un faro che continua a ispirare contrabbassisti e ascoltatori.

NHØP ha rivoluzionato la tecnica del contrabbasso, rendendo uno strumento apparentemente poco agile in qualcosa di incredibilmente virtuosistico.

La sua tecnica a tre dita (invece delle tradizionali due) gli permetteva di eseguire passaggi di straordinaria complessità con una velocità e precisione sorprendenti. I suoi assoli erano famosi per la loro brillantezza tecnica e musicalità. Di lui non ti suggerisco nulla: vai su Spotify, tuffati nella sua musica e ascolta tutto. E non dimenticarti di metterlo in loop!


Una serata “Skandi Jazz”

Jazz club nyc, made with chat gpt
Jazz Club, Made with Chat GPT

Ognuno di questi artisti porta una sfumatura unica: la delicatezza sonora di Eriksen, l’anima camaleontica di Bakken, l’avanguardia vocale di Endresen, il calore melodico di Nergaard, la lirica grazia di Tolstoy, l’eleganza dorata di Brönner e l’eredità visionaria di Svensson. Le loro note modellano una narrativa musicale che evoca fiordi silenziosi, luce incerta, intimità e respiro profondo.


La mia playlist “Skandi Jazz”: un brindisi al grande nord

Per condividere questa magia, ho creato la playlist “Skandi Jazz” su Pistakkio Music. Non è solo una sequenza di canzoni, ma un viaggio. Dal piano velato di malinconia di Tord Gustavsen all’elettronica sognante di Bugge Wesseltoft, dai sussurri di Arve Henriksen alle trame cinematiche di Daniel Herskedal.

Ogni brano è come un sorso di birra ghiacciata: fresco, avvolgente, perfetto per accompagnare una conversazione lenta sotto le stelle o un momento tutto tuo.


Retrospettiva su Pistakkio Music

Il profilo Pistakkio Music su Spotify è diventato una piccola oasi musicale per gli amanti del jazz raffinato. Aperto a chi cerca qualcosa di più autentico e contemplativo, ha raccolto:

  • Cura raffinata: playlist pensate per serate intime, pomeriggi rilassanti o momenti creativi.
  • Scoperta continua: artisti emergenti e gemme nascoste condivise con passione.
  • Interazione con la community: commenti, like e condivisioni che hanno trasformato il profilo in un punto di incontro per spiriti affini, unendo ascoltatori in un’unica esperienza musicale.

Seguire Pistakkio Music significa entrare in un rituale musicale: un viaggio che si arricchisce di settimana in settimana, tra rimandi emotivi e nuove sonorità.


Unisciti a me su Pistakkio Music

Navigare nel mondo del jazz può essere difficile. Ecco perché passo ore a esplorare, a cercare quelle gemme nascoste che forse non incontreresti mai. Le mie playlist sono il risultato di questa ricerca. Curate, aggiornate, pensate per portarti in un viaggio che non sai ancora di voler fare.

Segui il profilo Pistakkio Music su Spotify, entra in questo mondo fatto di note e silenzi. Forse, insieme, scopriremo il brano giusto per la tua prossima serata tra amici o per un momento di pausa tutta tua.

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Skandi jazz: quando il nord europa reinventa le blue notes 9

Perché siamo stanchi di referendum che non cambiano nulla

Referendum 2025

Sai quella sensazione di déjà vu quando ti ritrovi davanti all’ennesima scheda referendaria? Quella vocina dentro di te che sussurra: “a che serve tutto questo?”, mentre ti avvii verso il seggio. Non sei solo. L’astensionismo ai referendum in Italia ha raggiunto livelli record, e non è solo pigrizia civica. C’è qualcosa di più profondo: una stanchezza collettiva verso uno strumento che sembra sempre più inefficace nel produrre cambiamenti concreti.

Parliamoci chiaro: siamo stanchi di andare a votare a ogni piè sospinto per cancellare leggi di politici che non riescono a mettersi d’accordo tra loro, di qualunque colore politico siano.

Il paradosso della democrazia diretta all’italiana

Il referendum dovrebbe essere lo strumento principe della democrazia diretta, quel momento in cui il popolo prende in mano le redini e dice la sua, scavalcando i palazzi del potere. Almeno in teoria. Nella pratica, quello che vediamo è un meccanismo sempre più svuotato di significato.

Prendiamo i recenti referendum su lavoro e cittadinanza. Quanta gente sapeva esattamente cosa stesse votando? E quanti hanno preferito andare al mare piuttosto che al seggio? Non è un caso che il quorum sembri ormai un miraggio lontano. L’ultima volta che un referendum ha raggiunto il quorum era il 2011, con quello sull’acqua pubblica. Da allora, una serie infinita di flop. Tra l’altro quel voto referendario è stato in seguito completamente disatteso dalla politica stessa, perché tutti noi ci ritroviamo al livello locale con enti gestore delle “acque pubbliche”, che sono compartecipati dai privati che badano solo al profitto e fare poca manutenzione.

E non è solo colpa dei cittadini disinteressati. È che dopo decenni di referendum che non hanno prodotto cambiamenti tangibili nella vita quotidiana, la gente si chiede legittimamente: “Ma a che serve?”. Quando vedi che anche dopo un’eventuale vittoria, la classe politica trova il modo di aggirare la volontà popolare con leggi fotocopia o interpretazioni creative, perché dovresti continuare a crederci? E poi il giorno dopo hanno vinto tutti. Quelli che hanno portato 12 milioni di votanti alle urne e quelli che hanno fatto di tutto per far fallire la tornata elettorale.

La fatica di votare per nulla

C’è un aspetto ancora più frustrante in questa storia: il tempo e le energie che sprechiamo. Ogni referendum mobilita migliaia di persone, tra scrutatori, presidenti di seggio, forze dell’ordine. Cittadini che dedicano il loro weekend a un esercizio di democrazia che spesso si rivela sterile.

Mi è capitato di fare lo scrutatore qualche anno fa. Ricordo gli sguardi sconsolati dei miei compagni di seggio mentre contavamo schede per un referendum che sapevamo già non avrebbe raggiunto il quorum. Una sensazione di inutilità che si respirava nell’aria.

E poi ci sono le campagne referendarie, sempre più fiacche e sempre meno capaci di appassionare. Quando è stata l’ultima volta che hai visto un dibattito acceso su un quesito referendario? Quando è stata l’ultima volta che hai sentito qualcuno dire “non vedo l’ora di andare a votare per questo referendum”?

La verità è che siamo stanchi di essere chiamati a esprimerci su questioni che poi vengono sistematicamente ignorate o aggirate. Siamo stanchi di una democrazia diretta che di diretto ha ben poco, dove il nostro voto sembra più un esercizio di stile che un reale strumento di cambiamento.

90 milioni di domande senza risposta

Sai quanto costa organizzare un referendum nazionale? Circa 90 milioni di euro. Novanta-milioni. Una cifra che fa girare la testa se pensi a come potrebbe essere utilizzata diversamente.

Pensa a quante scuole potrebbero essere ristrutturate, a quanti ospedali potrebbero assumere personale, a quanti progetti sociali potrebbero essere finanziati con quella somma. Invece, la spendiamo per consultazioni che spesso non raggiungono nemmeno il quorum.

L’istituto referendario va riformato, è evidente.

Ma qui caschiamo in un loop kafkiano: per riformare lo strumento referendario servirebbe una classe politica disposta a mettersi d’accordo… proprio quella stessa classe politica che non riesce a mettersi d’accordo su nulla, motivo per cui ricorriamo ai referendum in primo luogo!

È un cane che si morde la coda. E nel frattempo, noi cittadini continuiamo a disertare le urne, non per disinteresse, ma per una stanchezza che ha radici profonde nella disillusione. Perché continuare a partecipare a un gioco le cui regole sembrano fatte apposta per non farti vincere mai?

Forse è il caso di chiederci se questo strumento abbia ancora senso così com’è, o se non sia il momento di ripensarlo completamente. Nel frattempo, la prossima volta che sentirete parlare di un referendum, non stupitevi se la gente risponderà con un’alzata di spalle e un “tanto non cambia niente”.

Quando vendere su Ebay diventa una missione impossibile

L'odissea di vendere su ebay

Ti è mai capitato di ritrovarti con oggetti tecnologici perfettamente funzionanti che non usi più e pensare:

“Perché non venderli su eBay invece di lasciarli a prendere polvere?”.

Ecco, io ci sono cascato. Quella che sembrava una brillante idea per liberare spazio e guadagnare qualche euro si è trasformata in un’odissea burocratica degna di un libro di Franz Kafka. Voglio raccontarti la storia tragicomica di come ho venduto una vecchia scheda video e un Fritz Box 7530, e perché alla fine mi sono pentito di non averli semplicemente regalati al figlio dodicenne del mio vicino.

La trappola delle spedizioni internazionali

Quando ho messo in vendita i miei due oggetti tecnologici, non immaginavo che sarebbero finiti rispettivamente in Grecia e a Malta. La scheda video, venduta all’asta per la modica cifra di 11 euro, è stata acquistata da un utente greco. Sembrava tutto semplice, fino a quando non ho scoperto che l’acquirente mi aveva fornito un indirizzo sbagliato.

E qui inizia il divertimento: ho dovuto acquistare una seconda etichetta di spedizione (a mie spese, ovviamente), perché il servizio di spedizione inglobato su Ebay crea le etichette in automatico, non appena viene conclusa l’inserzione. Tutto in automatico. Ho dovuto poi compilare una dichiarazione di conformità per l’esportazione della merce (in pratica per dichiarare che non sto mandando in Grecia dell’esplosivo o delle cartucce per fucili mitragliatori AR 15) e rimanere prigioniero in casa per un’intera giornata in attesa del corriere, che sarebbe potuto arrivare in qualsiasi momento tra le 8 e le 20.

La cosa più assurda? Per la Grecia è obbligatoria questa dichiarazione doganale, mentre per Malta no. Entrambi sono paesi UE, ma evidentemente la burocrazia ha le sue logiche imperscrutabili (chi è il ministro delle Poste?). O forse no, non ne ha affatto.

L’arte dell’imballaggio e il bilancio economico

Non avevo mai realizzato quanto tempo potesse richiedere l’imballaggio di oggetti tecnologici. Tra scotch, materiali per ammortizzare gli urti, etichette da stampare e dichiarazioni doganali da applicare in modo che “si possa estrarre il foglio” per dei solerti addetti della guardia di frontiera o di finanza (qualunque cosa significhi), ho impiegato un’ora e mezza della mia vita. Un’ora e mezza che non riavrò mai più indietro.

E facciamo due conti: 11 euro per la scheda video, circa 19 per il Fritz Box. Il costo delle spedizioni è a carico del destinatario, ma con la faccenda delle etichette duplicate sono andato in pari (ho pagato tre spedizioni per farne due). Poi ci sono i materiali per l’imballaggio (eh, sì, costano pure quelli!) e aggiungiamo il valore del mio tempo (che evidentemente ho valutato zero). Il risultato? Un guadagno netto che probabilmente non copre nemmeno il costo dell’elettricità consumata dal mio computer mentre cercavo di capire come funziona il sistema di spedizione internazionale di eBay e a leggere come fare la dichiarazione di conformità.

La lezione imparata: semplicità prima di tutto

La prossima volta che mi ritroverò con oggetti tecnologici da dismettere, ho due opzioni molto più sensate: o l’isola ecologica o il figlio dodicenne del mio vicino di casa. Entrambe le soluzioni richiedono meno di cinque minuti del mio tempo, zero burocrazia e nessuna attesa spasmodica del corriere.

C’è qualcosa di liberatorio nel regalare oggetti che potrebbero avere una seconda vita nelle mani di qualcuno che li apprezzerà. O, in alternativa, nel sapere che verranno smaltiti correttamente senza trasformare la mia giornata in un incubo logistico.

La morale della storia? A volte, il valore del nostro tempo e della nostra tranquillità supera di gran lunga quei pochi euro che potremmo guadagnare. E forse, in un’epoca in cui siamo costantemente alla ricerca di efficienza, la soluzione più efficiente è proprio la più semplice.

Dopo aver letto questo articolo, se ancora non ti avessi convinto, ti posto qui il link per usare gratis su Chat GPT l’assistente per creare il testo delle inserzioni per tutti i siti di vendite dell’usato, si chiama SmartSell4U a cura di Agenzia SEO Pistakkio.

Oggi mi girano le scatole. E allora: Let There Be The Music…

Let there be the music, jazz music

C‘hai presente quei giorni che ti girano? Eh, beh, capita a tutti. Allora ho preparato una bella playlist che se proprio non riuscirà a farti passare i giramenti, quantomeno li allevierà, grazie all’enorme potere terapeutico della musica.

Ah, quanto sarebbe migliore il mondo, se anche i politici ascoltassero più musica, di quella buona, di Qualità. Facciamo ascoltare un po’ di questa musica a chi ha tanta cattiveria dentro, senza far nomi. Tanto si sa di chi si parla, inizia per P e finisce per N e ha cinque lettere…

Buon ascolto! E non dimenticate di iscrivervi alle playlist che ho condiviso su Spotify!

Tovarish, Gorbaciov, Do Svidanija

Mikhail gorbaciov, ritratto ufficiale

È morto Mikhail Sergeevich Gorbaciov, storico segretario generale del PCUS e riformatore dell’Unione Sovietica, fautore della Perestrojka e della Glasnost’, storici concetti che sono entrati anche nel Vocabolario Treccani.

perestròjka s. f. [voce russa, comp. di pere, indicante mutamento, e stroit′ «costruire»; propr. «ricostruzione, riorganizzazione»]. – Termine adottato nella politica interna sovietica e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare l’insieme di riforme politico-economiche (ricambio nei vertici di partito, adozione di nuovi sistemi di rappresentanza ed elettorali, moderato liberismo economico, riconoscimento delle opposizioni interne, ecc.) che caratterizzarono l’azione di Michail S. Gorbačëv a cominciare dal marzo 1985, quando venne a occupare la carica di segretario del Partito Comunista sovietico. A perestrojka era solitamente associato il termine glasnost (v. la voce), spesso tradotto in ital. con trasparenza.

glàsnost s. f. [voce russa, glasnost; propr. «comunicazione, informazione»]. – Termine adottato nella politica interna sovietica negli anni Ottanta del sec. 20° e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare la pubblicizzazione delle notizie politiche, economiche, culturali tramite i mezzi d’informazione (v. perestrojka). La comune, ma non esatta, traduzione con trasparenza è dovuta all’assonanza con l’ingl. glass, ted. Glas, fr. glace, che significano «vetro».

Gorbaciov è stato tanto amato e stimato all’estero, quanto inviso ai russi, durante l’era del suo mandato. La sua perestrojka e la sua glasnost’ furono una ventata di freschezza e rinascita per le libere idee dei russi: nacquero news magazine, giornali e riviste che spuntavano dal nulla come funghi. Fu un periodo bello per tutti coloro che lo hanno vissuto dal vivo e dal di dentro (e io ci sono stato in Russia quando c’era Gorbaciov). Non con i titoloni “sparati” di Repubblica, che all’epoca, in piena era Scalfari, gridava alla libertà a ogni piè sospinto, ma con chi, come me, da studente universitario all’Università Lomonosov di Mosca, ha potuto vedere i capannelli all’uscita delle stazioni della metropolitana di Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo), con improvvisati comizi da strapaese, dove si discuteva di tutto, dal prezzo delle patate alla possibile efficentazione del lavoro sovietico nelle campagne. Insomma, io c’ero. C’ero nel 1989, la prima volta che andai in Unione Sovietica, come ospite di una famiglia di amici, e poi quando tornai successivamente come studente alla Lomonosov nel 1994 per tutto un semestre invernale. Ma quella è ancora un’altra storia, perché già c’era al potere El’tsyn, il quale aveva già cambiato parecchie cose e già l’Unione Sovietica non esisteva più, almeno come moloch statutario di un passato comunista.

Ma la perestrojka (lett. ristrutturazione) di Gorbaciov mise in luce tutte le contraddizioni del cambiamento, nonché fece già intuire i successivi accaparramenti e speculazioni dell’era successiva, quella di El’tsyn. E con la ristrutturazione che avviò Gorbaciov, i negozi erano vuoti (io li ho visti e non parlo per sentito dire): scaffali lunghi dieci metri con tre pezzi di qualcosa, gettati lì, senza la minima normativa igienica. Cosa che nemmeno nella precedente era Brezhnev si era mai vista. Tant’è vero che molti russi rimpiansero per anni l’era Brezhnev.

Mi si passi il paragone, un po’ tirato per i capelli, ma Gorbaciov è stato per la Russia quello che è stato per noi italiani, Mario Monti. Stimatissimo all’estero e quasi odiato dagli italiani, che fu costretto a mettere in ginocchio a causa del vicino fallimento e delle politiche restrittive europee.

Nessuno, tra i russi, rimpianse la dipartita di Gorbaciov, quando ci fu il colpo di stato nel 1991 e quando arrivò appunto El’tsyn.

A me Gorbaciov ha fatto sempre tanta tenerezza, soprattutto quando uscì di scena, massacrato dai media russi e dall’opinione pubblica. Quando ci fu il golpe, tutti lo videro scendere dalla scaletta dell’aereo, di ritorno dalla Crimea (pensate ai corsi e ai ricorsi della Storia!!!), dov’era in vacanza con la moglie Raissa Gorbaciova. Stanco, prostrato, umiliato, defenestrato senza la minima parvenza di gratitudine, additato poi, anche oggi da Putin, come un traditore della Patria.

Nemmeno lui, e lo ha detto più volte successivamente, si sarebbe mai potuto aspettare del cambiamento a cui aveva dato vita. Gli sfuggì tutto di mano, forse in un modo che nemmeno lui aveva previsto e auspicato. Vuoi o non vuoi, la sua rivoluzione senza sangue è stata però lo stesso una cosa epocale, che quantomeno sarà studiata nei libri di storia della Russia, quando tornerà ad essere un paese democratico.

Oggi la Russia ha celebrato le esequie di un grande uomo del Novecento, quasi in silenzio, vergognandosi del suo passaggio terreno nella Storia del paese. Il che la dice lunga sul livello di democrazia di quel paese, oggi.

Perché non andrò a votare ai referendum sulla giustizia

Facsimile scheda elettorare referendum 12 giugno 2022 giustizia

Premetto che sono del segno zodiacale della Bilancia e credo nel fondo di verità che sta dietro all’influsso degli astri sulle persone (se la luna influenza i raccolti, le semine, l’ululato del lupo, perché i pianeti non dovrebbero influire su di noi?). Tra l’altro siamo fatti al 60% di acqua e i pianeti hanno influsso sulle maree. Quindi per me non ci sono dubbi.

Come noto, la Bilancia è il segno zodiacale per antonomasia di coloro che aspirano al senso della giustizia. E del resto la bilancia, intesa come strumento per pesare gli oggetti, è anche il simbolo della giustizia per antonomasia.

Con questo non voglio dare ricette spicciole, ma proprio per questa ragione, ci tenevo a dire che non sono un superficiale e che anzi, la Giustizia, quella con la G maiuscola è un fondamento della civiltà e del quieto buon vivere nella comunità civile e umana.

Questo post non è però polemico (in pieno “stile Bilancia”).

Anzi, sarò breve e circostanziato. I referendum del 12 giugno sulla giustizia sono troppo complessi per essere risolti da un voto di persone che non siano addetti ai lavori. E questo per tante ragioni. Non solo perché noialtri non ne capiamo nulla di giustizia, sul piano tecnico, e tutti gli slogan del Sì o del No sono solamente delle mere semplificazioni un tanto al chilo.

Secondariamente, è la politica, quella che, sulla carta, dovrebbe essere “alta” e nobile, a doversene occupare, senza per questo dover “disturbare” noi cittadini, che appunto non ne capiamo nulla dell’argomento.

Personalmente, mi occupo di marketing digitale, com’è noto. Ho una piccola startup locale che si chiama Pistakkio, ed è attiva in tutta la Regione Toscana. Se mi si domanda che strategie e tattiche si possano o si debbano attuare per migliorare il posizionamento di un sito web, allora sono nel mio campo e posso rispondere. Viceversa, questi referendum mi sembrano un modo, da parte dei partiti e di chi ha proposto i referendum, per lavarsi le mani con l’argomento, demandare le decisioni ad altri ed evitare il compromesso (all’insegna di una non meglio identificata “purezza” o, se ribaltiamo la frittata, “celodurismo”).

La politica è compromesso per definizione (e qui torna il mio essere profondamente Bilancia). Se non si vuole accondiscendere a compromessi, per voler dare in pasto alla propria base elettorale di essere puri e indefessi, allora non si fa politica, bensì propaganda. E io alla propaganda non rispondo, anche perché conosco bene, da addetto di marketing, i meccanismi che si nascondono dietro al marketing, anche elettorale.

Non parlo dei 600 e rotti milioni di euro di spesa inutile per organizzare i referendum, perché scadrei nel populismo.

Che se la risolvano loro, i politici. E dico questo, non per qualunquismo, ma perché è il loro lavoro. Così come quando un mio Cliente mi domanda di risolvergli un problema sul suo sito web.

PS = non andrò nemmeno al mare. Anzi, probabilmente lavorerò!